- 74 - L'errore di Ghernò
La festa della sera precedente non aveva impedito a Velkam di continuare a tenere sotto controllo la situazione. Il re era cosciente di come Ghernò avrebbe potuto reagire a un insuccesso come quello che gli era sopraggiunto il giorno prima, e aveva disposto un numero ingente di sentinelle tutt'intorno agli accampamenti.
I festeggiamenti erano terminati a tarda notte senza che nulla fosse andato storto, ma il pericolo attacco era ancora imminente, così Velkam, reduce di esperienza e consapevole che l'attenzione dei soldati fosse calata molto più facilmente durante i festeggiamenti, ordinò il cambio delle sentinelle più spesso e fece preparare un'unità affinché non fossero colti alla sprovvista da qualsiasi attacco o agguato fosse stato preparato loro dai nemici.
La trovata si dimostrò alquanto efficace.
"Maestà".
Lianus si precipitò dal re non appena fu a conoscenza della notizia.
"Dimmi Lianus".
"Maestà, ho appena saputo dalle sentinelle che sorvegliano gli ingressi della città che un piccolo esercito di uomini si è addentrato nella foresta. Cercano noi, maestà...".
Il principe appoggiò con fare austero e pensieroso la testa allo schienale del rudimentale trono. "Cerca di mantenere la calma tra i nostri uomini...", disse con grande tranquillità, "non abbiamo nulla da temere",
Lianus annuì con malcelata agitazione.
"Quanti sono?", domandò ancora il re.
"Un centinaio maestà, più un piccolo gruppo di esploratori in avanscoperta!".
Il re rise divertito. "Stai a preoccuparti di un centinaio di uomini, Lianus?".
Il consigliere mantenne un'espressione seria. "Non mi preoccupo del numero, maestà, ma se uno solo di loro scappa, la nostra posizione verrà compromessa".
Il re si fece serio, evidentemente non aveva preso in considerazione questo piccolo particolare.
"Poco male. Lianus, fai radunare tutti i generali e porta loro questa disposizione. Si preparino tutti alla battaglia. Ghernò non sa ancora con chi ha a che fare... e questo è un vantaggio!".
Lianus annuì e si avviò a passo affrettato verso la cortina che separava lo studio del re dal resto del corridoio buio della galleria.
"Ah...", continuò il re, come a voler aggiungere qualcosa.
"Sì, altezza?", Lianus rispuntò dal drappo.
Lo sguardo di Velkam si fece di ghiaccio. "Ovviamente non voglio superstiti consigliere... e se ci sono, li voglio prigionieri!", fece una pausa riflessiva, "ripensandoci... lasciatene qualcuno vivo. Potrebbero darci qualche interessante informazione, ma non fateli scappare! Diecimila uomini sapranno di certo tener testa a duecento!".
Lianus annuì poco convinto e sparì oltre la soglia.
In meno di un ora già tutti erano disposti ai posti di combattimento. L'arrivo del nemico era imminente e il re in persona andò ad accertarsi che fosse tutto come da lui ordinato.
Non dovettero attendere molto. Presto arrivarono i cinquanta uomini in avanscoperta.
Non fu semplice catturarli dato che arrivavano a piccoli gruppi ed erano tutti sparpagliati. Ci volle l'impegno di tutte le intere unità per scovarli fino all'ultimo, tuttavia lo scontro non fece vittime nemmeno tra le fila nemiche. Queste infatti, visto l'ingente numero degli avversari dichiararono subito la resa.
"Erano esploratori, Sire...", disse quella sera stessa Dalhom dopo aver fatto le relative indagini. "La loro intenzione era quella di scoprire dove ci nascondiamo".
Fu poco dopo che si scatenò una breve ma cruenta battaglia nella quale furono coinvolte due intere unità.
Il piccolo esercito nemico fu decimato sotto l'occhio vigile del re. L'unico superstite catturato era stato un ragazzo di giovane età che venne condotto tra i prigionieri dell'azione precedente.
Alla fine dello scontro il bilancio era di tre uomini morti dalla parte di Lumos più un numero indefinito di feriti. Velkam dovette ammettere che i soldati di Nox si destreggiavano molto bene con le armi.
Il re dispose che per i prigionieri fosse costruita una tenda come provvisoria sistemazione. "Verrò personalmente a interrogarli", comunicò ai suoi uomini nel momento stesso della fine della battaglia. "Sarà necessario sgombrare l'intera piana dai corpi. Costruite delle pire e cremateli col rito che gli spetta". E detto questo, così come era comparso a dar manforte nel bel mezzo del campo di battaglia, era sparito allontanandosi a dorso del suo destriero bianco alla volta degli accampamenti.
Per tutto l'intero pomeriggio Dalhom e Cassandra non erano riusciti a scambiare una parola.
Il ragazzo dal canto suo era stato tutto il tempo in pensiero dato che una delle unità coinvolte nella battaglia era stata proprio quella di Cassandra. Aveva saputo dagli altri compagni che Cassandra aveva combattuto talmente valorosamente da essersi guadagnata l'ammirazione del re.
Decise di andare subito da lei non appena riuscì a liberarsi dai compiti che gli erano stati assegnati. Per un consigliere, in situazione di guerra imminente, c'era il doppio del lavoro di un soldato semplice.
La trovò come sempre nella sua tenda. Aveva appena tolto l'armatura ed era china su una bacinella d'acqua intenta a sciacquarsi il viso imbrattato dal sangue dei nemici.
Non appena lo vide lei si illuminò di un sorriso sincero. Rimase ferma al suo posto ad asciugarsi il viso con il primo straccio che le venne tra le mani.
"Ciao", la salutò lui guardandola attentamente coi suoi occhi limpidi.
Lei arrossì. C'era un che di imbarazzante nel vedersi di nuovo soli e nel ripensare a quello che era successo tra loro la sera precedente.
A Dalhom parve di non avere argomenti di cui parlare per rompere quell'imbarazzante silenzio così rimase fermo sulla soglia a contemplarla. Lei sostenne per qualche minuto il suo sguardo, poi lo abbassò intimidita.
Fu Dalhom a prendere l'iniziativa. Le si avvicinò e dopo aver preso le mani di lei tra le sue chiuse gli occhi respirando il suo profumo. Fece una smorfia di disgusto quando li riaprì: "Odori di sangue...".
Cassandra sorrise a quell'affermazione. "Non riposo sugli allori come voi consiglieri, Dalhom. Sono appena ritornata da un campo di battaglia. Di cosa dovrei odorare, di gelsomino?".
"Sei stata grande oggi pomeriggio...", continuò lui scosso da una sincera risata per la sua battuta.
"È il mio mestiere, non sarei qui se non lo fossi stata". Ancora una volta Cassandra sentì il suo cuore fare le capriole alla vicinanza di lui.
"Ti batte forte il cuore...", la prese in contropiede Dalhom scostandole una ciocca di capelli caduta dalla coda di cavallo disfatta.
"Lo so...", fece lei con un sorriso avvicinando il suo volto a quello di lui, senza saper bene come comportarsi.
Lui parve leggerle nella mente perché le sussurrò ad un orecchio: "Non c'è bisogno di nessuna formalità, né di nessuna frase fatta quando sei con me...", sghignazzò, "puoi farmi quello che vuoi... e comunque non temere per il tuo odore, non sarà quello a darmi fastidio".
La cinse in vita mentre con l'altra mano le accarezzava il viso e tiratala a sé la baciò con dolcezza.
"Non sai quanto avrei voluto prendere io il tuo posto in guerra, oggi... avevo paura che qualcuno ti facesse del male".
Cassandra abbozzò un sorriso. "Gli ordini del re non si discutono, consigliere...", lo canzonò, "e poi cosa credi? Che non sappia badare a me stessa?".
"Non ne dubito...", sussurrò lui accarezzandole il viso mentre le sfiorava il naso con la punta del suo.
"E allora che problemi hai?".
"Nessuno...", disse lui in un soffio mentre continuava ad accarezzarla sulla vita.
Cassandra sentì che la situazione stava per precipitare, e quello non era affatto il momento più adatto. Se li avessero visti? Se li avessero scoperti?
Dall'esterno infatti dei passi preannunciarono l'arrivo di qualche soldato.
"Arriva qualcuno!", mormorò Cassandra allontanandosi da lui all'istante.
Dalhom parve colto alla sprovvista e in effetti poco dopo dalla soglia comparve il re in persona.
"Eccoti finalmente!", aggiunse Velkam seccato rivolgendosi al consigliere, "Gli uomini mi hanno detto che ti avrei trovato qui".
Dalhom parve un po' impacciato.
"Che ne diresti di venire a interrogare i superstiti con me, mio consigliere?".
A quella sottile ironia Cassandra soffocò una risatina divertita.
Dalhom tentò di giustificarsi. "Ehm... certo, signore. Ero venuto ad assicurarmi sulle condizioni del generale Cassandra. Mi avevate detto voi di... prendermi... cura...", farfugliò.
"Già, l'avevo detto io...", annuì il re con espressione di chi la sa lunga.
Alle parole del suo consigliere Velkam ripensò per un attimo a quando sgattaiolava nella tenda di Euridice di notte, alcuni anni prima. Rammentava il timore di essere scoperti. Timore soffocato dall'impellente desiderio di stare insieme.
La passione ardente che c'era stata tra loro lo metteva ancora attualmente a disagio. Chi era dunque lui per proibire a Dalhom di amare Cassandra?
"Allora? Ti muovi?". Lo incitò il re costringendosi a tornare al presente.
Dalhom che era rimasto con volto ebete a fissare il viso del re si riscosse. "Arrivo subito, signore!". Alzò la mano in cenno di saluto e lasciò Cassandra in preda alle risate convulse.
Velkam, Dalhom e Lianus si recarono alla tenda dove erano stati imprigionati gli uomini catturati in battaglia. Erano stati legati con delle corde ad assi di legno che sporgevano dal terreno, e avevano tutti un'aria rassegnata.
Quando videro fare ingresso nella tenda il re e i suoi consiglieri le reazioni di essi furono delle più disparate. Alcuni chinarono la testa in segno di sottomissione, altri imprecarono o mormorarono qualcosa all'orecchio dei vicini.
Il re non si lasciò intimidire, entrò con la sua migliore espressione regale e si fermò davanti al membro più anziano.
"È il capo degli esploratori", lo informò l'uomo che era in turno di sorveglianza in quel momento.
Velkam si avvicinò al prigioniero che con gesto nervoso mosse la testa in un'altra direzione. L'uomo sembrava che non riuscisse a sostenere il suo sguardo così austero.
"Con chi ho l'onore di scambiare questa piacevole conversazione?". Domandò Velkam con ironia morsicandosi il labbro mentre aspettava una risposta dal prigioniero che non arrivava.
"Allora?", ringhiò. "Sei sordo, forse?".
"Ho già detto tutto ai vostri uomini. Non ho altro da dire...", insinuò l'uomo con disprezzo.
"Oh no, io credo che tu abbia molto da dire a me... che sono il re!". Velkam avvicinò il suo viso a quello del vecchio e lo fissò dritto nelle iridi scure.
"Dove credi di arrivare, Velkam? Non reggerai un giorno contro la potenza dell'esercito di Nox!".
Velkam lo fulminò con lo sguardo. "Forse".
La guardia schiaffeggiò il prigioniero. "Come osi rivolgerti con questo tono a sua maestà?!", lo rimproverò.
Il re sollevò una mano. "Poco male, poco male. Lascialo stare...", disse il re rivolto al proprio soldato.
"Non ho tempo da perdere qui con te adesso...", continuò Velkam con una voce di ghiaccio. "Perché siete stati mandati da Ghernò?".
"Per scovarci, si capisce...", intervenne Lianus con un ghigno.
"Solo che l'azione non è riuscita, non è vero?", proseguì il re con falso disappunto.
L'uomo non rispose.
"Sono famoso per essere un re che non ha mai utilizzato i metodi di tortura contro i propri prigionieri. Non mi piacerebbe cominciare a farlo proprio oggi".
L'uomo esitò ma poi tornò a chinare il capo al suolo.
"Mi rincresce ammettere che l'uomo che al momento detiene il potere non è capace di adempiere al suo ruolo come si deve. Un buon re non dovrebbe mai agire per vendetta personale, per istinto...", Velkam sorrise sprezzante. "Errori come questo hanno le loro conseguenze...", indicò gli altri prigionieri, "questo tipo di conseguenze!".
L'uomo chinò il capo per celare la delusione.
"Sei un uomo valido... è un peccato che quello sprovveduto di Ghernò ti abbia sprecato così. La potenza dell'esercito di Nox non serve a niente se a guidarlo c'è un uomo incapace!", aggiunse Velkam, "Mi dispiace per te, ma per il momento dovrai startene qui".
Fece segno ai suoi consiglieri di seguirlo. "Andiamocene per oggi...".
L'uomo sollevò la testa con aria di sfida. "Ghernò forse avrà sbagliato, ma il mio re non ammette errori né intralci! Quando Kaharan sarà tornato rimpiangerete di aver anche solo pensato di attaccarci. Ve lo giuro!", urlò l'uomo alle spalle del re mentre questo usciva dalla tenda dei prigionieri.
"La pagherete!". Sentirono urlare dall'interno con una certa frenesia.
"La pagherete!". E quelle ripetute parole accompagnarono il re per tutta la strada del ritorno.
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