La prima voce della Morte
Il sole offusca le tenebre d'un tenero manto d'oblio, da esso vengo, in esso è il mio destino; semplicemente, tutto ciò che è; tutto ciò che è stato e sarà nel mezzo di questo percorso è illusione, un meschino inganno.
Il mondo è illusione, ogni cosa lo è, perfino il vetro su cui la luce scarabocchia la tetra immagine del mio viso.
Tutto è illusione ed è proprio in questa mia consapevolezza che risiede il mio più grande potere...
3 Giugno 2003. Inferno.
Il pomeriggio doveva agonizzare ancora per un'altra manciata di ore prima di deragliare verso l'inevitabile sera ed annaspare nella rossa orgia di rosso sangue da cui sarebbe sorto il crepuscolo. Io lo attendevo, lui mi attendeva e la Notte già mi sorrideva, di là della siepe da cui guardavo il rifugio della mia preda designata. Ormai ero pronto, erano giorni ormai che non facevo altro che preparare ogni minimo dettaglio, pregustando ciò che immaginavo da anni, ma che dico? Da un'intera vita. Ogni mia vena vibrava di quell'attesa, eppure com'era immensa la mia paura...immensa più dell'orrore che quella parte di me ancora intatta, quella corrotta dalla civiltà "delle buone intenzioni" provava nei confronti della mia vera natura. Non aveva più alcun senso. Irman Stokes, quel giorno, nasceva per la seconda e ultima volta e questa volta non si sarebbe portato dietro alcuna maledizione, nessun passato e nessuna ossessione. No il nuovo Irman sapeva qual era l'obiettivo primario e sapeva come raggiungerlo. L'unica cosa che non riesco tutt'ora a capire, anche dopo la pioggia di sangue che io stesso ho scatenato sulla mia vita, è perché io stia scrivendo questo diario, proprio non lo capisco. Forse è semplicemente per dimostrare all' antico Irman "delle buone intenzioni", quello sepolto e cosparso di cenere e oblio, che ormai quell'epoca è finita per sempre. Non lo so...e se qualcuno, se mai ci sarà, dopo aver letto tutte le pagine precedenti, arriverà a questa data fatidica del 3 giugno del 2003, sicuramente avrà chiarissimo come per me la parola "sicurezza" non abbia ombra di significato.
Ma tornando a quel famigerato tramonto di tante vite fa, perché io ne attraversai tante di esistenze, io ero con la pistola stretta nel pugno della mia mano sudaticcia e tremolante. Quasi avevo l'impressione che la canna fosse ancora fumante per quello che avevo già fatto, ma di quei fatti ho già narrato nelle pagine precedenti del mio diario; ora è il momento di concentrarsi sul 3 giugno, il giorno del riscatto.
Il signor Jordan non poteva nemmeno immaginare quello che era successo, stupido figlio di puttana. Probabilmente, anche se lo avesse saputo, la sua presunzione gli avrebbe impedito di attivare quei pochi neuroni che ancora gli restavano in quel piccolo e corrotto cervello bacato.
Di fronte all'entrata principale, tra la porta d'ingresso della fatiscente baracca semi abbandonata e il giardino lurido ed invaso dalle cartacce e dalle siringhe usate, c'era la sua auto, una Passat grigia nuovissima, talmente bella che un qualsiasi ispettore fiscale, anche il più imbecille, avrebbe colto immediatamente l'innegabile incongruenza esistente tra la carrozzeria di quel veicolo ed il modesto stipendio da impiegato di Jordan.
In ogni caso sapevo che era in casa, certo, aspettava me. Più precisamente me e mio padre, ma quella sera avrebbe ricevuto soltanto me.
Mi preparai a togliermi gli occhiali da sole perché ormai anche l'ultimo raggio di sole era morto ed essendo quasi buio non ne avevo più bisogno.
La porta della casa si aprì e Jordan sbucò fuori dall'ombra, preceduto dal profilo deforme della sua pancia, subito i suoi occhi inutili e piccoli colpirono il mio odio e la mia fantasia. Attesi ancora un attimo dietro il fitto ginepraio di foglie e cespugli che costeggiava i confini della sua squallida proprietà.
Attesi giusto il tempo di vedere l'impazienza sorgere sul suo volto abbronzato e maleodorante di crema solare, non avevo bisogno di sentirlo per immaginarmelo.
La pistola era sempre lì, nella mia mano destra, tremolante e malferma, a tal punto che decisi di passare l'ingrato compito alla sinistra. Si, sono ambidestro.
Jordan intanto alzò il polso, fissando la fastosa imitazione di un rolex e sbuffò verso la Notte che ormai era somma giudice del mondo.
Fu allora che sbucai dal labirinto di rovi in cui avevo atteso per tutto il giorno.
«Irman!»Esclamò subito lui, sforzandosi di imprimere un tono di sincera gioia sopra la sua innata vena di diffidenza.
Io mi avvicinai, la mano sinistra la tenevo nascosta nella tasca della lunga giacca che indossavo.
«Ti sei deciso finalmente! Sei proprio uguale a come ti ha descritto tuo padre. Dov'è quel diavolo di Isac?»
Io lo fissai, dritto negli occhi, abbastanza a lungo da intravedere la sua espressione di disgusto, ma ormai c'ero abituato.
«Suvvia ragazzo, non ti avrà mica mangiato la lingua il gatto? Dove sono Isac e Den?»
«All'inferno.»
Estrassi la pistola e gliela ficcai in gola poi...
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