Cap. 7- La seconda campana
Rolak'un
Me ne stavo seduto sotto un grosso albero, con la schiena e la testa appoggiate pesantemente al suo fusto. Neppure la folta chioma di foglie sopra di me riusciva a ripararmi dalla tormenta e, impassibile, mi lasciavo piovere sulla testa.
Fradicio come un pulcino, ero da solo, con il pensiero fisso che alla solitudine avrei dovuto abituarmi, che fosse quella l'unica soluzione.
Tenevo sempre in volto la solita espressione apatica e indifferente alla vita con la quale affrontavo molte cose, ma dentro di me vi era la burrasca.
Credevo che se anche la solitudine non fosse servita a salvare chi amavo, in qualche modo punendo me stesso sarei stato redento dai miei crimini.
Come giunsi a questa conclusione?
È necessario fare qualche passo indietro.
Quell'odiata, fatidica notte, quando fummo attaccati alla sprovvista dagli elfi bianchi, chiesi disperatamente aiuto ad Akhraz, credendo che il dio della luna e dell'assassinio mi avesse abbandonato.
Ma in realtà non era così.
Solo dopo la morte del mio buon padre, tuttavia, egli manifestò la sua presenza.
In quel momento, un forte dolore alla testa mi fece abbandonare il combattimento e fuggire verso la città, dove speravo che gli elfi bianchi che mi stavano inseguendo, non mi avrebbero ucciso.
Sentendo la testa girarmi vorticosamente, riuscii a malapena ad arrampicarmi su per le mura del centro abitato (che venivano chiuse la notte) e calarmici silenziosamente all'interno, così da nascondermi alla vista degli inseguitori lungo un vicolo.
Così come avveniva quasi tutte le volte, entrai in una sorta di trans, una condizione tanto vicina alla morte da farmi raggiungere il mio signore.
Il luogo dove usavo incontrare Akhraz durante le mie visioni era un'antica rovina umida e polverosa, del colore dell'argilla. Il soffitto era quasi interamente crollato, mentre le pareti erano cintate da enormi colonne di pietra, in parte decadute. Dall'esterno non si vedevano che nere e minacciose nuvole, ricoprenti un cielo serale prossimo al tramonto.
Era piuttosto buio, pertanto, per mostrarsi, Akhraz usava accendere tre candele in fila di fronte a sè.
Egli stava seduto a gambe incrociate sopra un piedistallo marmoreo che ne rialzava la figura, era alto almeno tre volte un uomo comune.
Esibiva con orgoglio le argentee ali spalancate dall'apertura ampia circa una quindicina di metri, il cappuccio sceso lungo tutto il viso e la ricca spada che teneva tra le mani, alta quanto me.
"Rolak'un."
Tuonò, sporgendosi verso la mia direzione.
La sua voce era forte e irruente, come il ruggito di un leone nel silenzio di una cattedrale.
"Servo vostro." Risposi, inchinandomi.
"Hai dubitato delle mie parole, non è vero?"
Domandò con rimprovero.
"Mio signore, mio padre è morto. Avevate detto che ci avreste fatto vincere la battaglia, voi mi avete mentito!"
Gli urlai contro, per via della rabbia che provavo.
Lui si levò in piedi lentamente, mostrandosi in tutta la sua possenza.
Ebbi paura, temevo di aver scatenato la sua ira e chinai il capo, preparandomi ad una punizione.
Akhraz scese dal piedistallo e assunse per la prima volta dimensioni simili a quelle umane, chinandosi su di me.
Mi accarezzò la testa, poi mi abbracciò come fossi un figlio.
La sensazione fu quella di venir stretto tra le viscide grinfie di un serpente.
Una sensazione interna di pericolo. Rabbrividii al pensiero, sentendone al tempo stesso il bisogno, come se quell'atto vagamente paterno avesse potuto mettere una toppa sull'enorme squarcio apertosi dopo la mia perdita.
Affondai il viso arido e affannato sul suo petto, sfogando silenziosamente le mie lacrime.
"Io ho scelto te perché diventassi grande, Rolak'un."
Disse quindi sottovoce, addolcendo il proprio tono.
Alzai la testa e lo guardai con occhi lucidi e confusi.
"Il più grande tra i tendryan, il più grande tra i mortali. Sei il mio erede, tu possiedi il potere di un dio."
Non ero sicuro delle sue parole, non mi sentivo diverso da com'ero sempre stato.
I miei pensieri erano contrastanti e nulla sfugge allo sguardo di Akhraz.
Vide dentro il mio cuore, capendo in questo modo che non credevo più in lui, che avevo perso la fiducia che riponevo nei suoi confronti; così allentò la presa e mi liberò dal suo abbraccio.
Mi fissò giusto un attimo per poi spintonarmi via violentemente, senza che me lo aspettassi, gettandomi fra la rossa polvere.
Fatto questo, si rialzò.
"Ingrato. Ti ho reso superiore a ogni altro mortale, ti ho dato il potere di togliere la vita a piacimento. La fine di tuo padre non è un mio volere, nè una mia colpa. Chi segue te, segue la morte. Ciò che oggi è accaduto non è che la prova di quanto dico: sei stato tu, miserabile, ad aver mal sfruttato il mio dono!" Alzò la voce, furiosamente.
"Chi segue me.. segue la morte?" Riuscii a sussurrare, incredulo.
Non ottenni ulteriori risposte e mi risvegliai sul freddo pavimento piastrellato di Fioraside, ormai tintosi del rosso sangue degli elfi bianchi che mi avevano seguito, uccisi e divorati da un piccolo colubrian, della lunghezza di circa dieci metri, che ora mi sorrideva con tutte e tre le teste.
Ognuna di esse era coperta dal tipico cappuccio di un cobra.
Penso si trattasse di una specie particolare, a giudicare dagli scuri disegni circolari, intrecciati tra loro come anelli di una catena, che ne ricoprivano il retro del corpo.
Lo guardai sconvolto, poi sorrisi a mia volta.
Se davvero portavo la morte, l'avrei portata con tutto il piacere.
"Sei veloce?" Chiesi al mezzo-serpente color sabbia.
"Sjhraaj è rapido come il vento."
Rispose la testa più grossa, con la voce di un normale bambino.
"Piacere mio, Sjhraaj."
Tornai alla pianura di Soliside seduto a cavalluccio sulla testa centrale del colubrian.
Notai che i nemici si erano allontanati dal luogo dello scontro, lasciandosi dietro un gran numero di vittime.
Li vidi in lontananza, portavano con sè dei prigionieri diretti ad Erixtvokmamamamalakath, sarebbero passati per la costa.
Avrei testato il mio potere salvando gli alleati rimasti: due piccioni con una fava, insomma.
Aprii la bussola, seguivano perfettamente la freccia che indicava il nord.
"Seguili." Sussurrai.
La costa, rocciosa e molto elevata rispetto al livello del mare, offriva una via sotterranea, che passava sotto i piedi dei nemici.
Sjhraaj fece come ordinato, li seguì, strisciando proprio laggiù, dove i soldati non avrebbero potuto vederci.
In brevissimo tempo li sorpassammo, arrivando quasi alla capitale.
Non era più mio interesse conquistarla, ma dovevo vendicarmi.
In quel momento mi parve di iniziare a capire come il mio potere funzionasse.
Se ovunque andassi portavo morte, solo il mio agire poteva decidere chi sarebbe morto e chi sopravvissuto.
Non avevo fatto la guardia, non avevo combattuto con valore e prima ancora avevo lasciato, come un idiota, che i miei alleati oltrepassassero in bella vista la città, contando passivamente su Akhraz e non su me stesso.
Non mi comportavo da predatore, ma da preda. Ciò aveva fatto sì che il triste fato si scagliasse contro chi avevo indirizzato a morire.
Ma ora era diverso, finalmente avevo in mano le redini del gioco.
Strisciai un pugnale lungo la parete rocciosa che percorrevamo, con una forza che non ricordavo di avere.
Lasciai in questo modo che il passaggio crollasse poco dopo che io e il colubrian ci dileguassimo.
La costa franò proprio in quel punto. I soldati degli Erixtov, terrorizzati, si prepararono a scappare, ma non fecero in tempo per salvarsi.
Vidi migliaia di uomini dell'esercito degli elfi bianchi precipitare in mare e venire sovrastati e uccisi dalle rocce.
Solo i prigionieri tendryan restarono indenni, poichè gli era stato ordinato di camminare di fronte a loro, dove potessero vederli, zona che la frana aveva completamente risparmiato.
Gli elfi oscuri non si posero troppe domande e si avviarono subito all'imbarco, per tornare a Toqajv.
Pensavo che avrei provato soddisfazione dopo la riuscita di quest'impresa, ma non fu così.
Avevo combattuto la mia sofferenza causandone altrettanta a tutti coloro che in quel momento avevano perso un parente o un amico tra gli uomini che io avevo ucciso.
Ciò non aveva neppure dato un minimo di sollievo al dolore di aver perso mio padre.
La vendetta non mi appagava, i corpi galleggianti dei soldati in mare mi fecero venire nausea e tachicardia.
Che sbagliassi o no, mi sentivo irrimediabilmente un mostro.
Il mio dono era un'imperdonabile maledizione.
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