I
Entrò nella stanza chiudendosi la porta alle spalle.
La pioggia scrosciava di fuori e lei riusciva a vedere la sua espressione stanca sul vetro della finestra puntellato da piccole goccioline.
Qualche ciocca di capelli bagnati le usciva dal cappuccio del mantello scuro, cucito su misura per lei.
Le quattro pareti che la proteggevano tutt' a un tratto le sembrarono ostili, fredde.
Si accasciò per terra, scivolando lentamente con la schiena sulla porta.
Portò le ginocchia al petto, pensando a ciò che aveva appena fatto.
Improvvisamente il senso di colpa la assalì, e pianse.
Coprì il suo viso colpevole con le mani affusolate e sentì sul palmo le lacrime scendere copiosamente.
Il rumore della pioggia era scandito dal ticchettìo dell' orologio che le aveva regalato tanto tempo fa il padre. Legno di cedro dalle foreste parlanti, il meccanismo era sofisticato e, se si fosse rotto, non si sarebbe potuto riparare.
Ogni secondo che passava, aggiungeva tempo.
Tempo dalla separazione.
Una separazione drastica e improvvisa.
Qualcuno bussò alla porta.
Si abbassò il cappuccio e si sistemò i capelli, poi si asciugò le lacrime, alzandosi in piedi e avvicinandosi al tavolino. Cominciò a toccare nervosamente le margherite nel vaso di ceramica.
- Avanti.
Disse, cercando di sembrare il più tranquilla possibile.
- Tutto bene?
Chiese suo marito. Lui sapeva ciò che aveva fatto. Avevano concordato insieme ogni singolo particolare.
- Sì...
Il viso di lei, provato e stanco, incrociò quello di lui, che condivideva lo stesso dolore, lo stesso rammarico e lo stesso senso di colpa.
Si avvicinò alla piccola figura vicino ai fiori. La abbracciò, e lei riprese a singhiozzare, nascondendosi sulla sua spalla.
- Non avrei dovuto. Non avrei mai dovuto farlo.
Le baciò la fronte, passandole una mano sui capelli.
- Dovevamo. Era l' unica soluzione.
La strinse più forte. Era l' unico modo per non crollare anche lui.
Fuori la pioggia continuava a scendere. Il cielo grigio veniva illuminato dai lampi.
L' unico pensiero che avevano entrambi era quello della speranza di essere riusciti nel loro intento. Tanto dolore non poteva essere sprecato.
Lei si allontanò bruscamente dalla stretta amorevole del marito.
Staccò qualche petalo bianco che cadde sulla superficie cristallina del tavolo insieme a qualche lacrima.
- Qualcuno lo sa?
- No, nessuno.
La rassicurò.
- Hai avuto notizie?
- Niente notizie, lo avevamo stabilito. Sai che...
- Lo so che ho detto!
Esclamò lei interrompendolo.
- So che ho detto, so quello che avevamo concordato e deciso, ma non c'eri tu quando è successo. Non hai visto quello che ho visto io. Non abbiamo idea di quello che accadrà. Non ne avremo più notizie. Nulla di nulla. È tutto andato perso, tutto cancellato. Non abbiamo più nulla!
Battè per sfogarsi un pugno sul tavolo, facendo cadere il vaso in mille pezzi.
Aprì la finestra.
- Dove vai?
Le chiese preoccupato.
- Vado a rimediare.
E fece per scendere dalla finestra, ma lui la bloccò.
- Guardami!
Le disse deciso.
- Non puoi fare nulla!
I loro occhi si trapassarono. Lei li aveva velati di lacrime, lui era determinato a non cambiare idea e aspettare.
- Dobbiamo solo aspettare!
Disse stringendole le spalle.
Dalla finestra aperta entrava vento freddo. Muoveva le tende e i loro vestiti. Si insinuava nelle pareti, nei mobili, nelle loro anime. Portava con sé solo desolazione e freddo.
L' acqua della pioggia bagnava il pavimento, le tende e persino i libri sugli scaffali.
Qualche goccia si mescolò con le sue lacrime.
- Non so che fare, non so che pensare...
- Nulla. Dobbiamo solo fare una cosa: aspettare.
E la strinse un' ultima volta.
Però sapeva che da quel momento sarebbe cambiato tutto. Sua moglie lo avrebbe odiato, e lui avrebbe deciso di sopportare il peso del dolore di entrambi per tutto il tempo che sarebbe servito.
Sentiva un vuoto, un vuoto che nulla avrebbe colmato.
In quel momento giurò a sé stesso che non avrebbe mollato, che avrebbe superato tutto con l' amore della sua vita.
Le trasmise tutto il suo amore in un abbraccio caldo e protettivo.
Così, lei smise di piangere.
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