- 79 - La marcia verso Nox
Fragore di spade, urla di uomini, sangue, morte, distruzione: era tutto questo che Velkam ricordava del suo ultimo combattimento. Rindossare i paramenti di guerra, questa volta da sovrano, lo faceva sentire ancora più responsabile di un tempo.
L'ultima volta che aveva combattuto era stato solo un ribelle, un ragazzo arrogante in cerca di fortuna con la testa piena di ideali di libertà, giustizia, e tanta voglia di osteggiare Regio e la sua tirannia.
Quella volta aveva avuto al proprio fianco Euridice, la bella ragazza nobile che aveva perso la testa per lui tanto da abbandonare i suoi familiari e spingersi a seguirlo in battaglia rinunciando a tutto.
Con un sorriso a quel ricordo Velkam si alzò dalla scrivania e si chiese come se la stesse cavando la sua amica Euridice a Nublia, visto che aveva lasciato a lei le redini del comando.
Strano come si fossero ricuciti in fretta i rapporti tra loro due. Quando si erano lasciati lei aveva giurato di non volerlo vedere mai più, e ora si era offerta di farne le veci in sua assenza. Evidentemente anche le ferite più profonde col tempo si rimarginano.
Euridice era una donna in gamba. Era stata abituata sin da bambina alla burocrazia, essendo nobile, e Velkam era certo che di lei potesse fidarsi ciecamente.
Era il tramonto. Il tempo della marcia era stato stabilito proprio per quell'ora e così Velkam aveva tirato fuori dal bagaglio le proprie armi. Sulla lettiga stava poggiata la stessa giubba di cuoio che aveva indossato il giorno dell'uccisione del tiranno. L'avrebbe rimessa per quell'occasione, anche se fosse apparsa poco sicura. In fondo doveva solo dare il via al combattimento, poi avrebbe preso la direzione opposta inoltrandosi nella foresta; mentre a occuparsi della battaglia avrebbero pensato Lianus e Dalhom coi loro contingenti armati.
Ancora a petto nudo, con la voglia a forma di nuvola che spiccava sulla sua carnagione lattea, si infilò in fretta una casacca avvertendola fredda sulla pelle. Frugò ancora tra i vestiti alla ricerca dei pantaloni di cuoio aderenti e degli alti stivali da battaglia. Ogni scatto di bottoni, ogni chiusura di cinghia, facevano riaffiorare nella sua mente i ricordi dell'ultimo duello col tiranno.
Regio e il suo ultimo ghigno crudele cancellato da un calibratissimo e centratissimo colpo all'addome era stato uno dei pensieri più ricorrenti di quegli ultimi giorni.
Il re con molta calma strinse la cintura fino all'ultimo buco, era molto magro, era vero, ma questo non significava che non avesse forza e coraggio da vendere.
Indossò la giubba di cuoio interamente ricoperta da piume nere e lucide che la rendevano morbida e piacevole al tatto, gli era stata regalata da un capotribù barbaro durante uno dei suoi viaggi fuori da Elea. Era resistente al di là dell'apparenza e si sposava al meglio con la sua figura esile e muscolosa. Terminato col vestiario si infilò ai polsi i freddi bracciali alla schiava. Li sentì stringere saldamente il polso, e infilò al collo il medaglione d'argento sul quale aveva fatto incidere lo stemma del suo regno.
Ravvivò il colore blu che gli circondava gli occhi color cioccolato con la consueta capigliatura scompigliata che appariva più nera che mai nel semibuio della stanza. Per ultimo si gettò il pesante mantello di velluto nero alle spalle agganciandolo agli appositi bottoni.
Mancava soltanto una cosa.
Con estrema delicatezza la estrasse dal fodero di cuoio. La sua vecchia spada, non quella che usava ordinariamente, ma quella con cui aveva compiuto le sue memorabili imprese. Adesso l'aveva tra le mani. Riluceva alla luce dei lumi mentre la stringeva tra i palmi. La guardò per qualche minuto in silenzio, accompagnato solo dal suono dei suoi respiri. Chiuse gli occhi, assalito da una piacevole e allo stesso tempo inquietante sensazione di solitudine, una solitudine di cui non aveva sofferto anni prima. Sentì la lama tagliente a contatto con la sua mano destra e non riuscì a trattenersi dal serrare la presa proprio in quel punto, incidendosi un profondo taglio al palmo sinistro.
Presto il ferro si macchiò del suo stesso sangue e quando Velkam riaprì gli occhi vide questo gocciolare per terra e imperlare il pavimento nel semibuio di quel luogo.
Si chiese perché avesse fatto una cosa del genere, ma non riuscì a spiegarselo neanche lui.
A interrompere quel momento di quiete giunse Dalhom. Scostò la tenda con decisione e si bloccò all'istante quando vide la mano sanguinante del re.
"Maestà...", mormorò riluttante, "è tutto pronto per la marcia. Gli eserciti sono disposti in file ordinate, aspettano solo il vostro ordine!".
Velkam frugò tra le sue cose senza rispondere alla ricerca di una qualunque fasciatura. Quando la trovò se la attorcigliò ben stretta alla mano e si fece aiutare ad annodarla dal consigliere.
"Molto bene Dalhom, il mio cavallo è pronto?".
"Sì, Perla è davanti all'ingresso, Maestà. In testa agli eserciti che vi attendono".
"Sono già tutti qui?".
"Sì Maestà!".
Il re si guardò intorno per l'ultima volta facendo mente locale. Aveva la sensazione che potesse dimenticare qualcosa.
"Le provviste per il viaggio... come le porterò con me?".
"Ve le faranno trovare su un cavallo al vostro ritorno, dovrete passare di qui prima di andare...".
"Allora non mi manca altro. Possiamo andare".
Con sguardo regale rinfoderò la spada dopo averla pulita con uno straccio e si avviò a passo svelto verso l'uscita. Ad attenderlo, Broke stava nel grande antro ad attenderlo.
"Maestà...", disse stancamente il vecchio prendendo una mano di lui tra le sue, "possano gli dei guidarvi!".
"Grazie Broke, grazie di tutto".
Il vecchio burbero sorrise: "Di nulla, Sire...", gli diede una pacca sulle spalle, "Kassin ha scelto un successore degno della sua grandezza. Sono sicuro che vinceremo ed Elea tornerà il territorio unito che era. Di nuovo tornerà la tanto sospirata pace".
"Contaci, mio fedele amico... e al mio ritorno sarete tutti ricompensati per l'ammirevole servizio che mi avete prestato. I volontari della Tana del lupo rimarranno nella storia, così come il loro rispettabile capo anziano. Hai la mia parola!".
Il vecchio sorrise e si allontanò solitario con le spalle ricurve dal peso dell'età.
"Volevo aggiungere...", continuò Dalhom che era ancora al suo fianco, "che alcuni esploratori hanno travato delle tracce poco lontano da qui. Sono state lasciate senz'altro da Kaharan e la principessa. Vi ci guiderà un uomo quando sarete tornato".
Velkam registrò in fretta nella sua mente tutto quello che gli aveva riferito il proprio consigliere.
"Dalhom, grazie anche a te...". Gli sorrise.
"Dovere... Maestà...".
Non appena il re mise un piede fuori dalla grotta esplosero le acclamazioni dei soldati.
Forse alcuni di loro si aspettavano un discorso, ma lui non aveva alcuna voglia di parlare. La tensione della battaglia si faceva sentire prepotente, così montò in groppa al suo destriero Perla e solo per avere una visione d'insieme del vero numero di uomini a sua disposizione si voltò all'indietro.
Diecimila uomini lo stavano scrutando in silenzio, con ammirazione, soggezione, preoccupazione... diecimila uomini pendevano dalle sue labbra. Che avrebbe dovuto dire?
Il ragazzo sentì formarsi un groppo in gola ma si costrinse a parlare, a dire anche solo una piccola frase di incoraggiamento per i suoi soldati.
"Uomini...", urlò a gran voce perché tutti potessero udirlo, "è giunto il momento di rivendicare ciò che è nostro, siete con me?".
Le urla si alzarono all'unisono con le armi di ogni soldato. Diecimila spade erano rivolte al cielo, dai lancieri veniva il fragore delle armi battute sugli scudi a scandire il ritmo dell'imminente battaglia. Velkam rimase assorto ad udire il suono dei corni, e dopo un lungo istante sorrise e urlò: "Allora... in marcia!".
Davanti a lui si disposero alcuni suoi uomini e altri giovani della Tana coi loro destrieri. Erano stati scelti per scortare il re fino al luogo del combattimento. Al suo fianco, uno alla sua destra, l'altro alla sua sinistra, i suoi consiglieri aspettavano un cenno. E quando con un colpo di talloni il re spronò, anche il resto degli eserciti si mobilitò al suo seguito, muovendosi ingombrantemente ma alla svelta come, fossero un unico uomo invincibile. Come una belva feroce che strisciava silenziosa verso l'ignara preda.
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