Capitolo 15
Quante ne stavo passando, quanti limiti stavo superando, quante cose avevo perso,quanti errori e quanti dolori. Non mi riconoscevo più. Per me stavo diventando una drogata, come mio padre. La mattina quando andavo a scuola e non potevo farmi una canna era straziante, andavo fuori di me. Mi innervosivo troppo, era una sensazione orrenda, hai presente quando perdi una persona che vorresti ancora accanto, ma non puoi averla, quello era il dolore che provavo quando non fumavo.
Una mattina a scuola mi sentii malissimo. Avevo un umore pessimo, Georgette con josephine e jenny, due compagne di scuola, si accorsero di come ero ridotta quel giorno e così iniziarono a farmi mille domande durante la lezione, però non resistei più e me ne andai in bagno da sola. Mi accesi una sigaretta, mi appoggiai al muro e scivolai a terra e mi lasciai andare in un pianto sommesso. Le mie amiche non vedendomi tornare in classe, al cambio dell'ora vennero da me, mi abbracciarono e mi consolarono. Avevo i nervi a fior di pelle, tiravo calci alle porte, ero incazzatissima.
L'unica che però fu in grado di capirmi davvero fu Jenny. Mi prese per mano e mi portò fuori in cortile
" Da oggi esci con me, lo so, non siamo grandi amiche ma sono affezionata a te, e vederti stare così, solamente perché non hai una canna in mano è orrendo, stai entrando in un tunnel senza uscita. Io voglio aiutarti"
Mi si sciolse il cuore, non la conoscevo quasi per niente e mi voleva aiutare? Quella che avrebbe dovuto farlo sarebbe dovuta essere stata Georgette, ma lei se ne infischiava alla grande.
Quella giornata di scuola passò e la sera stessa mi chiamò Jenny, io non le risposi, dovevo uscire per fumare, non ce la facevo più. Così io e Meave facemmo ciò che ormai facevamo sempre.
Qualche volta lei andava a tirare quella polvere bianca, io non volevo mai farlo, eppure ogni tanto ci cascavo, e ogni volta giuravo fosse l'ultima.
Jenny mi chiamava sempre e io cercavo sempre una scusa.
Una mattina, in una giornata di scuola come le altre, la mamma di Georgette la chiamò, chiedendo di parlare con me
"Bella mia, oggi vieni a mangiare qui da noi che devo parlarti" sua mamma era una persona meravigliosa, mi aveva sempre avuta nel cuore. Mi chiesi tra me e me cosa dovesse dirmi e accettai l'invito.
Quando fui a casa di Georgette, mi si riempii il cuore, era un po' come tornare a casa mia.
Dopo il pranzo sua madre mi chiese di seguirla al piano di sotto, dove iniziò a parlarmi con il cuore in mano:
" Piccola lo sai che ti voglio bene, che cosa stai combinando? So tutto. Devi smetterla immediatamente, così mi fai arrabbiare, ci tengo molto a te e non voglio che ti rovini la vita così"
Buttai fuori tutto, raccontandogli come mi sentivo mentre piangevo, anche a lei uscì qualche lacrima. Fu un episodio che mi tocco nel profondo. Come poteva quella persona piangere per me? Iniziai a riflettere sulla mia vita, su come la stavo rovinando. Insomma, ancora esisteva qualcuno che si preoccupava per me.
La sera uscii con Meave. Le dissi che dovevamo smettere, dovevamo fumare di meno che ci stavamo rovinando la vita, eppure lei non la prese seriamente.
Qualche giorno dopo mi arrivò la chiamata di Jenny che mi chiedeva di uscire. Pensaii alla mamma di Georgette, a mia nonna inconsapevole di tutto, a mia mamma che mi voleva migliore e così quella sera non andai con Meave.
Jenny si rivelò fantastica, mi raccontò della sua vita, delle sue sofferenze e scoprimmo che la situazione familiare che aveva era identica alla mia. Ci ritrovammo ad essere amiche.
Così lei mi aiutava a venir fuori da quel vicolo cieco, portando un po' di luce nella mia vita e io la aiutavo a parlare e a fidarsi, le offrii il mio cuore.
Non fumare si rivelò difficile, fu uno degli ostacoli più duri da superare. lei mi presento tutti i suoi amici, erano tutti bravissimi e mi accolsero nel gruppo con felicità.
Io e Jenny diventammo inseparabili, passai un estate meravigliosa con tutti loro. Lei era bellissima, occhi azzurri, labbra carnose, capelli neri, altissima e magrissima. Di quel gruppo strano, bello, e privo di pregiudizi, ne faceva parte Garrett, sbadato e molto semplice, sempre col sorriso sulle labbra, poi c'era Victorio, magrissimo e altissimo, anche un po' ingenuo, c'era Lorraine, bassina, bionda e anche lei sempre col sorriso sulle labbra, e con loro molti altri amici. Andavamo al mare, organizzavamo scampagnate, ci riunivamo a mangiare pizza, cose semplici che avrei dovuto fare a quell'età.
Con la scuola mi rimisi in sesto, il comportamento era sempre quello, però riuscii a passare l'anno senza troppi problemi
Mi cercò Georgette, era quasi la fine dell' estate, io non volevo che mi cercasse adesso, solo perché aveva rotto con il suo ragazzo, insomma io ero rimasta sola e lei non si era mai preoccupata, ma nonostante mi avesse ferita duramente io le volevo bene, tanto da abbassare la testa e consolarla, e fu come ritrovare mia sorella, mi era mancata da pazzi, ci raccontammo tutto ciò che non ci eravamo dette da tanto, e così tornammo ad essere l'una per l'altra ciò che eravamo prima. O forse non saremmo mai davvero tornate ad essere quelle di un tempo?
Con la fine dell'estate arrivò anche una bella notizia, la mamma sarebbe tornata a vivere in sicilia e mi avrebbe voluta accanto.
Così agli inizi di settembre, il mese degli inizi, dei buoni propositi e delle promesse, la mia vita cambiò ancora una volta.
Imballai tutte le mie cose, i miei sogni, i miei progetti, i miei ricordi e mi trasferii dalla mamma.
Per un po' le cose sembravano procedere bene, avevo chiarito le questioni in sospeso con mio padre, avevo cominciato ad appassionarmi alla scuola, c'erano materie come l'inglese o scienza dell'alimentazione, che mi facevano amare di più quell'ambiente, o meglio quell'indirizzo scolastico che avevo scelto. Purtroppo capii un po' tardi che non era quello il mestiere che avrei voluto fare da grande, ormai mi ero iscritta, avevo pagato le tasse scolastiche, i libri, gli abbonamenti ai trasporti, o meglio la nonna l'aveva fatto per me, non potevo buttare all'aria i suoi sacrifici, e comunque senza un diploma non avrei comunque concluso niente. C'erano anche dei lati positivi in quell'istituto, ad esempio lo stage del terzo e quarto anno, le gite, le materie interessanti...
Con la mamma capitava sempre più spesso che iniziassimo a litigare, quasi fossimo compatibili solo da lontano. Più il tempo passava, più diventavamo pungenti l'una verso l'altra. Cercavo di pensare però, a cose positive, come ad esempio l'avere le mie sorelle vicine, poter stare con loro in qualsiasi momento, poter essere libera di averle con me.
Così un'altro anno era passato, un po' meno tumultuoso degli altri, ma comunque ancora fatto di pensieri sbagliati e cattivi.
L'estate del secondo anno di superiori ebbi una delusione emotiva, la mia amica Jenny si sarebbe trasferita a Malta con la madre.
Lei che per me era stata un punto fermo, un porto in cui protrarmi in salvo, una boccata d'ossigeno, lei che mi aveva aiutata così tanto, l'avrei persa. Stavolta però mi feci forza, ormai ero abituata agli addii, agli abbandoni, al rifiuto, così riuscii a tenere a freno il dolore.
Per un po' uscii con i miei cugini e la loro cerchia di amici, che piano piano divenne anche la mia. Con loro c'era una ragazza, Felicia, scoprimmo di essere compatibili quando ci rendemmo conto di avere lo stesso spirito di baldoria. Quella ragazza dai capelli ricci e folti, era un uragano di vitalità, mi travolse con se e mi portò attraverso un estate folle. La parola mare era all'ordine del giorno, ci univano insieme alle altre ragazze del gruppo e partivamo con la sua macchina a divertirci in giro, devo ammettere che con lei ricominciai a bere e fumare, però cercai di non farne un vizio, semplicemente una valvola di sfogo, senza superare i limiti.
Come tutte le altre volte, anche quell'estate giunse al termine, anche se sembrò durare più al lungo del solito, finì.
Ritornò settembre, il quale ci permetteva di fare ancora qualche bagno al mare, infatti, il primo giorno di scuola andai col costume, Felicia mi venne a prendere alla fine delle lezioni e andammo in spiaggia a goderci gli ultimi giorni d'estate. Lei sarebbe partita a breve per l'università. Era solo un anno più grande di me, ma aveva seguito gli studi nel modo giusto e adesso si trovava all'inizio di una nuova vita. Anche io ero un po' all'inizio di qualcosa, quell'anno avrei provato il mio primo giorno di lavoro, durante lo stage di fine anno. E' vero, mancavano ancora molti mesi, ma io ero felicissima di allontanarmi da casa per un po', provare a fare le mie esperienze, vivere da sola. Inoltre avrei anche compiuto diciotto anni, il che significava niente più cavolate, niente più alcol o droghe. Significava prendere le proprie responsabilità e farne cura. Così a settembre, a un mese dal mio compleanno, mi iscrissi alla scuola guida per prendere la patente. Chiesi alla mamma di regalarmela al posto della festa, non mi sentivo di festeggiare senza avere entrambi i miei genitori nello stesso posto.
Eppure quel giorno lo ricordo con grande felicità, mi stavo preparando per uscire, quando mi venne a prendere Felicia, ricordo che in casa non c'era nessuno la sera, mi chiesi perchè, ma l'avrei scoperto più tardi, quando Felicia avrebbe imboccato quella stradina di campagna che conoscevo bene.
''Ma da qui si va in campagna di mia nonna'' esordii io.
''Si, devo passare a prendere tuo cugino, viene con noi a bere qualcosa'' rispose lei.
In quel momento ero un po' perplessa, ma non feci altre domande, fin quando non sentimmo il tintinnare di alcune bottiglie sul cofano.
''Cosa è stato?'' chiesi ancora più dubbiosa.
''Niente, sono stata a comprare alcune bottiglie di salsa al pomodoro a mia mamma per domani'' mi disse Felicia
Anche sta volta non feci domande perchè ci trovammo difronte alla casetta di campagna.
Le luci erano spente e così iniziai a domandarmi, come mai mio cugino ci stesse aspettando al buio.
''Che facciamo? Scendiamo? Andiamo a controllare se va tutto bene?'' Mi domandò allarmata Felicia
''No, va tu. Non mi va'' Risposi io.
''Dai, conosci la campagna meglio di me, scendi e fammi compagnia, da sola ho paura''
Cosi aprii lo sportello e m'incamminai verso la porta, quando notai che era già aperta, la spinsi con un piede. Sentivo solo silenzio, così iniziai a chiamare mio cugino, intanto accendevo la luce. Appena la stanza s'illuminò saltarono fuori tutti i miei amici cantandomi la canzone degli auguri.
Fu un attimo, eppure mi spaventai, eppure subito dopo qualche secondo il mio sorriso andava da un orecchio all'altro. C'erano i miei cugini, sia dalla parte di mamma che di papà, il che mi rese ancora più felice. Ero cresciuta con loro e vederli riuniti per me mi riempì il cuore di gioia. C'era mia sorella e lì capii che in casa, prima, non c'era nessuno nessuno perchè erano venuti ad accompagnare lei. C'era altri amici, il gruppo dei miei cugini, che ora era anche il mio.
Dopo aver ringraziato tutti, e averli rimproverati per aver fatto quella festa, quando avevo chiesto espressamente di non fare nulla, iniziammo a bere con la musica altissima e da lì ho ricordi frammentari degli eventi della serata, ad esempio ricordo panna sparsa in faccia, torta appiccicata ai muri, bottiglie vuote e sorrisi enormi.
Non mi sarei mai aspettata una cosa del genere, e ringrazio tanto i miei amici per aver reso quel giorno indimenticabile, l'unico al momento che ricordo con felicità.
Arrivò il momento in cui Felicia sarebbe partita, ci salutammo e ci promettemmo di rivederci presto.
La vita continuava, io uscivo sempre meno, mi concentravo sulla scuola e sulle mie sorelle, questo però mi portava a stare sempre più a stretto contatto con la mamma, il che implicava maggiori litigate. A volte per evadere andavo qualche giorno a trovare Felicia, mi rinchiudevo nella mia camera, ascoltavo musica, facevo quello che potevo.
A scuola ci preparammo per partire per lo stage, che si sarebbe tenuto da giugno a luglio, un mese di puro relax, non vedevo l'ora. A me fu assegnato un hotel a Porto rosa, Messina, insieme a due compagne di classe che ormai erano diventate amiche. Non vedevo l'ora. Anche se stavamo partendo per lavorare, avremmo vissuto un esperienza tutta nuova.
E così fu. Arrivate lì ci assegnarono la nostra stanza, era enorme, l'hotel aveva cinque stelle, il che significava vero e proprio lusso. La nostra camera era fantastica, aveva un balconcino in cui ci riunivamo la sera con tutti gli altri ragazzi che erano partiti con noi, un letto enorme in cui dormivamo tutte e tre, un bagno bellissimo compreso di vasca. Avevamo il mare a due passi da noi, ci saremmo potute andare in qualsiasi momento. Come professore che ci seguiva, ci capitò il migliore di tutti, il più giovane, il più libero, divertente, simpatico, cordiale, stravagante, apprensivo e comprensivo. Non ci stava sempre addosso e noi ovviamente cercavamo di mantenere quella fiducia che ci aveva dato.
Il posto non era grandissimo eppure era di una bellezza straziante, quasi malinconico.
Conoscemmo molte persone, alcuni erano stagisti come noi, altri lavoravano li, altri ancora erano turisti. Ebbi anche una piccola storiella con un ragazzo, Lucas, lavoravamo insieme al bar e ci divertivamo fuori. Purtroppo lui dopo qualche settimana cambiò villaggio dopo aver avuto qualche battibecco con la capo bar. Devo dire che lui avesse ragione, lei era una vera arpia, un po' come tutti i capo sala degli altri reparti. Tra reception, cucina, bar, animazione ci erano capitati degli educatori davvero cattivi, tanto che io arrivai a prendermi qualche giorno di sospensione dal lavoro, sempre per la mia solita testa calda. Alla fine non venivo pagata, quindi mi importava relativamente.
Ricordo e ricorderò sempre quell'esperienza con gioia, tutte le persone conosciute lì, l'amicizia che instaurammo con le mie compagne di stanza, sopratutto con Danna, una di quelle amicizie destinate a durare nel tempo anche a distanza di tempo e paesi diversi. Fù una di quelle esperienze che custodirò sempre con gelosia nel mio cuore, una di quelle esperienze che ti fanno rivalutare tanti aspetti della vita e ti insegnano a crescere e sorridere.
Quando finì e arrivò il momento di salutare tutti mi piansi tanto e lasciai un piccolo pezzettino del mio cuore in quel posto meraviglioso.
Tornare a casa fu pesante, cambiare gli orari e i ritmi che avevo preso durante quei mesi fu un po' brutto ma ci riuscii e in un baleno tornò settembre.
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