Capitolo 17~In fila
C'era un'aria tranquilla intorno a noi. Il tramonto dipingeva il cielo mentre lasciava posto alla notte. "Non ricorderemo nulla di questo" mi disse con voce consapevole ma anche triste. "È crudele" proseguì. Le strinsi la mano, perché avevo bisogno di sentirla vicino a me, viva e reale. "Oggi è stato terribile... 12 anni dalla... dalla loro morte... io non so... non so che pensare" disse prendendosi il volto tra le mani. La guardai. I suoi capelli si fondevano con il sole. Le accarezzai la nuvola di ricci che incorniciava il suo viso, stanco e provato. "Ci sono io" le dissi facendomi forza. Anche a me mancavano i miei genitori. Senza di loro era dura, e dovevo badare anche a mia sorella, temendo ogni giorno di non darle abbastanza affetto. "E la profezia? Se si avvera sul serio?"
"Non ci pensare" le risposi. "Non ricorderemo niente di tutto questo".
"Non mi ricorderò di te Clhoe... come farò? E se non ti riconoscerò quando riceverò la farfalla?"
Era il problema che mi ero posta da quando Floridiana ci aveva detto che i nostri ricordi sarebbero stati cancellati, affinché con essi sparisse la nostra identità, troppo pericolosa per due esseri come me e lei. Se mi avrebbe odiata non lo sapevo. Non ero certa nemmeno se mi avrebbe riconosciuta, o se lo avrei fatto io. Mi dilaniava la paura che l'avrei persa per sempre.
"È l'ultimo giorno Clhoe. Prima che accada, voglio che tu sappia che il nostro legame persisterà nonostante il tempo, lo spazio... io e te resteremo sempre unite". Le accarezzai il viso. Aveva 12 anni, e si vedevano nella sua espressione gioiosa. La abbracciai. In quell'istante fui colta da un gran sonno, poi da un senso di smarrimento e confusione.
Mi svegliai in uno di quei letti che avevo visto. La testa non girava più, in compenso mi gettai sul cestino e vomitai. Era come se il mio corpo si stesse muovendo da solo. Piansi. Io e Ignes ci conoscevamo da tanto. Io e lei sapevamo di essere sorelle, ma ci era stata cancellata la memoria per proteggerci ed evitare che sulla terra ci cercassimo. Era chiaro. Lo avevo sempre saputo. Ma perché lo ricordavo solo ora? Non erano stati eliminati i miei ricordi? Perché ora riaffioravano? Sapere che eravamo unite, molto unite, e che lei mi odiava era troppo. Lei mi voleva bene in un passato nemmeno troppo lontano. Nel presente mi disprezzava. Matt corse ad aiutarmi. Mi alzai barcollando. Poi capii. «Sei stato tu» singhiozzai. Non sapevo se ringraziarlo o se picchiarlo per quello che aveva fatto. Era entrato nei ricordi che nemmeno io sapevo di avere e ne aveva scelto uno da farmi rivivere. «Avevi bisogno di capire» rispose mentre mi rimboccava le coperte. «Non farlo mai più» gli dissi. Mi portò dell'acqua: «vuoi aspettare di chiamare Acquaria?»
Annuii. Avevo bisogno di riprendermi. Era stata una batosta ricordare. «Immagino ci siano altri ricordi... non farli emergere, ti prego. Non riuscirei a sopportare di sapere mentre lei no». Annuì, e considerai quel gesto come un'implicita promessa. «Il vostro legame non ha cessato di esistere, per questo stai male. Lei ti ha dato parte del suo dolore per sopravvivere». Mi odiava ma si serviva di me per scaricare lo schifo. Che carina.
«Probabilmente non se ne è resa conto» disse come se avesse letto i miei pensieri «Qualcuno ha usato il suo elemento al posto suo. È come se il tuo braccio si staccasse per essere usato da un altro. Di sicuro non è piacevole». «Sto sempre male...» dissi sconfortata facendo riferimento all'episodio del giorno precedente e a quello della gamba. «Guarda il lato positivo: hai liberato talmente tanta energia da spezzare l'incantesimo delle ali». Mi voltai con ansia. Erano belle come quelle di Floridiana, sembravano un soffio intessuto di rugiada. La forma era paricolare ed elaborata, con quattro parti grandi e poi sopra due riccioli che partivano dalla schiena. Finalmente si cancellava ogni segno che Stria aveva lasciato sul mio corpo. Matt interruppe di nuovo il silenzio: «ne hai passate tante lì, vero?»
Sapevo che si riferiva al regno delle streghe. Non sapevo però se ero pronta a parlarne, per cui annuii in silenzio. Forse fu il suo sguardo premuroso ad aprirmi la bocca. «Ho visto torturare e uccidere una ragazzina...»
«Per questo sei ossessionata da Brigitte e Juditte?»
«Sì... io sono stata salvata da mia sorella. Juditte viene ostacolata da Brigitte ogni istante, è sotto il suo dominio. Non riesco a immaginare altre persone fare la fine di...» mi prese la mano. «Ho visto quel ricordo, ma non ho avuto il coraggio di prenderlo... scusami»
«Le mie ferite sono parte di me. Sarebbe stato come togliermi un braccio». Sorrisi riprendendo le sue parole di poco fa. Non ci fu bisogno di chiamare Acquaria, perché arrivò da sola di gran carriera, portando con sé Meilì e Brigitte. Aveva un'aria tetra, più del solito. Aveva anche gli occhi rossi e gonfi.
«Signorina Yelsey. La signorina Fatillicis è in questo stato perché lei ha creduto che qualcuno la stesse spiando, quando in realtà era solo la signorina Fang che raccoglieva la sua matita, ed ha eseguito un potentissimo incantesimo di difesa».
Mi sentii un po' in colpa, ma poi pensai a Wendy, e al niente che avevo fatto per salvarla. Non sarebbe accaduto di nuovo. «Un effetto a catena devastante ha danneggiato gravemente la signorina Fang e la signorina Fatillicis. Signorina Yelsey, lei è ufficialmente sospesa dal torneo di duello magico». Brigitte scappò via in lacrime. Nessuno disse niente.
Le opzioni erano due: o sentirmi in colpa, oppure essere soddisfatta. Avevo liberato Juditte, di questo ero assolutamente certa, ma da come era scappata la sorella avevo l'impressione che questo torneo fosse importante. «Verrai dimessa tra qualche ora» disse Acquaria. «Se te la senti puoi partecipare alla prima lezione di addestramento nel pomeriggio». Andò via, non prima di aver raccomandato a Matt e Meilì di tenermi d'occhio. «Forse è stato uno sbaglio farla passare per pazza» disse la ragazza. «Avevamo scelta?» le chiese Matt, che era alla mia sinistra. Mei si stava sedendo alla mia destra.
«Non avevamo prove a sufficienza, siamo stati stupidi. Dovevamo avere più certezze prima di... prima di ridurla così»
«È pericolosa. Hai visto come ci ha aggredite?» intervenni. «Tu avresti fatto molto peggio se fossi stata nella stessa situazione»
«Clhoe ha fatto la cosa giusta. Vedrai come Juditte sarà più libera e tranquilla». Lo guardai. Forse iniziavamo a capirci.
Salutai Mei prima di andare al campo di addestramento. Non nascondo di essere stata tesa. Ero però contenta di avere con me l'aerometro che mi era arrivato in mattinata da Suavius insieme a un bellissimo arco, una faretra colma di frecce e una spada da addestramento. Criusos aveva i miei stessi oggetti e capii che doveva andare nella mia stessa direzione. La cosa mi infastidiva leggermente, ma non sapevo bene il perché. Non sapevo un bel niente di cosa mi provocasse la sua presenza, sia che fossero sentimenti positivi sia che fossero negativi.
Il campo era di un verde lussureggiante, vi erano disposti vari bersagli, poi c'erano dei fantocci di paglia e un percorso ad ostacoli con tronchi chiodati e altri oggetti altamente pericolosi. Un gruppo di ragazzi parlottava tra loro, e quando mi videro arrivare tacquero. «Hai sbagliato campo» mi disse uno di loro in tono poco cortese. Però, che accoglienza. «Non è il campo di addestramento questo?» chiesi. Risero. «Senti fatina, hai un bel fegato a presentarti qui. Apprezziamo lo sforzo, ma ti schiacceremo. Pensi davvero di poter andare in guerra? Quelle come te stanno bene a lavori manuali». Sfoderai istintivamente la spada. In me salì un primordiale istinto omicida. Criusos era rimasto di sale.
«Cosa succede qui?» disse una voce alle mie spalle. Una ragazza che sembrava di porcellana si avvicinò. Aveva gli occhi azzurri e dei capelli dorati legati in una treccia. Indossava una casacca d'argento, e in vita portava una cinta a cui era legato il fodero della spada, che aveva un'elsa d'argento finemente lavorata. «Che modo orribile di impugnare la spada. Alza quel gomito. Sembra che stai cercando di tenere in mano un'anguilla, drizza quel polso. Quanto a voi, spero che non vi dispiaccia avere un istruttore donna. Nel caso vi dia urto, quelli sono i vostri dormitori. Non mi importa un accidenti se siete abituati a omaccioni pieni di cicatrici, vi assicuro che ho fatto cadere più nemici io con le mie frecce che loro con le loro mani nude. Ah, un'altra cosa: la vostra ignoranza mi disgusta».
Ci fu un silenzio di tomba. Poi si rivolse di nuovo a me. «Nulla ti è dovuto solo perché sei femmina. Se le tue braccia non sono abbastanza forti e se la tua emotività non è di ghiaccio sarai cacciata come qualsiasi altra persona. Ammiro il tuo coraggio ma per ora vali tanto quanto loro, forse anche meno».
Però, che inizio! Quasi mi venne voglia di andarmene. «Mi chiamo Alys, e sono la principessa dei draghi d' argento, nonchè generale della fazione d'aria dell'esercito». Magari Mei la conosceva, dato che il suo elemento coincideva con il suo regno. Ci ordinò di disporci in fila, e io ero l'ultima, con accanto Criusos. Aveva un'espressione afflitta. Al di là del campo, Matt aveva osservato tutto.
Prima Alys ci disse la posizione corretta, schiena dritta, braccia lungo il busto e simili. Dopo qualche minuto di riscaldamento, annunciò che avremmo iniziato con tiro con l'arco.
«È tradizione far scoccare la freccia d'argento agli arcieri principianti. È un porta fortuna. Il punto colpito dalla freccia indicherà se avrete fortuna o meno». Tutti si diressero verso una panchina dove avevamo lasciato le armi. Io rimasi ferma, e Alys se ne accorse. Si avvicinò dicendo: «Ho io la tua freccia. Il re me l'ha consegnata personalmente». Aprii un cofanetto in legno foderato internamente da un morbido velluto blu notte. Dentro scintillava un lucente dardo, affilatissimo. Accanto vi era un biglietto: "Sicuramente sarai bravissima. Verrò a vedere i tuoi allenamenti il prima possibile. Per ora, divertiti. Suavius."
Fui molto contenta del messaggio perché mi trasmetteva vicinanza. Volevo bene sia a lui che a Floridiana, ma mentre lei mi appariva perfetta e inarrivabile, lui era più umano. Un uomo saggio e buono, certo, ma comunque umano e vicino al mio modo di pensare. Non lo preferivo tra i due, perché entrambi erano eccezionali, non mi facevano mancar nulla e per di più assecondavano ogni mia scelta purché fosse per il mio bene. Una volta tornata sulla Terra mi sarebbero mancati tantissimo.
Quando arrivò il mio turno, molti ragazzi avevano già tirato. Il ragazzo a cui avrei voluto assestare un montane in piena faccia fece un centro perfetto. Criusos lo mancò di poco, mentre gli altri avevano preso quasi tutte le altre parti del cerchio che avevo davanti. Guardai l'aerometro pensierosa: era una sorta di bussola in ottone che tenevo al collo, sul bordo presentava i nomi dei vari venti e i punti cardinali. Al posto dell'ago vi era una lacetta in vetro che richiamava dal disegno la forma di un soffio di vento, e assumeva un colore bianco molto forte se la velocità dell'aria era molto elevata. Nel mio caso era trasparente e ferma, segno che non ci fosse nemmeno uno spiffero.
Criusos mi guardava con apprensione. La sua faccia sembrava dirmi sbaglierai e ti faranno a pezzi. Uno di quelli che avrebbe dovuto farmi a pezzi mi osservava con giubilo e sogghignando che non ce l'avrei mai fatta, aggiungendo che ero solo una ragazza.
Incoccai la freccia, forte di avere il vento favorevole, o meglio di non averlo proprio. Ero stranamente calma, forse perché non mi potevo ancora rendere conto del valore della freccia d'argento. Puntai il piccolo puntino nero al centro del cerchio rosso. Il bersaglio presentava numerosi fori per i colpi ricevuti. La corda dell'arco mi sembrava al tatto morbida ma molto tirata, mentre il legno, liscio e levigato, era saldo e robusto. Sentivo di poter controllare tutto ciò che mi circondava. Mi guardavano tutti, e io lo sapevo. Ma ciò non mi metteva a disagio, anzi, mi faceva pensare a quanto sarebbe stato divertente vedere le loro reazioni. Stanca di attendere, lasciai andare la freccia. Seguì come avevo previsto il suo corso e, fendendo l'aria, sentii il tessuto squarciarsi ancora una volta. Ce l'avevo fatta. Il puntino nero non esisteva più, sostituito da un bagliore argentato. Si levò un sospiro generale perché tutti erano andati in apnea dal momento in cui avevo puntato l'arco e scoccato la freccia. Mi avvicinai verso quest'ultima e con un colpo secco la staccai dalla trave di legno che manteneva in equilibrio il grande disco. Fu molto divertente vedere le facce sconcertate dei miei "amici", ma fu ancora più intenso vedere Matt. «Vado a mettere a posto la freccia» dissi ad Alys. Lui capì, e si avvicinò. Man mano che la sua figura mi veniva incontro, mi irrigidivo sempre più.
«Sei stata...»
«Non sei intervenuto prima. Sei deludente come guardia del corpo». La mia freddezza lo spiazzò, e ad essere sincera anche io rimasi sorpresa dal mio atteggiamento lunatico. È strano da dirsi, ma faticavo moltissimo a controllare le mie emozioni in sua presenza. «Forse perché non lo sono più» disse sorridendo. In quel momento quella in apnea ero io. I suoi capelli corvini riflettevano la luce del sole, apparendo lucidi e in netto contrasto col cielo. Il suo volto era in penombra, ma i suoi occhi sembravano splendere di luce propria, e assumevano una diversa sfumatura a seconda della sua espressione. In quel momento la parte più esterna delle sue iridi era tendente al cobalto. Con un dito reggeva la giacca dell'uniforme, che cadeva sulle sue spalle, i cui lineamenti erano accentuati dalla candida camicia che indossava, sbottonata sul colletto, lasciando intravedere un lembo di pelle poco sotto il collo. I pantaloni neri del gessato permettevano alle sue gambe un movimento fluido ma comunque composto, mettendo in evidenza i suoi muscoli. «Non sono intervenuto perché non ne avevi bisogno. Sei forte e audace, non eri di certo in pericolo. Te la sei cavata alla grande ed io ero lì» indicò il punto dove lo avevo visto «e facevo il tifo per te». Mi sentii avvampare. Era fiero di me. Per nascondere l'imbarazzo cambiai argomento: «come mai sei vestito così?»
La domanda non sembrò turbarlo affatto, così rispose con nonchalance: «mi hanno chiesto di aiutare le nuove arrivate in una lezione di etichetta. E così mi sono dovuto vestire elegante»
«Lezioni di etichetta? Che razza di lezione è?!»
«Non so, ma vi hanno preso parte persone come Stephany Sterk»
Avvampai di nuovo, ma stavolta per la rabbia. «C'era anche lei? Immagino ti sia saltata addosso...» osservai con disgusto, ma mi tappai la bocca un attimo dopo. Sorrise di nuovo. «Tranquilla... è ben lontana dal mio ideale di perfezione». Mi fece l'occhiolino. «Beh... ecco... io credo di... credo di dover andare...» anche se avrei voluto trattenermi ancora e ancora, era giunto il momento di separarci. «Se vuoi posso restare» disse trattenendomi per un braccio, e avvertii un punta di speranza nella sua voce. «Puoi fare come vuoi» gli risposi con un sorriso. «Allora ti aspetto qui». Quando mi riunii agli altri un ragazzo era letteralmente disperato. La sua freccia era finita su un albero e tutti ridevano. Mi offrii per andare a riprenderla, ma Alys mi fermò. «Ascoltami, Clhoe. Sei un'arcera eccellente. Quello lì» disse indicando il ragazzo che mi aveva provocata all'inizio della lezione «ha fatto centro, ma non perfetto. Tu lo hai fatto». Mi stava preoccupando. Non era nè entusiasta nè euforica. Era molto arrabbiata. «Adesso, io non so chi sia quello scemo avvolto in un'aura d'amore che ti segue da quando sei qui, e nemmeno mi interessa. Se tu ti fai distrarre ti sbatto fuori dal mio programma di addestramento, intesi?» rimasi spiazzata. Si era rivolta a Matt come se fosse stato solo un cagnolino che mi portavo dietro. «Io non capisco...» provai a ribattere. «In guerra non c'è amore. In guerra c'è solo sangue, distruzione e morte. E poi... se vuoi un consiglio che vale sempre: lascia perdere. L'amore è zero».
L'amore è zero? Ma che diavolo...? O era folle o era invidiosa. Rimuginai sulle sue parole fino alla fine delle lezioni, spese a tirare con l'arco e a migliorare la tecnica. Ogni tanto osservavo Matt, che su quella panca ormai aveva messo radici, ma a lui sembrava andar bene così. Alys magari aveva preso una bella botta in passato ma parlare così dell'amore. Fondamentalmente non ero mai stata legata a quel sentimento, ma da come tutti lo descrivevano doveva essere fantastico. In più avevo avuto modo di osservare una coppia unita come quella di Suavius e Floridiana e il loro amore non sembrava poi tanto male. Per quanto riguardava Matt, sicuramente mi attirava molto, aveva fascino, era più che ovvio. Ma parlare di amore era davvero un azzardo.
Mentre tornavo in camera prima di cena si offrì di portarmi la faretra. Sebbene fossi riluttante acconsentii, perché avevo la schiena a pezzi. Non spiccicai parola per tutto il tragitto. Una volta arrivati alla porta mi disse: «Sei cambiata da oggi pomeriggio... qualcosa ti preoccupa?» volevo dirglielo, ma prima mi ero ripromessa di parlarne con Mei. «Immagino sia solo stanchezza» risposi per niente convinta. Ero sicura se ne fosse accorto, ma ugualmente mi assecondò e andò via.
«L'amore è zero?» mi chiese Meilì incredula. «È una visione assolutamente irrazionale dell'amore» feci spallucce mentre sbocconcellavo le patate al forno. «Amica, devi parlare con quel ragazzo. Solo lui può chiarirti le idee. Avanti non essere timida. Tra i tanti che hai, sicuramente lui è il tuo fan più accanito».
«Ma che vai dicendo, sei impazzita?» bevve un sorso d'acqua con aria di chi la sa lunga. «Smettila di fare la finta tonta. Sei famosa persino nella mi classe di alchimia. Oggi...» sorrise in maniera strana. «Sputa il rospo, e guai a te se mi dici balle». «Un tizio di Terra stava dicendo di quanto fossi stata fantastica nell'Illusorium più complicato. Diciamo che i suoi apprezzamenti hanno destato il fastidio di una certa persona...»
«Non dirmi che si è messo a fare una scenata...»
«Macchè. È troppo ben educato per cose così plebee. Si è limitato ad allontanarsi e ad assumere un'espressione alquanto cupa e tenebrosa». Sorrise ancora in quel modo assurdo. «Di sicuro, quel ragazzo ha livelli d'amore ben superiori allo zero. Mi spiego?»
Tagliai il pesce a pezzettini. Se speravo provasse qualcosa per me? Lo ammetto. Sarebbe stato tutto molto più facile.
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