9
Gennaio. (Viola)
Del capodanno Viola ricordava solo: il freddo, la neve, il letto con l'enorme copripiumino bianco fatto all'uncinetto dalla nonna di Martina, e quella febbre che era arrivata improvvisa, l'aveva distrutta e costretta a dormire dopo solo due ore dal suo arrivo nel comense presso casa di Marti.
Il giorno seguente Marco il fratello di Martina l'aveva riaccompagnata a Milano e da lì Mattia era venuto a prenderla per condurla a casa dei genitori.
Era stata una raffeddatura di soli due giorni ma le aveva rovinato le feste di fine anno.
Al paesello vegetava in attesa di ritornare nel piccolo bilocale di via Padova; da troppo voleva anticipare il rientro e con la scusa di far trovare l'appartamento lustro, partì alla volta di Milano.
Fu un Riccardo imbronciato a presentarsi alla stazione ferroviaria di Lambrate; con le pinze Viola gli aveva estorto la confessione di quel malessere che gli imbruttiva i tratti. Aveva passato con Simone a Londra quattro giorni fantastici, non sarebbe voluto tornare e soprattutto gli spiaceva questi si fosse adattato perfettamente in terra straniera, mentre lui contava i giorni che li separavano, Simone rimpiangeva ne avesse ancora pochi da vivere sul suolo britannico.
E così Viola si ritrovò a fare i mestieri di casa sotto l'occhio attento e vigile di un Riccardo malmostoso, insofferente e petulante.
Sfinita e seccata perché questi mentre lei faceva brillare ogni superficie di casa, stava stravaccato sul suo letto a sproloquiare.
Per ben tre volte gli aveva tolto i suoi diari dalle mani; erano quaderni privati non certo scritti perché la curiosità altrui venisse soddisfatta.
Riccardo per sera si tolse il broncio e decise che avrebbero fatto l'alba perché era la giusta cura al suo tormento, nemmeno contemplò il rifiuto di Viola.
Viola aveva lasciato di proposito il cellulare a casa quella sera, Riccardo voleva che l'attenzione dell'uno fosse rivolta all'altra in maniera totale.
Per concedersi una serata di pura follia il ragazzo aveva lasciato l'auto per i mezzi, nonostante le insistenze di Viola sulla sua guida esperta: Riccardo da perfetto uomo/cavernicolo non era capace di affermare una donna al volante non fosse altro che un pericolo, nonostante questa fosse la sua cara amica Viola.
Avevano avuto un micro bisticcio; se Riccardo non voleva affidarsi alla sua guida non si sarebbero certi affidati a quella di uno sconosciuto tassista: mezzi pubblici quindi, così lui poteva bere e lei guardarlo distruggersi.
Avevano cenato in un sushi bar attardandosi volutamente, in zona corso Magenta.
Il proseguo serata invece in una discoteca particolare della vecchia Milano, ricavata in una chiesa sconsacrata piccola ma pregevole: il Gattopardo cafè disco. Essendo Riccardo fautore del culto del bello ve la trascinò.
Ballarono tutta la notte e alla chiusura, nonostante Riccardo fosse vagamente alticcio si icamminarono verso casa, a piedi, stretti nei cappotti sostenendosi a vicenda abbracciati.
Erano quasi nei pressi di casa di lei entrambi bisognosi di un letto, Viola aveva deciso Riccardo fruisse di quello di Martina, tanto la compagna sarebbe rientrata a Milano solo nel fine settimana.
La pioggia li colse a un centinaio di metri da casa e nonostante la bella nottata appena trascorsa Viola si lasciò accarezzare e aggredire dalle gocce, mentre Riccardo trovava riparo sotto la pensilina dell'autobus.
Non era più andata a correre per non far preoccupare le amiche, ma la pioggia le era mancata, nonostante fosse appena guarita sfilò la sciarpa serrata al collo, incurante cadesse a terra in una massa informe ai suoi piedi, e tese le braccia al cielo Viola, accarezzando l'acqua che le solleticava le dita, e baciava il volto.
Reclinò il capo e stette a occhi chiusi e labbra aperte, persa nei ricordi finché Riccardo non la recuperò fradicia e intontita per portarla via. Era chiusa nella sua bolla, sfinita, si era appoggiata a lui e lasciata condurre al quarto piano.
Si era poi immersa nella vasca colma di acqua e sapone che lui le aveva preparato, prima di cedere al sonno: i letti vicini, i visi protesi a guardarsi complici e stanchi.
《Viola prima di sotto...》
《Shhh! Dormi Riccardo!》
E Riccardo aveva ubbidito e chiuso gli occhi un istante dopo, felice a Viola fosse tornato il sorriso dopo quella giornata in cui, lui era di malumore ma, era lei ad accanirsi maniacalmente in frenetiche pulizie per non affrontare i problemi e benché lei non lo dicesse a parole, lui lo sentiva il disagio di Viola, ormai erano un tutt'uno.
Si svegliarono quasi in contemporanea alle tre di un pomeriggio insolitamente soleggiato, la luce filtrava dai tagli delle persiane colpendoli in viso creando giochi di ombra e luce.
《Sveglia pigrone. Ho fame.》
Viola aveva richiamato l'amico stropicciandosi gli occhi ancora assonnata ma richiamata al mondo dal brontolio del suo stomaco.
《Disse la bella addormentata.》 Riccardo sfilò il cuscino da sotto la testa e se lo mise sul volto.
《Dai Ric...》
Sbuffando lui si alzò.
《Scendo a prendere della pizza ma mi porto le chiavi, so già che se ti addormenti di nuovo mi lasci chiuso fuori.》
《Hai così poca fiducia in me ricciolino?》
Riccardo aveva fatto una smorfia al nomignolo affibbiatole da Viola: i suoi ricci ribelli non gli erano mai piaciuti.
Viola si tirò a sedere nel letto godendo del tepore delle lenzuola mentre lui si infilava i jeans e il maglione voltandole la schiena.
Pensò che fosse bello Riccardo con quella schiena ampia e le spalle larghe, i serici riccioli biondo cenere, un viso ancora governato da tratti infantili.
Un crimine per l'umanità femminile lui fosse fuori dal mercato prediligendo il sesso opposto al suo, ma non c'erano le sensazioni giuste, anche volendo, si erano trovati sulla stessa lunghezza d'onda, piacevolmente attratti dai caratteri affini, nessun'altra emozione a confonderli, purtroppo.
《Viola!》
Riccardo si era fermato sulla porta.
Lo fissò in attesa delle parole.
《Eri uno spettacolo sotto la pioggia.》
Arcuò le sopracciglia perplessa Viola.
《Che intendi?》
Un sorriso illuminò il volto del ragazzo.
《Quando stai sotto la pioggia sul tuo viso appare un'espressione di pura estasi, sembra che ci fai l'amore con l'acqua.》
Viola era arrossita alla sua affermazione e gli aveva tirato il cuscino per mitigare l'imbarazzo, questo aveva sbattuto contro il battente, ricadendo mollememte a terra, mentre Riccardo se ne andava regalandole una risata fanciullesca.
E Viola aveva ricordato Paolo: sinonimo di pioggia, in quel soggiorno nella campagna britannica che l'aveva vista sbocciare all'amore in maniera incondizionata perché la pioggia era lui, quella passione che scaturisce fra cielo e terra, a volte dolce e soave, altre devastante e violenta, come la forza del loro amore.
La pizza e le bibite arrivarono; mangiarono insieme sul letto di lei.
《Pensi che sia pazza?》 Chiese Viola a bassa voce pulendosi una immaginaria briciola dal labbro.
Riccardo si spostò verso di lei, dopo aver rimosso i cartoni vuoti delle pizze; con due dita, delicato, le alzò il mento affinché lei non sfuggisse il suo sguardo.
《Mai pensato e credimi non lo pensa nemmeno lui.》
《Lui? Lui chi?》 Il panico a distorcere il timbro di voce.
《Tieni.》
Riccardo le stava porgendo un foglietto bianco piegato in quattro, i bordi umidi, bagnati di pioggia.
Nonostante la perplessità aprì il foglio e lo lisciò con il palmo della mano.
Un fremito nelle mani, incontrollato, mentre leggeva il contenuto, dovette leggerlo due volte per recepirne il messaggio.
*Speravo di dirtelo di persona che mi sono comportato da stronzo.
Volevo chiederti di scusarmi, ma temo di non aver scelto un buon momento per venire a parlarti. Dammi una possibilità.
Mi spiace davvero, credimi.
Ollie*
Il foglietto le cadde di mano mentre le guance le si fecero di brace.
《Quando? Quando è stato qui Oliver?》 Ansimava Viola.
《Stamani, mentre tu ti lasciavi violentare dalla pioggia; era sotto la pensilina degli autobus. Ti ha vista Viola!》
《Oddio. Che figura...》
《Viola no.》
Riccardo le spostò le mani che Viola aveva portato a coprire il volto imbarazzata per quella rivelazione.
《E comunque se è venuto fin qua qualcosa significherà pure?》
《Ma se n'é andato Ric!》
Il ragazzo si mosse a disagio sul letto.
《Riccardo?》
《L'ho mandato via io. Voleva venire da te. Gli ho detto che mi sarei preso io cura di te Viola. Eppoi se lui fosse salito io che avrei dovuto fare il terzo incomodo?》
Confessò con una faccia di bronzo fuori misura.
《Stai scherzando? Avrà pensato che tu...Che noi!?》
Riccardo prese il foglio fra le dita; 《Viola gli ho detto che sono un tuo amico e se avesse pensato altro non credo ti avrebbe lasciato questo messaggio nella cassetta della posta.》
Viola tacque e annuì, poco lucida per contestare l'evidenza.
Confusa Viola si stese.
Riccardo slacciò le stringhe delle scarpe sfilandole, andò al lettore musicale che stava sulla mensola della libreria di Martina, vi inserì un cd e la musica si propagò nell'appartamento.
Viola si mise a sedere, gli occhi sgranati.
《E questo?》
《Credo sia il suo regalo di Natale per te. Era insieme al biglietto.》
Riccardo si sdraiò accanto a lei tenendola stretta, Viola posò la testa sul suo cuore, e mentre ascoltava la sua voce mescolarsi insieme a quella di Oliver, non poté reprimere il sorriso che nasceva spontaneo.
《Hai una bella voce Viola!》
《Stai zitto Ric!》 Berciò Viola emozionata.
《È carino il tuo Oliver.》
Viola sorrise e si rilassò fra le braccia dell'amico chiudendo gli occhi e lasciando che le emozioni legate alla voce di Oliver le scaldassero l'anima.
《Vi? Viola?》
《Ric ancora cinque minuti.》
Invece Viola quegli ulteriori minuti di sonno non se li prese, Riccardo si alzò portandosi via il calore dei loro corpi.
Mettendo in mostra tutta l'arcata dentaria Riccardo fece un enorme sbadiglio mentre si metteva le scarpe.
《Devo andare.》
《Ciao.》
Riccardo si incamminò verso la porta ma poi si girò verso di lei.
《Vieni con me?!》La implorò.
《Dove?》
《A casa mia, tanto che fai qui da sola?!》Confermò palesando l'evidenza.
Viola finse di pensarci, aveva già deciso di accettare.
《Ci siamo quasi.》
《È da dieci minuti che lo dici.》
Avevano percorso a piedi tutto Buenos Aires per ritrovarsi nella pregevole piazza San Babila perennemente illuminata a giorno da luci e l'orrendo maxischermo.
La movida serale era solo l'anticipo di ciò che la notte avrebbe vissuto: una città perennemente sveglia e attiva.
Riccardo si fermò di fronte a un enorme portone in legno a due battenti con delle lettere a rilievo incrociate fra loro in stile gotico.
《Non farmi domande per favore.》
Estrasse un mazzo di chiavi e aprì i battenti poi dopo aver superato tre gradini Riccardo digitò un codice su un pannello affinché una porta a vetri si aprisse.
Arrivarono all'ascensore e Riccardo ripeté un'altra serie di codici che li portò all'ultimo piano di una prestigiosa palazzina.
L'ascensore aprì le porte su un attico ultramoderno, lussuoso, sui toni del beige.
Viola restò incantata dalla freddezza ed eleganza dell'ambiente e degli arredi.
Le luci si accendevano al loro passaggio nello stretto corridoio che sfociò in un enorme salone con divani in pelle e un camino, un balcone dava sulla piazza.
Riccardo le lanciò un breve sguardo e sparì, Viola si accostò al balcone per mirarne la veduta.
《Eccoci.》
Viola si girò e vide Riccardo con in braccio un esserino cui non avrebbe saputo dare un'età.
《Lui è Dominique.》
Vide il ragazzo dare un bacio tenerissimo sulla boccuccia rosata e stringerselo al petto.
《È tuo?》
《Sono un ragazzo padre. Dom ha otto mesi.》
《O mio dio Ric.》
Lo stupore sul volto di Viola era comico e Riccardo scoppiò a ridere.
《Sto scherzando Viola, è mio fratello, la tata stasera non poteva venire e mia madre era esausta dopo il rientro, è già a letto, soffre il jet lag.》
Aprì la bocca ma la richiuse Viola, memore il ragazzo l'avesse ammonita di non fargli domande.
《Ordiniamo al cinese.》 Affermò il ragazzo passandole il telefono e il carnet di un ristorante.
Il bimbo si agitò nella morsa di Riccardo e lui lo depose in un box per neonati che Viola non aveva visto.
《I miei stanno divorziando. Dominique è arrivato a seguito dell'ennesimo tentativo fallimentare di riconciliazione.
Mio padre se né andato sei mesi fa.》
《Non so che dire.》
《Dimmi che hai fame.》
Viola lo seguì nella cucina enorme, ripose il telefono su un piano in marmo, lui sedette a uno sgabello del bancone; con gesti sicuri lo vide afferrare un biberon da un pensile e riempirlo di polvere e acqua.
《Questo placherà la belva per qualche ora.》
《Ti occupi spesso di lui?》
《Se serve.》
《Vieni!》Le prese la mano e la condusse dal neonato che supino tendeva i pugnetti in aria.
Con un braccio lo tirò su e gli mise il biberon in bocca; Dominique iniziò a succhiare voracemente.
Aveva un'espressione estatica Riccardo.
La portò poi a fare il giro dell'appartamento evitando di mostrarle la stanza della madre con annesso bagno privato.
《Questa è la stanza degli ospiti.》
Le mostrò una piacevole stanza sui toni del rosso e dell'oro dove vi erano un letto singolo a baldacchino, una scrivania e un due ante di mogano scuro.
Ridondante e pacchiano pensò Viola.
《Oppure puoi dormire con me. Con noi.》
《Dormi con lui?》
Viola aveva indicato il neonato.
《Dai Viola ha quasi otto mesi non ti mangia!》 E glielo piazzò fra le braccia quel fagottino caldo che strinse nella sua grassoccia manina un suo dito.
Viola fu conquistata.
Erano poi saliti di un piano tramite una scala in legno: un appartamento ricavato nel sottotetto, grande almeno cinque volte quello condiviso da Martina e lei, era la casa dove Riccardo viveva. Da solo.
Parlò un sacco Riccardo quella notte di Dominique, di Simone, della vita che avrebbe voluto, di un viaggio in Brasile per l'estate successiva.
Si addormentarono in un enorme letto, il bimbo giaceva fra loro in un pagliaccietto a righe bianco e grigio.
Viola anziché sentirsi più lontana da quel ragazzo che era distante anni luce dalla sua realtà si sentì vicina a lui nonostante la differenza di ceto, i gusti e tanto altro.
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