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Capitolo 5

Apro gli occhi e provo a muovermi per scendere dal letto, ma sento i muscoli trasformarsi in gelatina in meno di mezzo secondo.
L'allenamento di ieri mi ha sfiancata a non finire e ho come l'impressione che oggi sarà persino peggio.
Tuttavia mi rendo conto che se non mi do una mossa arriverò tardi a lezione e mi toccherà fare molta più corsa di ieri.
Lentamente mi sollevo dal letto e passo a tirare una pacca sulla spalla a Mark che sta ancora beatamente dormendo.
"Su forza, svegliati dormiglione!"
Lui grunisce e si rintana ancora si più sotto le coperte mugugnando di non voler andare all'addestramento e di voler dormire.
Lo lascio farneticare mentre mi preparo e tento di darmi una sistemata legandomi i capelli.
Sto per uscire dal bagno quando incrocio il mio sguardo nello specchio.
Mi volto a guardarmi.
Gli occhi azzurri incastonati in mezzo alla pelle pallida e incorniciati dai capelli marroni sono spenti, tristi.
Mi manca mamma e anche papà.
Mi manca Chicago, mi manca la mia cameretta, mi manca l'aria fresca e il sole sulla pelle.
Non usciamo mai da qui, non l'abbiamo mai fatto in sei anni. All'inizio non ci badavo nemmeno a questa cosa: il Centro è grande e di certo non mi sarei annoiata a esplorarlo tutto da cima a fondo.
Ora che però conosco ogni singola mattonella, piastrella, incrostazione e corridoio a mena dito ho bisogno di uscire.
Mi sento chiusa in gabbia, come i canarini gialli nei vecchi cartoni animati. I muri di questo posto, ogni giorno che passa, sembrano stringersi sempre di più, chiudersi su di me e Mark. Voglio uscire, fare qualcosa di diverso dell'andare a scuola o ad allenamento; vorrei essere una ragazzina normale, come tutte le altre: poter uscire, fare un pigiama party con le amiche che conoscerei in una scuola vera, avere una migliore amica con cui parlare di tutto e andare al cinema.
Invece mi ritrovo in un covo di scienziati, con un fratello a cui badare, senza sapere dove si trovi mio padre e cosa faccia mia madre tutto il giorno, mentre un uomo basso e con lunghi baffi mi insegna a lanciare pugnali.
"Sorellona! Dobbiamo andare!"
La voce di Mark mi risveglia dai miei pensieri: sbatto le palpebre e ci metto un attimo a riprendermi dal quel senso di torpore che mi ha avvolta.
"Sì... sì... arrivo!" Dico subito, sciacquandomi e asciugandomi il viso e correndo subito dopo fuori dalla camera, seguita a ruota da mio fratello.
Guardo l'orologio che ho al polso e appena vedo l'ora sgrano gli occhi e afferro Mark per il polso.
Corriamo in fretta per tutti i corridoi, schivando medici assonnati e carrelli pieni di fialette dai colori strani.
Arriviamo in sala addestramenti in fretta e furia, ma entrati ci rendiamo conto che qualcosa non quadra.
Mr. Preston è seduto su una sedia: sfiora a malapena il pavimento con la punta dei piedi. Al suo fianco Jack, che osserva attentamente quello che ha di fronte. Mark e io con sguardo basso ci avviciniamo ricevendo un'occhiata di traverso dal nostro  insegnante. Mi siedo vicino a Jack, su una sedia scomodissima e solo in quel momento ho il coraggio di alzare totalmente lo sguardo per osservare gli uomini davanti a me.
Sono gli occhi, le orecchie della C.A.T.T.I.V.O., dei veri e propri soldati, delle macchine da guerra.
Sono la Squadra 31.

***

"Jack, Kim, Mark ora posso finalmente dirvi perché siete qui, perché siete stati scelti." Dice alzandosi Mr. Preston.
Ha una voce pacata, ma lo sguardo è tagliente come la lama di un pugnale, quasi come se fosse nervoso.
L'ometto drizza la schiena e allarga le braccia in un gesto quasi teatrale.
"Questa è la Squadra 31 e voi sarete i primi cadetti a farvi ingresso."
Sento qualcosa dentro di me smuoversi.
Non voglio, è il mio primo pensiero.
Non posso diventare un assassino e uccidere qualcuno, mi dico.
Lo devo fare per non creare casini alla mamma, penso però alla fine.
"Voi siete stati considerati idonei per questo programma di addestramento e siete stati analizzati da quando avete messo piede qui dentro. Siete tutti e tre dotati di capacità specifiche che se plasmate vi renderanno dei perfetti soldati. Immagino che vi stiate chiedendo il perché di tutto questo: nonostante non sia un argomento di cui si vuole trattare apertamente all'interno del Centro, sono costretto a farlo. Più sarete consapevoli di ciò che vi aspetta, più combatterete meglio."
Riprende fiato e poi fa scorrere il suo sguardo su di noi.
"La fuori il mondo sta cadendo a pezzi. L'Eruzione, la malattia che si è diffusa dopo l'Eruzioni Solari, sta prendendo piede in tutto il mondo e attualmente non c'è modo di fermarla. Abbiamo raccolto dei campioni, ma non sono abbastanza e soprattutto non sono campioni... adatti. Ci servono elementi vivi, persone infettate vive."
Sento i suoi occhi squadrarmi, mentre mi guardo la punta delle scarpe, a disagio.
Rialzo il viso e mi ritrovo l'uomo a un palmo dal naso.
"Voi sarete l'unità speciale della Squadra 31. Dovrete rapire i portatori sani della malattia e portali qui in laboratorio in modo tale che vengano studiati. Sarete la nostra salvezza. Ma dovrete anche combattere, non ve lo nascondo. Dovrete uccidere."
Il mio cuore salta un battito e il sangue si gela nelle vene.
"Queste operazioni sono rischiose, soprattutto se si interagisce con soggetti oltre l'Andata. Per quanto possa spaventarvi la cosa dovrete farlo; dovrete difendervi e io sono qui per insegnarvelo, ma vi avverto fin da subito di una cosa: potrete diventare dei perfetti soldati, allenarvi, modellare la vostra mente e il vostro corpo per essere degli assassini, ma quando sarete in battaglia, in missione e dovrete fare una scelta, ponendo fine alla vita di un uomo, vi assicuro che i miei insegnamenti non varranno più niente. Gli infetti, gli Spaccati, vi sembreranno forse semplici da uccidere, perché sono dei mostri ormai, ma quando li guarderete negli occhi vi assicuro che nelle loro iridi vedrete ancora qualcosa di umano e a quel punto dovrete decidere se sparare o meno. Lì plasmerete la vostra vita."

Al discorso segue un lungo momento di silenzio in cui nessuno parla o emette un fiato. Sento Mark avvicinarsi a me per chiedere conforto, ma neanche io sono nelle migliori condizioni e quindi lo aiuterei ben poco, così gli faccio segno con la mano di rimanere dove si trova.
"Beh, ora non ci resta che iniziare."
Mr. Preston si volta di spalle e con un gesto congeda la Squadra 31.
Osservo gli uomini uscire dalla stanza in un silenzio assordante e penso a come ci si senta ad avere indosso quell'orribile tuta nera.

***

È la centesima volta che lancio questo maledetto pugnale e non sono ancora riuscita a farlo piantare nel grande bersaglio. Possibile che debba essere così dannatamente difficile?
"Kim concentrati! Non ci stai nemmeno provando ormai! Mettici forza in quel braccio! E tu Jack fai movimenti più veloci! Mark tendi quell'arco, non morde!"
Mr. Preston da quando abbiamo iniziato l'allenamento di oggi non fa altro che spronarci insistendo sui nostri punti deboli, cosa apprezzabilissima se non fosse che a forza di sentirlo urlare probabilmente questa notte me lo ritroverò anche nei miei sogni.
"Okay, evidentemente dovete fare una pausa: andate a mangiare. Al vostro ritorno vi aspettano quaranta flessioni e venti minuti di corsa. Forza, muoversi!"
A quelle parole tutti e tre smettiamo di allenarci, posiamo le armi e usciamo affamati dalla sala, diretti alla mensa.

"Quindi voi due siete qua dentro da sei anni?" Domanda Jack, tentando di rompere l'imbarazzo che permea il nostro trio.
"Sì, è un sacco di tempo!" Esclama subito Mark.
Se c'è una cosa in cui mio fratello ed io non ci somigliamo per niente è il carattere: se io sono introversa e riservata lui, forse anche per la sua età, è estroverso all'inverosimile.
"Beh, deve essere una rottura stare qui dentro per così tanto tempo... Ma almeno vi portano in gita scolastica?"
"Se come gita intendi visitare una nuova aula o una nuova sala in cui dovremo studiare, allora sì, ci portano in gita." Risponde Mark ridacchiando.
Jack sorride vistosamente e poi mi guarda e mi rivolge la parola.
"Colore preferito?"
Rimango spiazzata da una domanda così semplice eppure così difficile; non ho mai avuto veri e propri amici a cui raccontare delle cose del genere su di me, quindi con il passare del tempo ho smesso di pensare a cosa così normali, come il proprio colore preferito, per dedicarmi ad altro.
"Beh... credo l'azzurro."
"Il mio è il giallo."
Gli rivolgo un gesto di assenso non sapendo cosa altro chiedere, ma in pochi secondi Jack riprendere a fare domande e alla fine viene a sapere molte cose di noi così come noi di lui.
Suo papà faceva il dentista e sua mamma lavorava come commessa in un centro commerciale in periferia di New York. Aveva iniziato come noi a non andare più a scuola per via dell'infezione e dopo pochi mesi in tutta la città avevano iniziato ad arrivare delle persone alquanto strane. Si trattava di soldati e di infermiere che man mano arrivavano per analizzare ogni bambino.
Jack era risultato positivo al test e per questo era stato portato via insieme ad altri suoi coetanei in uno scuolabus.
Non vedeva i suoi genitori da allora.

***

Tra vari racconti e domande ci ritroviamo a mangiare nella mensa: oggi servono la pasta scotta e la carne gommosa. Mi chiedo quando mai capiranno che questo cibo fa veramente schifo e cambieranno le cuoche di conseguenza.
Jack proprio in quel momento mi distrae dai miei pensieri chiedendo qualcosa di nuovo a me e Mark.
"Vi va se dopo vi porto fuori?"
Il mio fratellino, che stava bevendo una lunga sorsata d'acqua, per poco non si strozza.
"Fuori?!" Esclama asciugandosi la bocca con il dorso della mano.
"Ma fuori, fuori?!" Gli faccio eco io, subito dopo.
"Esatto!" dice sorridendo per poi continuare sussurrando "Conosco un modo sicuro per uscire dal Centro senza essere visti dalle telecamere. Ci incontriamo davanti alla mia camera, la 221, stasera, alle 8:00 in punto."
Noi annuiamo rapiti e sento dentro di me una gioia profonda farsi avanti insieme all'adrenalina. Infrangeremo un sacco di regole uscendo dal centro, ma potremo vedere le stelle, sentire l'aria fresca sulla pelle.
Potrò vedere le montagne e la neve e questa volta sarà per davvero e non grazie a una foto o attraverso un vetro.
Sono così felice ed euforica che fatico ad accorgermi di chi si stia avvicinando al tavolo: Jessica.
Non la vedo da un bel po' a dire il vero, ma appena noto che si sta dirigendo verso di noi mi si gela il sangue nelle vene.
Sento la rabbia ribollire sotto la superficie della mia pelle e devo mordermi la lingua per evitare di trattarla male. So benissimo che lei odia essere ignorata, ma certe volte è veramente difficile non fargliela pagare per tutte le cattiverie che ci ha detto e fatto.
"Uh, guarda chi si rivede!" Esclama puntandomi gli occhi addosso.
"Pensavo che vi avessero scaricato a Denver per farvi mangiare dagli Spaccati. Beh, evidentemente non mi sono persa lo spettacolo."
Jack fa scorrere lo sguardo da noi a lei tentando di capire il perché di quelle parole, ma la verità è che tutto questo non ha una spiegazione logica.
Forse Jessica è semplicemente invidiosa, gelosa o qualcos'altro, ma posso affermare con certezza che da quando siamo quo dentro, sia Mark che io non abbiamo fatto niente per farci odiare in questa maniera.
"Jessica, lasciaci in pace. Non ho voglia di discutere..." Dico a denti stretti, mangiando un boccone di carne, che per quanto sia gommosa e dal sapore orrendo, mi aiuta a non urlare addosso alla bionda.
"Discutere? No, cosa dici! Sono venuta qui per dirvi una cosa."
Sul viso le si dipinge uno strano sorrisetto, che mette il risalto le sue guance rotonde e rosee che farebbero invidia a una bambola. Tante volte, sotto sotto, vorrei essere come lei, almeno di aspetto e sapere cosa si prova ad essere sempre ammirata e apprezzata per come si appare.
Quei pensieri passeggeri se ne vanno in pochi secondi e io riprendo a guardare la vera Jessica, la vipera dietro una falsa maschera.
"Ho sentito un gruppo di medici parlare riguardo voi due..." Inizia la ragazza, fissandoci intensamente.
"Parlavano di un certo James Arkon..."
Subito Mark e io drizziamo le orecchie e ci alziamo in piedi, ma la ragazzina ci fa segno di fermarci, scuotendo la testa.
"Mi spiace però dirvi che non potrete vederlo..."
Sta trattenendo una risata sommessa e la cosa mi fa imbestialire perché sta parlando di mio padre con una leggerezza estrema, senza pensare minimamente a quanto il mio fratellino e io possiamo essere preoccupati per lui dopo sei anni passati senza ricevere sue notizie.
"Parla!" Urlo, in prenda a una nausea crescente e ad un orrendo e brutto presentimento.
Alcuni medici si voltano a guardarmi, considerandomi forse per la prima volta da quando sono qui dentro.
"È uno Spaccato."
Sento il mondo crollarmi addosso in una volta sola, la nausea aumenta e Jessica, vedendo le nostre facce, si mette a ridere.
Mi avvicino a lei e mentre la sua voce da gallina rimbalza sui muri della stanza la rabbia esce dal mio corpo tutta d'un colpo.
Tiro un pugno in faccia alla ragazza che si mette ad urlare.
Poi corro via.













Space for me||☆

EHI PIVE I'M BACK

Lo so che sono stata via a lungo e che non mi faccio sentire da un bel po', ma credetemi: la scuola mi sta uccidendo.
Ho molte verifiche, interrogazioni e problemi a cui stare dietro, così Wattpad è dovuto scendere in secondo piano per ovvie ragioni.

MA CIANCIO ALLE BANDE

Questo capitolo doveva essere pubblicato domani per il compleanno di un certo THOMAS, ma dato che bibiferry deve tenersi occupata in qualche modo mentre è all'ospedale (mi hai fatto prendere un infarto -_-) ho deciso di pubblicarlo prima ;)

***

Now arrivano gli auguri anticipati per quest'angelo di ragazzo:

Caro Thomas Brodie Sangster,
sei un ragazzo magnifico, simpatico, speciale e domani compi ben ventinove anni. Sono così fiera di te, di come sei riuscito a ricostruirti un nuovo rapporto dopo Bella, di come hai condotto la tua carriera d'artista e attore al meglio e di come tu sia in grado di sorprendermi ogni volta.
Fai parte della mia vita da tre anni e mezzo e non posso dire altro se non che dall'istante in cui ti ho conosciuto mi hai migliorato ogni singola giornata con il tuo sorriso bellissimo.
Questa è la terza lettera che ti scrivo per il tuo compleanno e sono sicura al 99% che non le leggerai mai probabilmente, ma sperando in quell'1% voglio ancora dirti GRAZIE.
Grazie per essere così come sei e per farmi sorridere sempre.
Ti devo tutto.
Ti voglio un bene immenso e non smetterò mai di volertene, Tom.

Con affetto,
Una piccola Raduraia di nome Matilde

***

E questo era tutto dalla mia caverna segreta dove progetto piani malefici con Ryuk :)

Ryuk: Vai a comprare delle mele, va!

*spinge Ryuk in un angolino*

Lascio spazio ai vostri commenti, dubbi, problemi esistenziali, supposizioni, scleri e quant'altro 👉

Hope you enjoy

Maty☆

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