Capitolo 26~ Padri
Ignes mi aiutò a non incontrare Floridiana, e riuscimmo nell'intento. In fondo, però, sapevo che era stata la regina stessa ad evitare che accadesse.
Mia sorella teneva un pesante volume di Storia del Popolo delle Fate pieno di foglietti e segni di ogni tipo e ogni volta che le scivolava cadeva un quadro o un vaso di porcellana. Fu così che imparai l'incantesimo di "ripristino dell' originario", più semplicemente detto "aggiusta-tutto", con una gemella secchiona che sbatteva il suo librone a destra e a manca.
Una volta arrivate in giardino il tomo impresse la sua immagine rettangolare tra i morbidi fili d'erba, schiacciandoli. «È ora di studiare un po' di storia» esclamò soddisfatta. «Sembra così...» dissi fingendo entusiasmo affinché mi credesse «... noioso». Mi guardò male: «Solo perchè vuoi fare la storia, non significa che tu non debba saperla».
Sorrisi: «Sei una secchiona e blaterona Corvonero». Assunse un'aria di superiorità compiaciuta. «Ottimo romanzo terrestre devo dire» affermò «ma prima di rispondere alla mia indole rispondo al mio elemento, quindi mi reputo Grifondoro». Quella frase mi colpì molto. Prima dell'indole l'elemento. Anteporre il proprio potere a tutto per restituire in qualche modo la considerazione che un determinato spirito della natura ha riposto in te. Suonava strano in principio, ma riflettendoci, le fate stesse si presentavano innanzitutto dichiarando il loro elemento, in una sorta di dimostrazione di appartenenza a un mondo che rispettavano e di cui erano fieri. E comunque sia, un elemento rispecchia sempre una personalità. Una personalità strettamente connessa ad un potere più o meno forte, almeno per quanto riguardava i puro elementi.
Lei iniziò a sfogliare il libro, scritto in fantàsico, un alfabeto diverso da quello terrestre ma che comunque leggevo e scrivevo, come scoprii in seguito, senza alcun tipo di problema. Sembravo programmata per quello. Mia sorella scandiva nomi, date, eventi, mentre io, distesa nell'erba e con un foglio in faccia per ripararmi dal sole, tentavo di starle dietro. «Come faceva Antares a sapere della luna?» sbottai senza alcun motivo. «Ti ha detto lei di un altro elemento?» mi chiese. Io annuii pensierosa. «Antares è sempre stata una gran studiosa, e quando si incontravano con Aura parlavano sempre di ipotesi, possibili nuovi incantesimi...»
«Pensi che per estensione il mio potere possa arrivare letteralmente alle stelle e quindi possa beneficiarla in qualche modo?». Inorridì e mi guardò perplessa: «Antares non farebbe mai una cosa simile! E poi per la benedizione è necessario che vi sia un legame di fiducia ed empatia tra le due parti, Clhoe. Se non ti senti sicura devi dirlo o rischi di metterti in pericolo». Abbassai lo sguardo perché non sapevo cosa fare. Ero stata da Antares il giorno prima e non c'era niente di strano. Non poteva usarmi, sarebbe stato davvero troppo essere tradita anche da lei. Fu Ignes a decidere per entrambe. Mi prese per mano e mi portò dalla fata delle stelle.
Ancora una volta, Antares sembrava avermi aspettata. Stava versando del succo di rose in un bicchiere e ne aggiunse subito due non appena ci vide. «Ciao Clhoe. Ignes» ci salutò. «Immagino che tu abbia trovato il tuo elemento, oppure no»
«L'ho trovato, Selène mi ha donato la sua essenza»
«Meraviglioso...» sospirò. «Tuttavia avverto durezza nella tua voce»
«E io preoccupazione nella tua» le risposi. Tramutò il suo sorriso calmo in un'espressione seria. Ci invitò a sederci ma Ignes, improvvisamente agitata anche se tentava di mascherarlo, pregò la fata di andare in giardino. Lei acconsentì e prese un vassoio. «Che hai?» le sussurrai per non essere sentita. «Non lo so, forse mi sbaglio...» non finì la frase, forse per non mettermi in allarme, ma sortì l'effetto contrario. Uscimmo, e mia sorella si bloccò. Io la guardavo e scrutavo, ma non capivo. Sembrava che stessi assistendo a una partita di ping pong, perché i miei occhi si spostavano impazziti da mia sorella ad Antares. Fu proprio Antares a catturare la mia attenzione e mi resi conto che non aveva l'ombra. Avvertii un campanello di allarme, sapevo che non era una cosa buona, ma non ne ricordavo il motivo. Chi me lo aveva detto? Meilì? Mi sforzai di ricordare, ma niente. Non potevo chiedere ad Ignes perché l'altra ragazza mi avrebbe sentita, e ciò non avrebbe portato nulla di buono.
Illusorium! Cavolo, come avevo fatto a scordarlo? Mi toccai istintivamente il fianco, ma ero disarmata. Ignes esclamò «Index lux!». Un raggio di sole colpì la finta Antares, e mentre quella rimaneva stordita e si ritrasformava, mia sorella mi aveva già trascinata via. Luce rivelatrice aveva detto. Mi voltai, tentando di vedere il volto del malfattore, ma dovetti aiutarla. Inciampava ogni 5 minuti nel grano così la presi sotto le ascelle e la trascinai in volo. «Che diavolo Ignes vola!»
«Sei pazza?» urlò per sovrastare il vento. Cercai di resistere fino al castello, dove precipitammo. A lei andò bene, atterrò, seppur male, sul prato. Io mi stavo per sfracellare sulle scale se Suavius non mi avesse presa al volo. Non gli diedi il tempo di fare domande. «Qualcuno si è intrufolato in casa di Antares e si è finto lei con un Illusorium. Non so chi sia, Ignes ne ha rivelato le sembianze, ma non lo abbiamo visto. Siamo scappate approfittando del fatto che era stordito, perché io ero disarmata e bisognava subito organizzare, non so, una squadra di ricerca, perché la vera Antares non deve passarsela bene». Suavius corse dentro e sparì. Al suo posto comparve Floridiana che guardò Ignes e solo di sfuggita me. «Ignes, andate a Corallorosa, subito» ordinò. Mia sorella le chiese come, dato che non avevamo mezzi abbastanza veloci. «Dislocazione avanzata» le rispose. «Doppia! Con... lei! Che pesa cento volte più di me!»
«Hey!» brontolai. «Parla in termini magici» rispose il re alle mie spalle, comparso all'improvviso. Mi porse le mie armi: «ti serviranno... abbi cura di tua sorella, okay?». Annuii. Presi la mano della fata del fuoco e lei guardò Floridiana impaurita. «Hai la mia benedizione» la rassicurò. In un attimo mi sentii chiusa in una scatolina minuscola, e il volto ceruleo della regina svanì in un puntino lontano, come se un'aspirapolvere gigante mi stesse risucchiando. Non respirai e rimasi nell'oscurità per qualche minuto, poi mi si tapparono le orecchie. Dopo sentii la mia scatolina aprirsi e i miei muscoli ritornare normali, e io inspirai profondamente. Ignes barcollò e cadde a terra. «No, no, no! Non ora sorella, non ora. Svieni un'altra volta, intesi?». Strizzò gli occhi. Eravamo nel paese antecedente l'accademia e dalle finestre sventolavano bandiere azzurre con una goccia blu al centro. Erano appese anche ai lampioni, dipinti degli stessi colori. Per la strada erani stati allestiti tavoli di legno lunghissimi, che potevano ospitare anche duecento persone ciascuno, e delle ragazze stavano preparando piatti e tovaglie per apparecchiare, rigorosamente azzurri. Mossi qualche passo, sostenendo la mia moribonda sorella e una bambina, che giocava con una bambolina di pezza sul marciapiade, allargò le braccia e sorrise. Poi gioì: «Ma buonasera capogruppo!». Io le sorrisi, anche se un po' smarrita, e le ragazze intente a sistemare il necessario per la cena mi corsero incontro, gridando a squarciagola. Attirarono moltissima attenzione, e gli abitanti si affacciarono ai davanzali e poi si riversarono giubilanti in strada, sventolando bandierine o volantini. Tra la folla mi corse incontro Alga: «Io la conosco! Fatemi passare!». Mi abbracciò, poi vide Ignes ridotta abbastanza male, e mi fece strada verso casa sua. La gente continuava festante a scorrazzare per le vie della cittadina, mentre in un vicolo si sentivano solo i nostri passi. Le feci un riassunto di quanto accaduto, tralasciando particolari troppo precisi. Non mi sentivo sicura nel raccontare di Antares, per cui mi limitai ad accennare qualcosa sull'attacco al castello. «È su tutti i giornali» mi informò. «Per questo la feste e gli stendardi?» azzardai. «Oh no, no. Acquaria ha permesso che le competizioni di Duello magico fossero pubbliche. La città è sempre stata divisa tra i quattro elementi, un po' come noi nelle torri, ma senza un capogruppo non c'era mai stato motivo di festeggiare o partecipare alle competizioni». L'idea non mi suonava strana, tuttavia mi sfuggiva un particolare: «Ma io mi ero opposta all'elezione di Stephany a fata dell'aria, impegnandomi a cercare il puro elemento». Alga però confermò i miei timori, e con espressiome sconfortata proseguì: «Acquaria aveva chiesto la firma della regina per il tuo Impiego, ma...»
«Lei non ha firmato» provai ad indovinare. «Floridiana ha firmato eccome, ma i genitori di Stephany sono nel consiglio della scuola e hanno impedito che questo venisse approvato come ordinamento scolastico nei tuoi confronti». Alzai gli occhi al cielo. Stephany aveva fatto solo danni, ma io avevo sconfitto un mostro, avrei dovuto ricevere la benedizione delle stelle, il mio ritratto sarebbe stato affisso nella "Hall of fame" di Castelcristallo. Avrei cercato comunque la fata dell'aria, ma non era nelle mie priorità. Arrivammo davanti un palazzetto di pietta, collegato con un ponticello ad una torretta antistante. Quest'ultima era un campanile e sotto c'era un bellissimo orologio realizzato in ceramica, enorme, in modo tale che tutti potessero vederlo. «Mio padre fa l'orologiaio» mi spiegò «e quindi ogni tanto va a fare manutenzione al grande orologio». Mi invitò a salire e grazie al cielo Ignes si era un po' ripresa, così fu in grado di percorrere i ripidi scalini senza bisogno che la tenessi di peso. Provò a bofonchiare qualcosa, ma io le tappai la bocca. «Mammaaaa!» gridò la ragazza. «Guarda chi ti ho portato!». Si affacciò una donna che sembrava Alga adulta. Stessi capelli, stessa espressione. Indossava un abito a fiori e teneva in mano un mestolo. «Cosa urli, sto preparando... oh per l'amor del cielo!» sobbalzò. E anche io lo feci. Ero appena arrivata dopo una corsa e un'esperienza tremenda dentro una scatolina minuscola e invisibile, in più portavo in spalla un corpo pallido e pieno di boccoli arancioni che mi solleticavano il collo. Se fossi stata nella signora mi sarei spedita il più lontano possibile, sbraitando e brandendo il mestolo in tono minaccioso. «La capogruppo! E... qualcuno del gruppo Fuoco... non è ben accetto eh!» disse in tono scherzoso, ma quando si accorse che non stava per niente bene si affrettò a farci entrare. «Povera cara, che le è successo?» chiese in tono preoccupato. Ordinò alla figlia di far distendere Ignes sul suo letto, e la ragazza acconsentì senza remore. «Ha eseguito un incantesimo di... di dislocazione avanzata... doppia» balbettai il nome completo dell'incantesimo cercando di memorizzarlo allo stesso tempo. «È una primizia?» chiese ancora, allarmata. Scossi il capo: «è una maggiore». La donna si tranquillizzò e disse che una gemma di luce sarebbe stata sufficiente. Mi tolse la gemella dalle spalle e la accompagnò a dormire. Nel salotto si sentiva odore di pesto e spezie varie. C'erano dei giochi per bambini sparsi sul legno, oltre a dei modellini di mucche, cavalli e altri animali disposti sulla mensola sopra il camino. Si muovevano come gli originali, emettendo gli stessi versi. Mi sedetti esausta su una delle sedie attorno al tavolo e due bimbe mi vennero incontro. Erano gemelle e una di loro non aveva i dentini davanti. Mi salutarono e poi tornarono a giocare. La madre corse in cucina perché qualcosa bruciava. Avrei voluto una famiglia così, semplice e normale, in un giorno qualunque. Arrivò anche il papà, mi salutò, e con me le figlie, abbracciandole. Poi prese ciò che la moglie aveva preparato e lo portò nella strada principale, dove tutti erano indaffarati. Mia sorella si svegliò all'incirca 15 minuti dopo e fece la conoscenza di tutti. «Dovresti essere nel tuo quartiere» la informò la donna. «Si svolge la cena d'inaugurazione delle sfide a duello?» chiese. «Esattamente» le confermò. «Sarà meglio che vada o penseranno di essere stati abbandonati». Mi salutò con un bacio sulla guancia e io le chiesi di salutarmi Meilì. «È al tavolo dei principali!» esultò Alga. «Al cosa?» le chiesi. Lei mi spiegò che i capogruppo cenavano su una pedana rialzata fatta di legno e che erano circondati in parte da persone ritenute degne per qualche particolare azione, e in parte da amici scelti dal capo stesso. «Io vorrei che ci foste anche tu e Perla» le dissi. Lei strillò dalla gioia e il padre le disse di calmarsi. «Ci sarà anche Carol. Quest'anno i meritevoli sono stati scelti secondo la media dei voti».
Quindi Matt avrebbe cenato cuore a cuore con Stephany. Mi venne da vomitare.
Alga mi parlava delle lezioni e del fatto che fossero tutti preoccupati per il torneo. «Le regole sono state tutte ristabilite e ora il gruppo T non ha più te» disse senza troppa compassione. Ma la mia testa era altrove. Al tavolo del gruppo T c'era Gaia, la ragazza che pareva essere la sorella minore di Floridiana. La principessa Gaia, che io non avevo mai conosciuto. Provai il desiderio di vederla, ma lo repressi. Stavamo camminando in direzione della casa di Perla, mentre io cercavo distrattamente tracce di Antares, il che era impossibile lì. I passanti mi salutavano, la maggior parte ammantata nello stendardo. Quando arrivammo anche Perla aveva quello strano mantello, e mi porse una fascia con lo stesso simbolo. «Mia madre è la sarta del quartiere, e ti ha confezionato questa». Era raggiante, e io ne fui felice.
Alla cena, quando arrivai, aspettavano tutti me. Si levò un boato, e quando salii sulla pedana, reclamarono tutti il discorso. Mi alzai e dissi, in evidente imbarazzo: «Per me è un onore essere qui...» cercai di dire a voce abbastanza alta. Qualcuno gridò che avevo sconfitto un mostro. I presenti esultarono. «Sì è vero, quindi chiunque lo abbia detto ha ragione».
«L'HO DETTO IOOO» gridò un ragazzo mingherlino da qualche parte, il cui petto era coperto solo dalla bandiera e che si era dipinto la faccia di azzurro e blu. Sorrisi. «Lavoreremo duro e faremo in modo che questo nostro primo torneo sia il principio di una lunghissima serie di vittorie!» la folla esplose. Si presentarono tutti i convitati riuniti al mio tavolo: Carol Sweet, fata dei Plancton, Taylor Severide, un ragazzo che controllava i serpenti marini, Steven Sailoring, esperto di navigazione, Phoebe Asphix, fata delle murene, Laura Castle, fata della sabbia, Marina Grace, fata delle stelle marine, Frederick Deer, un ragazzone il cui elemento erano i granchi, Ilary Elmoore, fata dei delfini. Furono tutti gentili e cordiali e mi divertii molto in loro compagnia. Le pietanze erano deliziose e una volta terminata la cena avevo la pancia strapiena.
Nel mio super attico passava aria fresca, il che non guastava affatto. Mi addormentai serena, anche se Antares mi preoccupava. Non feci in tempo a meditare sulla sua scomparsa, perché il sonno mi colse subito.
Il giorno dopo scesi con calma, salutando tutti i miei coinquilini cordialmente. «Hey Taylor, sta' attento con quei lucertoloni» scherzai. Quando vidi al tavolo Meilì e Ignes corsi incontro alla mia amica. Ci abbracciammo e mi raccontò come se la passava. «Ma non sono io che ho sentito più di tutti la tua mancanza» disse, indicando con il mento tra la folla. Vidi Matt e avvampai. «Temo di aver dimenticato... una cosa molto importante in camera» annunciò Ignes. «Oh... mi sa che ti accompagno» le fece eco Mei. Le guardai truce. «Potresti tenerci il tavolo Clhoe? Ti spiace?»
«Vai a recuperare il cervello» le risposi acida. Lei mi sorrise trionfante. Sapeva essere odiosa, e ora aveva trovato anche una complice degna di tale ruolo, Meilì.
Il ragazzo dei fulmini aveva i capelli arruffati. Non mi chiese nemmeno di sedersi. Feci finta di niente, ma fu impossibile. Mi mancava. Aveva un giornale sotto il braccio, e lo sfogliò noncurante davanti a me, mentre addentava una ciambella. «Prodigiosa ragazza sconfigge un mostro terrificante a Castelcristallo». Poi fissò la foto, corrugò le sopracciglia e disse: «L'ho già vista...». Finse così bene che mi misi ad osservare la scenetta con un sorriso ebete in faccia. «Oh guarda che fortuna, è qui davanti a me! Me lo firmerebbe un autografo?». Alzai gli occhi al cielo e presi la penna che mi stava porgendo. Scribacchiai il mio nome e lui ripiegò il quotidiano soddisfatto. «Ave figlio di Giove» lo canzonai. «Ave a te figlia di colui che scuote la terra». Rimasi sorpresa dalla sua conoscenza degli epiteti di Poseidone, Nettuno tra i Romani. «Però! Quanto abbiamo in mitologia, centodieci?»
«Il metro di valutazione non arriva a tanto, mi spiace». Mi offrì un pezzo di ciambella e io lo presi. Sembrava aver dimenticato lo scontro disastroso di qualche giorno prima. Accettai, forse ingenuamente, quella tregua.
Mi accompagnò a lezione, e mentre ridevamo, vidi Stephany bullizzare Alga. «Sei solo la stupida figlia di uno stupido orologiaio» la insultò, tenendo tra le mani una scatolina circolare. «È un oggetto di famiglia, ridammelo...» la supplicò la ragazza. «Scusa, ma io non riesco a trattenermi» dissi a Matt, che mi venne dietro. «Hey tu, babbea» la apostrofai. «Come ti permetti di insultare Alga e suo padre?»
«Io almeno ho un padre con cui fare il paragone» mi rispose sprezzante. Strinsi i pugni tanto da far sbianchare le nocche e affondare le unghie nel palmo. Aveva superato ogni limite, e io dovevo darle una lezione. La presi per il colletto e la spinsi contro il muro. «Mio padre è morto per salvarmi, il tuo che fa, ti ricopre di soldi sporchi come te?»
«Mi disgusti Fatillicis, tu non vali nemmeno un pugno dei mie soldi»
«Ne sono felice» ringhiai. Vidi che su una pergamena attaccata al muro erano scritti i nomi dei partecipanti al torneo. «Ma guarda, ti sei iscritta, che coraggio. Sarai la prima che sbatterò fuori, lurido verme» la scaraventai a terra e avevo il pugno ricoperto di una patina gelata. Afferrò il messaggio e sparì, lanciando il dischetto d'argento che aveva rubato ad Alga. Matt lo prese al volo e lo restituì alla sua proprietaria. «Ti metterai nei guai» mi ammonì. «Ma il ruolo che ricopre ingiustamente le sta dando alla testa, quindi, che tu lo voglia o no, ti aiuterò a trovare la puro elemento aria».
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