Capitolo 23~ Incubi e Benedizioni
La porta sembrò risplendere di luce propria e mostrò costellazioni, stelle, intarsi di fate che danzavano ed eseguivano antichi incantesimi.
Le pareti erano tappezzate di ritratti incorniciati una volta d'argento e una volta d'oro. Vidi gli avi di Floridiana, tutti dalla pelle cerulea, contornati d'argento, e altri volti di fate in oro. «Queste sono le fate delle stelle, e questi sono coloro che hanno ricevuto la loro benedizione». Benedizione, mi spiegò Ignes, era l'altro nome con cui si indicava l'incantesimo, e stava per Benedizione delle fate delle stelle. Era molto affascinante. I quadri alternati davano un senso di quiete e allo stesso tempo grandezza. Ogni coppia di fate riportava la data in cui era avvenuta la magia, alcune persino migliaia di anni fa.
Il ritratto della regina era incorniciato in una cornice di rose argentee. Alla sua sinistra vi era una ragazza giovane, con gli stessi lineamenti di Antares. "Rigel", lessi sotto. Floridiana la guardò con malinconia e riconoscenza. Anche Ignes assunse, seppur lievemente, quel portamento. Mi sentii fuori luogo, parte di un mondo estraneo a certi avvenimenti. «Rigel era la madre di Antares... non vide mai la sua bambina»
«Perchè?» chiesi io. Sapevo che quello che sarebbe venuto dopo non mi sarebbe piaciuto per niente, ma tentai lo stesso. «Era tempo di guerra, e per le streghe qualsiasi fonte di potere era indispensabile. Perseguitarono Rigel affinchè benedisse Stria e desse alla luce un'altra fata in grado di sostituirla una volta persi i poteri. Lei acconsentì per evitare che venissero uccisi altri innocenti, e poi benedì me in segreto. Quando le streghe lo vennero a sapere non ebbero pietà di lei. Antares si salvò solo perchè la madre fu abbastanza accorta da nasconderla». Mia sorella abbassò lo sguardo e tutte restammo in silenzio. Conoscevo già quella storia, perché Antares stessa me l'aveva raccontata, anche se in maniera più edulcorata. Avevo sempre ritenuto stupido ringraziare qualcuno della propria morte, ma in quel contesto surreale e mistico mi venne naturale.
Grazie Rigel per aver contribuito alla crescita di una donna straordinaria, e grazie per avermi permesso di conoscere Antares. Grazie per esserti sacrificata per chi amavi, senza riserve. Non so perchè tua figlia abbia scelto me, ma spero di esserne all'altezza.
Se l'intento della regina era di farmi prendere consapevolezza, c'era riuscita. E chissà quante fate delle stelle avevano subìto le stesse condanne perché si erano rifiutate di aiutare le streghe...
Andammo via restando mute, e le sfere di luce si disintegrarono non appena Ignes si allontanò.
Clhoe... Clhoe... guardami, non avere paura...
Una voce sussurrava e le mie palpebre sembravano cucite alle orbite. Tentai innumerevoli volte, ma non riuscii a vedere. Ti ricordi di questo ragazzo? disse la voce. Un volto sfocato sembrò palesarsi. Era pallido, i capelli corvini spettinati e sporchi di polvere. Un taglio profondo sull'attaccatura della cute lasciava intravedere una ferita vermiglia, dolorosa da sopportare. Ma quel viso era privo di vita, per cui non mi preoccupai per delle pene che ormai erano passate. Apparve una mano dietro al ragazzo. Stringeva un cuore umano pulsante e disgustosamente ancora vivo. "Perchè fai tutto questo?" chiesi alla voce. Perchè te lo meriti. "Io non credo" ribattei. La mano rachitica, grinzosa e vecchia si strinse attorno all'organo tanto che quello cominciò a battere fino a scoppiare. Poi acciuffò i capelli del volto, che si rivelò essere una testa, e non una semplice proiezione di un volto, e aprì le sue palpebre. Quello si riscosse dalla quiete che lo aveva penetrato e iniziò ad urlare, riscosso innaturalmente dal suo eterno sonno. L'espressione tormentata e agonizzante risvegliò anche me dal torpore distante e superficiale che mi aveva contraddistinta fino ad allora. "SMETTILA!" gridai d'impulso. No. Provai a farmi avanti, ad avanzare e raggiungere i suoi occhi glaciali e belli allo stesso tempo, pur essendo deformati dalla sofferenza. Una sorta di fango melmoso mi imprigionò le gambe fino alla vita, e io potei solo sbracciarmi verso di lui, in un tentativo disperato di salvarlo. Iniziai a vorticare e ad allontanarmi, mentre gridavo e scalpitavo per liberarmi. Le due immagini si rimpicciolirono fino a diventare sfocate e indistinguibili. La voce, tuttavia, parlò: È tutta colpa tua.
Mi svegliai e sentii il mio corpo pietrificato. Mi sciacquai la faccia,ma quella continuava a esser fatta di fuoco. Così tappai il lavandino e aspettai che si colmasse. Immersi le guance e lasciai poco scoperto il naso per continuare a respirare, ma qualcosa mi spiengeva ad andare oltre, osare. Allora sprofondai nell'acqua, facendole bagnare il pavimento, e ci stetti finchè non ebbi bisogno di prendere aria. Ma non lo feci, e anzi, azzardai a respirare lì, in quel modo, a costo di affogare e riempirmi i polmoni d'acqua. Mi si otturarono le orecchie e il suono del silenzio non arrivava sotto quella superficie così familiare e tranquilla, sicura, nonostante l'oscura verità che mi si sarebbe rivelata di lì a poco. Inspirai, e mi si rivoltò lo stomaco. Non era la sensazione che avevo provato nel mare delle sirene, già di suo incantato e che permetteva a chiunque di respirare. Quella era acqua corrente potabile, dolce, non salmastra. Una morsa potente, come un pugno sulla bocca dello stomaco, o più semplicemente la sensazione che il corpo stia affondando come una nave con una falla che si riempie lentamente di liquido, mi travolse. Percepii il mio petto gonfiarsi e rempirsi di liquido ma continuai, follemente, a respirare acqua. Poi mi tornò in mente la reazione di Ignes nel pomeriggio, quando le avevo detto di Matt. Perché mi preoccupavo tanto se non era per me che sarebbe morto? A quel punto ebbi una sorta di conato, e una scia di bolle mi investì la faccia. Il respiro si regolarizzò quando ero ancora sotto acqua. Riemersi, e vidi il mio viso stravolto. Dovevo parlargli, subito. Dirgli che non doveva farlo per me o mi sarei sentita troppo colpevole per superare un trauma simile. Sarebbe stata colpa mia, una svista, un errore, una distrazione. E la voce avrebbe avuto ragione. Sì, dovevo assolutamente parlargli. Mi vestii e uscii di corsa dalla stanza, senza un piano, qualcosa di definito in mente. Camminai piano e in silenzio, fino a che non raggiunsi le scale. Una volta arrivata nell'atrio smisi di trattenere il fiato. Mi presi la testa tra le mani chiedendomi cosa avessi in mente, ma poi tornava ai miei occhi la sua testa mozzata e morta. No, dovevo andare avanti nel mio folle schema.
«Dove vai a quest'ora?» mi chiese. Inspirai lentamente. «Devo sistemare una cosa»
«Alle due di notte»
«Sì, alle due di notte». Mi voltai e la fissai dritta negli occhi. Perché era vestita e non in pigiama? «Clhoe io non ti lascio sola nelle tue azioni notturne, anche se sono follie». Ignes era illuminata solo dalla luna velata di nuvole. L'arancione dei suoi capelli appariva sporco di blu, ma rimaneva comunque bellissima. «Tanto non credo di poter fare molto» le rivelai sconsolata. «Perché? Dove devi andare?» le diedi le spalle. Ero così ridicola che volevo prendermi a schiaffi da sola. Temevo davvero che lei e Matt avessero una relazione. Lei sapeva di lui qualcosa che io non sapevo. Nascondeva un segreto. Un altro. E io volevo parlargli della sua morte per amore che magari nin era nemmeno per me. Cavolo, dovevo comunque togliermi questo peso. Sapevo che ogni attimo perso era prezioso, e non volevo rischiare. «Devo andare a Corallorosa» le risposi girando la testa di novanta gradi. Con la coda dell'occhio la vidi scendere le scale. Poi disse: «vieni con me».
La sera nel regno delle fate era fresca e ventilata. Ignes aveva comunque voluto prendere i mantelli, seppur leggeri, e io la spada. Mi aveva criticata benevolmente, ma io la tranquillizzai dicendo che non dovevo uccidere nessuno a scuola, ma che semplicemente mi dava sicurezza. Le case di cristallo permettevano ai loro abitanti riposo e serenità, mentre due sorelle si aggiravano nella notte con fare furtivo. La seguii fino ad arrivare nel vicolo, e poi davanti alla locanda di Tom. Esitai prima di entrare. Abbassai lo sguardo e lei se ne accorse. Mi prese la mano e mi fece una carezza, perché aveva capito cosa mi era preso. «Mi dispiace, sono stata un'idiota. Permettimi di rimediare ed aiutarti, io ti ho sempre voluto bene anche se non sembrava... okay?» aspettò con pazienza la mia risposta, finché non annuii e bussò una volta, poi un'altra, fino a che non diede un vero e proprio schiaffo alla porta. Doveva essere un particolare modo di bussare, una sorta di codice segreto. Il chiavistello scattò, e un occhio, affacciandosi a controllare, ci scrutò. Girò qualche chiave, aprì le serrature e ci fece accomodare. Tutti i presenti (almeno una ventina) erano radunati intorno ad un solo tavolo illuminato solo da una candela. Le tende tirate e i volti diffidenti mi fecero temere che lì si stesse svolgendo una seduta spiritica. «Ignes!» esclamarono tutti. «C'è Richard?» chiese di getto, senza salutare. «Un momento, un momento» disse Tom, gesticolando. «Ignes, Aura sa che sei qui? È tutto a posto?» il modo in cui si preoccupavano mi rasserenò, ma lei ugualmente alzò gli occhi al cielo e lo scansò. «Richard, se ci sei, volevo sapere se mi puoi prestare il tuo carro» urlò. Un ragazzo grasso e tozzo si affacciò e si fece illuminare il volto dalla candela. «Il mio carro? Sei pazza?» facevano troppe domande. A quel punto intervenni, anche se ero contenta che nessuno si fosse accorto di me. «Serve a me, non a lei». Ignes mi fece cenno di no, e io vidi la faccia di Richard contrarsi. Iniziò a piagnucolare e si coprì con le braccia, mentre tutti levavano un "oh" sorpreso. «Ti prego non uccidermi...» gemette. «Ma cosa... io non...» tentai di giustificarmi, ma Ignes mi interruppe. «Oh sì ti farà a pezzi se non le darai il tuo carro». Aveva un tono un po' troppo teatrale, ma quello sembrava un tonto di dimensioni elefantiache e quindi, piangendo, acconsentì. «Va bene, va bene prendi il mio carro, prendi quello che ti pare!»
«Fantastico!» disse. Uscimmo senza nemmeno salutare.
«Non mi piace usare la mia fama in maniera negativa» le feci notare. «Non saremmo qui se non lo avessi fatto». Girava tra stradine, vicoli e viuzzole con estrema facilità e io faticavo a starle dietro. Arrivammo davanti una casa di legno che aveva una sorta di fienile adiacente. Mia sorella ne aprì le pesanti porte dipinte di rosso e trovammo un cavallo alato che riposava e vicino a lui un carro malmesso. Il pegaso era bellissimo, ma non ebbi il tempo di ammirarlo, perché temevo che lei volesse davvero portarmi fino a Corallorosa su quel cassone. «Non so manovrare questo coso» disse, e io rabbrividii. «Prendiamo solo il cavallo e tanti saluti». L'animale sembrava molto contento. Si fece montare senza problemi, e io ebbi l'occasione di accarezzare il suo morbido manto color nocciola. Afferrai per la vita Ignes e pregai che sapesse quello che faceva. Il cavallo scalpitò e sbuffò, poi, con un possente nitrito, iniziò a galoppare. Appena varcata la soglia del fienile si librò in volo, distendendo le robuste ali piumate e permettendoci di osservare il regno addormentato sotto i nostri piedi.
C'erano case, strade, villaggi, fontane. E poi tutto questo diventò un puntino minuscolo, una macchia indistinta da lassù. Era meraviglioso. Sentivo il vento su di me, sentivo i suoi capelli che sapevano di vaniglia, sentivo il nostro legame. Ed era tutto reale, tutto stupendamente reale. Lei era lì con me e non se ne sarebbe andata.
«Hai imparato qualche incantesimo dell'acqua?» mi chiese rompendo il silenzio. Sotto di noi scorreva una stazione ferroviaria e dei binari immersi in una verdeggiante campagna. Sembrava una coperta realizzata con quadrati colorati differentemente. «Sì» le risposi, cercando di sovrastare il vento. «So respirare sotto ogni tipo di acqua, so camminarci sopra, so diventare invisibile e so come trasformare le mie gambe in una coda di pesce... più o meno...»
«Woow!» esclamò meravigliata. «Chissà in quanti paregherebbero per avere queste opportunità»
«Anche tu?» le chiesi con sincerità. Aspettò qualche istante prima di rispondermi: «No. È stato difficile impare a padroneggiare il fuoco, troppo complesso e assurdo secondo alcuni. Ma io non ho mollato, e ora ci riesco. Il mio elemento mi rispecchia e se lo volessi cambiare, desiderei allora di cambiare me stessa. E questo non lo voglio. Sono contenta che sia tu l'acqua, perché io sono felice di essere il fuoco». La abbracciai cingendole più saldamente la vita. Mi aveva rassicurata, mi aveva detto che mi accettava, che andavo bene così. Mi aveva dato un po' di serenità.
Planammo sulla sabbia, e mia sorella chiese al pegaso se voleva scendere in acqua. Quello sembrò riluttante, ma, almeno per me, l'acqua era un olio scuro, un velo vitreo troppo interessante per essere lasciato lì. Così si tuffò, e noi con lui. La sabbia diventò bagnata e io mi immersi nella mia vera natura. Nuotai e assaporai la libertà con vigore, senza lasciarmi niente alle spalle, attratta da una forza vitale splendida e letale allo stesso tempo. Quando arrivammo all'ingresso del regno di Acquaria, la mia gioia svanì leggermente, e lasciò posto alla consapevolezza. Il pegaso ci permise di planare e arrivare con facilità alla torre Æ. Entrammo. La torre era sormontata da un'enorme cupola di vetro e la scala costeggiava la parete circolare. Sembrava un costante soffio di vento che vorticava incessantemente fino a raggiungere la cima. Il materiale candido, simile al marmo, era liscio e freddo, e conferiva all'edificio l'aspetto di una inperitura colonna d'aria. Ignes mi riscosse dalla meraviglia con una semplice ma devastante domanda: «Dove dobbiamo andare?»
La guardai spaesata, come se mi aspettassi da lei una risposta. «Non preoccuparti» mi disse. Plasmò una palla luminosa con le mani, e poi la adagiò a terra. Una scia di luce dorata iniziò a delineare il contorno di una volpe, che passò dalla fase astratta a quella concreta, ostentando un pelo rossiccio da fare invidia alle pellicce di una ricca signora. «Trova Matthew Storm» le ordinò. Quella zampettò su per le scale, annusando l'aria come se quel nome avesse un odore. «Il mio fuoco fatuo di terra» mi spiegò. Ma certo, il suo fuoco fatuo di terra. Cosa le mancava d'altronde?
«Sono sicura che il tuo sarà un felino»
«Perché dici così?»
«Perché il mio è un canide». Certo, non faceva una piega. Il canide, appunto, tornò trotterellando, e, con la voce della proprietaria, decretò: «stanza 127». Corsi per le scale, cercando di fare piano, ma non ci riuscivo. Ignes non mi venne dietro, ma rimase comunque con lo sguardo vigile. Dopo molti giri di scale arrivai. La porta era bianca, i numeri in metallo argentato. Bussai. Ciao Matt sono le tre del mattino, e io busso alla tua porta con nonchalance, ma comunque, come stai?
Avrei fatto una figuraccia, ma non mi importava. Bussai un po' più forte, giusto per fargli capire che non stava sognando. Sentii strascicare dei passi e il pomello girò. Indossava un pigiama nero e aveva gli occhi gonfi di sonno, ma comunque bellissimi, e i capelli arruffati. Stava dormendo in piedi, ma quando mi vide si svegliò completamente.
«Clhoe ma... tu non... che ore sono?» sbadigliò e io entrai senza ritegno in camera sua chiudendo la porta. «Sono le tre del mattino ma io dovevo parlarti». Mi guardò perplesso e mi fece sedere sul letto. «Che succede?» chiese con quel suo tono comprensivo e dolce. Mi fece salire una tal rabbia che avrei voluto spaccargli la testa e poi ricomporgliela per... no. Non ero andata lì per guardarlo nella sua bellezza distruttiva. «Tu non mi interessi. È inutile che fai il premuroso, che ti fai in quattro, che mi fai entrare nella tua testa. Tu non mi piaci, non mi sei mai piaciuto». Avevo la nausea. «Cosa stai dicendo? Sei uscita fuori di testa? Piombi qui alle tre di notte per dirmi cosa? E l'altra sera? Non è successo niente per te?»
«No! Io e te siamo due cose diverse, lasciami in pace una volta per tutte e prosegui la tua vita». Feci per andarmene mentre lottavo contro me stessa. Mi trattenne per un braccio e mi rincorse per le scale. «Sveglierai tutta la torre!» bisbigliai. «Non me ne frega niente!» urlò. Lo strattonai e scesi da mia sorella. Matt continuava a chiedermi spiegazioni mentre io mi allontanavo. Poi accadde.
Si videro. Scese il gelo. Io ero lì in mezzo, e già me li vedevo attraversarmi e abbracciarsi e baciarsi e dirsi come smielate e terribilmente da diabete. «Immagino che già vi conosciate» dissi, e uscii. Mi rincorsero entrambi e mi urlarono di fermarmi. Così lo feci. «Tu» dissi indicando Matt. «Mi fai credere di amarmi, che morirai per me e poi non mi racconti tutti i tuoi segreti, tutte le retrovie buie che si nascondono dietro o dentro di te. Per cui visto che lei ti conosce meglio di me, mi faccio da parte okay?»
«Quali segreti?» mi chiese. Volevo sputargli. Ignes diventò rossa. Nel vero senso della parola. Le mani le diventarono incandescenti e si avvicinò a me furibonda. «Razza di... idiota!» mi gridò. Poi mi spinse e mi fece cadere. La guardai perplessa. «Credi davvero...» era talmente arrabbiata che faticava ad esprimersi, mentre emanava ciuffi di fumo. «Credi davvero che... che io... tua sorella... possa stare con... con lui?» disse indicandolo. «Hey!» si lamentò il diretto interessato. «STA' ZITTO!» lo sgridò. «Sei venuta qui per farti odiare, è vero? Perché così pensavi che non sarebbe morto per te. Era questo il segreto che credevo tu non sapessi. Tu che sei così intelligente... vai a pensare... oh mio dio Clhoe ti arrostirei la faccia se solo non mi fosse troppo familiare e cara!»
Provai a rialzarmi, in evidente imbarazzo, ma lei mi ributtò giù, così mi puntellai sui gomiti per mettermi comoda e lasciarla sfogare con calma.
«Ho salvato la vita a questo farabutto e lui... lui si fa maledire! Sai come Clhoe? Era un tributo e io l'ho aiutato a scappare quando ero un'apprendista. Poi lui si è rintanato da Abracadabra, dico io, Abracadabra, e quella ha pensato bene di innamorarsi. Deficiente!» gli urlò contro. «E poi io sono andata a cercarlo perché gli avevo trovato un passaggio da lì fino al regno delle sirene, dove sarebbe stato libero, e così quella ci ha visti e lo ha maledetto. E tu vai a pensare... COME SI FA?!»
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