Capitolo 2
Da quel giorno sono passati ben sei anni.
Sì, proprio così: sei lunghi anni.
La mamma ci fece portare lontano da casa, luogo che di fatto non ho mai più rivisto. Mark e io battemmo le mani sul vetro del furgone fino a quando non fummo troppo stanchi.
Ci addormentammo.
Al risveglio eravamo entrambi in un candido letto in una sala completamente bianca.
Subito tutto mi sembrò confuso, poi mi venne spiegata ogni minima cosa.
La Terra è stata infettata da un virus, un'infezione mortale chiamata Eruzione, che colpisce principalmente l'apparato celebrale, facendolo degenerare esponenzialmente fino alla pazzia più completa del soggetto infetto.
Il virus ti mangia dall'interno, fino a quando non ti trasformi in un ammasso di carne e ossa che uccide senza motivo.
Uno Spaccato. Ecco cosa diventi.
Non c'è rimedio.
Nessuno.
Questa è la dura realtà che è stata sbattuta in faccia a Mark e a me, appena svegliati, da un medico allampanato e con la faccia smunta.
Solo con il trascorrere del tempo capii appieno il significato del discorso che ci fece e il motivo per cui la mia vita è cambiata in modo così drastico.
Questo virus, l'Eruzione, ha cambiato tutto ed è per questo che sono stata portata qui, dove mi trovo ora, ovvero il Centro della C.A.T.T.I.V.O., l'unica associazione mondiale rimasta in piedi che tenta disperatamente di trovare un antidoto al virus prima che l'umanità si estingua.
Questo grazie a persone come me, i Muni.
Grazie a numerose ricerche si è scoperto che le nuove generazioni non si ammalavano e rimanevano immuni al virus.
Tuttavia siamo veramente pochi e rari per il momento. Io ho avuto la fortuna di essere una dei pochi - anche se chiamarla fortuna sembra quasi un eufemismo -. Senza la C.A.T.T.I.V.O. non avrei un posto dove andare, suppongo, e di certo né io né Mark saremmo ancora vivi. Forse nemmeno la mamma. La vediamo però talmente poco che è come se fosse rimasta sul ciglio del nostro vialetto a guardarci andare via dentro il grande furgone nero.
Forse l'unica cosa negativa è stata non rivedere mai più papà e la sua Impala. Anzi, non solo negativa. È stata la cosa peggiore che mi sia mai capitata.
***
Apro gli occhi.
Sento freddo.
Li richiudo nella speranza di riaddormentarmi.
Un fischio sordo, che diventa pian piano più forte mi fa tirare su di malavoglia.
La mia giornata inizia in questo modo da quasi sei anni e non c'è giorno che io non passi ad odiare ogni singolo minuto che intercorre dalle 7:30 alle 8:30 del mattino.
Andare a scuola mi è sempre piaciuto, così come imparare cose nuove e via dicendo, ma da quando sono arrivata alla C.A.T.T.I.V.O. ho iniziato ad odiare pian piano pure quello.
Non tanto per gli insegnanti, la quantità di compiti, la difficoltà dei concetti...
No.
Niente di tutto questo.
"Ehi Kim, muoviti! Oggi c'è la lezione speciale!"
Mark è già in piedi da mezz'ora, come minimo ed è già vestito in modo impeccabile da capo a piedi.
Mi trascino di malavoglia fino al bagno e mi ci chiudo dentro.
Non riesco proprio a sopportare l'idea che tra meno di venti minuti rivedrò la fastidiosissima Jessica Roosevelt.
Mark e io abbiamo sempre frequentato la stessa classe, nonché l'unica, qui presente al Centro, ma da quando è arrivata Jessica hanno ben pensato - chiunque sia il genio merita di morire - di metterci nella stessa classe.
Abbiamo solo undici anni, ma lei sembra già una tredicenne, come minimo. Il suo copro è già passato allo stadio "guardatemi: ho più curve di un cerchio", mentre io sono rimasta a quello "scusate ho ancora undici anni".
Cosa ne dovrei sapere di reggiseni?
Assieme al suo bel fisico, Jessica non manca di avere un bel viso e i tipici lunghi capelli biondi e occhi azzurri da Barbie, così come non manca di farmi notare quanto io assomigli a un maschio, più che a una femmina.
E non ha tutti i torti.
Non credo ci sia mai stato qualcosa di femminile in me e se anche c'è stato, ora è completamente morto e sepolto.
***
La colazione di oggi faceva addirittura più schifo del solito.
Provo a togliermi dalla testa l'immagine degli stopposi cereali giallognoli della mensa, quando mi viene in aiuto il mio fratellino.
"Secondo te cosa ci diranno? Magari ci fanno finalmente cambiare materia e passiamo da inglese a un'altra lingua!"
Per avere solamente nove anni il ragazzino è intelligente, devo ammetterlo. Forse uno dei più intelligenti della sua età.
"Magari... o forse ci cambiano di classe." Dico tra i denti, facendo salire alla mente l'immagine di Jessica che cammina per i corridoi atteggiandosi come una gallina.
Tra una parola e l'altra io e Mark arriviamo filamente alla classe contrassegnata da un grosso e gigantesco dieci nero.
Entriamo, attraversando le porte scorrevoli e ci sediamo nei soliti banchi.
Sono le 7:25 e mancano ancora cinque minuti prima che entri la gallina.
Tuttavia il Signor Black, come suo solito, entra poco dopo di noi.
I suoi grandi occhiali quadrati di un calmo blu scuro gli scivolano sul naso e lui senza tanti convenevoli li spinge su.
"Mark, Kim, buongiorno."
Fa una pausa per sistemarsi i capelli marroni, ravviandoli con la mano destra.
"Siete pregati di seguirmi e possibilmente dovrete farlo in silenzio."
Mark e io ci fissiamo, curiosi e allo stesso tempo intimoriti.
Vorrei chiedere al Signor Black dove stiamo per andare, cosa faremo, ma rimango in silenzio, seguendo il suo ordine.
Mi alzo dal banco, così fa Mark e poi entrambi ci avviamo dietro il camice bianco che copre il nostro insegnante trentenne.
***
Attraversiamo diversi corridoi, stanze e laboratori fino ad arrivare alla porta che nessuno vorrebbe mai varcare.
Quella di Mark Anderson.
Il Signor Black bussa.
Da dentro si sente una voce quasi annoiata che dice uno strascicato "Avanti".
Tengo la testa bassa mentre Mark tutto contento si guarda attorno.
Fa scorrere i suoi occhi sulle grandi poltrone nere, sulla libreria zeppa di volumi e quando finalmente arriva alla grande finestra dietro la scrivania rimane incantato nel vedere il paesaggio nordico dell'Alaska coperto dalla neve.
I fiocchi cadono piano, in ampie volute; anche io mi incanto quasi subito a guardarli. Seguendo uno di questi con lo sguardo arrivo finalmente a fissare la figura seduta su una sedia al di qua della scrivania.
È la mamma.
Senza pensarci le corro incontro con Mark alle calcagna, come sempre.
Non la vediamo da quasi due mesi e anche se ci vengono date sue notizie tutti i giorni e come se si trovasse dall'altra parte del mondo, lontanissima da noi.
L'abbraccio, la sento irriggidirsi e quasi tremare tra le braccia mie e del mio fratellino.
"Ciao ragazzi." Sussurra, quasi inudibile.
La stringiamo più forte a noi e lei pian piano si scioglie e ci stringe a sè, proprio come quando eravamo ancora a casa, felici e tutti uniti.
"Emh Emh."
Anderson fa finta di schiarirsi la voce facendo sobbalzare la mamma e interrompendo il silenzio venutosi a creare poco prima.
"Sedetevi, prego."
Senza tante domande io e Mark riusciamo in qualche modo a spartirci l'ultima poltrona rimasta.
Anderson si torce le mani, poi sistema alcune carte sulla sua scrivania in mogano. Alla fine si decide a parlare.
"Cari ragazzi, siete stati convocati qui oggi per essere informati di ciò che succederà tra poco."
Mark e io ci scambiamo uno sguardo fugace e poi ci voltiamo entrambi verso la mamma in cerca di sostegno.
Sta guardando Anderson, pallida come non mai. Ha la fronte imperlata di sudore ed è visibilmente in ansia, ma nonostante ciò mantiene quella sua aria controllata di sempre.
"Da oggi in poi entrambi verrete sottoposti al corso intensivo che comprenderà lo sviluppo delle vostre abilità su ampia scala. Imparerete a combattere, a sparare e a essere dei veri soldati. Sarete solo voi due."
"Jessica?" Domando senza neanche pensarci.
Me ne pento subito perché ho imparato a mie spese - con l'aggiunta di compiti, insomma - che gli adulti odiano essere interrotti e le persone come Anderson lo odiano due volte di più.
L'uomo però sembra assumere una faccia tranquilla e dopo un lungo sospiro proferisce parola.
"Jessica è stata portata a svolgere un corso simile al vostro in un'altra ala del complesso. La rivedrete solo durante i pasti o durante le riunioni."
Per alcuni istanti tento di assimilare ciò che mi è stato detto: non rivedrò più quella gallina. Dovrò imparare a sparare, a combattere, però.
Subito nella mia mente si fa avanti un chiaro e semplice pensiero.
Non voglio.
Le ho viste le guardie della C.A.T.T.I.V.O.
Sono grandi e grosse, persino le donne, e imbrancano tutte grandi fucili. Si nascondono dietro maschere nere e quando camminano sembrano pilotate da una forza estranea al loro corpo. Sono precise e infallibili.
Io però non voglio diventare così: è vero sono testarda e quando mi metto in testa qualcosa è impossibile farmi cambiare idea, ma non voglio ricorrere alla violenza per farmi valere.
Alla C.A.T.T.I.V.O. mi è stata data la possibilità di avere una vita sicura e tranquilla, ma mi è stata anche tolta la libertà di uscire a prendere un po' di aria fresca sulla terrazza all'ultimo piano, oppure di stare accanto alla mamma.
Come posso permettere loro di togliermi anche il libero arbitrio?
"È obbligatorio?" Dico senza pensare.
Sento la mamma voltarsi di scatto e puntarmi i suoi occhi azzurri contro, con uno sguardo sbalordito.
Anderson invece quasi rimane strozzato dalla caramella al limone che aveva appena ingoiato.
L'unico ad appoggiare la mia domanda con un mugugno è Mark.
"Insomma: non voglio imparare a uccidere un'altra persona o a impugnare un'arma."
Anderson allora si riprende alla svelta.
"Kim, Mark, la nostra non è una proposta, né un obbligo. È una necessità. Voi non potete vivere senza combattere e a noi, scusate la franchezza, servono unità ben addestrate in caso... beh, di disguidi."
L'uomo mi fissa negli occhi e riesco a leggerci dentro la sua paura; quella di vedersi infettato e divorato dagli Spaccati.
Siamo il suo scudo umano ancora da plasmare, ma non appena il processo sarà finito saremo, sia Mark che io, due perfetti soldati.
Sulla sala cala il silenzio, un silenzio di quelli assordanti che permeano l'aria rendendola pesante, impossibile da respirare quasi.
"Questo era tutto quello che dovevo dirvi. Ora potete andare."
A quelle parole, mi alzo dalla poltrona e faccio per abbracciare la mamma assieme al mio fratellino, ma un suo sguardo triste mi ferma.
Punta i suoi occhi azzurri nei miei e capisco che abbracciarla sarebbe solamente un peso per lei, in quel momento.
La mamma sa meglio di chiunque altro che non appena inizieremo questo corso ci vedremo ancora meno di prima e forse il suo mantenere le distanze le serve anche per non crollare in lacrime davanti a tutti.
Le sorrido, debolmente, prendo il mio fratellino per mano e mi dirigo verso la porta dello studio.
Tiro giù la maniglia proprio mentre Anderson parla.
"Vivere non è un obbligo, ma una necessità umana. Kim, se vuoi veramente continuare a vivere te lo devi guadagnare. Ogni singolo respiro. Non dimenticarlo. O morirai."
Sento il sangue gelarsi nelle vene.
"Non lo dimenticherò." Dico a mezza voce.
Poi apro la porta ed esco assieme a Mark.
Space for me||☆
HOLA PEOPLE
ALLORA: scusate se non ho più aggiornato, ma sono successe un botto di cose e io sono stata occupatissima con la scuola.
Giuro che da oggi in poi cercherò di aggiornare come al solito ogni venerdì :")
+
OGGI SONO ANDATA A COMPRARMI DEI VESTITI E HO PRESO LA MAGLIA DEI QUEEN SCONTATA. É STUPENDA AIUTO SJCJSMSBDJ
BTW
Spero che il capitolo vi sia piaciuto anche se non è un granché :3
Opinioni, domande, dubbi esistenziali, scleri e quant'altro qui a lato👉
HOPE YOU ENJOY :D
Maty☆
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