Capitolo 9~ Incontri
Mi svegliai nel cuore della notte.
Ancora Ignes che viene uccisa come Wendy. Ancora paura.
Floridiana spalancò la porta. Anche se si era appena svegliata era bellissima: i capelli sciolti le arrivavano fino alle caviglie, soffici e profumati.
Vederla fu come respirare aria pulita.
«Clhoe va tutto bene, sei al sicuro adesso... bevi un po' d'acqua». Ansimavo, e sentivo la mia fronte contratta, le guance ancora rigate dalle lacrime. Prese una pezzetta fresca e la passò sul mio volto sudato e provato. Mi vergognavo dello stato in cui versavo. Mi coprii con le mani e piansi ancora. Ma lei le scostò delicatamente. «Non devi nascondere ciò che provi... sono i sentimenti che ci rendono vivi, che ci fanno respirare. La paura è uno di questi, e per quanto dolorosa e insopportabile devi permettere che ti faccia sentire viva». Guardai il suo sorrido preoccupato ma sempre caldo e accogliente, e balbettai: «Io non voglio... io l'ho vista morire per colpa sua... lei non c'entrava niente»
«Va tutto bene... va tutto bene...»
Mi rimboccò le coperte, e mi accarezzò i capelli per qualche minuto, aspettando che mi addormentassi nuovamente.
Quando mi svegliai fui accolta da una fresca brezzolina di fine estate. Respirai a pieni polmoni, poi scesi per la colazione. Nonostante l'incubo mi sentivo riposata. All'entrata del portone che separava le stanze dal resto del castello trovai la guardia dall'aria attenta che avevo visto al cancello con Antares.
«Buongiorno signorina» disse sorridendo sotto un paio di folti baffi a manubrio.
«Buongiorno a lei!» risposi io con tono sorprendentemente gioioso. Mi guardò con caldi occhi color castagna, e quasi mi venne voglia di abbracciarlo. «Io sono Rufus, e il re ha deciso che dovrò sorvegliare gli appartamenti reali. Quindi ci vedremo spesso». Il re... quello che aveva dato la polvere ad Antares...
«E com'è il re?» chiesi, dato che non riuscivo a immaginarlo. «Oh è davvero una persona adatta al ruolo che ricopre. È umile e gentile, ma sa prendere le decisioni giuste al momento giusto» sorrise ancora, con l'elmo d'argento ben calato sulla testa, e un vistoso pennacchio blu sopra. «Grazie mille allora e... buona giornata»
«A lei!»
Mentre scendevo le scale mi chiesi come mai fossi così tranquilla. Avevo avuto una notte infernale... quando arrivai nel salone principale non vidi nessuno. C'era un gran numero di domestici e messaggeri, ma della regina nessuna traccia. Me ne stavo sulle scale in pigiama senza sapere che fare. Arrivò un uomo che mi disse: «La colazione non si mangerà da sola, quindi Clhoe, direi che bisogna andare». Mi guardò con espressione calma e dolce, e mi condusse in giardino, sotto ad un gazebo ombrato. La regina era seduta su una sedia in ferro battutto, e davanti a lei vi era una tavola imbandita. Reggeva un piccolo libro dalla copertina viola, mentre sorseggiava del tè. L'uomo passò avanti a me per farmi strada, così potei osservarlo meglio: aveva la stessa carnagione azzurrina di Floridiana, e i capelli raccolti sulla nuca in un piccolo codino. Indossava una casacca bianca, a cui era stretta una cinta che reggeva una bellissima spada dall'elsa argentata. Aveva gli occhi blu notte e due spalle possenti.
«Buongiorno!» disse cordiale
«Buongiorno a voi» rispose lei cortese, sempre con quel sorriso educato e contagioso. Io mi sedetti, chiedendomi chi diavolo fosse. «Cosa ti verso Clhoe?» chiese indicandomi una gamma infinita di succhi di frutta. «Emh... io...» ero spaesata, e non facevo altro che osservarlo come se fosse stato vestito di rosa e stesse ballando sul tavolo. «Forse dovreste presentarvi» suggerì lei. «Giusto. Io sono il re, ma non esigo che mi parli come parli a lei» disse indicando la moglie, che alzò gli occhi al cielo, «quindi puoi chiamarmi Suavius». Il re... un re infinitamente gentile. Come tutti quelli che avevo visto fino ad ora, del resto. Ero sbalordita. Tutta quella carineria, quegli agi, quella meravigliosa sensazione di sentirmi a casa. «Oh, ma certo» dissi contenta. «Prenderò del succo d'arancia... Suavius» aggiunsi. Mangiammo in allegria, e mi dimenticai di tutto il resto. Erano due persone adorabili, ed erano innamorati, in sintonia. Mi sembrò di essere in famiglia, con una madre e un padre che si amano e trasmettono il loro benessere ai figli. Scherzavano, ridevano, e senza fingere, mostrando semplicemente il loro lato privato. «Andiamo... quella serata fu un disastro totale!» disse il re. La regina rispose tra i singhiozzi, e parlarono di una cena terribile, senza farmi capire molto, ma con una spensieratezza che fece ridere anche me. «Vieni pure Legatus!» disse ricomponendosi. Si avvicinò un ragazzo mingherlino, con gli incisivi troppo grandi che lo facevano sembrare a un castoro. Porse i suoi omaggi insieme ad un giornale. A caratteri maiuscoli c'era scritto LA STELLA DEL MATTINO. La regina lo posò con cura sulla tovaglia bianca, evitando di guardare le pagine, come se temesse che qualche brutta notizia potesse sconvolgere la mattinata. «Parlando di cose importanti» esordì rivolgendosi a me «nel caso in cui volessi far visita a tua sorella, qui c'è scritto l'indirizzo». Mi porse un foglietto piegato con cura. Non lo aprii, mi limitai a poggiarlo vicino al bicchiere. «Poi» proseguì «avevamo pensato che potresti frequentare una scuola, si chiama Corallorosa ed è in un regno vicino. Non credere che sia perchè non ti vogliamo qui, anzi. Vorrei che ricevessi un'istruzione adeguata per permetterti di dedicarti allo studio del tuo potere. Ma soprattutto vorrei che conoscessi nuovi ambienti, che ti facessi nuovi amici». Concluse in tono gentile. Non voleva che percepissi il castello come una prigione, tutt'altro. Era suo desiderio che prendessi la mia strada, e lo apprezzai molto. Mi affezionavo ogni secondo di più.
«Grazie... è gentile da parte vostra...» dissi commossa. «Vogliamo solo il tuo bene tesoro». Quell'ultima parola rimbombò nella mia testa. Era così dolce e premurosa, suonava perfettamente nelle mie orecchie. Sarebbe stato uno dei ricordi più belli. Io ero il loro tesoro, e non lo ero mai stata per nessuno. Mi sentii rinascere.
«Io vado da Antares, ci vediamo dopo» disse Suavius dopo aver addentato una mela. Baciò la moglie sulla guancia e ordinò che il suo cavallo venisse preparato. Mentre salutava me, lo fermai. «Aspetta... posso venire anche io...?» chiesi speranzosa. Lui guardò Floridiana, che rimase impassibile. «Beh ecco... va bene, basta che farai tutto quello che ti dirò, intesi?» disse agitando l'indice. Aveva un'aria preoccupata che non capivo. In fondo era solo un saluto ad Antares.
Mi aiutò a montare sul cavallo dopo aver aspettato che mi fossi vestita. Era un animale bellissimo, dal manto color ebano e gli occhi color cioccolato fondente. Si mise in spalla arco e faretra e uscimmo. Andò al trotto per quasi tutto il viaggio, mentre rispondeva alle mie domande. Gli chiesi dei tributi, e mi disse che erano stati mandati alla contea degli unicorni blu, in modo da essere curati. Quando fummo in prossimità della casa andò al galoppo. Sembrava pensieroso.
Quando scesi, aveva smesso di parlare e sorridere. Era teso, e teneva una mano sull'elsa. «Antares?» chiamai. Non rispose. Il giardino era intatto, anche se le piante non erano ancora state innaffiate. Alzai il pugno per bussare alla porta, ma era stata già aperta. «Antares?» chiamai di nuovo. «Si può?» chiesi sempre più in ansia. Per terra vidi pezzi di vetro e il contenuto delle varie credenze. Alzai lo sguardo: sulle volte non erano più appese le stelle di vetro. Qualcuno era entrato, e non aveva risparmiato nulla. «Io vado di qua, vieni con me» disse Suavius. «Voglio andare a vedere di sopra...» dissi sull'orlo delle lacrime. «Stai attenta. E se vedi qualcosa di sospetto chiamami. Ti raggiungo subito». Salii i gradini e continuai a chiamarla. Entrai nella stanza dove avevo dormito la sera prima, e l'aroma di fiori del bagno che avevo fatto era ancora presente. «An...» non finii il nome e gridai. Dall'armadio uscì un lupo, con il pelo sporco di sangue e gli occhi rossi iniettati d'odio. Mi scaraventò a terra ringhiando. Suavius entrò di corsa e gli diede un calcio, sguainò la spada e gliela puntò contro. Quello provò ad assalirlo di lato, ma il re fu più svelto e gli causò una grave ferita al petto. Con un incantesimo lo imprigionò in una bolla, poi mi porse la mano e mi aiutò a rialzarmi. «Stai bene?» mi chiese osservandomi. «Sì, ho solo preso un enorme spavento. Dov'è Antares?»
«Sono qui» disse una voce da sotto il letto. Uscì fuori la ragazza, un po' scarmigliata, ma che si reggeva in piedi. Le corsi incontro, e lei mi abbracciò. «Sto bene» mi rassicurò «non ha fatto in tempo a mordermi, e quando abbiamo sentito dei rumori ci siamo nascosti entrambi... che bestiola curiosa... un po' indisciplinata forse». Si lisciò il vestito e salutò Suavius. «I miei omaggi al re» disse cordiale. «Antares...» disse lui serio. «Suavius, conoscevo i rischi. Non ho paura» mi cinse la spalla con un braccio e mi attirò a sé. «Forza, andiamo» disse lui deciso. Una volta fuori si rivolse al cavallo: «Oniris, portale da Floridiana nel minor tempo possibile»
«E tu dove vai?» chiesi preoccupata.
«A portare la bestiola curiosa ma un po' indisciplinata in un posto dove la cureranno, ci vediamo al castello nel pomeriggio». Il cavallo nitrì e partì spedito.
«Antares... che rischi corri?»
«Quando mi hanno chiesto di proteggerti mi hanno avvisata che le streghe mi avrebbero cercata, ma non avevo e non ho paura». Tacqui. Anche lei rischiava la vita per me. Proprio come avevano fatto Wendy e Ignes. Avevo il terrore facessero tutte la stessa fine. Arrivate a palazzo la regina ci corse incontro, mostrando però più preoccupazione nei miei confronti. «State bene? È venuto ora il fuoco fatuo di Suavius e mi ha detto tutto. Vi ha morse?»
«No no... ma perchè dovrebbe morderci? E che cos'è un fuoco fatuo?» chiesi perplessa. «Quello era un lupo mannaro! Hai idea delle conseguenze che sarebbero potute scaturire dal morso?»
«Veramente no...» risposi in tono colpevole, anche se non avevo fatto niente. Mentre lei parlava con Antares andai in camera.
«È successo qualcosa signorina?» mi chiese Rufus in tono gentile e non invadente. Mi fermai a rispondere. «Sono andata con Suavius a vedere se Antares stava bene... mi ha attaccata un lupo mannaro... ma aveva ragione, il re è una persona molto cordiale. Pensi che mi ha persino salvata»
«Conoscendo il re farebbe qualsiasi cosa per lei... ma mi dica... è stata morsa?»
«No... perché? Cosa sarebbe successo?»
«Beh... ecco... chi viene morso da un lupo mannaro lo diventa a sua volta...» assimilai la risposta. Avevo rischiato molto stamattina, e, a meno che la bava che mi era colata in faccia fosse stata pericolosa, ne ero uscita intera.
Sul tavolo della camera c'era il foglietto che mi aveva dato Floridiana. Lo guardai nervosa.
Via delle Arance 10. Era scritto in quella grafia che conoscevo benissimo.
Stavo seduta sul letto, e tutto quello a cui pensavo era questa sorella. Le sarei piaciuta? E se mi avesse rifiutata? Avrei sentito un gran vuoto dentro. Essere scostata da Nora, che ritenevo mia madre, era stato abbastanza facile da sopportare. Ma sapere che mia sorella mi avrebbe potuta allontare mi dava i brividi. Probabilmente avrei scelto una vita più tranquilla con Antares, o forse sarei rimasta con Floridiana.
Via delle Arance 10.
Ps: Se non sai dove andare, chiedi informazioni in piazza. Ovviamente devi andare nella città poco distante da qui. Buona fortuna, anche se non ce ne sarà bisogno.
La grafia era pulita, lineare, chiara, leggibile e incredibilmente curata. La conoscevo, era stampata nella mia mente, ma ogni volta scoprivo un particolare in più: il modo in curvava la m e la n, la notevole somiglianza tra il ricciolo della c e quello della e. Non c'era nemmeno una macchia d' inchiostro.
Attraversai il pesante cancello che dava su un viale di cipressi affusolati e profumati. C'era molta confusione più avanti, qualcuno discuteva.
Camminai non curante della folla, che sembrava vivere la propria quotidianità serenamente, pensando che fosse un giorno come tanti altri.
Sul ciglio della strada dei bambini giocavano e pensai distrattamente che magari anche io e mia sorella giocavamo così. Per loro era normale, ordinario. Invidiai la loro routine, così precisa e scandita. Per me stava cambiando tutto da così a così.
Non avevo la benché minima idea di dove stessi andando, ma tanto non cambiava molto. Avvertivo agitazione e timore, e non mi sentivo più in me. Ero più confusa di prima, e fui tentata varie volte di tornare indietro.
Attraversai vari vicoli, le insegne in ferro battuto dei negozi cigolavano un po' con il vento.
Quella piccola città sembrava una bomboniera, così colorata, viva...
Trasmetteva quiete, anche se le persone erano molto attive, e iniziai a scrutare volti ed espressioni altrui, come se avessi potuto scorgere quello di mia sorella... o magari di Ignes.
Trovai la piazza, e come aveva detto Floridiana non fu complicato. Da una fontana di marmo al centro zampillava acqua fresca e limpida, e sembrava il punto di ritrovo per vendite e chiacchierate tra amici incontrati per caso.
Al mercato venivano vendute tantissime cose, che a me apparivano stranissime: bacchette magiche (anche di seconda mano), pozioni, amuleti, libri di incantesimi.
Fui incuriosita da un volume piuttosto grande e consumato. Sulla copertina in pelle recava uno strano simbolo, simile ad una I avvolta da una scia come un serpente.
«Posso vederlo?» chiesi cortesemente alla venditrice, un' anziana signora un po' cupa. «Fa' attenzione... È molto antico» disse con un tono volto a catturare il mio interesse. Paleomagia III. Profezie e magie nere. Stavo per sfogliarlo, ma venni urtata da qualcuno. Una figura avvolta in mantello scuro prese il libro e lo pagò alla velocità della luce. Conosceva già il prezzo, dato che le monete erano precise e non dovette nemmeno chiedere il prezzo.
«Sta' attento!» dissi irritata. Doveva essere una persona davvero fastidiosa. Strinse l'oggetto come se non potesse vivere altrimenti. Poi si voltò.
Non è possibile...
Quel particolare indimenticabile: gli occhi.
Due pietre verdi che mi scrutavano dall' alto al basso, incastonate in un viso dalla carnagione tenue e rosata.
«Non mi hai riconosciuta?»
«Come avrei potuto? Te ne vai in giro coperta dalla testa ai piedi»
Dissi scherzando mentre la abbracciavo.
«Non posso credere di averti ritrovata...» dissi temendo che mi sarei svegliata da un momento all'altro.
«Io ero in pensiero per te... dall' alto non si vedeva nulla, e io ti cercavo sempre con lo sguardo...»
«Io invece ho trovato la scopa per terra. Era rotta in mille schegge di legno e mi sono preoccupata».
Si guardò intorno, stringendo il libro ancora più a sé. Era in pensiero, poi mi prese per un braccio e si avvicinò al mio orecchio, sussurrando: «Non parliamo qui. Vieni con me».
Mi portò in una via un po' isolata e strettissima, due persone avrebbero camminato a fatica una di fianco all'altra. In fondo c'era un muro di pietra, e ebbi paura fosse una trappola. Svoltò invece a sinistra, e si fermò davanti ad una porta vetrata.
La aprì e suonò un campanello. Fece cenno al ragazzo dietro al bancone che si sarebbe seduta a un tavolo vicino al muro e lui annuì. Dovevano conoscersi.
La seguii tra il labirinto di tavolini in legno prima che si sedette su una panchina a muro. Io mi accomodai su uno sgabello davanti a lei.
«Perché siamo qui?» chiesi perplessa.
«Non mi piace parlare in piazza... questo è territorio delle streghe». La mia espressione rimase stupita. Avrei potuto immaginare tutto tranne che fosse terra nemica. Passò qualche minuto, che mi permise di elaborare l'informazione. «Conquistarono questa città qualche secolo fa, poi se ne dimenticarono e le fate tornarono a ripopolarlo. Ma io non mi fido. Sulla carta questa città è di Stria. Lascia perdere il fatto che vedi in giro fiori e insegne colorate. Le apparenze ingannano»
«Ma qui dietro c'è il castello...»
Dissi indicando dietro di me.
«Lo so. È un fatto che odio».
Il ragazzo si avvicinò a noi.
«Ciao Ignes» poi si voltò verso di me e mi salutò con un cenno della testa «il solito?» chiese mentre puliva un boccale di birra con una pezzetta rossa.
«Sì certo»
«Anche per la tua amica?»
Io non avevo la più pallida idea di cosa fosse il "solito".
«Prenditi il succo di rosa, è buonissimo» mi suggerì lei. Io volevo solo parlare con lei da sola, quindi risposi sbrigativa: «Sì prendo quello che ha detto lei».
«Lo conosci?» le chiesi quando si allontanò.
«Sì è Tom. Un' amico di Aura. Che di conseguenza è amico mio» disse con una punta di fierezza. Avevo già sentito quel nome...
«Aura? La migliore amica di Antares?» ipotizzai quando il mio cervello riprese a collegare.
«Sì esatto! Aura è per me una sorella maggiore e una madre. Mi ha cresciuta lei...» abbassò lo sguardo, e mi diede l'impressione che se avesse potuto si sarebbe fatta inghiottire dal mantello.
«Perché i tuoi genitori sono...»
«Scusami, non mi va di parlarne».
Mi interruppe. Mi parve di vederle scendere una lacrima. Anche i miei avrei voluto dirle.
«Allora... Come hai fatto a fuggire?» le dissi per cambiare argomento il più velocemente possibile.
«Stavamo sorvolando il deserto» rispose rianimandosi «e a un certo punto la scopa ha smesso di funzionare». Iniziò ad usare un tono di voce tale da creare suspense. Sembrava che raccontare quella sua avventura abbastanza pericolosa la entusiasmasse. «Si era fermata e cominciava a scendere piano piano. C'era abbastanza nebbia lassù, non si vedeva se eravamo arrivati o meno. Quindi abbiamo rischiato il tutto per tutto e ci siamo buttati. Fortuna che c'era il prato. Così la scopa è caduta e si è frantumata. Poi ho portato i ragazzi al castello e me ne sono andata». Terminò il suo racconto soddisfatta, grazie anche alla mia espressione parecchio interessata.
«Perché hai fatto perdere le tue tracce?»
«Perché questo posto non è sicuro per nessuno.»
«Che vuoi dire?»
«Tu come ti sei salvata?»
Sbuffai. «Ti prego non cambiare argomento» le dissi improvvisamente seria.
Arrivò Tom con due bicchieri di vetro tintinnanti e due cannucce rosa. Lei iniziò a bere arricciandosi nervosamente una ciocca di capelli.
«Te l' ho detto, è pieno di streghe...»
«E ti pare un buon motivo per sparire? Se fossi stata ferita? Se ti fosse successo qualcosa?»
Mi fermai. I miei pensieri ruotavano vorticosamente e si tramutavano in parole senza che potessi fermarli.
«Clhoe... mi dispiace... io... non volevo farti allarmare. È l'ultima cosa che voglio... farti preoccupare».
Restammo in silenzio, a fissare un punto qualunque in basso. Sembrava che anche i nostri sguardi ci facessero del male, come se ci percepissimo vicinissime eppure troppo distanti l'una dall'altra per toccarsi davvero.
«Avevo paura» disse ad un tratto. I miei occhi guizzarono nei suoi. «Ha ragione Stria. Ora che ci sei tu chi ha motivo di starmi dietro...»
«Stai scherzando?» dissi indignata. «Quella maledetta... tu non devi ascoltarla! Tu... tu sei importantissima per me!»
Avevo una gran voglia di tirare un pugno su quella faccia falsa e perfida. Lei abbozzò un sorriso, ma cambiò di nuovo argomento. Era meglio così.
«E invece tu? Hai trovato Floridiana?»
«Sì. Mi ha detto che mi manderà a Corallorosa».
«Maddai!? Ti sei già ingraziata la regina!»
«Smettila...»
Dissi ricambiando il suo sorriso. Poi mi ricordai del biglietto.
«Senti, mi servirebbe un' informazione. Tu conosci bene questo posto?» chiesi, poi sorseggiai un po' del succo, che era davvero delizioso. In qualche istante lo finii.
«Come le mie tasche».
Rispose orgogliosa. «Sarei onorata di farti da guida» disse abbozzando un inchino e facendo la voce grossa. Sorrisi.
«Ho bisogno di sapere dove si trova Via delle Arance 10». Lessi il biglietto anche se non ce ne era bisogno: ormai lo avevo imparato a memoria. Lei mi guardò come se fossi diventata verde, e poi scoppiò a ridere.
«Scusami ma... a che ti serve sapere dove abito?»
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