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Capitolo 1

Erano esattamente sei minuti che la mia migliore amica non apriva bocca, la cosa era maledettamente esasperante. Alzai gli occhi al soffitto sprofondando nella sedia e presi un altro boccone della mia disgustosa insalata di pollo e fagiolini, poi portai il tovagliolo di carta alle labbra.

Non c'era mai stato un silenzio imbarazzante tra noi, ma quel momento ci si avvicinava molto. Dovevo dire qualcosa, qualsiasi cosa!

Robin era seduta affianco a me, le mani le reggevano il viso, sollevandole leggermente gli occhiali, sguardo perso e il suo purè ancora intatto.

Ricominciai a pensare alla scena a cui avevo assistito mezz'ora prima.
Come aveva potuto Daryl mollarla così, davanti a tutti? Senza il minimo ritegno?
La sua mancanza di tatto nello sbandierare a ogni individuo - nel raggio di chilometri - quanto la mia amica fosse stata "stupida nel pensare che lui potesse essere veramente innamorato di lei" mi mandava su tutte le furie. Avrei tanto voluto prendere quel suo bel faccino da bravo ragazzo e sbatterlo contro il mio ginocchio.

«Robs?» La richiamai e riemerse dal suo stato di ipnosi.

«Scusa, stavo pensando» sospirò, prese una forchettata di poltiglia alle patate e la portò pigramente tra le labbra, non troppo carnose. «Avevi ragione, sai?»

Sapevo l'avrebbe detto, prima o poi. Madre natura mi aveva donato uno straordinario talento nel percepire la indole delle persone, anche semplicemente guardandole da lontano. E Daryl aveva un'indole simile alla consistenza di questi fagiolini!

Sono innumerevoli le volte in cui ho implorato Robin di lasciar perdere l'idiota di turno, ma ogni mio avvertimento veniva preso da lei come una sorta di sfida per dimostrare che mi stavo sbagliando.
"Non lo conosci", "lui è diverso dagli altri", "questa volta è quello giusto ", tutte cavolate.
D'altro canto dovevo ammettere che, fin da bambina, lei era sempre stata una sorta di calamita per individui di sesso maschile prodigiosamente dotati di un pessimo carattere e un bell'aspetto.

E sì, andavano sempre a braccetto.

Abbassai lo sguardo, dispiaciuta nel vederla così affranta. Le si leggeva nei suoi grandi occhi nocciola offuscati da un velo di lacrime che aveva voglia di scoppiare; ma lei non lo faceva mai in pubblico. In verità non lo faceva mai e basta; al contrario io trovavo sempre una buona scusa per piangere. Ho sempre avuto una spiccata vena emotiva di cui, però, non andavo molto fiera.

«Dì qualcosa», sussurrò improvvisamente, il suo sguardo si incupì «Ti prego»

«Mi dispiace tantissimo, Robs». Non potevo dire altro per farla stare meglio, nulla che io non abbia già detto in passato. «So che è orribile da dire ma le cose brutte capitano e basta. Quando le persone deludono le aspettative è orribile, lo so, ma bisogna tenere duro e andare avanti. Magari distraendoti con qualcosa che ti mette di buon umore»

Era questo il meglio che sapevo fare?
E il premio Nobel come Migliore Amica dell'anno va a Ninive Colins!

Rimase in religioso silenzio per alcuni minuti, come a valutare il peso delle mie parole.
« Ti voglio bene» tentai di rimediare afferrandole la mano nelle mie. Abbozzò un flebile sorriso.

«Posso restare da te, stanotte?»

«Certo». Strinsi la presa sulla sua gelida mano. Era lievemente arrossata e le unghie erano mangiucchiate dal nervosismo. «Potremmo continuare quella serie tv che ti piace tanto»

I suoi occhi si illuminarono. «Once Upon a Time?»

Annuii, felice di aver alleggerito l'atmosfera.
Robin si mosse sulla sedia entusiasta e allungò il braccio prendendo un boccone della mia orripilante insalata. «Mmh, buona»
Senza aggiungere altro ne prese un altro pezzo, poi afferrò direttamente il piatto e lo poggiò sul suo vassoio.
Era l'unica persona in tutta la scuola a cui piacesse veramente il menu della mensa e la scorbutica signora Spencer ne era fin troppo felice; ogni giorno, infatti, le rifilava porzioni triple di cibo, se così si poteva chiamare.

Spostai lo sguardo disgustata e bevvi un sorso d'acqua,«Fai schifo». Riposi la bottiglietta sul tavolo.

«Devo ricordarti che ci sono persone in Africa che muoiono di fame?» Mi puntò l'indice contro, che ritirò subito sotto la felpa bordeaux.
Mimai una smorfia mentre lei ripuliva letteralmente ogni angolo dalla mia sbobba verdognola.
«Almeno bevi il mio succo, non rimanere a stomaco vuoto!» biascicò con la bocca ancora piena.

«Sembri mia madre» Borbottai con una punta si sarcasmo. La mensa, nel frattempo, si affollò completamente; osservai gli studenti mettersi in fila e strattonarsi per mangiare.
La mia amica sorrise, divertita dalla mia affermazione, tracannando il suo succo di mele e facendo un fastidioso rumore con la cannuccia. Odiavo quando lo faceva.
Non ci sarebbe voluto un genio per capire quanto amasse mangiare e quanto suo padre fosse stato gentile tramandandole il potere di abbuffarsi senza prendere un grammo.

«Kevin ha cambiato taglio di capelli». Piegai la testa ammiccando verso il mio amico e compagno di algebra che stava animatamente chiacchierando con un ragazzo occhialuto.
Sembrava perfettamente a suo agio nella conversazione: gambe leggermente divaricate, una mano poggiata sul tavolino e l'altra lungo il fianco, spalle rilassate ed espressione serena.
Il suo amico gli diede una pacca amichevole sulla spalla, lui si girò immediatamente verso di me e arrossì.

«Wow, come ho fatto a non notarlo?» urlò picchiettando sul tavolo con le dita, poi curvò le labbra in un sorriso sbieco. Mi osservai intorno, sperando che nessuno avesse sentito l'acuto ultrasonico di Robs.
«E' troppo carino, trovi anche tu?» continuò, sottolineando le ultime parole con la voce. Il suo tono malizioso non mi piaceva per niente. Scrollai le spalle non aggiungendo altro, sperando vivamente che lasciasse perdere e che cambiasse discorso al più presto.
«Come fai a non capire che gli piaci un sacco?» Sbuffò portando una mano in viso, come segno di esasperazione.

Avvertii un senso di deja-vù.

Questa storia si portava avanti ormai dall'anno scorso, quando Kev mi aveva invitata al ballo di fine anno: dopo la festa mi aveva riaccompagnata a casa e Robin continuava a insistere sul fatto che fosse successo qualcosa quella notte, tra noi due, ma che fossi troppo riservata per raccontarlo.

E in effetti, era proprio così.

Kevin aveva provato a baciarmi sulla soglia di casa ma in cambio aveva ricevuto soltanto mille scuse da parte mia e un biglietto di sola andata per la friendzone.

Una parte di me sperava che, durante la serata, avrei finalmente provato qualcosa di diverso dalla totale indifferenza che sentivo stando vicina ad un individuo di sesso maschile. Qualcosa di simile all'amore.
In fondo tutte le ragazze di mia conoscenza si erano innamorate, almeno una volta.

Ma io nulla, niente di niente!

Il massimo a cui io fossi riuscita ad arrivare era stato un momento di incredibile eccitazione, che consisteva nei persistenti pensieri su quanto sarebbe stato bello invecchiare insieme, sulla cima di una collina tranquilla, in compagnia dei nostri tre ipotetici figli.

Tutto questo nel giro di pochi giorni, poi ciò che rimaneva era semplicemente l'illusione di essere riuscita a provare qualcosa e la consapevolezza che, in realtà, ciò che provavo era solamente un grande affetto nei suoi confronti.

Ci fu un periodo in cui pensai di essere lesbica. Iniziai a frequentare dei siti di incontro per ragazze, ma non ebbi i risultati sperati, purtroppo.

Tuttavia, non mi ero mai davvero lamentata della mia situazione, anzi, troppo spesso fui davvero grata alla mia affiatata apatia nel settore; specialmente ogni volta che mi ritrovavo ad assistere alla sofferenza e alle urla di Robs riguardo cuori spezzati e sogni infranti.

«L'ho capito eccome!» dissi con una punta di amarezza, pizzicai il labbro inferiore tra due dita giocando nervosamente con un boccolo di capelli ramati. «Cosa dovrei fare? Buttarmi tra le sue braccia?». Il mio tono di voce si fece inaspettatamente aspro.
Lei corrucciò lo sguardo mettendo su una smorfia contraddittoria, sul suo viso sparì ogni traccia di malizia. Scrollai il capo pazientemente sfregando le mani pallide e screpolate dal freddo tra di loro. «Scusami.» Mi sentii subito in colpa per aver reagito in maniera tanto fredda. «Ascolta, lo so che hai ragione. Sono un po' incasinata ultimamente e mi comporto da idiota...»

La mia mente, ormai da anni, era corrotta dalla terribile sensazione di sentirmi diversa, fuori posto, come se dentro di me ci fosse qualcosa di terribilmente sbagliato.
Ma non riuscivo a capire cosa. Era davvero frustrante!

Mi diede un buffetto affettuoso, poi si stiracchiò, appoggiandosi allo schienale della sedia. «Certe volte sei davvero strana» mormorò incrociando le braccia. «Come se tra un discorso e l'altro ti rifugiassi in un mondo tutto tuo»

«Sono solo stanca» mugolai, cercando di apparire convincente.
Stanca di pensare troppo. Avevo la testa piena zeppa di pensieri talmente strani e confusi che avrebbero fatto preoccupare i miei genitori e la mia amica. Certe volte preoccupavano anche me!

«Certo, certo» Poggiò i gomiti sul tavolo, avvicinandosi, incerta.
Un boccolo di capelli castani le ricadde tra le sopracciglia scure, che erano bruscamente inclinate all'ingiù; se avessi provato a metterci una monetina sarebbe rimasta perfettamente incastrata tra le rughe di espressione. Le sue labbra erano appena appena imbronciate.

«Va tutto bene, davvero» Cercai di rassicurarla.

Negò con la testa, contrariata, poi poggiò una mano sulla mia guancia dandomi una carezza. Il suo tocco lasciò un alone gelato sul mio viso.
«Sai benissimo che puoi dirmi qualsiasi cosa». Sorrise dolcemente.
Incrociai i suoi occhi scuri, decorati da minuscole venature di tonalità più chiara, poi assentii con il capo.

I suoi lineamenti si addolcirono, raddrizzò la schiena e puntò la sua attenzione su di me, come se stesse aspettando qualcosa. «Avanti, dai. Parlami!»

Dannazione, Robs!

Scostai la coltre di capelli rossi dall'altro lato cercando le parole giuste da poterle dire, ma nel mio cervello vi erano solo dilemmi e dubbi che facevano a gara per chi fosse più grosso.

Sapevo esattamente che non era normale tutto ciò.
Mia madre mi aveva rassicurato dicendo che questo era un atteggiamento comune per un'adolescente, ma non sapevo se crederle.
Quello che sentivo era così reale, tangibile che mi stava scavando dentro e mi rendeva incapace di provare vere emozioni, di essere felice al cento per cento.

«Ninive?». Aveva un'aria preoccupata adesso, portò la ciocca di capelli ribelle dietro l'orecchio. «Cosa ti passa per la testa?»

«Vorrei tanto dirtelo, ma...» Non posso! Portai le mani in viso, stavo torturandomi le labbra.

Scostò le mie braccia, mi stava fissando. Inarcò le sopracciglia, in attesa.

Deglutii nervosa, osservai Kevin speranzosa che potesse interromperci chiedendomi gli appunti della prossima lezione.

Non avevo mai parlato a nessuno dei miei pensieri, ormai non ci facevo nemmeno più caso.
Non sapevo neanche come spiegarlo, in ogni modo. Cosa avrei dovuto dirle esattamente? Un inspiegabile senso di vuoto mi tortura fin da quando ho memoria e mi blocca ogni piccola possibilità di vivere una vita serena?

Assolutamente no.

Non potevo dirle nulla di tutto questo naturalmente, o mi avrebbe fatta rinchiudere nel reparto psichiatrico di Woodville il prima possibile; quindi pensai ad una scusa tanto plausibile quanto sconvolgente. Una scusa che giustificasse il mio strano comportamento, il mio continuo fissare il vuoto, la mia difficoltà nel dormire la notte... Bingo! «Mi piace un ragazzo»

A Robin cadde la mascella e non potei fare a meno di ridere della sua faccia sorpresa.
Era la peggior bugia che avessi mai raccontato nella mia vita ma sembrava calzare come un guanto.

Presi la mela dal mio vassoio, mi alzai dalla seggiola precedendo la campanella di fine pausa pranzo, scoccai un bacio sulla guancia di Robs e camminai verso il secondo piano. Aula di Arte.

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