Capitolo 5
Il vecchio faro era situato nella punta a nord-est dell'isola di Gwair.
Era l'edificio più alto del territorio, anche se alcuni dicevano che fosse più alto il campanile della Sant'Elena. Grisha era certo che il faro fosse alto 50 piedi almeno, e da bambini io e Bash cercavamo spesso di capire chi fosse l'uomo che era riuscito a misurare il faro con i suoi piedi, e soprattuto come ci fosse riuscito...
Noi ci provavamo spesso, ci mettevamo lunghi sull'erba del prato, con le suole degli scarponi sul muro di pietra, provavamo a contare con i nostri piedini da giovani esploratori quei 50 famosi "piedi" che tanto ci facevano tribolare. Alla fine, con il passare del tempo capimmo che altro non era che una semplice unità di misura, ma all'epoca ricordo era uno dei nostri maggiori misteri della vita.
Sorrisi di malinconia ripensando ai bei momenti passati al faro, in un'età dove niente era impossibile e tutto era da scoprire.
Guardai la nostra principale fonte di sostentamento, mentre il sole raggiungeva il massimo punto nell'etere. Dovetti farmi ombra con le mani, perché i miei inutili occhi erano buoni al buio ma troppo sensibili alla luce del sole, chiari com'erano. Nonostante tutti e tre avessimo occhi del genere, né Bash né Char avevano di questi problemi.
Bah, le fortune tutte agli altri, mi ritrovai a pensare.
Spinsi con decisione il grande portone di legno massiccio, ed entrai nella torre esagonale. Durante tutto l'anno l'androne era perennemente buio e freddo, a causa delle spesse pareti di pietra che impedivano all'unica, grossa sorgente di luce di trasmettere calore fino alla base. L'aria però passava lo stesso, tramite degli spioncini seminati lungo tutte le grosse scale di pietra per permettere almeno a tenui bagliori di illuminare il cammino verso la cima.
Percorrevo quelle scale fin da quando ho memoria e nella condizione di semioscurità, dai miei infruttiferi occhi tornavo a ricavarne un qualche beneficio. Riuscivo a salire i 32 scalini senza dover accendere candele, che andavano direttamente nella cucina di casa o nella vecchia cava. In questo modo potevo almeno risparmiare su cera e fiammiferi, dato che per l'olio o la legna era un'impresa inattuabile.
Doveva essersi alzato il vento, perché lo ascoltavo ululare tramite le feritoie, rendendo il luogo ancora più sinistro e spettrale.
Ma non per me.
Quella era casa mia e al contrario delle cave, che percepivo fredde ed ostili, le mura solide e stabili del faro mi facevano sentire al sicuro e al riparo.
Il mio lavoro, il mio sostegno, il mio rifugio.
Il mio anfratto.
Arrivai in cima alle scale ed entrai in quella che chiamavo la camera del guardiano. Era una stanza esagonale, con una brandina, un tavolino e uno scaffale che solitamente conteneva i beni necessari per la manutenzione del fuoco sulla punta.
Ma la camera di questo faro era molto diversa, mio padre infatti l'aveva completamente stipata di libri. Ne aveva accumulati così tanti che riempivano non solo l'intera superficie del tavolino e tutta l'area dello scaffale, (tanto che il materiale per il fuoco era di sotto nell'androne) ma era riuscito a impilarli in maniera confusionaria anche sotto al letto e addosso a qualsiasi parete libera. Era per questo motivo che più che una "biblioteca", come era solito chiamarla papà, preferivo il termine "anfratto", anche se mi rendevo conto che questo era fin troppo in alto per definirlo tale.
Il termine però si adattava bene al macello che mio padre ci aveva lasciato in eredità e a cui io, ormai da anni, cercavo di dare un senso logico.
Nella lunga e interminabile crociata, che avevo giurato di portare a termine entro questa vita, di censire e catalogare tutti i libri, avevo dovuto per forza di cose usare anche lo spazio libero a terra, lasciandomi soltanto un piccolo sentiero per arrivare all'ultima rampa di scalini, anch'essi pieni di libri, naturalmente.
Mi feci quindi coraggio e oltrepassai le montagnole di carta rilegata in pelle per arrivare alla scrivania, dove avevo ricavato uno spazio per un enorme tomo compilato a mano che faceva da catalogo fai da te, una piuma d'oca e dell'inchiostro ben sigillato. Erano tutti regali di Char dei miei passati compleanni, che custodivo molto gelosamente. Il tomo era rimasto aperto sulla categoria "Scienze Naturali", perché avevo scoperto da poco che mio padre aveva raccolto degli scritti davvero rivoluzionari sul movimento degli astri. Purtroppo la maggior parte delle opere era in latino, e nonostante le ripetizioni di Char ero davvero una frana in latino, riuscivo a malapena a tradurre qualche frase. L'unica cosa che avevo capito era che questi egregi signori pensavano che fosse la Terra a girare attorno al sole e non viceversa.
Mah, roba da matti.
Appoggiai il testo restituitomi da Bash sulla scrivania e sfogliai il tomo per cercare la categoria in modo da ricordarmi dove avessi messo i suoi simili. Una volta sistemato il libro, mi buttai sulla ricerca di "Erboristeria" per vedere se trovavo qualche testo che mi permettesse di capire qualcosa in più sulla lavanda. Del sapone non potevo fare nulla. Non sapevo proprio da dove cominciare, quindi avevo pensato di aspettare che il libro con le informazioni venisse da me, piuttosto che cercare a vuoto. In fondo non avevo fretta di...
Mi bloccai.
Mi resi conto di non avere più tutto questo tempo.
Improvvisamente la realizzazione che Char fosse tornato per mantenere la promessa mi si schiaffò in faccia come le onde sulle scogliere dell'isola.
Una varietà non precisata di emozioni si accesero tutte insieme, cuocendo come stava facendo il brodo nel camino della cucina.
Ommioddiomistopersposare.
Ommioddiolasceròquestoposto,
Ommioddiolasceròquestoposto!!
Mi voltai a guardare la stuola di tessuto che stavo tagliando per il mio vestito da sposa adagiata sulla brandina. La gioia era così immensa che non riuscii a tenere gli occhi asciutti. Mi misi a piangere e a ridere contemporaneamente, come quella volta a sette anni quando Bash mi regalò il suo cavaliere di legno preferito perché aveva rotto il mio.
Mi accasciai sulla sedia che accompagnava il tavolino e lasciai le lacrime offuscarmi la vista. Non amavo piangere, ma non mi dispiaceva piangere di gioia. Era una sensazione paradossale, ma gradevole.
Il sogno di una vita si stava per avverare. Non potevo crederci, ma stava avvenendo.
In quello che era poco più di un mese, sei settimane o giù di lì, mi sarei sposata e avrei inziato una nuova vita con la mia anima gemella.
Una volta ripreso possesso delle mie capacità di ragionamento, andate a farsi bollire per più di una decina di minuti insieme al pesce nel calderone, mi guardai attorno. Non potevo lasciare così l'anfratto. Cosa avrebbe fatto mia madre, se avessi lasciato questo posto peggio di come l'aveva lasciato papà?
Maman...
Una improvvisa fitta al cuore mi costrinse a portarmi le mani al petto. Mi chinai su me stessa, la fitta ancora latente nel mio torace.
Ancora una volta le lacrime mi bagnarono le guance, ma stavolta erano abbinate ad un fastidioso nodo alla gola e uno più opprimente allo stomaco. Avrei lasciato mia madre da sola, malata, a badare non solo alla casa, ma anche e soprattutto al faro.
I sensi di colpa si fecero così gravi che mi stavano totalmente impedendo di respirare. Mi sentivo fluttuare in un mare illusorio, dove non c'era possibilità di risalire in superficie. L'ansia e lo sconforto presero il sopravvento e per ovviare a quel senso di annegamento emotivo cominciai a fare respiri lenti e profondi, cercando di convincere in tutti i modi la mia mente che l'aria c'era, ed entrava ed usciva dai miei polmoni.
Quando ebbi la meglio sul malessere, decisi che non avrei mai lasciato sola mia madre. L'avrei portata con noi.
Il problema era solo convincere Char a portarsi la suocera nella nostra fuga d'amore e mettere a conoscenza mia madre del piano.
Un gioco da ragazzi.
Mi passai una mano sul viso, soffermandomi sulle palpebre per massaggiarmi i bulbi oculari strapazzati ingiustamente.
Bene, mi dissi, da dove cominciamo?
*****
Quel venerdì pomeriggio, come ogni venerdì dopo la mattinata al mercato, era dedicato alla manutenzione del peschereccio di famiglia.
Mentre i tre marmocchietti erano più impegnati a giocherellare tra loro che ad aiutare, gli adulti erano focalizzati a sistemare ciò che era stato danneggiato nelle notti precedenti.
Le donne erano intente a rattoppare i buchi alle vele o alle reti, mentre con la coda dell'occhio seguivano con attenzione ogni mossa dei piccoletti. Essere in quattro era un vantaggio: sistemate volutamente in semicerchio, ognuna di loro era in grado di coprire una porzione di spiaggia attorno alla barca, dove i bambini stavano giocando. Nonostante il gran da fare, erano persino capaci di tenersi compagnia intonando vecchi canti o spettegolando delle ultime vicende al villaggio.
Il capofamiglia, un uomo alto, moro e nerboruto, si assicurava che ogni corda, trave, albero o asse di legno fosse al suo posto, senza punti deboli o danneggiamenti. I suoi due figli maggiori, uno alto come il padre, l'altro più basso e tarchiato, lo assistevano nel'ispezione della nave.
Il terzo invece era sulla riva, intento a preparare la pece in una ciotola di pietra per calatafare eventuali buchi nello scafo.
Due delle donne si alzarono di scatto, alla vista dei loro figlioletti avvicinarsi pericolosamente all'imbarcazione. Infatti la nave non era un semplice gozzo per la pesca da traino, ma un cimelio di famiglia, unica testimone di un passato da mercanti.
La più anziana tra le donne, minuta e dai lineamenti gentili, vedendole agitarsi, disse loro.
– Tranquille, il peschereccio è ben ormeggiato. Fateli andare, l'acqua è ben bassa laggiù e non c'è pericolo alcuno. Poi Bash è dall'altra parte, starà lui attento a loro.
Le due donne sospirarono e si rimisero a lavorare, sedendosi di nuovo sui loro sgabelli di legno.
Poco più in là, nascosto dalla ruota di prua e dal moscone di sinistra, Jeremy Sebastian Graham se ne stava appollaiato sul ponteggio sospeso mentre ripuliva la parte alta della carena dai molluschi che avevano deciso di trasferirsi lì.
In pratica era un lungo e noioso, non che estremamente faticoso, atto di sfratto.
Bash sbuffò rumorosamente.
Aveva ascoltato sua madre calmare le cognate e allo stesso tempo affibbiargli l'ingrato compito di badare ai suoi nipoti, quelle piccole bestiole demoniache.
Vivere come ultimo di quattro figli era già una seccatura, ma mai avrebbe osato immaginare che una volta sposati i fratelli sarebbe stato anche peggio. Casa Graham era una delle case più grandi e maestose del paesello, eppure era riuscita a divenire una delle più affollate e chiassose dell'intera isola.
– Baaaaaaash!!
– Baaaaaaaaaaash!!!!!
– Baaaaaaaaaaaaaaashhhhh!!!!
Le urla dei piccoletti erano troppo vicine e troppo acute per essere ignorate. Di solito Bash se la svignava alla svelta alla vista delle bestiole, ma stavolta era bloccato con il lavoro e non aveva via d'uscita. Guardò verso riva, dove i suoi nipoti si stavano tirando l'acqua salata l'uno contro l'altro inzuppandosi come le pulcinelle dopo il pasto. Appena i bambini si accorsero che lo zio li guardava esultarono di gioia.
Bash si chiedeva spesso perché quei bambini pendessero letteralmente dalle sue labbra, ammirando e replicando ogni cosa che il ragazzo facesse.
Magari è perché li ignoro di continuo... si rispose.
Mentre continuava a osservarli saltellare su e giù nell'acqua sorrise, pensando che forse anche lui, Lin e Char erano stati così, dal punto di vista dagli adulti.
C'era stato un tempo in cui potevano scorrazzare liberi per il villaggio, ma ora era diventato addirittura scandaloso farsi vedere insieme nello stesso luogo, anche se ci si era incontrati per puro caso.
Crescere è uno schifo. Pensò amareggiato Bash.
L'urlo improvviso e fortissimo di Angie risuonò nella testa del giovane pescatore come uno squillo di tromba.
In una frazione di secondo esaminò la situazione: due dei tre bambini strillavano e si dimenavano in acqua, cercando a fatica di rimanere a galla, mentre del più piccolo, Ian, non c'era traccia.
I pargoli, quasi sicuramente attratti dalle sue attenzioni, si erano allontanati più del dovuto ed erano finiti proprio sotto di lui, dove la spiaggia si inabbissava velocemente e si formavano mulinelli mortali.
Bash sbiancò e imprecò in ogni lingua che conosceva. Udì gli adulti gridare e scapicollarsi da ogni parte della spiaggia.
Non ci pensò due volte e si buttò dal ponteggio.
L'acqua non era sufficientemente profonda per un tuffo del genere, ma non aveva altra scelta, si era distratto mentre teneva d'occhio i cuccioli e sarebbe morto pur di salvarli.
Il mare era tranquillo, ma l'agitarsi dei bimbi aveva alzato il pulviscolo che riposava sul letto della riva. Per il ragazzo comunque non era un problema, non era il suo primo salvataggio in mare e questa volta le condizioni erano decisamente favorevoli. Individuò immediatamente Ian che continuava a divincolarsi, menando bracciate per tentare senza successo di risalire in superficie.
Bene, è ancora cosciente, pensò.
In un unico fluido gesto, durato un'eternità, si propulse fino al bambino e lo tirò su, verso il pelo dell'acqua. Appena risaliti, gli altri due si aggrapparono allo zio e cominciarono a piangere disperati, mentre quest'ultimo aspettava l'arrivo dei suoi fratelli per portarli tutti a riva.
La madre di Ian, Annie, piangeva sommessamente tra le braccia del marito Jacob, mentre il suocero si accertava che il bambino avesse espulso tutta l'acqua.
Sam ed Angie, invece erano tra le braccia della loro mamma, la cui spalla era cinta dal marito e primogenito di famiglia.
La terza cognata e la madre di Bash erano invece chine sul bimbo ancora sotto shock, ma che era tornato a respirare liberamente.
Il giovane era in disparte, a guardare la scena e a maledirsi per la distrazione, quando Jonas gli si avvicinò e con cautela gli pose una mano sulla spalla.
– È davvero una benedizione che tu sappia nuotare così bene– gli sussurò.
Al contrario dei suoi fratelli, per lo più come il loro padre, silenziosi e taciturni, Jonas era il chiacchierone della famiglia, sempre con una storia da raccontare o una battuta pronta per far ridere. In questi casi era quello che riusciva a dire la cosa giusta al momento giusto ed infatti era il portavoce ufficiale quando c'era da richiamare Bash. Sua madre Mary era troppo buona, un buffetto sulla guancia e via, i suoi fratelli più anziani James e Jacob ne avevano combinate peggio di lui e con Graham sarebbe finita a rissa, come ogni volta che cercavano di parlarsi da un paio d'anni a questa parte.
Bash non rispose, non aveva idea di cosa dire, e si passò una mano sulla faccia. Avevano quasi perso Ian e la colpa era stata sua.
– È stato un incidente, nessuno di noi era attento ai bambini. Non assumerti una colpa che non hai– continò Jonas, il quale aveva indovinato la linea di pensieri di Bash. Ma notava che il ragazzo non riusciva a darsi pace, perciò cercò di cambiare discorso.
– Ho visto Lin oggi. È passata a trovarti– Bash sussultò e Jonas sorrise, il fratellino era fin troppo prevedibile.
– Non lo dirai al vecchio, vero?- chiese mogio Bash. Graham non vedeva di buon'occhio il fatto che Lin andasse alla nave perciò aveva sperato, a quanto pare inutilmente, che la ragazza fosse stata ben più attenta a non farsi notare. Ora che ci ripensava il padre non vedeva di buon'occhio niente che riguardasse Lin.
Jonas alzò un sopracciglio e rispose stizzito.
– Per chi mi hai preso, per James?– i due sorrisero sotto i baffi e si accorsero di essere osservati.
Annie, con in braccio Ian, si avvicinò al duo. Senza dire una parola il frugoletto si voltò e fece segno di voler andare in braccio allo zio che lo aveva appena salvato. Era proprio un Graham in tutto e per tutto: muto e testardo, ma sempre riconoscente.
Bash, con le lacrime agli occhi, lo prese in braccio e lo strinse forte, mentre la famiglia che lo aveva sgridato, perdonato e ringraziato senza scambiarsi parola, lo cingeva in un abbraccio collettivo.
Quella notte di dieci anni prima aveva dato la sua parola che non sarebbe mai più accaduto.
Ma aveva lasciato che la promessa si infrangesse come schiuma sugli scogli.
Non sapeva ancora che quella era solo la prima di una lunga serie.
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