Capitolo 22~ Fuoco
«Non è mica facile nasconderti. La forza di una Suprema non passa indisturbata, ti avrebbe notata comunque» spiegò Antares. Ebbi voglia di ringraziarla per l'incoraggiamento. Eravamo andate a casa sua, e mi stava porgendo un vestito blu per cambiarmi i miei, sporchi di terra e sabbia.
«Pensi che la lettera le piacerà?»
«A tutti piace ricevere delle parole scritte su un pezzo di carta, soprattutto se sono sincere. E le tue sicuramente lo erano». Versò il succo di rosa in un bicchiere panciuto realizzato in vetro soffiato. Era di un tenue viola, e si abbinava perfettamente con i disegni di lillà sulla tovaglia. Intorno a me regnava la solita calma tipica di Antares, mentre le decorazioni vitree appese al soffitto coloravano di blu, rosso, verde e anche giallo il pavimento. «Antares... Perchè Ignes è stata male?»
Mi osservò soppesando la mia domanda. Sapeva benissimo che ne ero a conoscenza, e lo intuii dal sopracciglio sollevato. «Qualcuno ha usato un'estensione di fuoco... e qualcun altro l'ha avvertito...»
Non aveva detto "tua sorella" perché voleva lasciar intendere che sia io che lei eravamo coinvolte. Quando smise di essere enigmatica parlò molto chiaro, e rimasi evidentemente scioccata: «è stata malissimo. Sono andata più volte a trovarla. Aveva la nausea ogni istante, le girava la testa, la febbre alta. Non ha mangiato per 3 giorni, al quarto si è decisa a bere un sorso d'acqua. Aura era molto preoccupata. Solo dopo Ignes ci ha raccontato di aver scaricato un po' della sofferenza su di te. Non ha chiuso il legame Clhoe. Lei... lei è molto spaventata. Terrorizzata anzi. Dalla profezia, dalle conseguenze che dividersi da te comporterebbe. Non è cattiva, e non ti odia...»
Mi alzai, improvvisamente a disagio. Percorsi la stanza a grandi passi e uscii fuori, boccheggiando. Non feci intempo ad abbattermi sul comodo dondolo bianco, perchè la vista mi si offuscò, inondata dalle lacrime. Mi inginocchiai e piansi. Per la solitudine, per la sua lontananza, perché mi mancava. Un pezzo di me lottava per emanciparsi, ma io lo sapevo, lo avevo sempre saputo, dal primo istante in cui l'avevo vista dietro la finestra. Non l'avevo temuta perchè l'avevo già conosciuta, non l'avevo cacciata o denunciata perchè lei era la mia famiglia. Lei era anche molto di più. Lei era la mia gemella, sangue del mio sangue, una parte di me, il mio completamento. Come facevo a viverle lontana? Come potevo dopo quel ricordo, affiorato come un relitto? La vedevo ovunque andavo, perchè evidentemente il senso di abbandono viaggiava con me, tra una dimensione e l'altra.
Avrei voluto azzerarmi. Sparire. Mi presi la testa tra le mani, affondandoci. I ciottoli che componevano la stradina che attraversava il giardino penetravano nelle mie gambe, ma a me non importava. A me importava solo di piangere perchè mi odiavo. Per lei non ero stata abbastanza, e quindi, non lo ero stata nemmeno per la mia famiglia. Avrei dovuto smetterla, piantarla una volta per tutte di rincorrere quello che non potevo avere, perchè era vero, anche quando le stavo a due millimetri lei non c'era. Era altrove, con Aura, nel suo piccollo villaggio felice. Che diritto avevo io di irrompere nella sua placida vita e scombussolargliela? E quella lettera? Ma cosa mi era saltato in mente...?!
Poi mi sentii rasserenata, almeno in parte, perchè avevo detto addio a quella parte di me che si era staccata, e lo avevo fatto in maniera sincera, trovando le parole nel testo di una canzone che sentivo sempre e che mi faceva pensare a lei, lontana mille miglia sia fisicamente che mentalmente. Due mondi diversi. Come l'acqua e il fuoco, che non si toccano mai, divisi sempre da quello strato di ossidiana. Tra me e lei ce n'era una muraglia. Quel peso stava sul mio petto e mi impediva di respirare, mi sentivo oppressa, fissata alla disperazione. E al centro dei miei pensieri c'era sempre lei.
Ero svuotata persino della mia rabbia, perchè io non avevo paura di rimanere sola, ma senza lei non riuscivo a stare. Ero senza parole, mentre versavo fiumi di lacrime, talmente tante che dubitavo fossero mie.
Mentre sobbalzavo, scossa tra i singhiozzi, venni a sbattere contro qualcosa, o forse quel qualcosa atterrò su di me. Avvertii l'urto, e dalla sorpresa smisi persino di lacrimare come una poppante. Aprii gli occhi e fui inondata d'arancione, un arancione che sapeva di vaniglia e cannella. Percepivo due braccia intorno a me, e una figurina affranta premuta contro. Sulla schiena sentii sfregare della carta.
«I never minded being on my own...» borbottò quasi canticchiando.
«Then something broke in me and I wanted to go home, to be where you are». Iniziai allora ad intuire qualcosa...
«But even closer to you, you seem so very far... and now I'm reaching out with every note I sing...» singhiozzò cercando di non sbagliare la melodia.
«And I hope it gets to you on some pacific wind» continuò ormai senza lacrime.
«Wraps itself around you and whispers in your ear...» tirò su col naso e riuscì a liberare un accenno di acuto.
«Tells you that I miss you and I wish that you were here».
Aveva gli occhi gonfi e rossi, più rossi dei capelli, ma il verde smeraldo era sempre lì, pronto a farti a pezzi e rimontarti, non dopo averti letto dentro da cima a fondo. Stringeva la mia lettera e continuava a cantare, e aveva una voce stupenda, da far venire i brividi. Ti entrava dentro e ti purificava, elevava la tua anima a livelli superiori. Mi sentivo Jacob Portman mentre stringeva Emma Bloom. Lei era la mia Emma Bloom.
«Sono stata una stupida, inqualificabile, cattiva... tu sei mia sorella, la sorella più fantastica che si possa desiderare e io ho avuto paura della stupida profezia, che sarei passata dalla loro parte oppure che lo avresti fatto tu e che quindi io, in un modo o nell'altro, sarei tornata lì dentro. Ho avuto paura, tanta paura. Ho fatto vincere loro e me ne pento, perchè mi sono dimenticata che è stato grazie a te se sono uscita dall'inferno e... e...»
«Ignes...» dissi, e fermai il suo flusso di coscienza. Poi la strinsi forte, tuffandomi nella sua nuvola arancione, e lei non mollò la presa che aveva mantenuto da quando mi era piombata addosso. Andava bene così.
Percepivo lo sguardo di Antares dietro la finestra, come una madre vigile che osserva a distanza di sicurezza per non intromettersi nella vita dei figli.
«E comunque ti avevo vista da dietro la finestra» disse mentre si stropicciava gli occhi. Alzai gli occhi al cielo per la mia sbadataggine e abbozzai un sorriso. Poi Antares uscì: «Dobbiamo andare da Floridiana». Il suo tono risultò abbastanza strano, come se dovesse recarvisi per denunciare un fatto grave o per lo meno preoccupante. Quando arrivammo, infatti, lei si chiuse nella stanza insieme alla regina, e io e Ignes rimanemmo fuori.
Era surreale: c'erano quattro sedie davanti la porta, e io e lei occupavamo quelle centrali. Non sapevo come approcciarmi ed ero anche nervosa, data la porta chiusa davanti a noi e il silenzio che proveniva minaccioso. Ignes si lisciava il vestito con fare maniacale.
«Chissà cosa si stanno dicendo...» disse tesa. «Magari ci sono intoppi burocratici» intervenni io, «e per cosa?». Non sapevo come risponderle, e fu in quel momento che glielo chiesi, perché quella domanda era riaffiorata dagli archivi più remoti della mia memoria: «quando ci siamo viste al bar di quel tuo amico... Tom... e siamo andate via... gli hai detto che un piano saltava...»
«Vuoi conoscere il piano?» mi interruppe. Non avessa un'espressione minacciosa, solo consapevole che quella domanda sarebbe arrivata prima o poi. «Un piano folle e un po' suicida a dir la verità... comunque... io volevo convincerti ad aiutarmi nel riscattare la mia città dal dominio delle streghe. Ero membro di un gruppo di ribelli, ma poi quando ho scoperto che eri la mia gemella, per timore che in corso d'opera mi avresti tradita e rivelato tutto alle streghe, ho mandato tutto a monte»
«Non ti tradirei mai!»
«Lo so» disse afferrando le mie mani, «qualche tempo fa non lo sapevo». Le presi la nuca e la accompagnai verso la mia spalla, affondando le dita nei suoi boccoli arancioni. Averla tra le braccia, saperla di nuovo con me, al sicuro, mi faceva sentire in pace con il mondo. Le promisi in silenzio che nessuno le avrebbe fatto del male, mai e poi mai.
Le porte si aprirono, e ne uscì prima Floridiana, raggiante, e poi Antares, poco più mesta. La regina ci salutò, dopo si congratulò con Ignes per aver saputo fare la scelta giusta, e con me per essere stata comprensiva e paziente.
«Clhoe» disse sorridendomi, «tu hai dimostrato grande valore e, soprattutto, hai arricchito il Regno intero e la tua famiglia con il tuo animo generoso e nobile. Ad Antares questo non è sfuggito». Fece una pausa, e io guardai la mia amica, aspettando un cenno, un indizio, ma niente. «Antares ha scelto te per donarti le stelle e fartele brillare negli occhi». Sorrise ancora, e Ignes sembrò raggiante, al colmo della felicità. Ora anche Antares sorrideva, e mi diede un lieve bacio sulla fronte. «Che ne sarà dei tuoi poteri?» le chiesi preoccupata. «Non appena avrò finito l'incantesimo verranno trasmessi ad una nuova fata delle stelle, per cui io sarò guida e maestra. È ciò che ho sempre desiderato». Aveva un sorriso che mi trasmise rassegnazione, non consapevolezza o altro. Pensai che una volta perse le sue facoltà magiche sarebbe caduta in depressione, e questo non lo volevo. «Posso rifiutarmi?» chiesi cercando una soluzione in extremis. Sgranarono tutte gli occhi all'unisono e mi sentii in colpa. «Rifiutare le stelle negli occhi? Un privilegio e segno della tua purezza d'animo? Sarebbe da folli...» esclamò Ignes. «Io non volevo dire questo... è solo che Antares tiene molto ai suoi poteri e io non voglio che...»
«Io starò bene. È ciò per cui sono nata, ciò per cui ho studiato e ho persino viaggiato» mi interruppe la diretta interessata. Ora era molto più determinata di prima, e io iniziavo a sentirmi importante, cercando di deviare questa sensazione verso la consapevolezza di aver ricevuto un privilegio raro e sacrosanto.
Floridiana mi spiegò che l'incantesimo in sè si sarebbe tenuto in segreto, per non esporci a pericoli evitabilissimi, e solo dopo un percorso di studi approfonditi. Sarei stata assente da scuola ancora per del tempo, il che mi dispiacque, ma non potevo perdermi l'occasione anche solo di passare un minuto con mia sorella. Mentre passeggiavamo, le raccontai di Meilì, del mio duello, di Brigitte e Juditte, dell'incantesimo di invisibilità. Fu divertente. E io mi sentii a casa.
Ignes era solare e conosceva tutti: ogni due secondi salutava qualcuno e mi presentava, e il ciclo ricominciava.
Tornammo a casa nel pomeriggio, e vidi il castello immerso nella luce del tramonto, giallo ocra e arancione, come i capelli di Ignes. Si sistemò nella serra, una costruzione in ferro battuto e vetro appollaiata in una zona non troppo scoscesa del tetto del castello, e cominciò a dipingere, guardando in basso, senza timore di cadere. La osservai in silenzio, con ammirazione, trattenendo il respiro ad ogni pennellata. Guardava, sceglieva il colore e macchiava la tela. Un mare di luce e vivacità in cui il pennello scatenava onde di tonalità cromatiche diverse. Lei stessa sembrava emanare luce, lei stessa era il calore, aveva solo il sole e l'amore per confine. Le gote rosate, gli smeraldi attenti a cogliere e poi rendere il minimo dettaglio. Una marea di fiori, le colline, il verde della campagna, i ruscelli. Era tutto velato da un lenzuolo dorato che si poteva cogliere solo osservando attentamente il disegno. La postura composta, il portamento regale, i crini del pennello che si immergevano dell'azzurro, si mescolavano al giallo e tingevano con fare elegante quel quadro di armonia e pace. Era una danza, ed io ero lì, in religioso silenzio, assistevo alla creazione della natura, del mondo di mia sorella. L'infinito racchiuso ed incorniciato in un rettangolo.
Quando ebbe finito me lo mostrò con fare corrucciato. «È bello!» le dissi per convincerla. «Non lo so, è troppo realistico...» rispose. «Deve esprimere la mia interiorità, il modo in cui io vedo la natura, non la natura di tutti i giorni». Sorrisi. «È bello...» ribadii. «Mah...» borbottò mentre smontava il piedistallo e sbuffava fuori, sporca di acquerelli e di mille emozioni.
In una zona del giardino (più precisamente il retro, cosicchè Floridiana non si scandalizzasse per la vista di tante armi) Suavius aveva allestito per me un piccolo campo di addestramento. C'erano bersagli mobili, due manichini animati in grado di combattere contro di me, un percorso ad ostacoli. Da lì si vedevano le scuderie reali, che ospitavano cavalli pregiatissimi, alcuni di loro erano persino andati in guerra. Il re si era accorto di questa mia attrazione per degli animali tanto nobili, e me ne aveva fatti provare alcuni, che tuttavia non mi avevano accettata di buon grado. Non li biasimavo: nemmeno io mi sarei voluta sulla groppa.
Ignes venne a vedermi, disgustata e lamentosa. «Ma come fai, dico io. Combattere non è un arte, o una cosa che ha del bello in sè. Il combattimento è legato alla guerra, al sangue, al male. E poi la gente che combatte suda e puzza»
«Vorrà dire che la mia armatura sarà fatta di saponette» le risposi ironica. Il manichino era forte, mi aveva battuta già 3 volte. Avevo l'impressione che lei lo stesse in qualche modo potenziando, ma facevo finta di nulla.
«E così hai conosciuto Brigitte e Juditte» mi disse. Posai la spada e mi sedetti sul prato accanto a lei per sistemare la fibbia della faretra. «Brigitte è una pazza...» annuii, ma lei non sembrava troppo convinta. «Non so, ma secondo me nascondono entrambe qualcosa»
«Sì tipo che Brigitte accoltella la sorella ogni volta che cerca di emanciparsi». Si voltò di scatto, guardandomi inorridita. «Non dirai mica sul serio...»
«Sono serissima. Il padre le ha persino detto detto di smetterla e quant'altro, e lei stessa aveva capito che doveva piantarla»
«E tu come fai a saperlo?» mi chiese sull'orlo della curiosità. «Mi sono resa invisibile e l'ho spiata».
«Che cosa hai fatto Clhoe?» esordì la regina, di passaggio. «Niente» mentii io. Ignes rise e io le tappai la bocca. «Sparisci» le sibilai spostandola di peso. Floridiana andò via poco dopo, ma prima mi lanciò un'occhiata inquisitoria. Dopo la risata mia sorella si accigliò: «sai, vedevo loro, la sicurezza di Brigitte nell'affermare che solo lei e Juditte erano le gemelle destinate a spezzare la profezia. Tutto questo mi è tornato in mente quando sei arrivata tu... mi sono fatta assalire dalla paura».
«La fermezza e la convinzione di Brigitte mettono in difficoltà chiunque» intervenni. La capivo, perché era la stessa cosa che avevo pensato io. «Già... chi altri hai conosciuto a scuola?»
«Oh... beh... Matt» arrossii, e lei lo vide. Cavolo, ditemi voi se non si accorgeva di qualcosa. «Matt...» ripetè gongolante. «Cognome?» disse assumendo a mano a mano un'espressione sempre più sognante. Sicuramente stava inmaginando quale vestito avrebbe indossato per il matrimonio. L'idea mi fece sorridere. «Storm... Matthew Storm».
La sua espressione si rabbuiò. Era come se avesse ricevuto la notizia più brutta del mondo. La guardai in tono interrogativo e iniziai a fare ipotesi, una più sconcertante dell'altra. Sicuramente si conoscevano. Magari erano innamorati, poi si erano separati per un motivo o per un altro e lui si era avvicinato a me solo perché potevo fargli da ponte. Che situazione! Ci ero cascata con tutte le scarpe, gambe, braccia, testa. Come avevo potuto essere così stupida?! Quasi mi veniva da ridere. Dio, chissà se ne sarei uscita, e chissà come. Assurdo.
Per scaricare lo stress iniziai a scagliare frecce compulsivamente. Notai che la rabbia, o comunque l'accumulo di energie, mi dava la possibilità di centrare più volte il bersaglio. «Ma che fai?» sbottò al fantastiliardesimo centro. Si frappose tra me e il bersaglio, per dirmi chiaramente che se non l'avessi finita il mio prossimo centro sarebbe stata lei. «Spostati» le intimai. «No». Puntò i piedi per terra come un mulo. Dovevo dirglielo? Cosa poi? Che lo amavo? Ma perché, lo amavo? E se lei mi avesse abbandonata di nuovo? Presi un coltello e lo lanciai. Dovevo ripremere quello sfogo ai suoi occhi incomprensibile, ma si era scatenato qualcosa in me, qualcosa che non avevo mai considerato: la gelosia. Non ero sicura nemmeno che la mia reazione non fosse stata in qualche modo influenzata dai miei poteri.
Ripresi i dardi e ne levigai la punta scalfita dall'impatto. «Hai vinto. Ma solo per stavolta». Fece un sorriso compiaciuto e si sedette accanto a me. «Stai attenta a quel ragazzo, ha un segreto molto pesante da portare». Un altro? Santo cielo, non li avrei mai scoperti tutti... non ebbi molto tempo per pensarci, era pronta la cena. E il cibo viene prima di tutto.
«Vi siete divertite oggi pomeriggio?» ci chiese Floridiana mentre tagliava con classe una fettina di pollo. Suavius versava l'acqua a tutti. «Clhoe è un'ottima arciera, mi piace la sua tecnica guerriera»
«Iscrivi anche tu ad addestramento, no?» le suggerì il re. La moglie lo fulminò (con classe) con lo sguardo. «Ma chi io? No, io le armi non le uso». Me lo aspettavo. La dolce e pura Ignes non avrebbe mai potuto fare del male, anche se era per un nobile scopo.
Dopo aver mangiato un ottimo sorbetto al limone la donna ci trattenne, dicendo che doveva mostrarci una cosa molto importante. Ci portò in una zona del castello ad est, una zona che non avevo mai visitato prima. I tappeti erano azzurri e orlati d'oro, le tende alle finestre in seta finissima e leggera ondeggiavano con il vento. Le scale erano larghe, i gradini ampi e bassi. Ignes scorreva le dita sul corrimano di cristallo ed intarsiato di diamanti, con tocco lieve, senza sporcare la superficie. Si guardava intorno stupita, ma non per la sorpresa, quanto piuttosto per un senso di scoperta di qualcosa che aveva visto solo da lontano. Mi affacciai e vidi il paese di Ignes, sotto i piedi della collina del castello, illumimato da tante piccole lucine. Sembrava un presepe. La regina mi mise una mano sulla spalla e mi sospinse delicatamente verso un corridoio, cui faceva da ingresso un portone spalancato. Dentro era molto buio e non si vedeva niente. Intuivo che sulla porta vi erano degli intarsi, ma non riuscivo a scorgerli.
«Ignes, ti dispiace fare luce?» le chiese. Mia sorella annuì, e, come le avevo già visto fare una volta, riempì la stanza di sfere luminose. Quando si accorse che il corridoio era più ampio e lungo di quanto avesse ipotizzato ne produsse almeno un centinaio. Quel che vidi dopo fu stupefacente.
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