-24- Ghernò al comando
Ghernò, disteso nella stanza del principe solitario, si rigirava nel letto confuso. I suoi occhi erano serrati e parole incomprensibili uscivano dalla sua bocca. Era schiavo del suo stesso sonno.
Ad un tratto l'uomo si svegliò, riuscendo a strappare via la sofferenza del suo sogno. Ghernò ansimava ancora per l'incubo. Sentiva nel petto un dolore legato indissolubilmente alla figura della figlia morta distesa per terra in una pozza di sangue.
Guardò fuori dalla finestra, là dove il sole era quasi del tutto sorto e si potevano sentire i corvi gracchiare alle prima luci del mattino.
Il sostituto del sovrano si alzò dal letto e andò a sciacquare il viso nella bacinella sul mobile di fronte al letto. I servi avevano portato dell'acqua calda con cui Ghernò stemperò quella già dentro la bacinella, e finalmente a contatto con essa si sentì più sveglio.
In quell'assordante silenzio sentì il cuore continuare a battere all'impazzata.
Era stata solo impressione, o per un attimo il volto di sua figlia aveva preso le sembianze di quello della serva che aveva graziato?
Ghernò si vestì indossando l'armatura, quando terminò mandò a chiamare Sahmara, la fedele serva di Kaharan, perché gli portasse la colazione.
Dopo poco tempo la ragazza era tornata nella camera del capo con una grande tazza di latte fumante.
Ghernò la invitò a lasciarlo solo, e sedutosi sul letto, lasciò raffreddare la bevanda. Quando fu fredda abbastanza la tracannò tutta d'un fiato e poggiò la tazza vuota sul vassoio guardandosi intorno divertito.
Ancora non riusciva a crederci. Lui, sovrano di Nox! Tutte le decisioni adesso spettavano a lui.
Guardò ad uno ad uno gli affreschi sulle pareti. Ritraevano quasi tutti un unicorno nero. Era risaputo, che gli unicorni neri vivessero per secoli. Forse quei disegni erano un buon auspicio alla lunga durata del regno.
Ghernò distolse la mente da quei pensieri, e per un attimo rivolse la sua attenzione ad altri pensieri molto più importanti. Governare il regno poteva comportare anche vantaggi, ma con quelli venivano le seccature, come ad esempio lo stare chiusi per ore nella sala al pianterreno a discutere con i generali strategie di difesa o di guerra, o a raccogliere informazioni dalle spie, cosa che a lui sarebbe toccata fare quello stesso pomeriggio.
Il sole ormai spandeva i suoi raggi illuminando di arancione tutta la roccaforte. Visto il bel tempo il sicario del principe decise di approfittare della mattinata libera per allenarsi con la spada. Un abile condottiero non perdeva mai di vista quello per cui era nato, nel suo caso, la guerra.
La mattinata trascorse veloce tra affondi, fendenti e tattiche di combattimento. Saverio, l'uomo che aveva fatto parte del rapimento della principessa, si allenava con lui, come avevano sempre fatto fin da quando si erano conosciuti.
Solo a tarda mattinata, quando Ghernò si era seduto un attimo all'ombra di un pino, si era ricordato del sogno, e della ragazza... la prigioniera.
Congedò Saverio, chiedendogli di essere presente per la riunione del pomeriggio, dato che aveva momentaneamente preso il suo posto di generale dell'esercito, e poi, recatosi alla sala del trono, si inoltrò nella porticina che conduceva alle segrete.
Scese gli umidi gradini in ascolto soltanto dell'eco dei suoi passi e oltrepassò la porta antica, la quale chiave era tenuta in possesso solo dal principe, per dirigersi direttamente alle prigioni sotterranee.
Ovviamente l'entrata alle prigioni non era soltanto quella. I secondini entravano ed uscivano da una porta secondaria che sbucava fuori dalla roccaforte murata del castello. A pensarci bene era sorprendente quanto grandi fossero i sotterranei di quella fortezza.
Giunto alla cancellata che separava le prigioni dal resto delle segrete, Ghernò chiamò il guardiano, che preso il grosso mazzo di chiavi, aprì la serratura e accompagnò il suo signore alla cella di Sulheyda.
Giunti a destinazione l'uomo aprì la porta e gli permise di entrare.
La ragazza stava seduta a gambe incrociate in un angolino dell'ampia e maleodorante stanza. Nella più totale oscurità la sentì cantare sottovoce una canzone che smise di intonare non appena lo vide fermo sulla soglia.
Sulheyda dovette metterci qualche minuto per abituarsi alla luce della torcia dell'uomo, solo allora lo riconobbe, era Ghernò, l'uomo che, in un certo senso, le aveva salvato la vita. Per certi versi doveva molto a lui. La ragazza si chiese cosa fosse venuto a fare e presto ebbe la risposta.
"Vieni qui!". Ordinò il sicario.
Sulheyda lo guardò un attimo silenziosa, poi si avvicinò a lui entrando nel raggio della torcia.
Mentre la vide avvicinarsi Ghernò pensò che era sconvolgente quanto quella ragazza somigliasse a sua figlia. Era proprio in brutte condizioni. La faccia era sporca e piena di ferite incrostate, l'occhio era rigonfio e livido, il labbro spaccato. Le braccia erano piene di ferite che si stavano rimarginando così come i piedi e le gambe.
"Seguimi!", ordinò l'uomo a Sulheyda. La guidò fuori dalla cella fino a risalire da una scala che portava direttamente fuori dalle mura del castello.
Sulheyda respirò a pieni polmoni l'aria fresca del mattino dopo un tempo che le parve infinito. Per un attimo tornò a sorridere. Era felice di rivedere per la prima volta dopo giorni la luce del sole.
Ghernò osservò il viso gioioso di quella giovane creatura e per un attimo gli si scaldò il cuore. La prese per un braccio e voltandola verso di sé attirò la sua attenzione.
"Dico a te, ascoltami. Segui il sentiero e giungerai sulla strada principale che porta al castello. Lì troverai una fontana, lavati per bene e passa a comprare un abito nuovo, ecco, questi dovrebbero bastare...", le disse porgendole una saccoccia all'interno della quale tintinnarono delle monete. La ragazza la strinse incredula.
"Vai, e non farti vedere mai più. Scommetto che il principe quando sarà tornato non si ricorderà neanche più di te. Non dire a nessuno della mia clemenza o potrei anche pentirmene e poi, non immagineresti nemmeno cosa ti succederebbe! Adesso vai, esci. Se devi uscire dal regno qualche moneta d'oro basterà a corrompere i soldati...".
Sulheyda lo vide trafficare con la sua bisaccia.
"Questa mattina prima degli allenamenti ho preso del pane dalle cucine, prendilo, ed evita di fermarti alle taverne, sono pericolose per una ragazza. Adesso và!". Le diede una spinta leggera e la costrinse a voltarsi.
Prima che questa avesse preso a correre la sentì sussurrargli un "Grazie" sommesso, e sempre di corsa la vide sparire alla prima curva del sentiero. Dopodiché con un sorriso soddisfatto Ghernò si voltò recandosi direttamente alla sala del trono.
...
La metà del giorno per Ghernò era volata via in quel modo. L'uomo aveva mangiato velocemente per recarsi alla sala delle riunioni di corte, dove circa una cinquantina di uomini lo atendevano seduti intorno ad un enorme tavolo ovale.
Quando arrivò, il sostituto del re andò a sedersi a capotavola, e dopo aver fatto un breve cenno di saluto a tutti i generali dichiarò aperto il colloquio. Ognuno disse la sua. Una spia chiese la parola per riferire gli ultimi avvenimenti interessanti di Lumos e Ghernò gliela concesse.
"Maestà, volevo parlarle delle mie ultime scoperte...", disse sommessamente l'uomo. La sala piombò nel più assoluto silenzio.
"Incomincio con il dire che la situazione a Lumos sta precipitando, e di certo questo per noi potrebbe essere un ottimo vantaggio. Le crisi del re aumentano di giorno in giorno, e secondo le chiacchiere dei servi, Kassin, in assenza della figlia, sta stringendo un'alleanza col principe di Nublia, il famoso Velkam. Sono riuscito inoltre a scoprire che al sovrano non restano che meno di venti giorni di vita, così lui, vistosi in punto di morte, si vocifera che abbia manifestato la volontà di incoronare Velkam in persona come suo immediato successore. Non c'è ancora nulla di certo, ma sarebbe bene tenersi pronti. Questo è tutto quello che ho da dire, Sire".
L'uomo di piccola taglia e dal capo canuto tornò a sedersi riverente. A quel punto fu un generale a prendere la parola.
"La situazione di Lumos sarebbe ideale per un attacco, il re è debole e se Velkam lo succedesse al trono non avremmo più speranza di conquistare il regno!".
"No!", intervenne Saverio, "Maestà, io penso invece che Velkam sarebbe pronto a difendere ugualmente Kassin a costo della vita. Una sola disfatta e Nox la pagherebbe cara. Abbiamo pensato alla reazione che potrebbe avere il principe al suo ritorno? Se Nox fosse presa dal nemico Kaharan non ce lo perdonerebbe!".
Ghernò ascoltava con attenzione la discussione, altri generali avevano chiesto la parola, ma lui li aveva ignorati.
"Credo proprio che siano parole sagge le tue, Saverio. Non potremmo permetterci una sconfitta, per quanto Lumos sia debole. Io non sono il sovrano di questo regno, ma solo un suo momentaneo sostituto, e penso che una tale decisione spetti soltanto a Kaharan. Queste iniziative non mi competono. Ce ne staremo qua buoni buoni fino al ritorno del principe, dopodiché, sarà lui a decidere cosa fare!".
"E se ci attaccassero?", intervenne un'altro.
Ghernò rise sguaiatamente. "Nessuno conosce la galleria, Velkam dovrà prima attraversare la Selva Oscura, e non penso che questa idea gli vada a genio. Inoltre vi ricordo che Nox è il regno della guerra per eccellenza, le nostre mura sono inespugnabili. Se mai ci attaccassero, sapremmo difenderci egregiamente!".
La discussione andò avanti per ore, quando Ghernò uscì dalla sala la testa gli ronzava per la stanchezza. Tornò nella sua camera e si tolse in fretta la veste regia. Purtroppo, anche se non gli andava di indossarla, era necessario che la portasse durante gli incontri formali. In quei giorni, era pur sempre la figura di un sovrano, e come tale doveva comportarsi.
Si distese e per un attimo sentì il dolore al cranio attenuarsi.
Prima di dormire ripensò alla ragazza che aveva liberato quella mattina, e per un attimo fu certo che sua figlia sarebbe stata fiera di lui.
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