La spirale dei sogni
Stagione 3 - Episodio 10
In questo capitolo ciò che nella serie avviene a Bobby, accade invece a Kim.
Non aveva la più pallida idea di come fosse finita lì, né da quanto tempo ci fosse. Sapeva solamente che se non avesse trovato una via d'uscita, sarebbe impazzita. Vagava in quella casa tetra e scura che aveva un'aria terribilmente familiare, tentando di trovare una via d'uscita e allo stesso tempo di fuggire da ciò che la inseguiva.
«Non puoi nasconderti per sempre Kimberly. Non puoi nascondere la verità.» disse una voce dietro di lei, troppo vicina per i suoi gusti.
Si voltò, per vedere quanto vantaggio avesse, ma mai errore fu più grande. Continuando a correre andò a sbattere contro un piccolo tavolino e cadde rovinosamente a terra assieme al mobile appena colpito. Non appena fu sul pavimento altre sagome si avvicinarono a lei, afferrandola dalle braccia e dalle gambe per tenerla premuta con la schiena contro le assi di legno.
La persona che la stava inseguendo, se così si poteva definire visto che Kim non era affatto sicura che fosse reale, si avvicinò lentamente e la ragazza riconobbe i corti capelli color mogano e gli occhi scuri e severi.
«Sei un'ingrata. – disse con tono calmo e freddo – Io e tuo padre abbiamo fatto tutto per te, ma tu pensi solo a te stessa.»
Kim tentò di non ascoltare, ma quelle parole la pungevano sul vivo, sembravano veri e propri spilli che arrivavano fin dentro l'anima. Si dimenò, nel tentativo di fuggire da quella tortura sia fisica che mentale e, fortunatamente, uno dei suoi aguzzini allentò la presa permettendole di tirargli un calcio. Questi indietreggiò, colpendone un'altro. In poco tempo fu nuovamente libera; si voltò e fuggì, quasi a gattoni da quel luogo, chiudendosi la porta alle spalle non appena fu dentro la camera da letto di quella casa.
Nonostante avesse finalmente un attimo di respiro da quegli esseri, qualsiasi cosa fossero, l'ansia e il terrore non l'abbandonarono, soprattutto quando si rese conto di dove si era ritrovata. Riconosceva le coperte blu scuro e la libreria disordinata, all'angolo della scrivania c'era un orsetto malconcio e grigio, con un occhio cadente che si reggeva solo tramite due piccoli fili. Quella camera era sua. Proprio nel momento in cui realizzò quel pensiero, qualcuno cominciò a battere furioso contro la porta chiusa a chiave.
«Kimberly! Esci fuori! Affronta la verità! Sappi che se andrai via con lui non ti rivolgerò più la parola!» gridava la voce di sua madre, le stesse parole che le aveva urlato quando era scappata di casa a diciassette anni. La ragazza scivolò verso il basso, sedendosi e portandosi le mani alle orecchie per non ascoltare quegli strilli ed evitare così che i ricordi la pervadessero, facendole ancora più male di quello che stava provando in quel momento.
«Basta! Lasciami in pace!» urlò lei, disperata, serrando anche gli occhi sperando che quella visione orrenda sparisse.
Il caos durò ancora qualche minuto, forse anche meno, poi si quietò all'improvviso; tanto che la stessa Kim credette di essere tornata alla normalità. Un'altra voce, però, le fece nuovamente aprire gli occhi.
«Kim... – lo guardò e il suo sguardo triste e deluso la investì come un treno in corsa – Perché non me l'hai detto Kim? Mi hai tenuta nascosta una cosa del genere. Mi hai deluso.» disse con tono affranto.
La ragazza scosse la testa e si rimise in piedi. Nulla di quel luogo era vero, nulla. Aprì nuovamente la porta e fuggì via anche da lui; soprattutto da lui. Nello scappare le tornò in mente cos'aveva detto ad Ellen quando aveva compreso cosa provava per Dean: "Dovrò solo cercare di evitarli per un po'". Eppure era passato più di un anno e lei non li aveva evitati affatto, anzi i suoi sentimenti verso Dean si erano intensificati e sempre più spesso pensava a lui in un modo a cui non doveva pensare.
Si chiuse in un'altra stanza, questa volta era un salotto che però non sembrava riconoscere in quel momento. Il cuore le martellava in petto furioso e il fiato si stava facendo grosso. Sentì nuovamente la sua voce, questa volta più insistente: la stava chiamando.
«Kim! Dove sei? Kim!»
«Basta! Vattene via!» gli rispose lei, tappandosi le orecchie.
«Kim, sei lì dentro?» chiese di nuovo la voce del ragazzo, per poi bussare alla porta. La ragazza soppesò l'idea di dargli ascolto; non sembrava affatto la voce delusa e falsa del Dean di quell'assurda visione, sembrava un tono più preoccupato.
«Dean... Sei... sei davvero tu?» domandò titubante, la voce ancora le tremava per la tensione.
«Sei tu?! E chi dovrei essere scusa... Aprimi!» fece il ragazzo, nonostante la sua battuta il tono non era affatto ironico, ma quasi rassicurante.
Con mano malferma Kim si decise ad aprirgli la porta, posò il palmo sul pomolo e ruotò il polso. Anche nella semi oscurità di quella casa gli occhi di Dean sembrarono illuminarla di nuova speranza e forza. Senza pensarci gli getto le braccia al collo, stringendosi a lui come se sperasse di poter riottenere di nuovo quella sua vena combattiva. Ora che ci pensava, da quando era in quella situazione, in quella casa, non riusciva nemmeno a riconoscere più se stessa: si comportava come una ragazzina spaventata e insicura, un carattere che non le si addiceva affatto.
«Come hai fatto a trovarmi?» gli chiese, mentre sentiva le sue braccia avvolgersi attorno alla sua vita, forse nel tentativo di darle un senso di protezione. A quella domanda però si allontanò un po' da quell'abbraccio, per guardarla nuovamente in faccia.
«Io e Sam abbiamo preso quella radice dei sogni.» spiegò con molta naturalezza, ma per Kimberly quelle parole non avevano alcun senso.
«Quale radice dei sogni?» chiese confusa.
«Il dottor Craig, gli esperimenti...» tentò di specificare Dean, ma ancora alla ragazza sembrarono parole sconnesse, senza né capo né coda. Si staccò completamente da lui, corrugando la fronte.
«Ma di che cosa stai parlando?» domandò alla fine, scuotendo la testa. Subito dopo quella sua domanda, però, la tenue luce della lampadina che c'era nel corridoio tremolò e Kimberly percepì un brivido freddo lungo la schiena. In un attimo il panico tornò ad assalirla e non sapeva se le faceva più paura provare nuovamente il senso di colpa per aver abbandonato sua madre oppure quello di aver mentito a Dean.
«Dobbiamo andare!» disse prendendogli la mano e tornando verso la stanza da cui era uscita poco prima.
«Un momento Kim, che sta succedendo?!» chiese allora il ragazzo, trattenendola.
«Lei sta arrivando!» esclamò, mentre si voltava e vedeva un movimento alla fine del corridoio, proprio alle spalle del suo interlocutore.
«Lo sai che questo è un sogno, vero?» le disse lui, ignorando il suo avvertimento e riottenendo per un attimo la sua attenzione.
«Ma che cosa dici?» chiese, nuovamente confusa. Come poteva essere un sogno, quando percepiva distintamente il freddo, il dolore, la colpa.
«È un sogno, Kim, non c'è niente di reale!» esclamò, con tono quasi esasperato Dean, prendendola per entrambe le spalle.
All'improvviso la vide di nuovo; nel suo vestito preferito quello bianco coi fiori blu. Stava avanzando verso di loro con passo lento e lo sguardo spento dalla delusione.
«E quella ti sembra un sogno?» la indicò, facendo voltare anche Dean. Kim tentò di scappare dentro la camera, ma la porta le si chiuse in faccia, vani furono i tentativi di scuoterla per aprirla.
«Kim, lei è...»
«...mia madre.» concluse lei, la voce aveva ricominciato a tremare.
«È per questo che mi hai abbandonata, non è vero? – cominciò a dire la donna con voce profonda e lugubre – Per stare con loro, per stare con lui. Lo sai benissimo Kimberly, smettila d'illuderti, i Winchester portano solo dolore e distruzione.»
Sentì ogni muscolo del suo corpo tremare, mentre vedeva le lacrime rigare il viso di sua madre. Vederla in quello stato era come una pugnalata al cuore; l'aveva messa al mondo contro tutto e tutti, si era presa cura di lei nonostante le malelingue, i mostri e i trasferimenti. E lei in cambio che le aveva dato? Abbandono e delusione.
«Kim! Lei non è reale.» cercò di dirle Dean, strattonandola, ma lei ormai sembrava paralizzata dalla colpa.
«Come hai potuto farmi questo?» insistette la donna di fronte a lei.
«Mamma sai bene il motivo della mia scelta. – rispose, cercando di trovare le parole giuste – Ho cercato in tutti i modi di farti capire che non sono mai stata come le altre bambine, come le altre ragazze...»
«Stai mentendo a te stessa Kimberly. Quella strada non è stata una tua scelta, l'hai scelta per colpa sua. Mi hai abbandonata per colpa loro!» a quell'ultima parola la donna sollevò il braccio e puntò il dito accusatore proprio verso Dean, che stava alle sue spalle.
«Non è vero... Non è vero...» mugolò.
Dean la distolse da ogni suo pensiero, trascinandola via poco prima che la donna l'agguantasse nel chiaro tentativo di farle di nuovo del male e rifugiandosi con lei in un'altra stanza. Quando si rese conto di dove fossero, Kimberly si portò le mani alla bocca, cercando in tutti i modi di trattenere il panico e le lacrime.
«E ora che succede?» chiese il ragazzo, con un tono leggermente irritato.
«Questa... questa era la camera da letto di mia madre...» disse lei con un filo di voce.
«Insomma Kim, ascoltami! – fece prendendola per le spalle e fissandola dritto negli occhi – Questa casa, tua madre... È solo un incubo!»
«Tu non capisci...» rispose. In realtà nemmeno lei capiva davvero ciò che le stava succedendo. Non era più lei. Si sentiva debole, indifesa: pochissime volte si era sentita in quel modo nella sua intera vita. I sensi di colpa la stavano divorando da dentro lo stomaco e sembravano non darle nessuna pace. Sua madre, John, zia Nancy, Dean, Sam, Jo, Ellen: aveva fatto soffrire sempre tutti con quelle sue maledette bugie.
«Sei tu che non capisci! – le urlò in faccia lui, scuotendola – Devi uscire da tutto questo, adesso! Non ti permetterò di morire in questo posto, maledizione! Io ti amo!»
Quelle parole la colpirono dritto al cuore, lo sentì spezzarsi sotto la loro potenza, ma allo stesso tempo ebbero l'effetto giusto per farla reagire. Ingoiò un grumo di saliva, trattenendo le lacrime che già le stavano pungendo gli occhi e, dopo aver serrato la mascella nel tentativo di ottenere nuovamente un contegno, si rivolse a lui.
«Dimmi che devo fare.»
«È il tuo sogno Kim, prendine il controllo.» disse con tono ancora duro il ragazzo.
Chiuse gli occhi, serrando i pugni. Sua madre stava continuando a sbattere le mani contro la porta, urlando il suo disappunto. Strizzò ancora di più le palpebre, ripetendosi nella testa che era tutto un sogno, che non era vero, che Dean era l'unica persona lì con lei.
Scattò come una molla. Era madida di sudore, addosso solo un camice verde che le si appiccava alla pelle. Col fiato grosso si guardò intorno, notando il letto su cui stava e il tubo della flebo collegato a un accesso sul polso. Pian piano i ricordi di cosa era accaduto prima di addormentarsi le riaffiorarono alla mente: la radice dei sogni, Jeremy e quella storia assurda che le ricordava in modo patetico i film di Nightmare.
Non ebbe, comunque molto tempo per pensare ad altro, perché in pochissimo tempo due infermieri furono nella sua stanza di ospedale, cominciando a tartassarla di domande per capire le sue condizioni. Lei fu abbastanza lucida e chiara da riuscire a liquidarli con qualche spiegazione, inventandosi la scusa di un sonnifero vegetale, senza così allontanarsi troppo dalla realtà. Quando finalmente riuscì a congedarli, questi l'avvisarono che avrebbero avvertito Dean e Sam. A quanto aveva capito, avevano parlato loro del suo stato comatoso, vedendo il numero di Dean come prioritario.
Non ci volle molto, meno di mezz'ora, prima che entrambi i fratelli Winchester si ritrovassero nella sua stanza d'ospedale.
«Come ti senti?» domandò subito Sam, mettendosi su una sedia di fianco a lei, mentre Dean le lanciò una semplice occhiata, forse per assicurarsi che stesse bene, per poi andare verso la finestra e non rivolgerle più nemmeno uno sguardo.
«Bene.» rispose quasi soprappensiero.
In realtà anche lei si sentiva improvvisamente a disagio; il ricordo di ciò che era accaduto tra lei e Dean durante l'incubo appena trascorso era fresco ed ora che lui era lì era ancora più difficile negare che fosse avvenuto per davvero. La sua voce che diceva quelle tre maledette parole le rimbombava nella testa stordendola. Aveva poca importanza che l'avesse detto in un momento di panico: si era confessato, preso dalla disperazione di perderla le aveva aperto il suo cuore e lei non aveva la più pallida idea di come reagire.
Per sua fortuna, il fratello minore la distrasse quasi subito da quei pensieri, chiedendole delucidazioni sul caso in cui si era ritrovata invischiata. Passarono una buona mezz'ora a parlarne e fare congetture, Sam raccontò anche di come lui avesse incontrato Jeremy mentre lei e Dean cercavano di fuggire da sua madre; anzi entrambi i ragazzi omisero ampiamente cos'era accaduto dentro la casa.
Alla fine della discussione Kim buttò la testa indietro, trovando quasi subito la morbidezza del cuscino sul materasso rialzato del suo letto d'ospedale. Era stanca, ma non tanto fisicamente, in fin dei conti aveva dormito per almeno un paio di giorni, piuttosto mentalmente; quell'avventura l'aveva decisamente sfiancata.
«Vado a prenderti qualcosa da bere.» suggerì Sam uscendo dalla stanza.
Kimberly non ebbe le forze di bloccarlo, ma non appena fu da sola con Dean sentì l'aria farsi fredda d'imbarazzo. Strinse nervosamente i pugni attorno alle lenzuola, continuando a non riuscire a guardarlo negli occhi, mentre nella sua mente come nel suo cuore si faceva spazio la curiosità di sapere anche le sue sensazioni. Insomma come poteva sentirsi Dean Winchester, il playboy di turno, il ragazzo tutto d'un pezzo, dopo aver confessato una cosa del genere.
Nonostante quell'aria densa di tensione, Dean si schiarì la voce e riuscì a parlarle.
«Ascolta Kim... Riguardo... Riguardo il sogno...» ecco, lo sapeva, ora le avrebbe chiesto di quel momento, avrebbe ribadito le sue parole o forse le avrebbe negate dicendo che aveva esagerato; qualsiasi cosa avrebbe detto, sapeva già che si sarebbero fatti del male a vicenda.
«Dean io...» cercò d'interromperlo, ma non ne fu capace nel momento in cui lui le chiese tutt'altro rispetto a ciò che si aspettava.
«Perché tua madre diceva quelle cose?»
Improvvisamente quella domanda le sembrò ancora più terrificante di una qualsivoglia confessione; come faceva adesso a rispondergli senza esporsi più di quanto avrebbe voluto? Forse era arrivato davvero il momento di dire la verità, magari avrebbe capito; ma mentre il suo cervello pensava a ciò, la sua lingua si era già mossa, rispondendo tutt'altro.
«Non vedo mia madre da ormai sei anni e non la sento da poco meno. Ha sempre odiato il mio voler diventare cacciatrice, ma io non ho mai cambiato idea e non appena ne ho avuto la possibilità sono andata via di casa e mi sono unita a John. Probabilmente i miei sensi di colpa pensano che lei attribuisca a tutti voi questa mia ossessione.» era una bugia bella e buona, lo sapeva bene, ma l'aveva detta con così tanta prontezza di spirito che Dean sembrò subito crederle.
«Mi dispiace.» disse in risposta, il suo tono era serio e quasi triste, tanto che la fece sorridere.
«Non è colpa tua Dean. Né tua, né di Sam, né tanto meno di tuo padre. Ho scelto io questa strada e nonostante tutto so che mia madre l'ha accettata, pur se a malincuore. Inoltre, se non fosse stato per te sarei ancora persa in quel maledetto incubo.» lo rassicurò allungando una mano verso la sua e sfiorandone il dorso. Si pentì subito di quel gesto e ritrasse quasi immediatamente l'arto sentendo le guance andare in fiamme, proprio mentre Sam rientrava con due lattine.
«Ho interrotto qualcosa?» domandò il ragazzo, il suo tono sembrava parecchio ironico e Kim comprese che era più diretto al fratello che a lei.
«Nulla.» rispose comunque prontamente, per poi afferrare una delle lattine dalle sue mani e aprirla con irruenza.
Restarono ancora un po' a parlare di Jeremy e del perché Kim era arrivata ad usare la radice dei sogni per cercare di fermarlo. Il ragazzo in questione non aveva avuto un'adolescenza facile e da quando il padre violento l'aveva colpito in testa lui non era più riuscito a sognare, finché appunto non aveva cominciato ad usare quella specie di droga.
«Però non capisco. – fece Dean – Come ha fatto a sapere che quello era il tuo incubo peggiore?»
«Era entrato nella mia mente, per quanto ne so potrebbe aver visto di tutto...» quella frase le mise i brividi; non ci aveva pensato fino a quel momento, ma quello sconosciuto poteva davvero aver scoperto ogni suo segreto, anche il più oscuro.
«Ma come ha fatto a entrarci? – chiese Sam, distaccandola per un attimo da quei pensieri che la stavano terrorizzando – Non avrebbe dovuto avere un tuo capello, il tuo DNA o altro?»
«Già. – fece lei assottigliando le labbra e gonfiando leggermente le guance – Ho fatto la cazzata di accettare una birra da lui, prima di scoprire ogni cosa.»
A quelle parole Dean imitò quella sua espressione colpevole e Kimberly comprese subito cosa voleva dire. Anche lui aveva bevuto una birra offertagli da Jeremy, il che voleva dire che sarebbe stato sicuramente la sua prossima vittima.
«Dean, anche tu?» lo rimproverò Sam, intuendo la stessa cosa.
«Avevo sete.» si giustificò il ragazzo.
«Beh, poco importa. Il dottore ha detto che mi dimetterà stasera. Il che vuol dire che dobbiamo bere molto caffè e restare svegli.»
Due giorni dopo nessuno dei tre era ancora venuto a capo di qualcosa. Jeremy sembrava sparito e per Dean e Kim rimanere svegli diventava sempre più difficile. Presi dalla disperazione avevano chiesto aiuto anche a Bela che, a detta dei ragazzi, li aveva già aiutati fornendo loro la radice; sebbene Kimberly pensasse che chiedere aiuto a lei fosse stata la scelta peggiore di tutte, ma neanche lei sembrò venire a capo di quella faccenda, liquidandoli con la scusa che "il mondo degli spiriti a volte ha voglia di parlare e a volte no".
«Perfetto! – gridò Dean al telefono, l'umore nero per la mancanza di sonno e la caffeina – Non mi rimane che spararmi un colpo in testa!» inveì per poi chiuderle la chiamata.
«Niente?» Kim si trovava nel sedile posteriore dell'Impala. Sentiva gli occhi bruciarle e la stanchezza pesarle sulle spalle, anche lei non dormiva da giorni e nonostante cercasse di mascherarlo era altrettanto coi nervi a fior di pelle.
«Niente!» ribadì con voce furiosa lui, tirando un pugno al volante dell'auto.
«E adesso che facciamo?» chiese Sam, ma la sua domanda andò a vuoto, perché nessuno sembrò rispondergli. Preso da una specie di decisione improvvisa, il maggiore lasciò la carreggiata, svoltando in un sentiero in mezzo ai boschi, per poi fermarsi con un grugnito e spegnere il motore.
«Basta mi sono stufato!» sbottò, spingendo indietro lo schienale del sedile e costringendo Kim a spostarsi con un verso di protesta.
«Che cosa fai?» domandò Sam confuso.
«Mi metto a dormire, semplice.» fece lui, cercando la posizione più comoda possibile.
«Cosa?!» fece Kim sconvolta.
«Così Jeremy ti darà la caccia!» proseguì il rimprovero il fratello.
«È questa l'idea.» sbottò lui.
«In che senso?!» Kim lo guardava confusa, non riuscendo a capire, ma una fugace occhiata a Sam le fece intuire che anche lui non avesse la più pallida idea di che intenzioni avesse il fratello.
«Non possiamo trovarlo, lasciamo che venga lui da me.» si spiegò meglio il maggiore, forse comprendendo di essere stato poco chiaro.
«Nel suo territorio? Dove è praticamente un dio?» Sam sembrava più preoccupato di lei, che stava invece cominciando a pensare che non fosse affatto una cattiva idea, anzi si domandava perché non ci avesse pensato prima.
«Posso riprovarci io. Ora che so cosa aspettarmi posso...» si propose, ma fu interrotta dal ragazzo.
«No, ci penserò io. Me la caverò vedrete.» li rassicurò chiudendo gli occhi.
Presa da un moto istintivo, allungò una mano verso la sua nuca e con un gesto secco gli strappò un ciuffo di capelli, assieme ad un verso di dolore.
«Che diavolo fai?» si lamentò, toccandosi la parte lesa.
«Ci sono passata e so che non è facile farlo da soli, perciò vengo con te. In fondo tu mi hai aiutato due giorni fa.» spiegò lei, buttando la peluria dentro una fiaschetta.
«Non se ne parla nemmeno tu non puoi... Aaaahh! Ma che vi prende a tutti?!» anche Sam aveva sottratto un ciuffo di capelli dal capo del fratello, interrompendo il suo ammonimento.
«Più siamo meglio è.» spiegò semplicemente.
«Io non voglio che scrutiate nella mia mente...» si lamentò titubante Dean e la ragazza comprese che la paura che riaffiorassero quei sentimenti dimostratile l'ultima volta che erano rimasti soli, non era solamente sua.
«Peccato.» rispose Sam con tono palesemente ironico e allo stesso tempo serio. In fin dei conti il più giovane dei Winchester aveva ragione: non era il momento di farsi prendere dagli scrupoli, l'importante in quel momento era trovare Jeremy e mettere fine a quella follia; dopodiché, qualsiasi cosa sarebbe uscita fuori da quei sogni, l'avrebbero spiegata o dimenticata.
Come la volta precedente, a Kimberly non sembrò nemmeno di essersi addormentata. O meglio, sicuramente l'aveva fatto, ma lo svegliarsi nuovamente nell'Impala di Dean e nella stessa posizione, le faceva credere che quella fosse la realtà e non un sogno. Fu la prima ad aprire gli occhi comunque e per assicurarsi di ciò che credeva doveva svegliare anche gli altri due.
«Ehi!» disse scuotendoli da dietro, facendoli sobbalzare.
«Maledizione! – imprecò Dean, stropicciandosi gli occhi – Perché siamo ancora qui?» chiese poi, guardandosi intorno.
«Non lo so. Potrebbe essere che stiamo ancora dormendo e che questo sia...» fu zittita da un verso di Sam che si mise il dito sulla bocca.
«C'è qualcuno là fuori.» aggiunse, spiegando quel suo avvertimento.
Bastò uno sguardo e un cenno di assenso di tutti e tre, per decidere come agire. Uscirono dall'auto, chiudendo le portiere e guardandosi intorno. In realtà non sapevano nemmeno chi o cosa cercare; o meglio, dovevano trovare Jeremy, questo era chiaro, ma il come sarebbe apparso a loro era un mistero.
Non avanzarono che di qualche passo quando la voce di Dean attirò l'attenzione anche degli altri due.
«Kim cosa stai...?»
La ragazza si voltò e vide una zona di bosco illuminata quasi a giorno in cui una sua copia identica era seduta su una coperta di tweed, con accanto un cestino da picnic aperto che mostrava ogni tipo di leccornia.
«Ma cosa...?» si chiese a mezza voce, avvicinandosi e sentendo Sam alle sue spalle fare lo stesso.
«Ehi, vuoi sederti? – disse la Kimberly seduta, con un tono di voce decisamente troppo smielato persino per lei – Andiamo, fra un'ora dobbiamo andare a riprendere Ben al baseball.» aggiunse, porgendo a Dean un calice di vino.
Kim era paralizzata e non sapeva se dipendeva dall'imbarazzo di essere nei sogni di Dean o dalla confusione di vedersi così diversa da come credeva di essere.
«Non avevo mai fatto questo sogno. – cercò di scusarsi il ragazzo, distogliendo lo sguardo dalla visione, ma senza incrociare quello della vera ragazza poco dietro di lui, piuttosto lanciò un rimprovero a Sam – Non guardarmi così!» fece e l'altro chiese subito scusa.
Era assurdo come in quel momento fosse al centro dei pensieri di Dean e allo stesso tempo si sentisse di troppo, come se stesse vedendo e sentendo cose che non doveva né vedere né sentire. In quel preciso istante, la Kimberly visione parlò di nuovo.
«Io ti amo, Dean.» fece con quella voce melodiosa e dolce.
Fu troppo. Presa da un dolore lancinante allo stomaco, più morale che fisico, la ragazza si voltò e corse via, prendendo il sentiero dalla parte opposta rispetto a dove stavano andando prima; a nulla servirono i richiami di Sam che le chiedeva di tornare indietro per rimanere uniti.
Corse per parecchi minuti e quando si fermò fu solamente per il fiato grosso e il dolore improvviso alle gambe, strette dentro i jeans. Poggiò le mani sulle ginocchia e chiuse gli occhi, tentando di riottenere un respiro regolare; ma qualcosa la fece tornare immediatamente all'erta.
«Nella tua vita non sai far altro che scappare, vero?» fece una voce, una voce che conosceva molto bene e che forse doveva aspettarsi molto prima di risentire. Alzò lo sguardo e, per la seconda volta in pochi giorni, incrocio nuovamente gli occhi freddi e accusatori di sua madre.
«Non è vero... – tentò di dire lei, con voce ancora ansimante – Io non scappo...» eppure quelle ultime parole suonarono anche a lei maledettamente false.
«Non mentire a te stessa Kimberly. – continuò la donna osservandola – Sei scappata da me e da una vita normale; sei scappata da tuo padre e da tutto ciò che ti ha insegnato.»
La ragazza scosse il capo, più per togliersi quelle verità dalla testa, piuttosto che negarle.
«No, non è vero. Ho sempre saputo cosa volevo ero solo troppo giovane per comprendere quale fosse la strada giusta per ottenerlo.» cercò di giustificarsi.
«Ah sì? Vogliamo parlare del presente allora. Sei fuggita e hai lasciato morire John quando aveva bisogno di te e adesso stai fuggendo dai tuoi sentimenti per Dean, mettendo a rischio anche la sua vita.» continuò imperterrita la figura di sua madre.
«Non è vero... Dean se la sa cavare benissimo da solo.»
«La verità è che tu scappi perché ogni cosa che incontri finisce per distruggersi. È vero che ho accolto volentieri la tua gestazione, ma il tuo concepimento non era voluto e lo sai bene. Tu non hai portato che dolore e sofferenza a chiunque ti stesse intorno.»
«Basta! Non è vero! – gridò con tutta se stessa, aprendo gli occhi e fissando con rabbia la donna davanti a lei – Io non credo a una parola di quello che dici! Io non ho rimpianti per quello che ho fatto fino ad ora! Sono sicura che avrei potuto fare di meglio, ma ho scelto con consapevolezza la strada più difficile che una ragazza della mia età potesse scegliere. L'ho scelta perché volevo e voglio fare del bene e non smetterò mai di perseguire il mio obbiettivo.»
Lo sfogo, per un attimo fece tremolare la figura di sua madre, come se stesse per sparire; ma subito dopo, con uno scatto, le fu addosso avvolgendole le mani attorno al collo.
«Tu non meriti nulla.» le sibilò con rabbia, mentre Kim percepiva le dita stringersi sempre più forte sulla gola e il fiato cominciare a scarseggiare.
Non voleva morire così, non in quel modo, non sommersa dai sensi di colpa e dalla frustrazione che provava verso se stessa. Non si meritava quella fine, non dopo tutto quello che aveva fatto per sopravvivere.
Si svegliarono di colpo tutti e tre: ansimanti, sudati e scioccati. Le parole terribili di sua madre ancora le rimbombavano nella testa, ma cercò con tutta se stessa di ignorarle, rivolgendosi piuttosto ai due ragazzi nei sedili anteriori.
«Tutto bene?» chiese col fiato grosso.
«Tutto bene.» rispose Sam, mentre Dean faceva un semplice cenno di testa.
Ci fu un tacito consenso, fatto solo di sguardi, in cui decisero di non raccontarsi nulla di ciò che era accaduto in sogno; l'unica cosa importante era che fossero tutti e tre svegli e che Jeremy fosse fuori combattimento.
Solo quando tornarono in città e al motel, Kim sembrò riuscire a rompere quel maledetto silenzio che era calato fra loro come una coltre densa e impenetrabile.
«Perciò mi spiegate come mai Bela vi avrebbe dato una mano a salvarmi?» chiese, togliendosi la giacca e poggiandola sul mobile più vicino, con tutte le intenzioni di farsi una doccia appena possibile, in modo da togliersi tutto il malessere di quegli ultimi giorni; dopodiché, molto probabilmente si sarebbe fatta una dormita di quelle profondissime e rilassanti.
«Non le hai salvato la vita?» chiese Dean.
«Io?! A Bela? Di che cosa stai parlando?» rispose con un'altra domanda lei, parecchio confusa.
«Ha parlato di una storia a Flagstaff, in cui le hai salvato la vita.» ribadì il concetto il ragazzo.
«Quella storia è di due anni fa ed era un amuleto, le ho semplicemente fatto concludere un buon affare... e ancora me ne pento.» disse le ultime parole tra i denti, ricordandosi quanta fatica le era costata e quanto odiasse collaborare con lei in modo serio.
A quella sua confessione i due fratelli si guardarono straniti e Kimberly comprese che la faccenda non era ancora finita, anzi tutt'altro.
«Ma allora perché lei...?» cercò di chiedere Sam.
«Se conosco bene Bela, e purtroppo la conosco, aveva un secondo fine e con noi tre fuori gioco per due giorni può aver fatto o preso qualsiasi cosa.» disse lei con tono parecchio grave e alquanto serio.
In quel preciso istante, lo sguardo verde di Dean si allarmò, sgranando gli occhi.
«No! No! No! No!» continuò a ripetere, per poi aprire la cassaforte della stanza e trovarla vuota.
«La Colt...» fece Sam.
«Cazzo...» sussurrò lei.
«Sam, prendi la tua roba!» fece Dean e il suo tono aveva tutta l'aria di essere un ordine.
«Perché? Dove stiamo andando?» chiese il fratello.
«A dare la caccia a quella stronza!» disse con rabbia.
«Volete che venga con voi?» chiese Kim, più per cortesia che per vera voglia di stare con loro; anche perché in quel momento aveva di nuovo bisogno del suo periodo di solitudine, soprattutto per metabolizzare quello che davvero era successo negli ultimi giorni.
«No.» rispose Dean, che probabilmente aveva lo stesso bisogno impellente di buttarsi nella caccia di Bela e dimenticarsi di ciò che era accaduto tra loro due.
«Ok, allora fatemi sapere se la ritrovate.»
Nemmeno qualche minuto dopo, Kimberly era alla finestra della sua stanza d'hotel ad osservare i due fratelli Winchester caricare la macchina e come ogni volta che si separavano, si domandò quando li avrebbe rivisti.
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