Capitolo 6
Corro, l'aria che mi sferza il viso e un peso sul petto che sembra rallentare la mia andatura.
Papà è qui.
Dopo sei anni.
Posso rivederlo, devo farlo.
Non mi importa se è diventato uno Spaccato, voglio solo vederlo e dirgli che gli voglio un mondo di bene.
Corro e ripeto a me stessa che Jessica è solo una sporca bugiarda e non può aver detto la verità: l'ha fatto solo per farmi stare male e per vedermi correre via in lacrime, cosa che però non ho fatto.
Tuttavia ho come l'impressione che la bionda fosse dannatamente sincera, altrimenti anche il mio correre da mio padre sarebbe un controsenso assurdo.
Chiudo gli occhi per una frazione di secondo mentre svolto a destra e caccio via dalla mia mente quei brutti presentimenti.
***
Ci metto un po' per arrivare nell'Ala di Detenzione del Centro, ma la sensazione che provo non appena ci metto piede è di sconforto puro. È un luogo buio, puzzolente, coronato da urla e versi altrettanto strani.
Ci sono diversi corridoi pieni di celle e ci metto un buon quarto d'ora a percorrere solamente il primo di questi avanti e indietro senza ottenere risultati.
Sto quasi per tornare nell'atrio da cui si dipartono tutti gli altri corridoi, quando da dietro un grosso e spesso vetro sporco vedo un volto fissarmi dritto negli occhi.
Ruoto la testa lentamente e vedo un uomo che con un sorriso sghembo mi guarda e ticchetta con un dito sul vetro.
"Ciao bambina" Sento dire da quello strambo signore vestito con abiti stracciati.
Rimango completamente paralizzata nel sentire una voce così divertita da un uomo così rovinato.
Non so cosa fare così mi limito a fissarlo, analizzando i suoi capelli unti e il suo naso dritto: un tempo doveva essere stato un gran bel uomo, ma ora sembra invecchiato di quasi cinquant'anni anche se sulla cartella medica digitale attaccata al vetro c'è scritto tutt'altro:
Peter Johnson
24 anni
Melbourne
"Vuoi giocare?" Chiede il signore, strappandomi via dai miei pensieri.
Non rispondo, paralizzata, dai suoi occhi iniettati di sangue.
"Vuoi giocare? Eh, vuoi giocare bimba? Vuoi giocare? Vuoi giocare?!"
L'uomo urla, inizia a dimenarsi e a schiantarsi ripetutamente contro il vetro rinforzato. Sbatte la testa talmente violentemente che perdere parecchio sangue mentre una sirena inizia a suonare, con il suo strillo acuto.
Tempo pochi minuti e delle mani mi afferrano mentre tengo ancora gli occhi fissi su Peter.
Un uomo, uno della Squadra 31 forse, mi prende e mi carica di peso sulla sua schiena portandomi via.
Vedo ancora di sfuggita Peter Johnson prima di svoltare l'angolo.
"Volevo solo giocare! Vieni a giocare!" Urla, in prenda alla follia.
Il peso nel petto si fa opprimente.
Anche mio padre è ridotto così? Dove si trova? E se è anche lui pazzo fino a questo punto, dovrei giocare con lui, oppure no?
***
"Come ti è saltato in mente?! Potevi morire!"
Mia madre mi sta urlando addosso da un bel po': appena le guardie mi hanno trovato mi hanno portato da lei e le hanno raccontato ciò che sapevano.
"Perché diavolo sei andata nella Zona di Detenzione? Volevi per caso farti ammazzare?"
Rimango in silenzio torcendomi le mani.
"Kim, guardami."
Obbedisco.
La mamma mi prende per le spalle e mi punta i suoi occhi azzurri addosso: le assomiglio tanto, per l'aspetto, ma non sono così determinata. Le basta uno sguardo per metterti in soggezione e uno per farti gelare il sangue nelle vene.
"Lo so che sei stanca di stare chiusa qua dentro, ma è l'unico modo che abbiamo per sopravvivere. Sei anni sono tanti, me ne rendo conto e so anche quanto sia difficile badare a Mark da sola - perché l'ho passato con te prima che lui nascesse - per favore però, non metterti in testa idee strampalate, non ora. Siete appena entrati a far parte di un importante progetto, l'unico che possa salvarvi la vita, quindi ti prego, rimani concentrata."
Abbasso lo sguardo sulle mie mani e poi lo faccio tornare sul viso della mamma.
"Volevo vedere papà."
"Come scusa?" Domanda lei, stranita.
"L'hanno portato qui."
La vedo mentre tenta di trovare un modo per sviare la conversazione, ma alla fine si arrende e vedo del dispiacere passare nei suoi occhi, anche se solo per un attimo.
"Non puoi vederlo." Dice a quel punto, lasciandomi alquanto stupita.
"Perché?"
"Non voglio che vi influenzi con le sue strane idee. Se proprio vuoi vederlo lo farai solo in mia presenza e per pochi minuti. La stessa cosa vale per tuo fratello: meno cose strane sentite, meglio lavorerete."
Vorrei tanto controbattere, ma in cuor mio so perfettamente che il contraddire mamma porterebbe a una litigata che ora non ho voglia di affrontare. Me ne rimango zitta, osservo la donna e annuisco. Lei mi sorride e in quel momento sembra quasi felice. Quasi.
"Brava Kim. Ora torna ad allenarti, ne hai bisogno."
Ricambio il sorriso, mi alzo dallo sgabello del laboratorio in cui mi sono seduta e mi incammino verso la sala addestramenti con la testa piena di domande e di troppe poche risposte.
***
L'allenamento di oggi è stato ancor più distruttivo di ieri. Riesco a malapena a farmi la doccia senza crollare dalla stanchezza, ma so bene che devo evitare di addormentarmi. Questa sera usciremo fuori con Jack e voglio godermi al massimo questo momento di libertà.
Esco dalla doccia e mi asciugo velocemente i capelli, mi vesto, mi preparo e guardo l'orologio: sono le 7:58, è ora di andare.
Mi dirigo verso la stanza del ragazzo dopo aver richiamato Mark. Il mio fratellino mi segue rimanendo appiccicato al mio fianco destro.
Bussiamo alla camera.
Ci viene ad aprire Jack con uno scompigliato cespuglio biondo in testa e sorride non appena ci riconosce.
"Forza, venite dentro!" Ci dice, facendoci cenno con la testa.
Senza farcelo ripetere due volte ubbidiamo e ci infiliamo nella stanza.
Mi volto giusto in tempo per vedere Jack chiudere la porta senza fare troppo rumore.
"Benvenuti nella Jack-caverna!"
Mark sogghigna divertito e io ci metto un attimo a elaborare la battuta.
Alla fine sorrido divertita e inizio a guardarmi attorno. La camera del nostro amico - lo posso definire così? - è abbastanza simile alla nostra e anche se lui dorme da solo, c'è un letto a castello al posto di quello singolo e basso.
La stanza però non è spoglia e sobria come la nostra, perché al posto delle pareti grigie ci sono disegni. Sono principalmente addossati al letto, ma sono così tanti che sembrano colmare le pareti di tutta la camera.
Ogni disegno raffigura un personaggio diverso, o anche un paesaggio qualche volta.
"Sei molto bravo." Dico senza trattenermi.
"Oh... beh... grazie mille, ma quelli sono solo delle bozze che faccio per tenermi occupato e per evitare di impazzire." Mi dice sorridendo.
Vorrei dirgli che non è così, che sembra veramente bravo e a dirla tutta lo è. Tuttavia Mark, impaziente come sempre, si fa presto sentire.
"Quando usciamo?" Domanda trepidante.
Subito ricordo il vero motivo per cui siamo qui e anche io inizio a sentire dentro di me una curiosità profonda e anche parecchia adrenalina. Usciremo fuori, rivedremo il mondo dopo tanto tempo, senza un vetro a dividerci dall'aria fresca e dal sole, o meglio dalla luna in questo caso.
"Giusto, giusto... Per uscire" Dice allora Jack, abbassandosi "non dovete far altro che infilarvi qui sotto."
Mark e io ci lanciamo uno sguardo stranito, poi ci abbassiamo entrambi e osserviamo il buio denso e polveroso sotto il letto del ragazzo. Sento arrivarmi un refolo di aria fresca sul viso: se mi concentro riesco a sentire l'odore pungente dei pini e del bosco.
"C'è una grata!" Dice Mark, sorridendo felice e infilandosi sotto il letto.
Lo vedo afferrare la grata e aprirla, semplicemente tirandola verso di sé.
Jack ed io lo seguiamo lì sotto, poi finalmente ci decidiamo ad entrare nel condotto: il biondo, Mark e io a chiudere la fila.
Iniziamo a gattonare in quello spazio ristretto seguendo Jack che sembra conoscere a memoria la strada: probabilmente ci viene spesso.
Più volte sbatto la testa contro il soffitto basso: è talmente buio che faccio fatica a vedere i piedi di Mark davanti a me, figuriamoci capire se il soffitto si fa più o meno alto.
Dopo un buon dieci minuti arriviamo alla fine del condotto, dove un'altra grata ci aspetta.
Jack la rimuove senza difficoltà e subito dopo, uno dopo l'altro, scendiamo mettendo i piedi su una scaletta della manutenzione con una decina di pioli. Arrivati alla fine ci ritroviamo in una stanza non troppo grande.
"Venite, forza, dobbiamo risalire." Sussurra Jack.
Lo seguiamo in silenzio, con l'adrenalina a mille, ma anche con la paura di essere scoperti. Se mia madre scopre che siamo usciti non so cosa potrebbe farci e sinceramente preferisco non scoprirlo.
Dopo la mia bravata di oggi infatti, dubito che sarebbe ancora ben disposta nell'evitarmi una punizione.
Arrivati alla parete opposta sento Jack iniziare a salire una scaletta: anche qui, senza fiatare, seguiamo il biondo.
Presto mi rendo conto che la scala è veramente lunga, più di quanto avessi immaginato, ma man mano che salgo l'odore di bosco e pino si fa sempre più forte, facendomi accelerare quella piccola scalata. Arrivati in cima Jack apre una botola e siamo finalmente all'esterno.
Usciamo uno dopo l'altro ritrovandoci sul tetto piatto del centro. Ci sono luci attorno a noi: sono quelle che vengono utilizzate per scandagliare il bosco per evitare attacchi dagli Spaccati. Nonostante le mura con il filo spinato non si sa mai cosa potrebbe uscire da lì.
Fortunatamente la botola si trova dietro una bocchetta molto grossa per l'aria, inserita in una torretta di cemento che getta una lunga ombra su tutti noi. Nessuna guardia potrebbe vederci.
Appena elaboro ciò che c'è intorno a noi riesco a concentrarmi meglio sul paesaggio che mi lascia a bocca aperta.
La neve sui pini, le montagne che circoscrivono la piccola vallata e più in là, proprio all'orizzonte, la spiaggia; una linea chiara con dietro l'acqua scura del mare.
Chiudo gli occhi e ispiro a fondo i profumo del bosco. Lascio che il vento mi sfiori la pelle, le braccia scoperte per via della maglia a maniche corte. Appena riapro gli occhi mi ritrovo davanti Jack che mi fissa sorridendo.
"Ti piace?" Mi domanda
"Molto. Era da tanto che non sentivo più l'aria pulita, il profumo del bosco e tutto il resto."
Gli sorrido. Sono veramente felice.
Era da tanto, tanto tempo che non sentivo quella piccola e sincera scarica di piacere arrivarmi fino al viso e permettermi di sorridere.
Per sei lunghi anni non ho fatto altro che vivere in una specie di limbo in cui felicità e tristezza si annullavano a vicenda lasciando spazio a un duro e fermo senso del dovere, a una responsabilità duratura.
E ora, in questo piccolo momento di quiete, mentre la neve inizia a scendere lentamente e i fari del Centro illuminano la foresta, mi sembra quasi di essere in pace con il mondo intero.
Tutto grazie a un buffo ragazzo dai capelli biondi con una strana abilità per il disegno.
Chiudo gli occhi e finalmente tiro un lungo sospiro di sollievo.
***
Stiamo fuori per circa mezz'oretta, al termine della quale Jack riapre la botola per farci scendere.
Lui va per primo, Mark per secondo e io per ultima.
Prima di tirarmi dietro il coperchio di metallo lancio ancora uno sguardo al bosco e poi più in su verso il cielo.
Le stelle si intravedono tra le nuvole.
"Grazie"
Non so a chi lo dico e non so nemmeno il perché, ma ho come l'impressione che questo piccolo momento di felicità rubata non possa durare molto e che io debba ringraziare per essermelo potuto gustare.
Decido di aggrapparmici con tutta me stessa e mentre chiudo il portellone sopra di me, mi sembra quasi di vedere la felicità illuminare lo spazio attorno a me come una piccola candela.
E per la prima volta, il limbo è luminoso.
Space for me||☆
Hola pive
Cagare. Questo capitolo fa veramente cagare.
Perdonatemi vi prego, lo so che vi aspettavate qualcosa di decente e non sta roba orrenda, ma è il meglio che sono riuscita a fare.
I'm sorry.
Idk cosa dire, comunque spero che ci sia ancora qualcuno a leggere tutto ciò a distanza di mesi :')
Peace and love, pive
Maty☆
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