Capitolo 40
Quando si fa mattina, trovo me e Jeremy separati, sul letto. Sedendomi, vedo che sembra ancora un morto. Cercando duramente di non sorridere, scuoto la testa. Rimarrà così per un bel po'. Facendo piano, scendo dal letto e scappo via dalla mia camera. Chiudo lentamente la porta, per non svegliarlo. Vado in cucina e faccio il caffè. Mentre si sta facendo, rimango lì con la mano sulle mie labbra. Oggi secondo della notte appena trascorsa scorre nella mia mente. In realtà, il mio cuore torna ad agitarsi. È come se potessi sentire ancora il suo tocco. Scuotendo la testa, aspetto il caffè. Dopo aver finito, mi siedo sul ripiano della cucina, guardando la porta della mia stanza. Non sono nemmeno cosa dirgli quando si alzerà. Cosa si dice in queste situazioni? Ciao, buongiorno, grazie per stanotte. Non credo che sia il modo migliore per iniziare. Finalmente, gemo e decido di farmi un bagno. È tranquillizzante. Mi lavo i capelli e tutto il resto. Quando ho finito, torno a bagnarmi il viso. Immagini e sensazioni continuano a scorrere nella mia testa. Improvvisamente, sento un colpo e la porta del bagno si apre. Mi spavento. Allora, alcuni secondi dopo, sento qualcuno vomitare.
-Jeremy?- Affanno.
Non ricevo risposta. Allungo la mano alla ricerca del mio accappatoio. Dopo essermelo messa, apro la tendina. Jeremy è a terra che vomita nel gabinetto. Sospiro pesantemente ed esco dalla doccia. Inginocchiandomi con lui, metto le mie mani sulla sua fronte per aiutarlo a sostenere la sua testa. Vomita per un po'. Pensavo che mi avrebbe dato fastidio, ma ormai ci sono abituata grazie a mia madre. Questo non è nulla. Ha dei conati per un po', poi finalmente si ferma.
-Hai finito?- Chiedo.
-Sì, credo di sì -Ringhia Jeremy. Si siede accanto al gabinetto. Io prendo un asciugamano e, dopo averlo bagnato, glielo do- Grazie -Mormora, pulendosi- Non devi aiutarmi.
-Oh, Dio, -Ringhio- certo che devo. Calmati -Girandomi, riempio d'acqua un piccolo bicchiere e glielo passo- Sciacquati la bocca.
Lo fa e sputa nel gabinetto.
-Sento come se dovessi morire.
-Non morirai -Dico, incrociando le braccia al petto- Hai una sbornia. Desidereresti morire. Quanto hai bevuto stanotte?
-Sai, -Risponde Jeremy- non ricordo. Oh, merda- S'inclina e ricomincia a vomitare.
M'inginocchio insieme a lui e gli accarezzo la schiena. Quando finisce, appoggia la testa sul gabinetto.
-Mi piacerebbe poter fare di più per aiutarti, ma credimi, non c'è nulla che io possa fare. Devi aspettare che esca tutto.
-Sì -Brontola- Ci sono già passato.
A disagio, mi siedo a terra. Sistemo il mio accappatoio, così non mostro nulla. Jeremy ringhia e si sdraia, riposando la testa sulle mie gambe. Questo mi fa ridere.
-Perchè non ti metti comodo?
-Shh, -Mi zittisce- parla piano.
-Scusa -Sussurro, senza smettere di ridere- Scusa, ma è divertente.
Chiude gli occhi e geme.
-Non è divertente.
-Sì che lo è. Magari t'insegnerà a non bere così tanto.
Jeremy lascia cadere il braccio sul suo viso.
-La luce del sole è fottutamente forte. Ugh! -Rido e scuoto la testa. Sospirando, Jeremy finalmente dice:- Allora, come sono arrivato a casa stanotte?
-Cosa?- Chiedo.
-Ecco, ricordo di essere stato al bar e... poi mi sono svegliato sul tuo letto- Risponde Jeremy.
Il mio cuore si rompe in mille pezzi. Non riesco nemmeno a trovare le parole.
-Non ti ricordi di stanotte?
-No.
-Qualcosa?- Dico a bassa voce.
Jeremy tira via il braccio e mi guarda.
-No, perchè? Ho fatto qualcosa di stupido? Come ci sono finito sul tuo letto?
Credo che potrei davvero mettermi a piangere... su di lui. Il suo sguardo è confuso. Non glielo posso dire, non posso e basta. Cosa direbbe? Sarebbe solo imbarazzante. Non lo avrebbe fatto se non fosse stato ubriaco.
-No- Dico finalmente, cercando di fare un sorriso- Ti sei solo avvicinato al mio letto e sei svenuto. Non volevo darti fastidio.
-Oh, bene -Sospira- So di non aver guidato. Mi hanno dato un passaggio.
-Mmm.
I miei occhi iniziano a riempirsi di lacrime. Conficco le unghie nel palmo della mia mano per cercare di distrarmi. Sposto lo sguardo, sperando che Jeremy non si accorga di nulla. Quando mette di nuovo il braccio sui suoi occhi, faccio un sospiro di sollievo. Una lacrima scende sulla mia guancia e la elimino immediatamente. Facciamo solo silenzio per un po'. La mia mano probabilmente starà sanguinando.
-Allora, -Dico finalmente- cosa avrebbe potuto spingerti a bere così tanto, ubriacone?
Non c'è movimento da parte di Jeremy. Si è davvero addormentato su di me?
Improvvisamente, dice:
-Tendo ad ubriacarmi ogni anno in questo giorno.
-Di proposito?- Chiedo, scioccata.
-Non inizio a bere come se quella fosse la mia meta, ma va sempre a finire così -Risponde Jeremy. Lentamente, continua-: Lo faccio per affogare il mio dolore.
La mia mano incomincia ad accarezzargli i capelli. Vacillante, chiedo:
-Perchè eri triste?
Facendo un respiro profondo, Jeremy dice:
-Ieri, ecco, è stato l'anniversario.
-Quale anniversario?
-Quello della morte di Kaitlin -Il dolore del mio petto sparisce per un secondo. Mi sta raccontando il suo passato. Cosa dico? Cosa faccio? Continuo solo ad accarezzargli i capelli e lo lascio parlare. Jeremy tira via il braccio dal suo viso e mi guarda- Non hai domande?
-No, voglio sapere chi è Kaitlin, ma ho promesso di non chiedere nulla del tuo passato, quindi non farò nessuna domanda.
-Beh, -Dice a bassa voce, guardandomi- credo di essere pronto per parlarne, ma devi promettere che non dirai a nessuno quello che ti racconterò.
Annuisco in risposta.
Jeremy fa un respiro profondo e poi inizia:
-Innanzitutto, sono del Texas, ma questo già lo sai. Quello che non sai è che... ecco... si potrebbe dire che sono orfano -Mi guarda, mentre le mie sopracciglia si elevano- Vedi, per questo non lo dico a nessuno, perchè odio la compassione degli altri.
Scuotendo la testa, replico:
-Non l'ho fatto per compassione, sono solo sorpresa.
-Comunque, beh, sono passato di orfanotrofio in orfanotrofio. Ero abbastanza riservato e non ho mai avuto molta confidenza con qualcuno. Ero un po' come te. Non mi avevano mai dato dimostrazioni d'affetto, né avevo il calore della famiglia. È così che sono cresciuto. Durante l'estate prima dell'ultimo anno, ero finalmente arrivato anche all'ultimo orfanotrofio. Erano persone molto simpatiche, ma io ero troppo chiuso in me stesso e così riservato che mantenni le distanze. La moglie era la professoressa di musica e mi aveva detto che sarebbe stato meglio per me incominciare a suonare uno strumento. Io, ovviamente, ci scherzai sopra, fino a quando lei mi disse che era così che mi sarei guadagnato da vivere.
Interrompo:
-Così, hai scelto il violino?
-Sì, per me era uno degli strumenti dal suono più bello che conoscevo. Allora, iniziò ad insegnarmi come suonarlo e grazie alla mia fantastica intelligenza, imparai subito -Jeremy mi sorride e sorrido anche io- Fino alla fine di quell'estate, Henrietta, la mia madre adottiva, decise che mi avrebbe mandato ad un conservatorio per una settimana. Io non volevo assolutamente andarci, ma alla fine non ho avuto altra scelta. Così, ci andai. A dirla tutta, non c'entravo nulla in quel posto. Ero un ragazzo che faceva sport e si comportava come uno scemo. Non ero il tipo da sedermi e suonare tutto il giorno, ma mi sono arreso e i ho provato. Ero indietro rispetto a tutti gli altri, così sono dovuto restare più di tutti gli altri per praticare. Ero molto frustrato con me stesso. Volevo essere il migliore in tutto. Ebbene, una sera, mi sono arrabbiato così tanto che ho incominciato a bestemmiare come un marinaio, il che non è una novità da parte mia. D'un tratto, è apparsa una voce che mi disse: "I tuoi genitori non ti hanno detto che non è educato bestemmiare?". Ho alzato lo sguardo e ho visto una ragazza. Era della mia età. Aveva i capelli neri e corti, con tra le mani alcuni quaderni. La persona che tutti avrebbero chiamato secchiona. Balbettai e le dissi: "Mi dispiace, non mi ero reso conto che c'era qualcuno insieme a me". "Ti ho sentito suonare. Sei migliorato molto in questi pochi giorni", rispose. "Sei rimasta a guardarmi?", chiesi. Lei arrossì ed annuì. "Il mio nome è Kaitlin". "Io sono Jeremy", risposi "Allora, perchè rimanevi a sentirmi?". Facendo spallucce, guardò timidamente da un'altra parte. "Non lo so. Ma posso aiutarti". "Come?", chiesi. "T'insegnerò a mettere le dita in maniera corretta, lì, dove tu sbagli. Guarda, ti faccio vedere". Kaitlin si avvicinò ed iniziò a muovere le mie dita. Il suo tocco era caldo e gentile, questa è una cosa che ricordo bene. Passammo il resto della notte con lei che mi aiutava e alla fine, ero migliorato. Per il resto del periodo, diventammo inseparabili. Kaitlin era così dolce ed innocente. La facevo ridere, e disse che non lo faceva spesso. In realtà non parlammo molto delle nostre vite. Non c'era bisogno di fare domande. Quando la stagione al conservatorio finì, rimanemmo lì ad aspettare che ci venissero a prendere. Kaitlin allungò la mano e mi diede un pezzo di carta. "Cos'è?", le chiesi. "Sono il mio indirizzo e il mio numero di telefono", sussurrò, senza guardarmi negli occhi "Non ho molti amici, ma scommetto che tu ne hai un sacco, quindi ti capisco se non manterrai i contatti con me". Sorrisi e le dissi: "No, manterrò di sicuro i contatti". Questo la fece sorridere. "Fantastico! Inizierò una nuova scuola quest'anno e ho paura di non riuscire a fare amicizia con nessuno". "Quale scuola è?", le chiesi. "La scuola superiore Rivewood", rispose. Esclamai quando le dissi: "Lì è dove vado anch'io!". Kaitlin fece un bellissimo sorriso. "Mi parlerai?". Un po' sorpreso le dissi: "Ovvio. Perchè non dovrei farlo?". "Non lo so", sussurrò. Allora, d'un tratto, un'elegantissima auto nera si fermò davanti a noi. Un autista scese e guardò Kaitlin. Annuì e disse: "Signorina Billings, è pronta?". Lei inclinò la testa. "Sì, Phillip, lo sono". Lui si chinò e prese la sua borsa. Le aprì la porta. In quel momento, io ero un po' scioccato. Kaitlin sorrise soltanto e disse: "Devo andare. I miei genitori mi staranno aspettando per la cena". "Sì", dissi lentamente, "Ti chiamo questa settimana". "Ciao, Jeremy". Si mise in punta di piedi e mi baciò la guancia. Poi, se ne andò.
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