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Capitolo 36~ La bambola di Sandy

Quella sera non tornai nel regno. E sempre quella sera imprecai contro la farfalla, poi mi scusai, poi le manifestai ancora il mio odio, in un loop infinito e da matti che mi vide fin troppo protagonista. Ero ridicola, ma io dovevo tornare a scuola. Mi sentivo in prigione. E cosa ancora peggiore, ero chiusa in gabbia, avevo la chiave ma non funzionava. Mi affacciai alla finestra, fissai la luna e pregai Selène, ma non accadde nulla. Poi passai a Pelagus. Ma ancora niente. Zero assoluto. Mi sedetti affranta e angosciata per terra, in attesa. Ma l'unica cosa che arrivò fu il sonno, e con il sonno gli incubi.
Beh credo sia in dovere di avvisarvi: se state leggendo ancora questa mia storia potete fare due cose. La prima è smetterla, la seconda è continuare (scelta vostra) ma guardarvi le spalle in maniera maniacale e ossessivo-compulsiva. Perchè? Ve lo spiego subito.
Vidi un volto e due occhi gialli, quasi di vetro. Due sfere perfette, senza capillari, senza palpebre. Forse le palpebre c'erano, ma nel buio non le vedevo, e il mio potere parve inesistente. Agli occhi si aggiunse una bocca, con un sorriso smagliante, ma allo stesso tempo malvagio. Quella creatura percepiva la mia paura e ne godeva. «Clhoe Fatillicis» cantilenò la stessa voce che mi aveva detto che sarebbe stata colpa mia e tutto il resto. Provai a ribattere, a prenderla in giro, punzecchiarla, ma, o per la paura o per uno strano incantesimo, la mia bocca non emise nessun suono, come se fosse sigillata dall'interno. «Continui ad essermi di intralcio, a stare in mezzo... perchè? Perchè ti ostini? Perché combatti? Tanto lo sai che sei solo una pedina. Solo. Una. Stupida. Pedina». Scandì le ultime parole e in me salì solo rabbia. Avrei voluto metterle le mani al collo, sempre che ce l'avesse avuto, e strozzarla, vederla diventare blu e soffocare. Non era Stria, non aveva la "s" moscia e da serpente, ma non era nemmeno Neridiana, troppo insignificante e sottomessa alla sua regina. «Fatillicis!» gridò, ed io mi sentii sobbalzare, nonostante percepissi di trovarmi in una sorta di bozzolo di pietra. La donna rise, mostrando i denti bianchissimi. «Ucciderò tutti! Li ucciderò tutti e tu starai lì a guardare. Ma no, non mi limiterò solo a tua sorella, a Meilì Fang, a Dave Shadows, a Floridiana Del Flor. No, ovvio che no. Prenderò chiunque abbia avuto la disgrazia di avere a che fare con te, e tu, mentre li guarderai morire e soffrire, ti renderai conto di averli portati da me. Che sarà colpa tua». Trattenni il fiato. Era solo un sogno, solo un incubo. Non mi fai paura, avrei voluto gridare. Sono una cavolo di Suprema, ti schiaccerò con una facilità estrema. Ma avevo le corde vocali spezzate. Quando ebbe finito di divertirsi mi lasciò andare, ed io mi svegliai di soprassalto, respirando aria vera. Era come se fossi stata in apnea per tutta la notte. Tentai di riaddormentarmi dopo aver immerso la faccia nell'acqua del lavandino, ma fu inutile. Osservai il sole nascere e pensai ad Ignes con nostalgia. Mi lamentai interiormente, perchè volevo tornare a casa, dalla mia famiglia. E per "famiglia" ovviamente intendevo "Ignes".
Era davvero frustrante sapere che tutti coloro che mi circondavano erano in pericolo: avrei potuto dire "lo fa solo per spaventarmi" ma sapevo con certezza che non era così. Wendy era stata uccisa, forse anche Coraline. Erano due ragazze gentili e non meritavano quella fine, quelle torture e quelle sofferenze. Io non avevo fatto nulla. Ero inerme davanti alla furia di Neridiana. Se fosse accaduto qualche giorno dopo avrei reagito, mi sarei avventata contro la strega, forse mi avrebbe ferita mortalmente ma non sarei rimasta in disparte, ad assistere passivamente a quell'esecuzione.
Ricordai il momento esatto in cui Nora mi confessò la verità, e percepii quello che sentii allora: rabbia per essere stata presa in giro e trattata come una sciocca, ma anche immenso sollievo. Sollievo perché finalmente avevo capito cosa c'era che non andava, perchè non mi sentivo partecipe di quel mondo così distante da me. Semplice: io non ne facevo parte. Ero nata immersa nella magia, tra fate, cavalieri, sirene. Quello era parte di me, il mio posto. E anche se non ero nata fata lo ero diventata, e Pelagus (certo che però aiutami a tornare no?!) mi aveva fatto un dono straordinario e letale al tempo stesso. Mi chiesi perché le streghe mi desiderassero tanto: okay, ero forte, ma se si fossero messe in dieci non avrebbero ottenuto lo stesso risultato? Qualcosa non tornava. Doveva esserci dell'altro che spiegasse un così ostinato accanimento.
Fu così che mi riaddormentai, seppur per qualche decina di minuti, trascinata dal flusso di coscienza che mi aveva fatto rivivere alcuni essenziali eventi.

Nora era in piedi davanti al frigo chiuso, i capelli a caschetto neri arruffati e l'aria sofferente. Non parve accorgersi di me, il che non mi dispiacque affatto. Mi sedetti e sorseggiai del caffè, osservandola di nascosto dal bordo della tazza. Sembrava in preda ad una visione, in una trance assoluta, o forse erano i risultati di una vita consacrata al whisky e alla vodka. "Le tre v" come io e Viola li chiamavamo. Il sole del mattino proiettava un grande rettangolo luminoso sul pavimento impolverato, e il pulviscolo fluttuava passivamente nell'aria. Il bicchiere che le avevo preparato il giorno prima era ancora poggiato sul tavolinetto, solo che adesso era vuoto. La donna indossava una canottiera grigia e dei pantaloncini blu scoloriti che evidenziavano i tratti di quel corpo consumato e sofferente. Pensai che se le avessi soffiato sopra si sarebbe disintegrata in un mucchietto di polvere. Gli occhi erano vuoti, le palpebre a mezz'asta, e sembrava sul punto di svenire, oppure di addormentarsi. «Stai bene?» le chiesi quando non riuscii più a far finta di nulla. «Va' da Viola» rispose sull'orlo del pianto. In quel momento fui certa che l'alcol non c'entrava niente. «Scusami?» ribattei perplessa. «Qui non è sicuro» proseguì testarda. La sua voce era assente, lei era assente. Il suo corpo oscillava leggermente, come una pianta al vento. «Studio magia a Corallorosa» dichiarai per provocarla, vedere se reagiva. «Lo so» rispose. «Va' da Viola» ripetè. Nemmeno mi vestii e corsi fuori, in pigiama e ciabatte, il cuore a mille. Lo sentivo battere, vicino all'esplosione, sulla vena del collo. Arrivai trafelata dalla mia amica dopo 5 minuti. Mi aprì sua madre, visibilmente preoccupata. «Scusate l'irruzione, io...» io cosa? Sono una fata, piacere, porto solo guai. Oh attenzione a quando uscite, potrebbero tentare di uccidervi. Viola sopraggiunse e capì con un solo sguardo. La ringraziai col pensiero. Mi fece sedere, ed io sprofondai nel suo divano. Sua madre non aggiunse altro e andò via.

«Nora ti ha detto di venire qui?» chiese sbigottita la ragazza quando le raccontai tutto. Annuii, cercando di farmi un'idea. «Floridiana?» azzardò, ma io, fissando ancora la tv, feci di no con il capo. Lo schermo nero era pieno di ditate. Sentii dei passi svelti al piano di sopra, e le scale in legno scricchiolarono sotto il peso del corpicino. «Clhoe!» esclamò Sandy, e corse giù tra i gradini, saltandomi in grembo. «Ciao piccola peste» la salutai baciandole la tempia. La afferrai per la pancia e lei rise per il solletico. «Va' via» le intimò la sorella. «No!» rispose impertinente la bambina. Aveva sette anni ed era divertentissima. Io, che per indole non amavo i bambini, riuscivo ad andare d'accordo con quel batuffolo di giochi e stranezze senza problemi. La stuzzicai ancora, e ci divertimmo ancora qualche minuto sotto lo sguardo accusatorio di Viola. «Sandy! Va' via!» tuonò. «Allora ti porto la bambola!» la ricattò. Io non capii subito. «Tutto tranne quella» disse la mia amica prendendosi la testa tra i capelli. Sembrava sconvolta. «Okay, calma» mi intromisi, usando le braccia per dividerle. Poi, sopraffatta dalla curiosità, chiesi: «che cos'è questa famigerata bambola?».
«È la bambola assassina» rispose in tono lugubre. «Oh, piantala!» esclamai. «Sandy, saresti così gentile da portarmela?» nemmeno finii la frase che la pulce scattò in camera e ne ritornò a grandi balzi. Stringeva una bambola che avrei detto fosse d'epoca. I capelli di nylon erano boccoli mogano, gli occhi spalancati dello stesso colore. La bocca era stata dipinta con una vernice color pesca, le gote invece erano più rosate. Il vestitino di pizzo e stoffa colorata era stato ornato con roselline finte. Un normale giocattolo, se solo la suola non avesse riportato la siglia S.D.O.
Viola mi guardava con apprensione mentre esaminavo l'oggetto. Mantenni la calma, nonostante l'instinto di sopravvivenza mi dicesse di bruciare la bambola e spargere le sue ceneri nell'universo. S.D.O. Stria degli Oscurissimi. Questo rimbombò nella mia testa. Il foglio dell'apprendista recava quella firma. La lettera che aveva rispedito a Floridiana recava quella firma. Tutto ruotava intorno a quelle tre semplici lettere. La ragazza mi guardava ancora, perché aveva percepito che qualcosa non andava. Allora chiesi gentilmente a Sandy di andare in camera e cercare qualche gioco da tavolo che non avessimo ancora fatto. Corse in cima alla rampa di scale e sparì dietro la parete. Mi tolsi la maschera da persona tranquilla e assolutamente a suo agio e mi voltai verso di lei, prendendo la bambola per il piede. «Che cosa ha fatto? Perché ti ha spaventata?» le chiesi forse troppo bruscamente, perché assunse un colorito verdognolo. «Mi ha parlato» disse in un sospiro. «Non sono pazza... io...»
«Lo so che non sei pazza» la interruppi mettendo la mano avanti e scacciando simbolicamente i suoi dubbi. Si rassicurò un po' e raccontò: «mi ha detto che ero in pericolo e che dovevo dare la colpa a te se fosse successo qualcosa di brutto. Aveva una voce innaturale, sembrava uscita da un film horror, è stato assurdo». Dare la colpa a me. "Va' da Viola, non è sicuro qui".
Imprecai. Ma che razza di stupida ero stata? Lì da Viola ero in pericolo. E quella voce... era la stessa voce della bambola, la stessa dei miei sogni. La mia migliore amica era sull'orlo dell'isteria. Si alzò in piedi di scatto e mi seguì alla porta. Ovviamente tentò di fermarmi, e ovviamente io le dissi di restare in casa, ma lei, testarda, mi continuò a venire dietro. «Che succede?» disse col fiatone. «La voce della bambola si sta impossessando di Nora. Mi ha mandata via perché così avrebbe potuto fare l'incantesimo in pace».
«Stai scherzando?» chiese quasi disgustata. «E come la fermi?»
«Bella domanda» risposi.
«Nora! NORA!» gridai sbattendo sulla porta. La chiamai ancora, ma nulla da fare. Percepivo una sorta di vento caldo, una radiazione lenta e costante provenire dalla casa. Il mio corpo aveva capito che c'era una strega in casa. Presi il rastrello e diedi una sprangata alla finestra. «Che vandala!» esclamò Viola, presa leggermente dall'euforia del momento. Forse non si rendeva conto di quanto fossimo in pericolo. Gettai occhiate nervose dietro di me, perché non volevo essere vista e aggiungere problemi a problemi. Smisi di pensare, non chiesi nemmeno a lei di andarsene, tanto non lo avrebbe fatto, ed entrai.

L'assurdo, il panico e la totale assenza di mezzi presero il sopravvento. Ero in piagiama e qualcuno si aspettava che io combattessi quello. Con quale spada? Con quali armi? In quale vita?
Brandivo un rastrello. Un solo, inutile rastrello. Nora era avvolta da una nuvola nera e cangiante che si muoveva attorno a lei. La donna fluttuava in aria, sospesa, come tenuta in braccio da una forza invisibile. Gli occhi spalancati erano neri come la pece. Era agghiacciante. Mi avvicinai di un passo e sentii la nuvola parlare con voci diverse, voci che urlavano, chiedevano il mio aiuto. Altre mi minacciavano, mi dicevano di stare alla larga, che mi avrebbero uccisa.
Poi sentii Viola afferrare il mio braccio e tirarmi fuori. Ricominciai a vedere ciò che prima mi era parso offuscato. «Stavi... Stavi per fluttuare» balbettò. La ringraziai, ancora sotto shock. Dovevo agire. Più passava il tempo, più la paura prendeva il sopravvento. Pensai ad una protezione, qualcosa che mi impedisse di essere risucchiata, e una bolla mi imprigionò. Avanzai. Lo scudo non mi impediva i movimenti o ostacolava in alcun modo. Proseguii. Anche le voci sembravano lontane. La nebbia nera si addensò in una mano piena di artigli, che graffiò la mia bolla. Mi parve di sentire la voce di mio padre. "Non sono cose strane, si chiamano incantesimi bambina mia". Mi parve di soffocare, di essere sopraffatta dallo stesso mostro fangoso che aveva ucciso lui. La bolla iniziò a creparsi. «No...» gemetti. Ignorai ancora quella proiezione distopica e riuscii ad afferrare Nora. Era talmente esile che potei tenerla ancorata a me con facilità estrema. La portavo su una spalla, il suo busto sulla schiena e le gambe sul mio petto, e non appena la tolsi da quel nugolo di terrore e devastazione, tutte le voci che lo popolavano parvero piangere, per poi aggirarsi attorno alla mia protezione come in cerca di cibo. Una volta fuori la affidai a Viola, ancora esterrefatta. Il mio corpo agiva da solo, seguendo riflessi che io non sapevo nemmeno di possedere. Uscii dalla bolla e la usai per imprigionare la polvere nera. La sfera cominciò a roteare, mentre io da lontano tendevo le mani come a sorreggerla. Poi si rimpicciolì e scomparve, portando con sè tutto quel male.
Non si poteva dire fosse stato difficile, anzi. Forse Stria, o chi per lei, mi avevano sottovalutata. Io però mi sentivo svuotata, completamente estraniata da quel mondo. Avevano invaso anche quello per attaccarmi. Avevano maledetto Nora, l'avevano costretta a diventare un burattino. Se non fossi intervenuta lo sarebbe diventato. Mi accasciai a terra e piansi. Viola posò la donna svenuta sul divano e si accovacciò davanti a me. «Mi stanno prendendo tutto... prenderanno tutto...» dissi tra i singhiozzi. La ragazza, da sempre molto empatica, cominciò a balbettare e a versare lacrime a sua volta. «Hai... hai me...» provò a rassicurarmi. «Ha ragione la voce. Sarà colpa mia, e io verrò consumata dal senso di colpa. Tutti quelli intorno a me sono in estremo pericolo» la avvisai. Lei scosse la testa e tirò su con il naso. «Staremo tutti attenti. A Nora... a lei diremo che sono state le tre V, andrà tutto a posto».
La guardai attraverso il velo di tristezza. Io ero una mina vagante, una portatrice di devastazione solo perché mi chiamavo Clhoe Fatillicis. La fata dell'acqua, del ghiaccio e del vapore acqueo, signora della notte e della Luna. Suprema. Ero così potente eppure così fragile. Amavo tutti quelli che mi circondavano, e sapevo che li avrei persi tutti. Avevo cominciato dai miei genitori, poi sarebbe toccato a mia sorella, al ragazzo che amavo, e avrei finito con i miei amici. Fissavo un punto indefinito davanti a me e vedevo il regno di Floridiana cadere a pezzi, la sua corona importunata e gettata al vento. E nessuno avrebbe ucciso me, sarei rimasta in catene, ai loro piedi, sofferente in eterno, in attesa. Ad eseguire ordini, senza la forza di ribattere. Schiava e senza libertà, portatrice di un potere troppo grande che andava usato per chissà quale odioso fine. Le guance mi bruciavano, e sentivo il sapore salato delle lacrime in bocca. Ero così affranta che cercai di ricordare un momento simile in tutta la mia vita. Non era rabbia, non era rancore. Era paura, paura di essere impotente, proprio come davanti alla morte di Wendy. Nemmeno quando Ignes mi aveva rinnegata ero stata così male. Quelle voci mi imploravano ancora. Wendy aveva implorato. E io non avevo agito, succube di un sistema feroce e violento, assassino. Io avevo taciuto. Non mi avevano lasciato niente, se non la tristezza. Sentivo la voce e il pianto di Viola lontani. Ma che dirle? Scappa? Ormai si era macchiata del mio odore, ormai io avevo firmato la sua morte. Non percepivo più nemmeno il mio corpo. Quell'incantesimo così banale, così stupido, aveva prosciugato tutto.
Di me era rimasta solo una pozza di lacrime.

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