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Capitolo 7

Che estate meravigliosa avevo passato. Non ero stata così felice dal 2004. L'anno in cui la mamma fece quel trambusto. Fu un dolore enorme che mi porterò dietro per tutta la vita, ogni volta che avrò un anno in più ricorderò quanto male provai per i miei sette anni. Sentivo di essere nata in un giorno che proprio portava sfiga, un giorno brutto e maledetto,un giorno di fine e non invece un giorno di inizio come sarebbe dovuto essere. Un giorno sbagliato. Sentimenti che tornavano quando ero in questo cielo aperto, queste case antiche, questo luogo immutato che emanano malinconia, facendo affiorare i ricordi sepolti sotto queste strade. Ricordi da bambina, ricordi di sorrisi chiari che si incupiscono. Riscoprire se stessi accogliendo i cambiamenti di una vita, una vita piena e fatta di incertezze, che avresti voluto lasciare chiuse in quei luoghi che l'infanzia ti ha strappato. Trasformando gli occhi in un abisso di pensieri infiniti ai mille volti della gente.Finì anche quell'estate e piansi molto, non volevo tornare in quell'assurdo paese dove tutti mi odiano. Eppure dovevo farlo. Sapevo già che mi sarebbero mancati tutti, è strano e difficile da spiegare cosa provi quando parti. Durate il viaggio pensavo sempre a mille cose, a come sarebbe stata la mia vita se non fossi mai partita, o se tutto questo non fosse mai successo e la mamma fosse ancora innamorata di papà, chissà cosa avrei fatto se invece quell'estate non fossi tornata. Invece dovevo lasciare  da parte i "se" o i "chissà" perchè purtroppo la realtà era questa.

Andai a vedere con chi ero finita in classe. Avrei iniziato la scuola superiore, mi ero iscritta a moda. Dicevano che li non si facesse nulla e io quell'anno ero intenzionata a non andare a scuola. Quando lo dissi alla mamma si arrabbio molto, mi costrinse ad andarci ma io la avvisai: '' bene vuoi che ci vada? Ok non comprare libri perché non studierò''. Li comprò lo stesso.

Mentre leggevo i nomi delle mie future compagne di classe, ne vidi uno in particolare ''Paulette''. No non ci credevo, ero finita con la ragazza con cui avevo fatto a botte un po' di tempo prima, si quella che mi guardò male mentre giravo in paese. In quel momento mi convinsi che quello sarebbe stato un anno di merda. Me ne feci una ragione, a me piaceva litigare con la gente. Non so bene il perché ma davvero mi liberavo da tutto l'odio che avevo dentro, diciamo che era uno sfogo.

A casa le cose non erano stupende ma non mi lamentavo, avevo le mie sorelline: Gaia, Miriam e Denise. Quanto erano belle. Gaia poi con quel visino paffutello, stava crescendo anche lei, per fortuna non aveva avuto tutti i problemi che avevo avuto io a scuola. Le piaceva guardare la tv , non usciva mai stava ore ed ore a fissare quella scatola con dentro immagini, credo che si immergesse in quel mondo per evadere dalla sua di vita, è sempre stata una bambina chiusa che non ama molto parlare. Faceva tutto quello che le dicevo, mi ammirava molto. Mi ricordo una volta da piccole, ci trovammo sole a casa e le chiesi:

'' Ga, ma tu lo vuoi bene a papà?''

''tu?'' Mi disse lei con una faccina dolce dolce da sbaciucchiare.

''No Ga, non lo voglio bene''

''Allora nemmeno io'' Quanto era bella.

''Gaia, ma non devi dire quello che dico io, devi pensare a modo tuo''

''perché non prendiamo il treno e partiamo'' Mi rispose invece.
A 6 anni come poteva dirmi una cosa così? Mi si sciolse il cuore, mi sarebbe tanto piaciuto avverare il suo desiderio, ma eravamo piccole, io avevo appena 8 anni, non avevo un soldo e non avevo mai viaggiato in treno se non con mio padre.
Mi toccò molto quel giorno, ma decisi comunque di guardare avanti.
 Ed oggi c'erano anche Miriam e Denise, Miriam aveva già 6 anni era cicciottella, un viso dai lineamenti tondi e perfetti, non stava ferma un attimo correva di qua e di la, ovunque andava combinava qualcosa, mi somigliava molto, era così sfacciata sembravo io alla sua età, mentre Denise non era così, era timidissima dovevi implorarla per fargli uscire qualche parola, era come Gaia, aveva solo tre anni ma dai suoi occhi vedevi quel filo di tristezza, non so per quale motivo lei e Miriam non avevano visto niente di ciò che vedemmo io e Gaia, anzi erano sempre cresciute con la serenità di un padre sempre presente al contrario nostro, e di una mamma abbastanza felice. Non che filasse tutto a gonfie vele, durante quegli anni la situazione economica stabile era diventata precaria, ad esempio perdemmo la casa  e dovemmo trasferirci in un'appartamento di periferia, Lyam perse il lavoro e ne trovò uno sottopagato. La situazione mi angosciava ma comunque mi rammentavo che avevo affrontato di peggio.

Arrivò il primo giorno di liceo, dovevo prendere l'autobus sotto casa, in una fermata che dava su una carreggiata in cui le macchine sfrecciavano al limite, dovevo prendere quell'autobus da sola e questo mi metteva una tensione tale da farmi star male. Eppure ci salii, percorremmo la lunga strada che portava al paesino in cui presenziava la mia scuola. Appena arrivata entrai subito in cerca della mia classe, quando la trovai, fortunatamente nell'ultima fila c'erano 4 banchi, tutti attaccati con tre ragazze sedute ed uno era libero, mi misi seduta anch'io, non chiesi se era occupato, era mio e non mi importava. Feci amicizia con le ragazze si chiamavano Ilary, Andrew, e Rubi. Poi vidi  entrare qualcuno che conoscevo, Paulette. Si sedette davanti a noi e mi iniziò a parlare, con mia grande sorpresa, non mi rivolse la parola per litigare, bensì per chiacchierare. Rimasi davvero stupita e mi dissi che tutto sommato stava andando bene.

Con il passare del tempo davanti ai professori facevo la sfacciata, rispondevo male,  tutti ridevano e anche le ragazze che avevo conosciuto facevano come me. Saremmo stati una bella cricca pensai e infatti quell'anno scolastico fu uno dei migliori, in classe facevamo un casino mostruoso, I professori non riuscivano mai a spiegare e dico mai. Una volta mi stesi su due banchi e mi coprii con una coperta mentre il professore cercava di spiegare, ormai spazientato dalle mie mille bravate mi guardò e mi disse:

''Rossella cosa diavolo stai facendo?''

Le mie compagne iniziarono a ridere,la classe si divertiva e mi adorava perchè non facevo mai fare lezione, quella volta rispose Paulette

''Professò ma non ci vede? Sta cercando di dormire.''

''Già se solo smettesse di parlare!'' continuai io. Scoppiammo tutte in una clamorosa risata.

''Paulette e Roxette, immediatamente dal preside'' ci urlò contro il professore.

''Hahahahaha certo ormai passiamo più tempo lì che in classe'' Dicemmo all'unisono.

Andammo in quell'ufficio che ormai conoscevamo bene, Il preside era un uomo pelato sulla cinquantina, ricordo che aveva un occhio di vetro. La prima volta che ci finimmo fu perché eravamo uscite dalla palestra durante l'ora di ginnastica, Io, Paulette, Andrew, Rubi e Ilary senza permesso per fumarci una sigaretta. Ricordo che lui ci rincorse per tutto l'istituto e quando finalmente ci prese ci porto nello studio per farci la ramanzina, parlava di come comportarsi, di cosa è giusto fare, della disciplina, ma noi ridevamo senza stare a sentire nemmeno una parola, anche perché non capivamo chi guardasse, Ilary gli disse sfacciatamente:

''Scusi signor preside ma chi sta guardando? Noi siamo qui''

Pover'uomo mi fece tenerezza, non rispose a quell'insulto gratuito.
lentamente però si affezionò a noi, dato che andavamo quasi ogni ora del giorno a ''trovarlo'' . Ci diceva che vedeva più noi che le sue figlie, ormai quando andavamo lì non ci dava più nessuna strigliata, perché diceva di sentirsi una radio col disco incantato dato che non ne volevamo sapere delle sue prediche, si limitava a raccontarci cavolate e a volte ci offriva pure il caffè. Mi piaceva andare a scuola, mi divertivo davvero molto. Ne combinavamo sempre una.                       Un giorno il professore si infuriò alla grande, stava addirittura per buttarmi la cattedra addosso. Lo capivo dato che cercava di parlare ed io ad ogni parola dicevo '' chi se ne frega''. Ormai facevo quello che volevo, mangiavo, bevevo, dormivo, uscivo dalla classe, e a volte fumavo anche lì. Dio quanti rimproveri mi presi e di note quante ne accumulai, credo fossero più di sessanta. Solo durante le ore di disegno e modellistica stavamo tutte zitte e attente, prima di tutto perché le prof erano davvero cazzute, riuscivano a tenerci testa e ci facevano anche appassionare alla loro materia. Adoravo creare vestiti, studiare le epoche della moda e i suoi cambiamenti, amavo imparare a disegnare seguendo un modello preciso, mi piaceva tanto imparare a cucire. Gli unici due libri che avevo tolto dal cellofan erano proprio quelli di queste due materie. Eppure non avevo intenzione di mettere la testa a posto, una mattina addirittura arrivò il preside in classe e trovò noi quattro all'ultima fila, sedute con i piedi poggiati sul banco, di cui una mangiava, un'altra ascoltava musica, un'altra ancora rollava sigarette e io che dormivo.
Fece un urlò pazzesco, ma nessuna si scompose,
Andreaw disse:

''E venuto a dirci qualcosa?''

''Si, devo dirvi che siete le alunne peggiori che si siano mai viste in quest istituto e peggiori pure del settore maschile. Siete tutte sospese per venti giorni e tu Roxette, te ne stai a casa per venticinque'' ci diede la notizia che era venuto a portarci.

''Oh finalmente un po' di vacanza'' Dissi io

Se ne andò lasciandomi nella mia ignoranza. Era vero, non c'era mai stata una classe con cinque sospensioni di venti giorni di cui tutte erano femmine.

Quando tornai a casa la mamma si infuriò molto e mi disse che non potevo più uscire. Ma chi si credeva di essere? Io uscivo, uscivo eccome.
 La casa in cui vivevamo era lontana, in campagna e da li a piedi era difficile andare in paese. Dato che la mamma non voleva accompagnarmi per uscire, dopo una lunghissima litigata presi la borsa e me ne andai a piedi. Uscivo ogni giorno da quando avevo conosciuto Paulette, eravamo diventate molto amiche. Era una ragazza bravissima, In paese dicevano tutti che era una poco di buono, infatti la mamma non voleva che ci uscissi per le dicerie sul suo conto, a me non importava, io la conoscevo davvero e non era niente di ciò che la gente descriveva. Anzi era debole, aveva un passato bruttissimo alle spalle, la sentivo vicina.
Lei era stata adotta perché la madre era un alcolizzata e del padre non c'era traccia. Mi stava a cuore la sua storia. Con me si era aperta davvero. Ogni giorno ridevamo a crepapelle, ce ne stavamo tutti i pomeriggi dopo la scuola sedute sulla panchina di una stazione. Mi piaceva stare li a guardare la gente che prendeva il treno, alcuni correvano per non perderlo, altri non ce la facevano e ridevo. Forse standomene li aspettavo qualcuno, aspettavo il mio papà. Ma non arrivava mai nessuno.
Già, mio padre se ne fregava chiamando una volta si e un mese no. Con Jenna, Angel e Sam ci perdemmo di vista, un po per le strade diverse che avevamo intrapreso, ma sopratutto non tolleravano che uscissi con Pulette, così litigammo.
Ci rimasi davvero male, mi ferirono molto, a me sarebbe piaciuto uscire tutte insieme, quando ero li a ridere con la mia nuova amica pensavo a Jenna "chissà come riderebbe lei in questo momento".  Forte come al solito mi rassegnai e le lasciai perdere, anche se dentro di me si formò un vuoto, uno spazio aperto che solo loro, le mie prime vere amiche avrebbero potuto chiudere. 

Eppure mi divertivo, me ne stavo con i miei amici a ridere e scherzare, a noi si erano aggiunti: Hamza un ragazzo marocchino che frequentava il settore maschile della nostra suola, suo cugino Khalid  e Dia un ragazzo senegalese.
Non mi importava di dove fossero, con me erano bravissimi. Molto meglio di quegli italiani con il naso all'insù che avevo incontrato lì.

 Alla mamma dava troppo fastidio vedermi uscire con quei tipi, credeva fossero loro la mia influenza negativa. Non capiva che ero un adolescente complessa, ferita e stavo attraversando i momenti critici di quell'età. A casa tornavo la sera, mi lavavo e andavo a letto senza rivolgere la parola nessuno. La mattina aspettavo l'autobus alla fermata sotto casa per andare a scuola, e il pomeriggio uscivo con Pulette.
Delle volte prendevamo il treno e andavamo a Siena visto che nella nostra città non c'era un bel niente da fare. Naturalmente la mamma non sapeva nulla. La mia amica era libera di andare nelle discoteche, io ovviamente volevo andare con lei. Ricordo che durante l'epifania ci sarebbe stata una serata stupenda e volevo assolutamente andare, giustamente la mamma non voleva, cosi per un mese la implorai e arrivammo ad un compromesso:

''Se porti almeno lo zaino a scuola e possibilmente con i libri dentro ti ci manderò, anche se sono assolutamente contraria''

''Si, certo che lo farò'' Risposi esaltata.
 
Come potevo rifiutare? Per andare in disco questo ed altro.
La serata fu bellissima come avevo immaginato, ballai tutta la sera, anche con qualche ragazzo, ma sopratutto mi ubriacai per la prima volta. Si, avevo già bevuto qualche birra ma non era la stessa cosa, non ricordo che cooktail presi ma era fortissimo, quando mi scendeva giù per la gola lasciava un bruciore e la mente andava per i fatti suoi, Risi tutto il tempo, mi lasciai trasportare dalla musica, fù una cosa meravigliosa anche se non mi reggevo in piedi, ero troppo mal andata. Non dimenticherò mai quella notte. Tornai a casa alle 3 con dei ragazzi appena conosciuti. All'ora prestabilita dalla mamma. Dissi che ero tornata col padre di Paulette. Come no!

Nel frattempo passavano i giorni. Qualche volta nella mente appariva Manuel, mi mancava, non ci sentivamo tutti i giorni ma comunque capitava, stavamo ore incollati al cellulare, gli raccontavo della mia vita disastrata e mi ascoltava senza giudicare, mi consigliava anche se alla fine non lo ascoltavo. Lui mi raccontava della vita in sicilia, tutto continuava a scorrere, ogni tanto usciva con Georgette, ma sapevo che lei odiava quei momenti perché parlare giornate intere di me, gli rendeva la mia assenza ancora più dura. Eppure lui stranamente mi mancava, avevo voglia di abbracciarlo, di lasciarmi andare tra le sue braccia così da spegnere il caos che avevo in testa, però dovevo provare a non pensarci, così cercavo in mille modi di escluderlo dalla mia vita, non rispondevo ai messaggi e alle chiamate, fino a quando non ci sentimmo più .

Uno dei disastri che segnò la mia vita ebbe inizio all'uscita di scuola, quando Paulette mi disse di andare a Firenze così chiamai la mamma

'' Mamma, Oggi non torno a pranzo vado a mangiare da Polly''

''Senti, sei sicura che mangi da lei?''

'' Certo ma.''

Certo ma che non vado a mangiare da lei. Andammo a Firenze, pranzammo al Mcdonald's, ci facemmo le foto, ci divertimmo un sacco, anche se non avevamo fatto chissà che di particolare, io e lei davanti ad un panino, fu una bella giornata.
 Mentre  sedute alla stazione aspettavamo l'autobus per andare a casa, passò una macchina famigliare. Era un amico di Lyam. Merda! Mi avevano appena scoperta, quella era la fine. Non solo disobbedivo sempre, non parlavo mai con nessuno se non per litigare con mamma, non studiavo e ora dovevano pure trovare mentre ''viaggiavo''.

''Cazzo Polly! Come faccio ora?'' chiesi alla mia amica in preda al panico

''Tranquilla scema, non gli dirà nulla'' mi rispose lei in tono per niente convincente. 

Non fu così perché mentre ero sul treno e presi il cellulare trovai quindici chiamate perse dalla mamma. Ovviamente non potevo richiamarla altrimenti avrebbe sentito dalla chiamata dove mi trovavo, così appena arrivai la telefonai e gli chiesi perché mi avesse chiamata così tante volte.

Ma si mise a urlare: ''Dove diavolo sei?''

''Ma perché urli? Sono già le nove se vuoi venirmi a prendere sono alla stazione.''

''Arrivo''

Passarono quindici minuti che mi sembrarono eterni, avevo una paura matta che mi scoprisse. E infatti non appena salii in macchina mi disse:

''Ti hanno vista a Firenze, tu non esci davvero più''

''Ma ma scherzi, non avevo soldi come ci andavo?'' E' vero non avevo soldi ma il biglietto non lo facevamo mai, me ne fregavo delle eventuali multe.

''OK. Tu non esci più.'' Non mi credeva, non aveva più fiducia in me. Non mi parlò per giorni, non mi preparava nemmeno da mangiare e quando usciva per prendere le mie sorelle a scuolami chiudeva dentro a chiave. Stando a secondo piano non potevo uscire dalle finestre. Non andai nemmeno a scuola per un po', perché dato che non mi era permesso uscire  le dissi che la regola diventava valida anche per la scuola, considerato che per andare a scuola dovevo mettere piede fuori, non si oppose per niente,  probabilmente perché aveva paura che scappassi, paura nata durante un litigio in cui le avevo detto che sarei fuggita, e lo sapeva che quando dicevo una cosa la facevo. Infatti una sera aspettai che tutti andassero a letto per rubare le chiavi a mia madre, così la mattina mentre lei sarebbe uscita per andare ad accompagnare le mie sorelle a scuola, sarei scappata.

Presi alcuni vestiti, li infilai a caso dentro ad una borsa e me ne andai. Mi sentivo così sola, piangevo per tutta la strada, non sapevo dov'ero diretta, avevo fame perché per far star male la mamma non mangiavo nulla. Seppi in futuro, che quando lei, quella mattina torno a casa e non mi trovò si mise a piangere e chiamò subito Lyam:

''Cercala, ti prego cercala''

''Quella ragazza e matta, ma perché si comporta così?''

Perché? Forse perché la mamma non mi capiva, non capiva che finalmente avevo trovato un amica e non volevo perderla, anche se lei non la riteneva adeguata a me, non capiva che mi sentivo la figlia sbagliata, quella che non sarebbe mai dovuta nascere, mi sentivo malissimo. Non sapendo dove andare tornai a casa alle nove di sera, l importante era averla fatta spaventare mi dissi tra me  e me. Trovai la mamma sul divano che piangeva, l'abbracciai, e in quel momento mi sentii in colpa davvero ma lei non mi capiva. Litigammo e gli confessai che ero stata a Firenze, la discussione si animò molto arrivando alle mani. Ricordo che Gaia se ne stava in camera sua con le cuffie non voleva sentirci urlare,mentre Denise piangeva, Miriam la portava nell'altra stanza a farla giocare. Che persona schifosa ero diventata?

''Vattene da questa casa, vattene da tuo padre''

A quelle parole piansi da morire, mi sentii indesiderata, ancora una volta rifiutata, persa e distrutta.

Presi il telefono e telefonai a mio padre:

''Papà fammi il biglietto devo venire lì subito''

Mi fece il biglietto la sera stessa per il giorno dopo. La mamma come me era straziata eppure, non cedeva, non pronunciò mai quelle parole che avrei tanto voluto sentire, non mi disse che mi amava, non mi disse che mi voleva con lei. Così un altro varco si apri dentro me. Ma quanti buchi neri può sopportare una persona, quanti prima che diventi un unico immenso vortice oscuro di dolore?

Non volevo patire, ormai mi ero rassegnata a quella vita, non volevo lasciare le mie sorelle, non volevo andarmene proprio ora che avevo trovato degli amici.

Mi mandò via e fu la cosa peggiore che poteva farmi.

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