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Capitolo 33~ Labirinto

Non quantificai bene il tempo trascorso, ma fuori era ancora buio, e io non riuscivo più a stare ferma. Matt si era addormentato, e io guardavo un vermiciattolo nuotare nel terriccio umido. Ad un tratto realizzai che la galleria continuava nel buio e da come svoltava non mi fu difficile immaginare che proseguisse fino ad arrivare nel punto in cui erano emersi i troll qualche sera prima. Adagiai il ragazzo e tesi la mano avanti a me. Un bagliore bianco si diffuse tenue, e iniziò ad arricciarsi, prendendo la forma di un bastone di ghiaccio abbastanza solido da tenermi. Ignorai le fitte infuocate che avvolgevano la caviglia e mi alzai, zoppicando. Provai a volare, di nuovo, ma le oscillazioni del corpo peggioravano la situazione, quindi restai in terra, saldamente appoggiata alla gruccia gelata. Feci qualche metro, e nonostante l'oscurità riuscivo a scorgere i confini del tunnel. Il potere di Selène si rivelò subito utile: qualsiasi linea o contorno di un qualsiasi oggetto era evidenziato con un tratto argentato, come se pittore utilizzasse un foglio nero e ci tracciasse disegni con una penna glitterata. Era troppo divertente.
Camminai ancora, seguendo la galleria, finchè non mi trovai ad un bivio. Potevo andare a destra, dove era ancora più buio e in profondità, oppure a sinistra, un'entrata che saliva verso l'alto, e la cui pendenza mi permetteva di percorrerlo senza troppi problemi. Mossi qualche passo verso sinistra, ma qualcosa mi disse che non avevo valutato bene, così tornai indietro. Il tunnel di destra era sì più profondo e cupo, ma un piccolo ruscello scorreva tra alcuni ciottoli. Le parole di Ignes riecheggiarono nella mia mente. L'elemento prima dell'indole. E così mi feci coraggio e seguii il rivolo d'acqua fino alle viscere della terra.
L'acqua sembrava lasciarmi passare, aiutandomi a non scivolare, lenendo le mie ferite e alleviando il dolore. La stampella che avevo improvvisato tale si incastrava bene tra i sassi, dandomi un robusto appoggio, e poi si liberava facilmente una volta finito il suo compito. Arrivai in una stanza circolare, rivestita di pietre. Al centro era poggiato un calderone. Istintivamente battei le mani, e una decina di gemme di luce si accese. Dovetti abituarmi alla luce prima di ispezionare e rendermi conto con orrore di aver ripetuto un gesto visto fare a Stria. L'enorme contenitore era senza ombra di dubbio di una strega. Ero stata a tante lezioni di pozioni sia a Roccastrix e che a Corallorosa, e solo nella prima usavano enormi libri consumati e ingredienti come "occhio di rana" o "dente di drago". Mille ampolle impolverate riempivano gli scaffali, addossate le une alle altre, recanti etichette scritte a mano con la descrizione del contenuto. C'era odore di chiuso e di stantìo, mentre il residuo di una poltiglia nera e appiccicosa giaceva sul fondo del calderone freddo, aggianciato ad una catena che si calava dal soffitto e impediva al fondo dell'utensile di toccare direttamente il falò acceso sotto, ormai spento e inutilizzabile. Da quanto tempo c'era una postazione segreta di streghe? E soprattutto, chi l'aveva usata? Cercai un'ampolla vuota, o una boccetta utile per recuperare i residui dell'ultimo incantesimo eseguito, e ne trovai una dal collo lungo. Raschiai il fondo e tappai la bottiglietta, poi feci per andarmene, ma mi fermai a riflettere. Ogni labirinto ha il suo minotauro, mi dissi pensierosa. Camminai a ritroso per tornare da Matt, cercando di non fare troppo rumore. A metà strada lo sentii chiamare il mio nome. «Sono qui!» esclamai nella sua direzione. Lui mi corse incontro col fiatone. «Mi sono spaventato a morte» disse, e la sua voce riecheggiò nel corridoio. Guardò il tunnel da dove provenivo con fare sospetto e quindi gli dissi che gli avrei spiegato tutto in un successivo momento. «La buca si è richiusa con le foglie» proseguì. «È incantata, non ci troveranno mai di questo passo». Fece scorrere un braccio sotto le mie e mi aiutò a cammimare più velocemente, o meglio, a saltellare. L'acqua del ruscello gli aveva bagnato le scarpe - cosa che invece a me non era successa - e io avrei tanto voluto che si riscaldasse come Ignes per asciugarsi in fretta. «Ho paura ci sia un mostro» gli confessai, ma tenni per me il resto. Ho paura che il mostro ti uccida. «Sì, lo credo anche io» ammise preoccupato. «E tu non sei in condizioni di combattere, quindi sbrighiamoci». Improvvisamente, la terra tremò. Cumuli di polvere si staccarono dal soffitto, facendoci tossire. Ci scambiammo un'occhiata nervosa e lui mi prese in braccio con una tale facilità che pensai di essere di carta. Dalla fine della galleria arrivò un urlo disumano, una serie di versi amplificati dai tunnel. Poi davanti a noi, il corpo di un verme enorme ci tagliò la strada, passando alla velocità della luce da un estremo all'altro, scuotendo tutta la galleria. Mille zampette acuminate spuntavano nella parte inferiore, ed era grande come un treno della metropolitana. «Un Megamyriapoda!» esclamò il ragazzo, che si appiattì alla parete per evitare di perdere l'equilibrio. «Chissene frega di come si chiama!» protestai io. Aspettamo che la belva passasse del tutto, e poi si fiondò verso la botola, anche se non avevamo idea di come saremmo usciti. L'animale, scuotendosi e dimenandosi, rischiava di far franare tutto, e la nostra meta era ancora a qualche metro. Sbucò un altro paio di volte, e con una zampa feri Matt sotto l'ascella. Cadde e perse la presa su di me, che rotolai inerme come un sacco di patate. «Matt!» urlai. In tutta risposta sentii dei lamenti, e lo vidi toccarsi il busto con una mano. Un liquido verdognolo fuoriusciva copiosamente e se ne stava piegato in due, ansimando. Sguainai la spada, tirandomi su a sedere, arrancando verso di lui. Evocai dell'acqua con cui sciacquai la ferita, mentre il poveretto si contorceva e soffriva. «Va tutto bene, tutto bene» improvvisai. «Mettiti in salvo... finchè sei in tempo...» bofonchiò lui. «Scordatelo» gli risposi. Il millepiedi troppo cresciuto tentò di mozzarci le teste proprio in quel momento, ma con un colpo ben assestato di spada gli feci cambiare traiettoria, e puntò verso l'alto, urlando e gemendo allo stesso tempo. Mi concentrai, cercando di trovare un piano, ma tutto quello che vedevo era un agonizzante Matt e un lombrico impazzito che faceva tremare il sottosuolo. Poi mi si accese in testa una folle ma plausibile idea. Tesi una mano verso il ruscello e lo sentii rispondere alla mia presenza. Respirai a fondo e chiusi gli occhi. Immaginai di farlo ingrossare, scrosciare con più forza. Per un attimo avvertii il corpo isolarsi, come in una bolla, e l'ansia di aver abbandonato Matt prese il sopravvento. Non devo scoraggiarmi. Pensai per farmi forza. La caviglia se ne stava zitta, segno che ero impegnata in una lotta più importante. Diedi una sbirciatina, ma il ruscelletto se ne stava tranquillo e ignaro dei miei tentativi. Non mi persi d'animo e focalizzai l'acqua, immaginando che si sollevasse e mi avvolgesse. Accompagnai i pensieri a movimenti più o meno precisi della mano, come sollevarla, e poi chiuderla a pugno voltando il palmo verso il mio viso. Chiusi gli occhi ancora una volta e di nuovo respirai a fondo, mentre percepivo il verme tornare verso di noi. Un boato riempì le nostre orecchie, e immaginai fosse il mostro, ma quando mi ritrovai circondata dall'acqua, e lo stesso valeva per Matt, tirai un sospiro di sollievo e sussurrai: «portaci fuori di qui». Il fiumiciattolo aveva avvolto entrambi come se fossimo stati chiusi in tentacoli e sbucammo dove eravamo caduti. L'alba si affacciava all'orizzonte e gli animali notturni avevano lasciato il posto a volpi e scoiattoli. Matt sudava freddo, e io ordinai all'acqua di uscire dal bosco e cercare aiuto. Il piccolo corso d'acqua iniziò a scorrere, rimanendo sospeso a mezz'aria e seguendo una traiettoria precisa, probabilmente il percorso che avevo fatto io. Presi la testa del ragazzo e la poggiai sulla gamba sana, bagnandogli i capelli e la fronte. Non sapevo se il veleno del millepiedi lo avesse ormai ferito mortalmente, ma non dovevo pensarci. Mi maledissi per non essere stata più prudente, per averci messo così tanto a tirarci fuori. Aprì debolmente gli occhi, cercando di abituarsi alla luce. Era pallido e sofferente, e a me veniva da piangere. «Non... non morire. Ti prego» lo supplicai, e lui abbozzò un sorriso. «Ho la pelle dura» disse tutto d'un fiato, con un fil di voce. Poi svenne, o almeno era quello che speravo, ed io soffocai il pianto, stringendolo a me.
Dopo poco arrivò Meilì trafelata, che corse subito da noi, seguita dal torrente, che tornò al suo posto e rivelò la trappola, cosicchè lei potesse evitarla. Ficcò in gola al ragazzo una gemma di luce, poi dalla manica tirò fuori la sua bacchetta. Era bella quasi quanto quelle di Antares: alla base era costituita da un blocco di pietra di luna chiuso in filamenti d'argento che partivano dal fondo e si diramavano fino alla fine della pietra preziosa. Da lì iniziava il corpo il legno d'abete. Un rivolo di fumo che già avevo visto si riversò fuori, cadendo a terra come se qualcuno lo stesse versando. Le volute argentate disegnarono il profilo di una marmotta che iniziò a prendere vita, con tanto di pelo e occhietti vispi. Bastò che Meilì dicesse: «Ignes» e quella scattò, sparendo dalla nostra vista. Mia sorella arrivò poco dopo seguita da Acquaria, e la fata dei draghi soffiò sul suo fuoco fatuo, che sparì. Nessuno mi fece domande, si precipitarono da Matt e lo portarono via, a me pensarono in un secondo momento. Gliene fui grata: almeno non avrei avuto un altro senso di colpa. Quando arrivai in infermeria mi diedero da bere un bicchiere di robaccia gialla, che mi fece venire il volta stomaco, ma dopo poco la gamba era come nuova. Mentre Matt veniva medicato, la preside si avvicinò al mio letto, e si sedette accanto a me. Era visibilmente preoccupata, ma mantenne la lucidità e mi chiese di spiegarle quanto accaduto. Fui breve, ma non tralasciai nessun dettaglio. Si rigirò la bacchetta tra le dita, come se da lì potesse spuntare una spiegazione sensata. «Ho dovuto avvisare la regina» mi disse, e fu dura da mandare giù. Non volevo che parlassimo di nuovo in una situazione del genere. Avrei preferito scriverle una lettera, vedere il barattolo illuminarsi e decidere in base alla risposta se far passare altro tempo o se era giunto il momento di riappacificarsi. Restai in silenzio, e lei non insistette. «Ho recuperato questa» la informai, e le passai la boccetta. Resistette all'impulso di chiedermi cosa fosse, dato che era ovvio che non lo sapevo. Si limitò ad annuire ringraziandomi, e fu allora che sopraggiunse la Callaway, trafelata. «Dov'è? Come sta?» cominciò a chiedere. «Agatha...» esordì la donna, posandole una mano sulla spalla ed invitandola a sedersi poco distante dal mio letto. Avrei voluto farmi piccola piccola. La professoressa si lisciò nervosamente il vestito e ogni tanto mi lanciava occhiate interrogative, come se io avessi saputo se era vivo o morto. «Miss Valetudo è intervenuta tempestivamente ed ora gli stanno dando un anti-veleno»
«Un anti-veleno?» sospirò la visibilmente provata Callaway. Si portò le mani alla bocca, e poi ci si coprì tutto il volto, inveendo contro se stessa e la sua inettitudine. «Non essere così dura con te stessa» la ammonì la preside. «È ancora vivo»
«Ma cosa ci faceva là fuori di notte?» chiese sull'orlo del pianto, tirando su col naso. Gli occhi erano rossi e gonfi, e Acquaria fece apparire un fazzoletto di stoffa bianco e glielo porse. Mi guardò come per chiedermi il permesso, o forse un consiglio, e liquidò la domanda con un semplice ma risolutivo: «ti spiegherò poi». La dottoressa si palesò da dietro una tenda verde acqua, brandendo una siringa piena di liquido verde e appiccicoso. «Questo» esordì agitando l'arnese «è tutto il veleno che sono riuscita ad estrarre. Non dovrebbe averne altro in corpo, ma comunque anche se ci fosse, l'antidoto funzionerà». Tirammo tutti un sospiro di sollievo, e la Callaway riprese un po' di colore. Ignes si materializzò poco dietro la dottoressa, ed indossava dei guanti di lattice. Provai un po' di invidia: avrei voluto assistere anche io. Aprì la porta a Meilì, che in silenzio e con discrezione si avvicinò a me, chiedendomi come stessi. Dietro di lei apparve Dave. «Ha detto che vi conoscete» disse la ragazza indicandolo. Annuii per conferma: «immagino ti abbia spiegato tutto lui». Conoscevo il ragazzo e sapevo che amava parlare, così per una volta gliene fui grata perché mi aveva risparmiato lunghe digressioni.
Mi alzai dal letto e dovetti lottare con il mondo che girava intorno a me. «L'os-reficio» spiegò la dottoressa «dà vertigini e sonnolenza. Stai attenta e non ti sforzare troppo». Annuii assente e cercai un angolino libero di mente in cui riporre quelle informazioni. Mi andai a sedere fuori dall'infermeria perché tutte quelle persone iniziavano a soffocarmi. Non era colpa loro, ero grata che si interessassero a noi, ma non facevano altro che ricordarmi che Matt stava così per colpa mia. Una sedia di legno era poggiata al lato della porta che recava una grossa mattonella bianca su cui era disegnata la tipica croce rossa. Davanti a me, sul muro, erano appesi ritratti, quadri di paesaggi, e qualche sporadico diploma conseguito secoli prima. Da una finestra alta quanto la parete, in fondo al corridoio, arrivava la luce ormai forte del sole, e lo stesso accadeva da un'altra apertura posta di fronte a me, spostata verso la mia destra. Era un ambiente silenzioso e ben illuminato, lontano dal chiasso delle aule. Vidi in lontananza un uomo e una donna avvicinarsi, e quando divennero più nitidi ebbi un tuffo al cuore. Scattai in piedi, e rimasi ferma, paralazzita. Perdonatemi, sono un'idiota, avrei voluto dire, ma la loro presenza mi sconvolgeva. Era come trovarsi davanti due genitori super rispettabili e sentirsi irrimediabilmente inadeguati, non all'altezza. Suavius mi mise una mano sulla spalla e mi baciò la fronte. Mi salirono le lacrime agli occhi e avrei voluto supplicarli di scusarmi, non avevo onorato l'impiego e avevo fatto un casino. «Sono contento che la spada ti sia servita» mi disse con dolcezza. Io lo guardai affranta e lui non aggiunse altro. Si limitò a restare calmo e continuare a sorridere, mentre diceva: «vado a sentire cos'hanno da dirci» e spariva nella stanza. Floridiana era rimasta poco più indietro e si avvicinò con passo lento, come se dovessi abituarmi ad ogni centimetro in meno tra noi. Mi guardò con fare gentile e mi accarezzò la guancia dove mi aveva dato lo schiaffo, osservandola come se ci fosse una cicatrice enorme e vistosa. Mi attirò a se e mi abbracciò, stringendomi forte, e io non riuscii a controllarmi e piansi sulla sua spalla. «Tua madre sarebbe fiera di te» mi sussurrò tra le lacrime, e io le chiesi: «davvero?». Lei annuì sorridendo debolmente ed asciugò il mio pianto con un fazzoletto azzurro al cui angolo era ricamata una rosellina bianca. «Mi dispiace per lo schiaffo Clhoe» porseguì con voce calma ma allo stesso tempo sincera. «Ho giurato di proteggerti, e vederti così spericolata ed incauta mi ha fatto perdere il controllo. Il gesto che ho compiuto non trova giustificazioni»
«Sono io che non ho giustificazioni» la interruppi. «Cerco di proteggere chi mi sta intorno e non faccio altro che mettervi tutti in pericolo. Al castello Ignes, qui...»
«Matthew» intuì lei. Abbassai lo sguardo, colpevole. È colpa tua rise la vocina. Stavo impazzendo, ma poco male. Sarebbero stati tutti liberi. «Ignes mi ha scritto della lega» rabbrividii. Diventai paonazza e pronta alla sgridata. "Perchè l'hai lasciata sola? Cosa ti salta in mente?" aspettavo che mi dicesse. «Sei stata molto saggia» mi spiazzò. «Hai insegnato a tua sorella a camminare con le sue gambe. E sotto quel tunnel? Hai affrontato un Megamyrapoda nonostante la caviglia rotta, hai piegato un fiume al tuo volere ed hai aspettato con pazienza che prima curassero il ragazzo e poi te. Questo è autentico coraggio, è quello che farebbe un leader. Acquaria mi ha riferito tutto e io sono rimasta a bocca aperta». Rimasi in silenzio, completamente sbigottita. Non sapevo come avesse fatto la direttrice ad avvisarla così in fretta, magari aveva un dispositivo che aveva registrato tutto quello che le avevo detto e lo aveva trasmesso in tempo reale alla regina. Ma sinceramente non mi importava. La porta dell'infermeria si spalancò e tutti uscirono, spinti fuori a forza da Miss Valetudo. Ignes mi saltò al collo e mi disse che l'avevo fatta preoccupare, così la tranquillizzai accarezzandole i capelli e spiegandole che stavo bene. Quando nessuno la sentì mi riferì che Matt aveva bisbigliato il mio nome, segno che voleva vedermi, così, mentre tutti erano impegnati a ipotizzare cosa fosse la melma nera e dalle sfumature verdognole nella boccetta, sgattaiolai nella saletta, e feci attenzione ad evitare il medico. La donna era girata di spalle e si trovava in una saletta con un tavolo, un registro aperto e qualche mensola, mentre da una scatola di legno chiaro tirava fuori pozioni ed erbe medicinali e ne contava le quantità, annotandole su una pergamena. Intravidi la sagoma del ragazzo attraverso la tendina, così la spostai senza far rumore e lui avvertì la mia presenza. Mi sedetti sul bordo del letto e vidi che aveva il braccio rialzato per far respirare la ferita coperta da una garza su cui spiccava una macchiolina rossa. Era semi dormiente e respirava lentamente. Gli presi la mano, cercando di tenere a bada il senso di colpa. Lui rischiava la vita per un'ingrata insensibile come me che poco prima gli aveva mollato un ceffone e se ne era andata. «Nessuno ne ha fatto parola» disse, come se mi avesse letto nel pensiero. «Della mini rissa?» chiesi io per conferma. Lui annuì debolmente e riprese a parlare in tono flebile. «I tavoli intorno erano occupati tutti da membri della torre A e Æ, quindi non hanno diffuso la lite tra i due capigruppo. E poi...» tossì tanto da farlo sollevare sul busto. «Okay okay, basta, sta' zitto e riposati» gli intimai. Gli sfuggì un lamento e mi si strinse il cuore, così non badai troppo ad essere smielata, glielo dissi e basta. «Mi dispiace. Sono così dura e acida a volte che mi chiedo come tu faccia a starmi accanto. Ti allontano solo perchè ho paura». Mi guardò come chi non capisce, così gli spiegai. «Beh ho paura che tu perda la vita per starmi appresso, e poi temo ogni volta che tu metta in luce le falle dei miei piani, facendo crollare tutto. So che il mio approccio con Stephany è sbagliato, ma vorrei toglierla subito di mezzo, perchè è una minaccia. Da quando...» mi presi del tempo, perchè anche formulare quella frase mi sconvolgeva ogni volta. Respirai a fondo, lui non mi mise fretta. «Da quando Wendy è stata... brutalmente uccisa davanti ai miei occhi ho giurato a me stessa che non sarebbe mai più accaduto. Se Stephany aiuta le streghe ciò accadrà ancora, e io non sarò in grado di affrontarlo, non di nuovo».
Strinse la mia mano e restammo in silenzio ancora un po', mentre io appoggiavo la testa sul suo petto e mi dimenticavo di tutti i problemi.

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