Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Capitolo 38~ Nomi incisi su pietra

La domenica passò in fretta. Floridiana giunse a Corallorosa e affrontò vari problemi, ovvero il rapimento di Jackson e la farfalla di Viola. Portò un cofanetto di legno su cui erano incastonate ametiste. Inutile dire che l'oggetto era viola, e scintillava nel contenitore foderato di blu. La mia amica indossò il ciondolo dopo aver risposto ad alcune domande poste dalla regina. Eravamo nel giardino del gruppo T appositamente preparato per l'arrivo della fata. «Come sta Gaia?» chiesi quando ebbe terminato di insegnare a Viola come usare la sua farfalla. «Si sta riprendendo» mi informò con un sorriso. Fu lei poi a domandarmi se avevo novità: «vorrei partire durante gli Otiosi Dies» annunciai. Floridiana fu leggermente colpita. «Per andare dove?». La domanda era più che legittima, ma io pensai che "al cimitero" fosse poco esaustivo e, soprattutto, vago. «Un mio amico vorrebbe far visita alla tomba della nonna, il cui anniversario di morte cade il 25 giugno» spiegai semplicemente. La sua espressione era indecifrabile, piatta. Mi preparai mentalmente ad accettare un sordo e duro "no". Girò lentamente il cucchiaino nella tazza del the, e, mentre tintinnava con la porcellana, il suo sguardo sembrò perdersi nel liquido rosso, preso da nostalgia. «È sepolta nel regno di Acquaria, se non erro» proseguì. Annuii, ansiosa di avere una risposta. «Va bene» sospirò. «Ma dovrò farti alcune raccomandazioni». Le raccomandazioni furono un sacchetto pieno di monete d'oro, vestiti nuovi per l'occasione, una nuova scorta di frecce e un cofanetto con erbe medicinali in cui misi le gemme di luce di Ignes. Floridiana mi disse poi di rimanere sempre sulla strada maestra, di portarmi il barattolo, e non fare follie (testuali parole). Che era una donna fantastica lo sapevo già, e quando mi chiese se volevo che prenotasse due camere in una locanda vicina rifiutai. Sarebbe stato eccessivo, io e Matt potevamo adeguarci. Ma lei insistette e arrivammo ad un compromesso: lei avrebbe prenotato e io avrei pagato.
Volevo farmi bastare quel pieno di soldi, un extra non era compreso, nè necessario.
Quando l'indomani lo dissi agli altri per poco non svennero. «Se non li vuoi tutti, danne un po' a me» suggerì Dave. «Ah ah» risi sarcasticamente. «Non aiuti».
«Piuttosto, sei sicura che non vuoi che venga con voi?» chiese di nuovo Ignes. «Non dimenticherò la spada, promesso» le garantii. Andammo tutti insieme dalla Callaway, che voleva parlare con Matthew. Meilì sembrava pensierosa. «Ci sono andata l'altro giorno per consegnarle una relazione» mi sussurrò. «Stava scrivendo una lettera al custode del cimitero, e non credo sapesse del desiderio di Matt». Registrai quelle informazioni, e in effetti la professoressa sembrò particolarmente agitata e fredda. Fece entrare anche me, si raccomandò con il ragazzo di badare bene alle persone che incontravamo e gli diede una piccola somma di denaro. Poi non aggiunse altro e ci congedò. Ci scambiammo un'occhiata perplessa, e fui felice che avesse notato quel che avevo percepito io.
All'uscita di Corallorosa, Dave continuò a scherzare: «non perdetevi, piccioncini». Lo guardai male ed esclamai: «oh, sta' zitto... càtulus!». Sgranò gli occhi e mi diede una leggera spinta. Ridemmo tutti. «Davvero...?! "Cucciolo"?!» chiese Ignes mentre si asciugava le lacrime. Mei si era dovuta poggiare alla panchina per non svenire per terra dalle risate. Dave era accigliato da morire, tanto che aprì un buco nero sul pavimento e ci si tuffò dentro. «Addio gentaglia». Sparì, e un'ombra che ci fece la linguaccia si allontanò tra la boscaglia. Salutai le ragazze, e mia sorella mi garantì che si sarebbe occupata di Viola. Poi mi abbracciò quasi soffocandomi.

Matt aveva gentilmente usufruito della mia borsa magica, perché "tanto non serve che mi porto la mia valigia", aveva detto. Avevo acconsentito purché fosse lui a portare il ciondolo che la raffigurava. Il bagaglio, infatti, una volta riempito, poteva essere compresso e, sul medaglione apposito, compariva un'incisione. Quando serviva bastava scuoterlo e la borsa appariva immediatamente. Il sole era ormai alto quando lasciammo la scuola verso il quartiere Æ, da cui avremmo preso una corriera. Le case erano tutte bianche, e le palazzine si alternavano a ville in stile coloniale. I lampioni erano ancora candidi, così come alcuni stendardi ancora appesi su qualche balcone. Le persone erano abbigliate come volevano: la maggior parte indossava tuniche lunghe, ma ci si poteva imbattere in cavalieri con tanto di armatura, abiti medievali, persino abiti terrestri, soprattutto i ragazzi. Nessuno sembrava turbato da quella varietà di stili, i negozi stessi vendevano vestiti di qualsiasi tipo. Non era raro essere additati di tanto in tanto: io ero un capogruppo, e Matt un legato primario di quella fazione. Mi stava bene, purché non sentissi espressioni del tipo "abbiamo perso per colpa sua", cosa che non accadde.
«Permesso!» gridò un uomo nella nostra direzione. Mi spostai, ma non riuscii ad evitare una spallata. Lo vidi scomparire dietro un angolo, sommerso da scatoloni e fogli volanti.
Quando entrammo nella zona residenziale, le strade si fecero meno affollate. Le villette ospitavano famiglie più o meno numerose che si godevano i Dies in pace. Mi parve di immergermi nell'America ottocentesca: cappelli a cilindro e ampie gonne sfilavano intorno a noi, in un volteggiare di colori pastello, fiori e ombrelli parasole. Matt mi prese per mano e io sussultai. «Non volevo spaventarti» sorrise. La luce illuminava i suoi occhi ghiacciati, rendendoli meno tempestosi. Arrossii, ma non mi staccai da quel contatto. Sapevo cosa voleva dire: tutti ci vedevano come fidanzati, ci vedevano insieme. Quindi perché non farlo anche noi? Semplice, si chiamava Mors Amori. Quella cosa che stava distruggendo la mia vita e i miei sentimenti. «Dobbiamo correre!» esclamò ad un tratto, accelerando il passo. Ci avvicinammo sempre più a un carro in legno, coperto con un telo. Sentivo la spada sbattere contro il fianco, e la faretra scossa dai movimenti bruschi. Salimmo appena in tempo e ci sedemmo all'ombra del tessuto color crema. Non era esattamente la mia idea di corriera ma andava bene lo stesso. «Scusami» disse «ma è il meglio che sono riuscito a trovare». Si passò una mano tra i capelli ribelli, ravvivandoli un po'. «Non ti preoccupare» lo rassicurai. C'eravamo solo noi, e sembravamo birilli: ci scontravamo sempre per via delle buche o dei sassi che le ruote incontravano. Ogni tanto si sentiva il conducente salutare qualche passante. Ci inoltrammo in una zona di campagna, e sembrò di tuffarsi nel Rinascimento. «È tutto così vario qui» notai a voce alta. «I vestiti, le abitudini... mi pare di fare un viaggio nel tempo» sorrisi. «In una delle nostre prime lezioni di magia abbiamo parlato delle farfalle» mi raccontò. «Hanno un potere straordinario: tutto quello che vedi qui è stato portato sulla Terra in epoche e tempi diversi. Le farfalle erano potentissime, avevano un'influenza smisurata». Parlava con una punta di nostalgia, e quando glielo feci presente, proseguì: «molti possessori usarono questo potere per scatenare conflitti. Dopo la seconda guerra mondiale, Floridiana decise di limitare la frequenza con cui venivano assegnate le farfalle. Difatti oggi solo quattro sono funzionanti. Col passare del tempo nessuno conoscerà più il regno e le sue bellezze. Nessuno scienziato potrà progettare innovazioni basandosi sul nostro sapere...»
«Floridiana sa tutto questo» intervenni. «Ragioniamo come fate perché siamo fate. È nella nostra indole voler aiutare gli altri, migliorare la loro qualità di vita. Verranno farfalle meritevoli, perché ci sono. La regina è solo più rigorosa, e non vuole che sulla Terra si diffonda più male di quello che già c'è». Non sapevo da dove fossero sbucate quelle parole, ma sapevo che erano sincere. Una parte di me conosceva quelle cose, erano come un ricordo sbiadito, che riemerge poco, ma che se rinfrescato torna vivido. Mi baciò sulla fronte e mi disse che avevo ragione. Restammo in silenzio per tutto il tempo.

Quando arrivammo era il tramonto. Matt lanciò 5 monete d'oro all'uomo e quello spronò i cavalli, inoltrandosi in un viale alberato. Ricordai che eravamo ancora sotto al mare, e che il regno di Acquaria si estendeva e addentrava davvero nelle profondità. Eppure davanti a noi c'era il grano dorato che oscillava, pettinato dal vento e puntellato di macchioline rosse: papaveri. Alcune spighe erano ancora verdognole e leggere. Si respirava aria di campi, di agricoltura, di terra. Delle colline in lontananza mostravano le loro dolci curve alla luce tiepida del tramonto. Camminammo per una stradina sterrata, e ad ogni passo sollevavamo polvere. Costeggiammo fienili e distese di balle di fieno, pascoli e orticelli. Giugno si esibiva in tutto il suo calore, mostrava le sue primizie e i suoi frutti. Mi parve di essere una fata del gruppo T. Le case erano di pietra o di legno, si passava da umili dimore a casolari enormi e nascosti tra la vegetazione. Le coltivazioni cantavano frusciando. Giungemmo davanti ad una tenuta abbastanza grande, e, una volta superato il giardino pieno di api ronzanti, ci presentammo ad una donna di mezza età che stava dando da mangiare alle galline. «Due stanze, sì. La regina stessa mi ha chiamata» disse con orgoglio. Appena entrati fummo accolti da odore di grigliata e spezie come origano e rosmarino. Vedemmo un ragazzo pelare delle patate. Delle lampade ad olio erano appese al soffitto, e le travi del pavimento scricchiolavano sotto i nostri passi. Salimmo una scaletta e arrivammo al piano di sopra. C'era solo un corridoio e ai lati delle porte. I numeri erano incisi su dei cerchi di legno. Io avevo la numero 3, Matt la 4. Erano semplici: avevano un letto, una sedia, un tavolino con un vaso di fiori e un armadio. Le tende erano bianche e vi erano ricamate delle violette. Il panorama mostrava una piccola porzione di campi, e dietro di essi c'era un viale di cipressi, che finiva in una macchiolina verde non definita, troppo lontana perché lo sguardo la captasse.
La donna andò via e ci permise di sistemarci, poi ci informò che nella taverna sottostante avremmo potuto cenare. Fu una scelta fantastica: era tutto squisito. Consumammo piatti di carne tra gli schiamazzi e la confusione degli avventori, un po' troppo rumorosi, ma simpatici. La birra veniva servita a fiumi, e si diffuse odore di luppolo nell'ambiente. Lo stesso ragazzo che prima tagliava le patate serviva ai tavoli. «Sai... pensavo che sarebbe bello» disse Matt mentre tragliava le salsicce. «Cosa?» gli chiesi. Posai il tovagliolo di stoffa sul tavolo e lo guardai. «Vivere qui, in campagna, nella tranquillità. Io e te. Insomma, essere felici». C'era dolcezza nella sua voce. Voleva davvero quella vita, una casa grande, un paesaggio meraviglioso intorno. Lo desiderava fortemente, e io non potevo dargli nulla. Non sarei mai stata in grado di farlo. Abbassai lo sguardo sulla mia bistecca e pensai: "sarebbe bellissimo, se solo tu non fossi stato maledetto e io non dovessi sconfiggere una strega pazza". «Carpe diem» gli risposi. Cogli l'attimo, perché non credo ce ne saranno tanti così.
La notte era limpida, e le cicale canticchiavano pigramente. L'aria era fresca, e il vento soffiava, scuotendo i panni stesi della signora Maria (così si chiamava la locandiera). Quella vacanza mi stava facendo male e bene allo stesso tempo: avevo il costante pensiero che sarebbe stato solo un momento, soltanto quello, e che una volta finito non avremmo mai più avuto tre giorni da fidanzati. La nostalgia iniziava già a divorarmi. Ignes avrebbe cercato un rimedio, se solo ve ne fosse stato uno.
Dormii abbastanza tranquilla quella notte, dopo aver spedito la lettera a Floridiana.

Il mattino seguente, Matt faceva avanti e indietro con la mia camera: «ho dimenticato di prendere questo...» diceva ogni volta. «La prossima volta ricordami di non essere accomodante» gli ordinai. Sorrise colpevole. Sbuffai e lo maledii per aver messo le sue cose insieme alle mie. Dopo la colazione andammo al cimitero, e il ragazzo si fece più silenzioso. Imboccammo il viale dei cipressi dopo aver salutato Maria e aver saldato i conti. Mi dispiacque lasciare quella quiete. Comunque sia, stavo sbocconcellando un panino alla marmellata, mentre le briciole cadevano sui miei anfibi neri. «Fa caldo» aveva detto Matt. «Non si sa mai se devo prendere a calci qualcuno» gli avevo risposto. Indossavo per la prima volta abiti terrestri: un vestito leggero di colore nero, decorato (ironia della sorte) con disegni di farfalline blu e fiorellini. Matt indossava una semplice polo, dei jeans corti e le converse. Quel silenzio era imbarazzante, perché io mangiavo un panino invece di consolarlo. Avevano ucciso sua nonna quel giorno di due anni fa e io non avevo la minima idea di cosa dire. Il sole splendeva un po' troppo quella mattina, e le ombre a forma di pennello dei cipressi ci diedero refrigerio. Alla fine raggiungemmo un cancello alto e scuro. Il ragazzo toccò una sbarra fredda ed esitò. «Stai bene?» gli chiesi. Aveva lo sguardo perso, e dopo un po' annuì.
C'erano lapidi molto antiche, velate da muschi e licheni e i cui nomi non si leggevano più. Ogni tanto si ergevano delle cappelle, alcune più curate di altre. C'era pace in quel posto, nonostante tutto. Le lastre di pietra erano ornate di fiori, alcune erano poste sotto alberi e piene di piccole pigne. Matt si fermò improvvisamente. «Che c'è?» chiesi ansiosa. «Pervinca Etholred...» sussurrò. «Era la maestra di Floridiana, non posso credere che non ci sia più». Mi lasciai sfuggire un "oh'' di sorpresa. Strinsi la cinghia della faretra con fare nervoso. Chissà se in quel giorno le avevo causato problemi, nemmeno io lo sapevo. Magari era morta proprio quando mi aveva dato lo schiaffo. A volte i memoriali erano vere e proprie opere d'arte: blocchi freddi e scuri su cui erano incisi angeli piangenti, motivi geometrici. Mi guardai intorno, non sapevo nemmeno io cosa cercassi. Per poco non mi venne un colpo: «Emily Callaway» sospirai estremamente sorpresa. Il nome era stato puntellato finemente in caratteri oserei dire nobili. Le lettere erano tutto un ghirigoro e una decorazione. Il bordo era una cornice di fiori e colombe. Non c'era data. Una rosa era stata posata alla base, e sfigurava vicino a un vaso di finissima porcellana che esibiva fiori freschissimi. Mi ero persa Matt da qualche parte, così mi fermai un attimo. Da dietro un albero spuntò un uomo con un completo. Un fazzoletto di seta verde era posto a sostituire la tradizionale cravatta. «Oh... io non l'avevo vista, mi scusi» dissi mortificata. «Emily incuriosisce sempre gli studenti della sorella». L'uomo avrà avuto una sessantina d'anni, e il suo sorriso si infossava in rughe spesse e marcate, raccolte agli angoli della bocca e degli occhi. Mi porse la mano pallida, e una vena blu spiccò in evidenza. «Arnold Cunningham» si presentò. «Clhoe Fatillicis» balbettai. Non sapevo cosa dire, poi vidi uno sgabello sotto la pianta, su cui era poggiato un libretto di formule fisiche e matematiche. Non potei ignorarle. «Oh... è suo quel libro?». Arnold annuì e me lo porse. «A quasi nessuno importa di matematica» sospirò, sempre col sorriso. «A Corallorosa non insegnano matematica...» pensai a voce alta.
«Certo, da quando il qui presente professor Cunningham è stato radiato e bandito dalla scuola» intervenne Matt facendomi sobbalzare. Io sospirai il mio ennesimo "oh". Mi sentivo così stupida. Il ragazzo avanzava con la bacchetta in vista, e Arnold sembrò immensamente triste. «Ma che hai? Non credi di esagerare?» sbottai quando mi resi conto di cosa accadeva. «Quest'uomo ha ucciso la sorella della Callaway» ringhiò. Giurai di vedere una lacrima sul volto dell'uomo. «Matthew, calmati!» gridai. Il professore era spezzato in due, e non potevo credere che fosse per il rimorso di aver ucciso la donna. «Ti prego, andiamo via. Non voglio che tu sia in pericolo» disse sottovoce. «Guardami!» gli ordinai. Poi mi indicai dalla testa ai piedi. «Ti sembro in pericolo?» domandai poi. L'uomo si rifugiò dietro l'albero e non si fece più vedere. Mi voltai più volte a crontollare se fosse tornato, ma fu tutto inutile. Il ragazzo invece sembrava sconvolto. «Non potrebbe essere solo morta naturalmente?» ipotizzai. Quell'uomo non era un assassino, lo avrei scommesso. «Le fate non muoiono naturalmente. Possono essere uccise, oppure scegliere di donare la propria essenza al proprio elemento, ma no, le fate non conoscono malattie o altro». Immaginai che una volta donata la propria essenza non ci fosse un corpo da seppellire o un motivo per piangere. Rimasi in silenzio, affranta. Sospirai e mi fissai le scarpe, interdetta. «Mi dispiace...» sussurrò. Stringeva i pugni, era teso, ma i suoi occhi sembravano inondati dal dolore. «È solo che... non riesco a pensarti in pericolo. Vado fuori di testa se qualcuno di pericoloso ti si avvicina». Fu come un pugno allo stomaco. Lo strinsi forte, e dovetti stare in punta di piedi per fargli poggiare la testa sulla mia spalla. Lui mi abbracciò di rimando, affondando il naso nei miei capelli. «Matt, io sto bene. Starò bene. Sono una Suprema dopotutto, giusto?». Lo sentii annuire debolmente. Rimanemmo in silenzio per qualche minuto, e io avevo mille domande che mi ronzavano in testa. Erano davvero troppe, sarei scoppiata prima o poi. «Andiamo da tua nonna» suggerii portando la bocca vicino al suo orecchio. Quando si staccò fu quasi un trauma: il suo profumo mi aveva avvolta da subito. Cominciai a capire cosa stava accadendo: Matt era sicuro e gelido finchè non ti apriva il suo cuore. Con me si era sviscerato, mi aveva fatto vedere i suoi ricordi, la sua mente. Mi aveva permesso cose inimmaginabili, e se fosse servito gli avrei preso tutte quelle sfere ruvide e grigie e le avrei buttate. Avrei ucciso per lui, soprattutto Abracadabra. Gli afferrai la mano e sfiorai il tatuaggio. Non si scompose. Se avessi potuto avrei spazzato via anche quello.

Angolo autrice:
Ciao a tuttii!
Allora, come avete potuto vedere questo capitolo è stato un po' più lento, e siccome è una cosa nuova vi esorto a dirmi che ne pensate. Altra cosa: ho aggiunto un'immagine, e nel farlo mi è venuta un'idea. Perché non indire un piccolo contest? Se vi piace disegnare o fare editing potete seguire l'esempio di _dreamer_2500 ,
questo qui è uno dei bellissimi collage che ha realizzato,

e realizzare delle fan art, o dei collage, oppure ritoccare delle foto prese da internet che vi ricordano la storia. Le più belle verranno postate sulla pagina instagram a cura di I_Kill_Dreams00 (lacquaeilfuocolibro) e le userò io per abbellire i capitoli, e non esiterò a pubblicizzare i vostri lavori. Se volete partecipare scrivete qui nei commenti, in bacheca, o dove vi pare e date sfogo alla vostra creatività !✏🖌

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro