Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

La Sacerdotessa di Hestia

La Sacerdotessa di Hestia

Questa storia ebbe origine diversi secoli or sono, quando i sovrani della città di Hestia si accordarono per un contratto di pace con il regno confinante contro cui, da tempo immane, combattevano per allargare i propri domini.

Ma, per capire il perché di quella scelta così significativa e di quello che avvenne dopo, dovrei fare prima una panoramica della situazione e del reame degli Dei.

Al nostro mondo é collegata una porta segreta a cui si può accedere da sempre all'Olimpo. Il regno degli Dei Greci e Romani é bellissimo, stupendo, strepitoso... e potrei trovare, e inventare, altri tremila vocaboli da usare per descriverlo, ma nessuno di questi gli darebbe giustizia.

Il cielo é sempre di un meraviglioso porpora che di notte cede al posto a un incantevole color borgogna circondato dagli Virlus, piccole creature simili a lucciole, ma che emanano una luce argentea, che, volando ad alta quota, danno un bellissimo effetto brillantinato al cielo. E poi, la Luna, che la stessa Artemide fa comparire solo per gli abitanti del loro mondo, riesce a dare a quel luogo, di notte, un'atmosfera rilassante e tranquilla.

Per quanto riguarda i regni a cui avevo accennato all'inizio, ce n'é uno per ogni Dio Greco e Romano. Per esempio, Zeus ha il reame più grande di tutti che si trova a nord del Monte Olimpo, quest'ultimo é situato proprio al centro di tutto quel mondo. Tuttavia, i regni di cui ci importa sapere qualcosa, sono due: quello di Hestia, la Dea del focolare, e il regno di Hermes, il Dio dei ladri e viandanti.

Il primo era parecchio semplice, proprio come le Polis greche. Il secondo, invece, era più simile a quelle romane.

Nella città di Hestia vi era una famiglia, quella principale, che si poteva quasi considerare reale, che si diceva fosse stata scelta dalla Dea stessa e che, perciò, discendesse da lei (ovviamente era impossibile che discendesse veramente dalla dea, siccome essa ha fatto un voto di castità).

Secondo la legge di quella città, che invece, al contrario del suo aspetto, era piuttosto differente da quella delle antiche Polis Greche, c'era un solo capo, posto sotto la Dea, e lui era il suo più vicino sacerdote. Esso poteva avere dei figli solo in caso non avesse fratelli o sorelle che avrebbero potuto continuare la progenie per lui.

Asterios era, all'epoca, il capo della dinastia di Hestia e, oltre ad essere il suo più importante sacerdote, era anche il capo della prima famiglia di quel regno. Infatti, suo fratello maggiore era perito quando aveva appena undici anni e, non avendo avuto altri fratelli, gli era stato concesso di continuare la dinastia.

Dunque, si era sposato con una bella donna del suo popolo, Agnes, e aveva avuto due figli con lei: Hektor, il maggiore che avrebbe continuato la stirpe, e Helena, che avrebbe pensato a servire come sacerdotessa di Hestia per tutta la vita.

O almeno, questi erano i piani per i suoi due discendenti.

Essi cambieranno un giorno, lo stesso in cui ebbe veramente inizio questa storia. Era il giorno in cui sarebbe stato firmato un trattato di pace tra la città di Hestia e quella, che si trovava al confine, di Hermes.

Asterios non era per nulla felice di quella scelta, benché fosse stata una sua idea. Sua moglie provava a convincerlo che l'aveva fatto per proteggere il loro popolo, tuttavia, l'uomo era restio all'idea di dover dare tantissimo oro, argento e grano ai suoi peggiori amici. Gli stessi che avevano ucciso il fratello quasi vent'anni prima.

-Papà, mamma, che succede?- la nostra protagonista fece la sua comparsa. Allora, aveva poco più di sette anni ed era una piccola bambina che passava gran parte del suo tempo immersa nello studio e in tutto quello che le sarebbe servito per essere una buona sacerdotessa. Purtroppo i giochi e lo stare tra gli altri bambini non erano inclusi.

Il padre accennò un sorriso e le passò una mano tra i capelli rossi. -Torna a studiare. Noi torniamo subito- le disse, sembrando più convinto. In fondo, faceva tutto ciò anche per la sua famiglia.

-Caro, andiamo- Agnes sorpassò i due e si avviò verso l'uscita.

-Papà... mamma non mi vuole bene...?- sussurrò la piccola con gli occhi lucidi.

La moglie di Asterios era una donna molto dura e tendeva a non mostrare molto affetto ai figli, usando la scusa che ciò servisse a rafforzarli e formare una donna e un uomo forti e indipendenti. A lui, questo, non piaceva, tuttavia lo accettava e spesso spalleggiava. -Sì, ti vuole bene. Sai che é fatta così... un giorno la capirai- le rispose, provando a sembrare più caloroso di Agnes e non gli risultò per nulla difficile.

La piccola Helena abbracciò il padre e annuì, sicura che un giorno sarebbe diventata una donna forte quanto sua madre ed allora, finalmente, l'avrebbe capita.

La piccola bambina dai capelli scarlatti e gli occhi ambrati, uscì saltellando dalla stanza dei suoi per poi incontrare il fratello maggiore, Hektor. Al contrario di tutti gli abitanti del regno di Hestia che avevano i capelli di diverse sfumature di marrone, o i reali, da cui discendeva da parte di padre, che li avevano rossi, il ragazzo aveva dei ricci capelli corvini e due penetranti occhi grigi. E nessuno nel regno di Hestia aveva gli occhi chiari o semplicemente diversi dal marrone, seppur in tutte le sue sfumature.

Per non parlare di figli misti, era proibito sposarsi con qualcuno al di fuori del proprio regno di nascita. Chiunque avrebbe provato ad avere un erede di due regni differenti, sarebbe morto. Perciò era impossibile che qualcuno, nel regno, avesse potuto avere una caratteristica tipica di un altro regno.

Beh, secondo tutti, Hektor era uno scherzo della natura, o una punizione di Hestia per qualche loro crimine. -Sorellina, dovresti studiare- le disse sorridendole dolcemente.

Il maggiore aveva un dolce cuore che nascondeva dietro a tanta timidezza. Era un amore. -Hek!- esclamò la bimba saltellando allegra, facendo sembrare impossibile che solo qualche minuto prima fosse sul punto di piangere. -Mamma e papà escono. Non vai con loro?- domandò.

Il ragazzino di soli dodici anni scosse la testa. -No.- Si guardò intorno e prese la piccola per mano. -E se andassimo a giocare in città?- le propose, impacciato e temendo un po' una sfuriata di sua madre per quella marachella.

-Sì!- urlò la piccola saltellando, pimpante. Di solito doveva tormentarlo per ore per giocare fuori, ma quella volta non aveva neanche dovuto aprir bocca. -É davvero una bella giornata, fratellone- gli disse, sorridendo e mettendo in vista la dentatura con qualche dente mancante qua e là, tipica di tutti i bimbi alla sua età.

Di soppiatto, e dopo essersi messi qualcosa che dava meno nell'occhio, i due bambini scapparono dalla loro casa e finirono presto in un mercato all'aria aperta che veniva fatto dall'alba fino al tramonto, ogni giorno. Corsero fino ad arrivare a un piccolo strato di terra, sgombro, dove stavano giocando alcuni bambini.

Helena corse da un gruppo di due femminucce e tre maschietti che, a turno, cavalcavano una lunga canna. -Posso unirmi?- domandò, senza alcuna esitazione. Il fratello maggiore se ne stava in disparte a mangiare una mela e guardarla. Voleva un mondo di bene alla sua sorellina. -Hek! Non ti unisci a noi?- gli urlò la sorella per nulla preoccupata ad essere femminile. Almeno, quando erano fuori di casa, insieme, si poteva permettere di essere se stessa.

Hektor annuì, sorridendo. Alcuni lo fissavano per i suoi strani capelli o i suoi occhi agghiaccianti. Eppure, la futura sacerdotessa non ci face per nulla caso.

Passarono tutta la giornata a passeggiare e giocare con gli altri bambini. Tuttavia, a un certo punto, le persone cominciarono a parlottare tra di loro, in modo più frenetico, spaventato.

Che stava succedendo?

-Hek... perché tutti ci guardano così?- chiese, sinceramente perplessa e un po' spaventata.

Tenendogli la mano si accorse che stava tremando. Alzò lo sguardo e notò che stava piangendo silenziosamente. -Fratellone?- lo richiamò più volte, finendo con l'essere davvero impaurita.

Quando arrivarono alla loro casa, scoprirono che c'era un mucchio di cittadini che urlavano, piangevano e si dimenavano.

Per quanto fosse una bambina svelta e intelligente, aveva pur sempre sette anni e non capì. Suo fratello sì. Molti le fecero spazio per farla passare, creandole una via d'accesso alla sua abitazione.

-Che sta succedendo?- chiese alla sua balia, Kikilia.

La donna sui vent'anni la strinse in un abbraccio, piangendo. -Piccola ragazza... ora come farà...?- mormorava a fatica tra le lacrime.

-Non capisco...- sussurrò la piccola girandosi in cerca del fratello. Il suo punto di riferimento.

Non lo trovò.

-Hek... Hek! Hektor! Fratellone!- gridò più volte, fino a riuscire a scappare alla presa della balia. Cercò il fratello, ma nulla, era sparito.

-Giovane Helena...- le disse qualcuno, un soldato, e si inginocchiò al suo cospetto, dopo che si era fermata, stordita. -Dopo la morte dei vostri genitori siete voi ad aver preso le redini del nostro regno, sacerdotessa di Hestia- portò una mano sul cuore, in un gesto solenne.

-Morti...?- chiese la piccola, sconvolta, facendo cadere quello che teneva in mano e che non si era accorta di stringere con forza. Era un piccolo ciondolo di legno a forma di fiamma.

Hektor. Lui amava intagliare il legno.

Perché...?

Da quel giorno, per dieci lunghi anni, Hektor non tornò più e la Sacerdotessa di Hestia crebbe fino a diventare una bellissima ragazza in età da marito. Helena divenne di una bellezza mozzafiato che attirava gli sguardi di uomini e donne, la sua intelligenza e la sua capacità come sacerdotessa e guida del popolo non erano da meno.

Era fantastica. Riuscì a stabilire l'ordine e la pace come invece non erano riusciti a fare i suoi avi per secoli.

Il giorno in cui la ruota del destino riprese a girare, rompendo di nuovo la semplice routine della scarlatta, la giovane era intenta a pregare, come ogni mattina, al tempio dedicato ad Hestia, quando qualcuno entrò di corsa risvegliandola bruscamente. -Non dovreste interrompere una preghiera alla Dea!- tuonò, adirata.

Come sacerdotessa, quella era la cosa peggiore che le potessero fare. -Sacerdotessa- l'uomo si prostrò al suo cospetto, mortificato. -Mi scusi, ma è importante...- sussurrò.

Helena, congedandosi dalla sua preghiera, portò la sua concentrazione sull'uomo.

In quegli anni era diventata simile a una regina, seppur senza una corona. Tutti l'amavano e rispettavano. Con solo un gruppo ristretto di persone e in giovanissima età, era riuscita, oltre che a tenere in piedi quel regno, a migliorarlo. -Parla- ordinò. Una cosa che aveva imparato da sua madre era sicuramente quella che, ogni tanto, doveva mantenere le distanze per far crescere un regno non troppo legato a lei. Dovevano chiederle aiuto in momenti di vero bisogno e non sempre, non quando potevano far da sé.

-Un ragazzo, all'entrata, dice di essere vostro fratello.-

La ragazza sussultò appena. In molti avevano provato ad ingannarla, tuttavia, senza alcun successo. Era chiaro che nessuno di quei ragazzi che si erano presentati al suo cospetto fossero suo fratello maggiore.

Ormai, dopo dieci anni, era sicura che fosse morto.

Eppure...

-Fallo entrare- ordinò solamente, non potendo placare una piccola fiamma di speranza che non voleva spegnersi.

Probabilmente non avrebbe mai smesso di sperare che fosse vivo.

Dopo appena qualche minuto due soldati vennero da lei insieme a un ragazzo sopra i vent'anni. I suoi capelli erano corvini, i suoi occhi grigi e la sua pelle pallidissima.

Helena ne rimase stupida. -Andate...- ordinò, non guardando neanche i due.

-Helena....- sussurrò il ragazzo, o meglio, l'uomo.

-Hektor...- disse con un filo di voce, prima si mantenersi l'orlo del lungo e candido abito e correre ad abbracciarlo. -Mi sei mancato un mondo!-

Era lui, ne era certa.

-Lo so, lo so, sorellina- le sussurrò passandole una mano tra i capelli rossi e stringendola forte a sé.

-Che ti é successo?- gli chiese e, non ricevendo risposta, si staccò dalla sua stretta. -Mi hai abbandonata per dieci anni...- gli ricordò, con gli occhi lucidi.

-Mi dispiace...- sussurrò, prima di raccontarle che era scappato, dopo aver capito della morte dei genitori e, quando si era chiarito le idee e stava tornando a casa, era stato preso da un gruppo di cittadini della città di Hermes. Da allora lo avevano tenuto prigioniero e lo avevano liberato di recente per chissà quale motivo.

-Oh, fratellone...- sussurrò la sorellina, triste. -Pensavo che fossi...- prima che scoppiasse a piangere, il moro la strinse ancora forte a sé.

-Mi sei mancata tantissimo, Helena.-

Quella sera venne tenuto un banchetto in onore del ritorno di Hektor, benché in pochi lo rivolessero. Lo consideravano ancora una punizione divina a causa del suo aspetto differente.

I due fratelli stettero insieme e parlarono fino a tardi. Helena credeva finalmente di essere riuscita a tornare a una vera e propria normalità, grazie alla presenza del fratello, l'unico membro della sua famiglia che le era rimasto.

Benché avesse dei progetti da compiere con lui per recuperare gli anni persi, quella notte, saltarono tutti in aria.

Neanche un giorno intero aveva potuto gioire per il ritorno del fratello maggiore...

Fu svegliata a notte fonda dall'incessante bussare delle guardie di pattuglia. -Che succede?- chiese, un po' brusca a causa del modo tutt'altro che gentile in cui era stata svegliata.

-Hanno rubato il potere della Fiamma Sacra, Sacerdotessa!- disse uno di loro, sconvolto.

Resasi conto della situazione uscì velocemente dalla sua stanza ed andò a controllare. Avevano ragione. Era sparita.

Il Sacro potere di Hestia... La cosa più preziosa di tutta la città...

Non c'era più.

-Sacerdotessa...- le guardie tentennarono e lei ordinò loro di parlare. Che cosa non avevano il coraggio di dirle?

-Vostro fratello... é sparito- disse uno di loro con la paura negli occhi. Non che lei gli avesse fatto qualcosa o credesse che lei gliel'avrebbe fatta se avesse avesse aperto bocca, ma, visto quanto ci tenesse al fratello, era chiaro che l'accusarlo di un crimine grave come quello fosse orrendo.

-Andato...?- mormorò, sbigottita. -Che significa che se n'é andato?!- alzò un po' la voce.

Troppe cose sconvolgenti in un giorno, non ce la faceva più.

Un'idea orrenda si fece spazio nella sua testa assonata e stanca, oltre che stordita: stavano accusando suo fratello del furto. -Hek non farebbe mai questo- lo difese a spada tratta. Senza prendere neanche in considerazione l'idea che potessero avere ragione.

Era suo fratello, lo avrebbe sempre difeso. -Cercate il colpevole e trovatemi Hektor- ordinò, seria, sedendosi sulle scale del tempio. Era stremata.

"Hektor... Hektor non farebbe nulla del genere, vero...?" pensò, improvvisamente. Stava cominciando a dubitare dell'unica persona di cui si era mai fidata veramente.

Ci vollero due giorni, ma lo trovarono. A Est delle terre dell'ombra in cui sono situate le città di Ecate, Selene e altre divinità caratterizzate della loro devozione nell'oscurità. C'era una cosa che però rendeva particolarmente conosciuta quella zona: lì risiedeva il portale per gli inferi.

Nessun cittadino della sua città voleva perderla e le chiesero di restare, tuttavia non poteva farlo. Doveva capire se era stato davvero suo fratello a compiere quell'orrendo atto che avrebbe segnato la fine della città di Hestia. Infatti, se il fuoco si fosse spento completamente, sarebbero tutti morti.

Non poteva credere che avesse condannato lei e il loro popolo a morire lentamente e in dolore...

Munita solo di un pugnale e del suo potere di Sacerdotessa, si avvenuturò nello stretto territorio desolato che divideva l'incantevole Olimpo da quella mostruosità che erano gli Inferi.

Per quanto potrebbe sembrare assurdo ai nostri occhi, il terreno era viola scuro pieno di una vegetazione e una fauna morta. Teschi, pezzi di armature, armi... La porta del regno di Ade ne era piena.

Rabbrividì un po', Helena. Non era mai uscita fuori dalla sua città... e quel luogo era spaventoso. Dove poteva nascondersi Hektor?

-Hel?- sussurrò qualcuno alle sue spalle. Lei si girò subito e se lo ritrovò davanti.

-Hektor...- mormorò. Quella volta non corse fra le sue braccia, ma si limitò a guardarlo, ferita. -Sei stato tu a rubare la Fiamma Sacra della Dea Hestia?- gli chiese, sperando che le dicesse di no. Se solo avesse detto di non essere lui il colpevole... gli avrebbe creduto. Gli avrebbe dato fiducia.

Perché?

Era suo fratello, dopotutto.

Sarebbe bastato solo un "no"...

Il moro chinò la testa, dispiaciuto. -Io...- iniziò, insicuro.

Senza rendersene conto, la rossa cominciò a piangere silenziosamente. -Per favore... non dirmi di essere tu il ladro- lo supplicò.

Era stata forte tanto a lungo...

Così sola...

Aveva dovuto crescere alla tenera età di sette anni, sapendo, grazie agli insegnamenti dei suoi genitori, di non potersi fidare di nessuno. Ma lei si fidava di qualcuno: suo fratello maggiore.

Benché non le fosse stato accanto per tanto tempo, lei confidava in lui.

Calò il silenzio, presto rotto dalla rossa. -Perché l'hai fatto? Sono stati quelli del regno di Hermes a costringerti?- chiese, sperando ancora in un dissenso per quanto riguardava il fatto di aver rubato o meno. O, almeno, voleva una spiegazione per il furto.

Lui scosse la testa. -Helena... non é vero nulla di quello che ti ho detto- parlò improvvisamente.

L'altra strabuzzò gli occhi, non riuscendo ad emettere nessun suono.

-Non sono stato prigioniero del regno di Hermes, sono scappato dalla nostra casa e sono venuto qui- allargò le braccia mostrando la desolazione intorno a lui. -Questa é la mia Terra. Nostra madre, tradì Asterios con un abitante del regno di Hades e dalla loro unione nacqui io. Non sono tuo fratello, sono il tuo fratellastro.-

La giovane Sacerdotessa era sconvolta. -Non é possibile...- mormorò. Cercò di riprendere un certo contegno, perché non poteva fare la parte della ragazzina, oramai era un'adulta. -Fai parte lo stesso del regno di Hestia, puoi tornarci con me... faremo finta che...-

Fu bloccata dal moro. -"Che" cosa, Helena? Che io non sia di sangue misto? Sorellina, lo hanno sempre saputo tutti, perciò ero disprezzato e odiato. Sarei dovuto morire per essere nato così, come la legge dice di fare, ma io sono ancora qui- si indicò con teatralità. -Non tornerò lì per essere ucciso o disprezzato. Non appartengo a quel luogo.-

Le ci volle molto coraggio, ma riuscì a dire le parole giuste: -Allora ridammi la Fiamma.-

Hektor scosse la testa. -Non posso. Hades mi ha detto che mi renderà completamente della sua stirpe se gliela consegnerò.-

-Hek... ragiona... morirà un intero regno!-

Lui chinò, semplicemente il capo. -Non devo niente a quel regno. Non mi importa che fine faranno quelle persone.-

Helena sentì ancora gli occhi inumidirsi. Stava per piangere, ancora. -E di me? Non ti importa?-

Un velo di dolore attraversò gli occhi grigi di lui. -Mi dispiace, ma non posso vivere ancora così.-

-Per favore... non fare in modo che io debba prendermela con la forza!- lo supplicò, ancora, lei.

Combattere suo fratello... era troppo.

-Mi dispiace, ho unito la Fiamma Sacra alla mia anima. Se vuoi riprendertela, devi uccidermi.-

Helena sussultò, sconvolta.

Avrebbe dovuto uccidere suo fratello?

Davvero gli Dei la ponevano davanti a una scelta così difficile?

Il suo fratellastro o la vita di migliaia di persone?

-Non puoi averlo fatto davvero...- sussurrò, stravolta dagli eventi.

-É l'unico modo per vivere una vita decente. Capiscimi, ti prego- fu la supplica del fratello. Neanche Hektor voleva che lei morisse, le voleva bene.

Sotto il dolore che guidava le sue azioni, c'era ancora l'affetto verso la sorellastra. -Hektor... Per riprendermela... dovrò...-

-Uccidermi. Lo so- annuì lui, provando a sembrare più sicuro di quanto non fosse. Guardò il terreno viola e poi la rossa. -Ci sfideremo. Se vincerai, l'avrai- decise, serio.

-Combattimento? Io ho i poteri della Dea! Vincerò... Tu morirai...- gli fece notare. -Ci deve essere un'altra soluzione...-

-Nessun'altra. O morirò io, o tu- fu chiaro.

Helena prese un respiro profondo e accettò.

Hektor l'attaccò subito, non ricordandosi però che la sorellastra fosse una vera acrobata. Aveva delle movenze da ginnasta e riusciva a schivare ogni colpo con facilità. "Perderà, morirà" pensava, triste. Finì con l'inciampare su un ciottolo e finire in ginocchio. Fu pronta a ricevere un colpo dal fratellastro, ma lui si fermò. -Non posso, Hel, resti sempre mia sorella.-

La rossa alzò lo sguardo incontrando i suoi occhi grigi. -Ma l'hai dett...- fu bloccata da lui.

-Ti voglio troppo bene per farlo- si giustificò. Prese il pugnale che ella teneva tra le mani e se lo puntò al cuore. -Uccidimi tu. Io... non dovrei neanche essere nato. Non merito di continuare a vivere.-

-Hek! Tu devi vivere! Troveremo un modo...- cominciò ad elaborare un piano, ma si fermò non appena sentì la mano di lui sui suoi capelli rossi.

La stava accarezzando. -Ho ucciso io i nostri genitori. Sapevo che avevano posizionato mille uomini lungo una parte del perimetro della città di Hermes. Lì avvertì e loro uccisero i nostri genitori. Non so perché non ti hanno detto nulla... Ma é a causa mia che tu sei diventata così presto grande e ti sei accorpata tante responsabilità- le rivelò, mortificato, ma accennando un sorriso amaro. -Uccidimi. Salva il regno di Hestia. Ho ucciso già due suoi punti di riferimento, non mi prenderò la responsabilità della tua morte- aggiunse.

Helena scuoteva la testa. -Non posso farlo! Sei mio fratello, non importa che hai fatto!- urlò, piangendo, ancora.

-Sei sempre stata una piagnucolona...- mormorò. -Ti voglio bene, Hel. Tieni sempre con te la fiamma che ti ho intagliato. É il simbolo del mio affetto- le disse, sorridendole dolcemente come un tempo, quando erano bambini.

-No! Hek...!-

Hektor l'abbraccio con il coltello premuto contro il cuore. Il colpo lo uccise presto. La rossa continuò a tenerlo stretto a sé per i minuti successivi, fin quando non vide qualcosa di caldo uscire dal corpo di suo fratello.

Una fiamma.

La Fiamma Sacra.

Aveva messo in pericolo il suo regno, ma l'aveva anche salvato. -Non importa cosa hai fatto in passato. Hai sacrificato la tua vita per me e il nostro regno- mormorò accarezzandogli un'ultima volta i capelli corvini, prima che il suo corpo diventasse solo una scia luccicante.

Era il segno che aveva trovato la pace.

Helena strinse forte il ciondolo che aveva portato sempre con sé per 10 anni e tornò a casa distrutta.

Raccontò di suo fratello come un eroe che aveva rincorso il vero ladro e che era morto per salvarli. Gli inaugurò anche una statua. Seppur non era stata raccontata la versione più veritiera, Hektor rimase nel cuori degli abitanti del regno di Hestia come un eroe e non come uno scherzo della natura.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro