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A gyűlölet csak gyűlöletet (nem) érdemel

https://youtu.be/HCNtL-c8tag

Tebaldo correva, correva veloce, correva lontano. Voleva fuggire, nascondersi dove nessuno l'avrebbe visto, dove non avrebbe dovuto celare il mostro che era diventato. Sentiva le dita appiccicose, mentre un liquido denso e caldo gli sporcava le mani e le vesti. Aveva paura di voltarsi, vedere se qualcuno lo stesse seguendo, aveva paura di ricordare, rivivere ciò che aveva fatto solo pochi minuti prima. Il vento accarezzava i suoi lunghi capelli, scuri come l'oscurità della notte che lo circondava, come volesse calmarlo, consolarlo. Ma cosa mai poteva alleviare la sua angoscia, cosa mai avrebbe potuto placare il ricordo, il rimorso, come poteva dimenticare ciò che le sue mani avevano fatto?

Voleva dare il buon esempio, lui, voleva allontanare dalla propria famiglia tutti i vizi e le tentazioni. Tebaldo odiava i disordini, odiava chi non rispettava le regole, odiava quegli scalmanati dei Montecchi, odiava la loro vita fatta di gioia e trasgressione. Odiava le loro risate, che risuonavano beate ogni sera per le strade dell'intera Verona, odiava i loro canti ed il loro modo di praticare l'amore. Pensandoci bene, forse, quello verso i giovani Montecchi non era odio. Forse... forse era solo pura e cieca invidia. Romeo aveva tutto ciò che lui non aveva, tutto ciò che lui desiderava. Aveva una famiglia solida ed unita, aveva l'affetto di chi gli stava attorno, aveva una vita priva di responsabilità, libera, una vita felice fatta di lussi e gioie. Odiava Romeo perché era quasi tutto ciò che lui stesso desiderava essere. Solo una cosa mancava a Romeo, qualcosa che entrambi desideravano ardentemente: una donna. Correva Romeo alla ricerca dell'amore, bello e stimato com'era, e dove lui passava schiere di fanciulle crollavano ai suoi piedi a contendersi il bel rampollo dei Montecchi. Romeo cercava una donna, la cercava tra la massa e desiderava solamente la più bella di quelle che gli si presentavano. Tebaldo no. Tebaldo, fin da piccolo, conosceva già la dama più bella della città, la più prestigiosa e pura. Tebaldo amava una donna, una sola e nessun'altra, ma, per quanto la desiderasse, sapeva di non poter averla. Sua cugina, che era giovane e splendente come il sole, la meravigliosa ed intelligente Giulietta, era la sua unica ragion di vita. E Romeo, che tra molte poteva scegliere, mise gli occhi proprio sulla sua tanto amata dama. E quella, che troppo innocente era, s'era fatta attirare da lui ignorando tutti gli attriti che correvano tra le loro famiglie. Tebaldo, che non poteva averla per sé, la vedeva correre dietro a quel vanitoso giovane figlio della famiglia che lui, fin da piccolo, aveva imparato ad odiare. Voleva aiutarla, lui, allontanarla dalla lussuria che Romeo andava cercando, voleva mantenerla bella e sacra come desiderava.

Pensava che uccidere fosse più facile, se si è spinti dall'amore. Pensava che impugnare la lama e lanciarsi contro un nemico fosse una cosa di grande prestigio, che oltre alla donna della sua vita gli sarebbe fruttato anche grande onore. Eppure uccidere Mercuzio lo aveva distrutto completamente. Inizialmente non ci credeva, magari neppure aveva capito. Aveva sentito qualcosa scontrarsi contro la lama del coltello, ma non gli era chiaro cosa. Gli sembrava così strano aver trafitto qualcuno, non pensava di aver recato tale danno al nipote del principe. Quando sentì poi il sangue caldo del giovane nemico sporcargli le mani non poté far altro che comprendere. Si voltò verso Mercuzio e vide i suoi occhi perdere la loro solita vitalità in pochi attimi, l'azzurro delle sue iridi spegnersi e farsi più grigio e cupo, mentre una macchia di sangue cominciava a dilagare sul suo petto. Tebaldo non voleva fare del male, infondo. Era abituato a scontrarsi con lui quasi ogni giorno, spesso erano volate tra i due pesanti minacce, ma mai erano giunti a farsi del male in quel modo. Sperava che Mercuzio cominciasse ad urlare, a ridere, sperava cominciasse a far chiasso e a sputargli contro fantasiosi insulti con il sorriso stampato sulle labbra. Rivoleva il Mercuzio invincibile e scatenato, il Mercuzio che nulla temeva, neppure la morte stessa, che rideva del presente ed ignorava il futuro. Ma quel giorno sentì la risata del leggendario beffeggiatore dai capelli rossi farsi più flebile negli ultimi suoi istanti di vita. Mercuzio lo fissava, con la mano tremante premuta sulla ferita, confuso quasi quanto lui. Era tutto un gioco per lui, lo era sempre stato. Gli insulti, le minacce, riceveva e rinfacciava sempre col sorriso sulle labbra. Mercuzio non è mai stato serio, amava giocare, scherzare, prendersi gioco di tutto e tutti, essere sempre al centro dell'attenzione. Non credeva che, da un gioco, potesse scaturire in qualcosa di tanto grave. Non si capacitava che, nonostante lui si fosse divertito fino alla fine, quello scherzo gli stesse costando la vita.

Tebaldo cercava solo di fuggire, temeva la rabbia del principe, temeva la vendetta dei Montecchi, temeva le malelingue del popolo e la paura dei suoi. Improvvisamente Tebaldo era più solo di quanto lo fosse mai stato. E correva, piangeva, cercava di nascondersi lontano dalle fiaccole. Voleva salire in groppa al suo destriero, una volta giunto a casa, e poi sparire dalla memoria della città intera. Avrebbe cercato rifugio dai monaci, magari si sarebbe fatto frate, voleva dimenticare tutto ciò che era stato. Dimenticare di essere un Capuleti, dimenticare l'odio, il sangue, gli occhi morenti del suo eterno nemico. Voleva dimenticare tutto, perfino Giulietta. Era sporco, lui, marchiato dal sangue di una vittima innocente, Giulietta non meritava un assassino al suo fianco.

Giunse nel cortile della magione dei Capuleti, con la pelle umida di sudore e le vesti di un rosso scarlatto, e silenziosamente si avvio verso le stalle. Muoveva passi lenti, quasi tratteneva il respiro pur di non farsi notare, pur di non mostrare a nessuno in casa il crimine che lo marchiava. Le lacrime bruciavano sulle sue guance, i singhiozzi quasi lo soffocavano, ma lui li sopprimeva in gola, vagando nel silenzio della sua vergogna. Sollevò lo sguardo verso il balcone della sua amata cugina, nella speranza di scorgere la sua armoniosa figura un'ultima volta. Le tende di lino bianco lasciavano intravedere ben poco della stanza della bella giovane, ma Tebaldo, disperato, rimase in attesa qualche attimo, sperando che la luce della luna lo beasse della vista di Giulietta. Ma la luna non ebbe pietà del povero Tebaldo, e colpì la sua coscienza mostrandole la seconda donna più importante della sua vita: la sua nutrice. Era una signora di una sessantina d'anni, paffuta e dalle guance costantemente tinte di un piacevole rosa. Piccola, ma forte come un eroe greco, aveva allevato dapprima lui, poi sua cugina. Se Tebaldo poteva dire di aver conosciuto l'amore in vita sua è proprio grazie alla nutrice.

Da piccolo Tebaldo non era mai stato cattivo, anzi. Era sempre stato più piccolo degli altri bambini, esile e magro come uno stecchino, e non amava la vita in strada. Le risse, le liti, non facevano assolutamente per lui. Non amava neppure giocare con gli altri bambini, non voleva fingersi cavaliere, impugnare una spada di legno e far finta di lottare. Stava in disparte quanto più poteva e trovava sempre qualcosa d'interessante da fare in solitudine. E fu in quel periodo che iniziarono gli asti con Mercuzio. Lui ed il nipote del principe avevano la stessa età, qualche anno più grandi dell'aitante Romeo, e i signori Capuleti non esitarono a spingere il figlio a stringere un legame con lui, parente del capo supremo dell'intera Verona. Ma i due erano diversi e tale diversità sfociava spesso in guai per entrambi. Mercuzio, che fin da bambino era stato insolente e provocatorio, s'impegnava ad essere per Tebaldo un'eterna fonte di nervosismo. Lo stuzzicava, esattamente come l'aveva stuzzicato fino all'ultimo suo secondo di vita, lo provocava e lo derideva. Mercuzio, giovane e valoroso aspirante guerriero, si vantava con lui delle sue abilità con la spada, mettendo in dubbio perfino la stessa virilità del piccolo Tebaldo. E col tempo, mentre l'insolenza del piccolo dai capelli di fuoco si faceva più viva, il povero moretto prese a covare in sé ansie e dolori che non aveva modo di sfogare. In casa i suoi genitori alimentavano odio e violenza nel focolare della famiglia Capuleti e, fino alla loro morte, Tebaldo fece sue tutte le loro malate idee di odio e intolleranza. Quel giorno Tebaldo lasciò uscir fuori tutto il suo dolore e, brandita l'arma, s'era vendicato della sua cruda ed infelice infanzia. Sul petto di Mercuzio aveva aperto una breccia, esattamente come, metaforicamente, era stato fatto a lui stesso durante l'infanzia. Doveva sentirsi fiero del suo gesto, svuotato del peso di anni passati a soffrire, eppure piangeva, piangeva silenziosamente e non riusciva a fermarsi.

L'amore l'aveva conosciuto a casa degli zii, dopo la morte dei genitori, stretto tra le braccia della sua nutrice. L'amore lo aveva conosciuto ogni volta che commetteva un errore, ogni volta che dava in escandescenza e si metteva nei guai, quando tutti lo sgridavano e gli rendevano rossa la faccia di schiaffi. La nutrice lo prendeva per mano e lo portava lontano dagli zii, lontano dai cugini e dai parenti. La nutrice lo abbracciava e gli baciava la fronte, la nutrice rideva con lui alle spalle di Mercuzio, deridevano assieme l'inadeguatezza delle sue provocazioni, la nutrice lo ascoltava e lo faceva stare bene. Lei, che con gli adolescenti aveva avuto molto a che fare, s'impegno a spiegargli la differenza tra bene e male, tra vendetta e dialogo, tra guerra e pace, s'impegno a renderlo una persona amabile, pacifica, il contrario di quanto i genitori avevano pensato per lui. Tebaldo la fissava da lontano ed improvvisamente il sangue che lo macchiava si fece incandescente ed acido, bruciandolo fino infondo al cuore. Non aveva capito nulla dei suoi insegnamenti, il povero Tebaldo, e aveva fatto della vendetta la sua maestra, ignorando l'amabile nutrice. Aveva sbagliato, mai più avrebbe avuto il coraggio di guardare in faccia la sua saggia nutrice. Aveva sbagliato, e scappare non gli sarebbe servito a nulla. Perché, ovunque si fosse rifugiato, lo sguardo dell'anima di Mercuzio l'avrebbe tormentato, ma non avrebbe più avuto la nutrice a consolarlo e a ridere al suo fianco. La vendetta lo aveva reso vuoto di tutto, non solo dei dolori, ma perfino della poca felicità che aveva. E ormai non aveva più via di scampo, neppure la morte avrebbe salvato la sua anima, marchiata dal peccato supremo dell'omicidio. Tebaldo crollò a terra, infine, levando interiormente un urlo disperato, in cerca di pietà, di una mano dal cielo.

- Maestà, sta per caso piangendo?- quando al rampollo dei Capuleti sembrava essere stato dimenticato perfino dal suo stesso Dio, una voce si levò alle sue spalle lì dove, fino a qualche attimo prima, non vi era nessuno. Tebaldo si voltò ed una risatina divertita riempì il silenzio della notte, mostrando una figura confusa comodamente appollaiata sul muretto che circondava il cortile della magione. – Vigliacco acchiappa topi.- la voce proseguì con tono tanto provocatorio quanto sprezzante, imitando con aria di scherno il miagolio di un gattino. – Miao, miaooo.-

Tebaldo, con gli occhi velati di lacrime, scorse la sagoma biancheggiare in lontananza, vaga e quasi impercettibile, mentre il suono della sua risata prese a risuonargli nelle orecchie in un loop infinito. Che fosse un'allucinazione o un segno divino, quella spregevole risata gli lacerò l'anima, già martoriata dal dolore del suo peccato. Sapeva di aver sbagliato, d'essere ormai dannato, un criminale da punire, sapeva di essere una persona orrenda, non aveva certo bisogno di lui per ricordarselo. Si premé le mani contro le orecchie, cercando di allontanare da se quell'insistente risatina, prendendo a singhiozzare disperato, sussurrando in vano preghiere in nome di Dio. La figura si azzittì e rimase a fissare il disperato assassino qualche attimo. Dopo di che si sollevò, levitando a qualche centimetro da terra, avvicinandosi con fare quasi minaccioso al disgraziato che gli aveva strappato via la vita. Giunto davanti a lui il vago fantasma cominciò a prender forma e, avvolto da un alone di luce evanescente, apparve davanti agli occhi di Tebaldo il ghigno di sfida di Mercuzio, mentre i capelli color del fuoco parevano dargli un'aria quasi demoniaca. Il Capuleti sussultò e cadde all'indietro, trattenendo un urlo di puro terrore. Mercuzio riprese a ridere di cuore, una risata che di divertimento ormai ne aveva ben poco. Il fantasma del valoroso congiunto del principe pareva disperato quanto il suo assassino. Gli occhi, vuoti ormai di ogni segno di vita, erano colmi di lacrime che l'insolente rosso non voleva mostrare al nemico. La sua voce, la sua risata, parevano rotte, distrutte, sembrava voler urlare, Mercuzio, invocare la vita che gli era stata tolta. Voleva stringere le mani attorno al collo di Tebaldo, il furente Mercuzio, ma non possedeva più un corpo e la sua presenza certo non avrebbe ferito minimamente il suo assassino. Tebaldo tremava, fissava la sua povera vittima e cercava di indietreggiare, di sfuggire a quel suo sguardo spietato e sofferente, cercava di allontanare le sue colpe disperatamente, sussurrando suppliche e preghiere, spaventato e disperato.

- Piange, il Re. Piange! Piange!- Mercuzio allargò il proprio sorriso, con sguardo provocatorio, desideroso di umiliarlo come aveva fatto lui poco fa, uccidendolo senza pietà. – E perché piange?- gli occhi di ghiaccio del rosso erano fissi su quelli del piangente Capuleti, sembravano dilaniarlo con la loro freddezza e rabbia, voleva farlo impazzire con la sua presenza. – Vigliacco! Gatto! – Mercuzio allungò le mani verso il suo nemico, ma queste lo attraversarono completamente, essendo il poveretto ridotto ormai ad un'impercettibile presenza.

Tebaldo trasalì, sentendo quelle mani entrargli dentro come a volergli sconvolgere ancor di più l'anima. Il Capuleti scattò in piedi, fissò l'anima della sua vittima, cercando di pulirsi via il suo sangue dalle mani. Ansimava, terrorizzato, con gli occhi fissi su quelli gelidi di Mercuzio infuriato e distrutto. Si voltò e cerco di fuggire verso la città, Tebaldo, ma lo spirito del suo eterno nemico gli si materializzò davanti con un ghigno quasi crudele.

- Buu!- gli urlò lo spirito, Tebaldo si voltò di nuovo e fece per raggiungere le stalle. – Codardo.- Mercuzio si riportò davanti a lui, sorprendendolo una seconda volta con la sua risata incessante. Tebaldo cadde, si rialzò, e corse verso il cortile posteriore nel panico più totale. – Assassino.- Mercuzio sembrava essersi stancato di scherzare, di rincorrerlo come fossero tornati ragazzini. Sapeva, aveva capito, che Tebaldo lo temeva, temeva la sua condanna, temeva il gesto che aveva compiuto, si vergognava di sé stesso. Voleva ferirlo, arrestare la sua fuga, rinfacciargli il suo peccato, il male che gli aveva fatto, farlo soffrire come lo aveva fatto soffrire lui. Lacerarlo come aveva fatto la sua lama. E ci riuscì.

Tebaldo arrestò la sua disperata fuga, strinse i pugni e serrò gli occhi per trattenere le lacrime. Non desiderava umiliarsi ancora, il sangue che lo sporcava era già una vergogna da solo, così continuava a soffocare disperatamente i singhiozzi. Mercuzio era soddisfatto del suo lavoro, soddisfatto di vedere la vergogna nei suoi occhi, soddisfatto per averlo fatto soffrire. Non doveva avere pietà, come Tebaldo non ne aveva avuta per lui.

- Cosa vuoi farmi?- balbettò rassegnato il Capuleti, concedendosi ormai a quella tremenda tortura psicologica che era il ricordo di Mercuzio. Il sorriso del rosso gli morì tra le labbra e divenne improvvisamente serio, come non lo era mai stato in vita. Tebaldo non aveva mai visto quell'espressione decisa sul viso del nemico e, oltre ad esserne spaventato, sembrava quasi esserne attratto.

- Voglio prenderti,- cominciò il rampollo della famiglia reale. – strapparti come carta, accartocciarti e poi bruciarti nelle fiamme dell'inferno.– se quelle parole gliele avesse riferite in vita, e si erano spesso scambiati parole del genere, avrebbe usato un tono ben diverso da quello serio ed intimidatorio che lo spirito aveva adottato. Avrebbe riso, il Mercuzio che lui conosceva, urlato, fatto smorfie ironiche e di cattivo gusto, l'avrebbe deriso e provocato. Ma l'anima del rosso non cercava sfida, non cercava una risposta da parte di Tebaldo e non voleva scherzare. Per la prima volta le minacce di Mercuzio erano vere, serie, mosse dalla rabbia più profonda e dal dolore di chi aveva visto morire tutti i propri sogni in un attimo. Tebaldo chinò il capo e accennò un sorriso spento e vuoto.

- Forse me lo merito...- Tebaldo con lo sguardo perso nel nulla tremava irrimediabilmente, strofinando le mani contro le proprie vesti convulsamente, in un disperato tentativo di togliersi quel marchio dal corpo.

- Forse?- Mercuzio sollevò un sopracciglio irritato, serio, accennando nuovamente, però, il suo inguaribile ghigno. Sapeva di aver ragione, amava aver ragione.

- Me lo merito.- Il Capuleti annuì, per poi sollevare il capo, fissando inerme la sua invincibile vittima. Si era arreso, il grande ed orgoglioso Tebaldo. Si era arreso all'immortale forza del suo eterno avversario e aveva accettato il suo essere vinto e vile.

- Comunque non si toglierà.- Mercuzio si tolse la giacca di pelle che indossava durante il loro duello e gli mostrò la camicia candida. Poco sotto l'altezza del petto era macchiata da una grossa chiazza rossa, lacerata, strappata e eternamente rovinata. – Non pensare sia così semplice, Tybalt.- il giovane spirito si voltò, cercando di nascondere le lacrime che presero a scendergli sul viso. Nessuno l'aveva mai visto piangere e di certo non voleva mostrarsi debole agli occhi del suo stesso assassino. Mercuzio amava la vita, aveva sogni e speranze, desideri di pura trasgressione, voglia di divertimento. Non era pronto per morire, non voleva morire. E vedere quella macchia sul suo corpo, sapersi ormai morto e dimenticato era per lui un dolore insopportabile. Aveva visto, prima di giungere da Tebaldo, il suo caro Romeo cingere il suo stesso corpo esanime tra le braccia, invocando il suo nome disperato. Mercuzio aveva visto il proprio cadavere sbiancare e divenire orrendo e spento. E capì che, oltre ad aver perduto i suoi sogni, aveva anche condannato i suoi cari ad una vita di dolori. Mercuzio piangeva come un ragazzino capriccioso, ma Tebaldo non doveva vedere quella sua fragilità.

- Portami con te.- incalzò il moro, sollevando lo sguardo verso il cielo. Non ci sarebbe certo stato spazio per lui tra le stelle, accanto ai santi e agli uomini giusti. Sarebbe marcito negli inferi, esattamente come desiderava il suo nemico, ma preferiva la sorte dell'anima dannata a quella del criminale in fuga. Il ricordo, il rimorso, l'avrebbero tormentato in eterno, in qualsiasi monastero si fosse rifugiato. Era molto meglio, e gli avrebbe fruttato molto più onore, crepare come il bastardo che era e addossarsi le proprie responsabilità nella terra dei demoni.

- No. – Mercuzio, ancora voltato, prese ad alzare la voce, come se stesse ancora intrattenendo i suoi compagni Montecchi in un discorso incoraggiante contro la famiglia nemica. – Tu devi pagare. – ormai il rosso, finite le lacrime, decise di voltarsi col suo sorrisone colmo di insolenza. – Romeo stringe il mio corpo, Tybalt. Anche lui merita vendetta.- Mercuzio s'avvicinò a Tebaldo, lasciando che i loro visi fossero divisi da soli pochi centimetri, fissandolo dritto negli occhi con sguardo indecifrabile. Rabbia, soddisfazione, pietà per i suoi amici in lutto, ma anche un certo rispetto per il suo assassino che pareva essere davvero pentito delle sue colpe. Tebaldo capì e deglutì.

- Fa male morire? – Tebaldo balbettò, ma non distolse lo sguardo dagli occhi di Mercuzio. Aveva paura della morte, ma era ormai deciso ad accoglierla, pronto a patire ogni sua piaga pur di espiare quella sua atroce colpa. Voleva essere pronto quando la morte sarebbe giunta, tra le mani del furente Romeo, a riscuotere la sua anima.

- Quasi...- il rosso esitò, premendosi una mano contro la ferita. Bruciava, si, ma quando vide il mondo attorno a sé cominciare a farsi più confuso smise di badare a quel fastidioso dolore. – Non te ne rendi neppure conto.- sorrise, infine. Un sorriso amichevole, privo di quella solita e fastidiosa nota di sfida che lo aveva sempre caratterizzato. – Ti perdono, comunque. – e detto ciò lo spirito si voltò nuovamente, nascondendo agli occhi di Tebaldo la confusione che lo affliggeva. Era felice, lo spirito, perché il suo assassino aveva deciso di rendergli giustizia da sé, era felice perché quello che era un nemico, colui che gli aveva strappato la vita, si era dimostrato comprensivo, infine. Un amico.

- Aspettami.- Tebaldo sorrise, si asciugò le lacrime e diede un'ultima occhiata al balcone di Giulietta. La nutrice era ancora lì, a sistemare le lenzuola, e non si era accorta di lui. Tebaldo le lanciò un bacio, poi corse via verso la piazza dove giaceva il corpo del suo nuovo amico e Romeo bramoso di vendetta. Stava andando consapevolmente incontro al suo destino, sentendosi finalmente libero da ogni sua colpa.

Mercuzio era già svanito nel buio della notte e lo attendeva dall'altra parte, pronto ad accoglierlo tra le stelle e vegliare assieme a lui su Giulietta e Romeo.


***Angolino della ME medesima***
Qui trovate la canzone d'inizio capitolo con i sottotitoli in inglese. :3

https://youtu.be/0vRxmFCRrPg

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