Capitolo 13~ L'inizio
Un via vai di operai entrava e usciva dalla torre dell'acqua. Ero entusiasta, ma per ora dovevo soggiornare nel gruppo T.
Rientrammo nell'accademia e Floridiana mi salutò: «Ricorda che io per qualsiasi cosa sono a tua disposizione. Ma non esitare a farti aiutare anche da Acquaria. Di lei puoi fidarti». Mi sorrise e mi accarezzò la guancia. Sentii la sua dolcezza scaldarmi nel profondo, e avrei voluto che fosse rimasta ancora un po'. La vidi scomparire in lontananza, ed ebbi paura le sarebbe successo qualcosa. Rimasi per qualche istante a fissare il punto da dove era sparita, e mi sentii vuota, persa. «Clhoe vai a mangiare, è ora di cena» mi esortò Acquaria. Obbedii, e non appena varcai la soglia della mensa mi investì il clamore dei ragazzi che prendevano posto ai tavoli. La mensa era una stanza enorme, i pavimenti erano di corallo, così come le colonne che dividevano i lunghi tavoli gli uni dagli altri. Erano tutti apparecchiati con stoviglie in argento, tranne uno, che ne aveva realizzate in oro, ed era posto in fondo. Scesi i gradini che portavano ai tavoli, e prima di sedermi, notai Stephany in compagnia di alcuni ragazzi sbruffoni e altezzosi come lei. Mi allontanai subito, e, tra il tumulto generale, riconobbi Perla. Andai verso di lei con passo incerto, non sapevo se si sarebbe ricordata di me. Ei! Sono la ragazza che ti ha salvato la vita, ricordi? Che bei momenti!
Mentre i pensieri affollavano la mia mente, non mi accorsi di un ragazzo che veniva nella mia direzione. Mi urtò e mi fece perdere l'equilibrio, ma una mano afferrò la mia e mi salvò dalla figuraccia imminente. Due occhi color miele mi fissarono. «Ciao» disse come se mi avesse conosciuta da una vita. «Emh... grazie» balbettai io imbarazzata. «Non ti ricordi di me?» chiese sorpreso. «Io dovrei dirti grazie». Lo fissai, e a dir la verità mi colpì solo un livido violaceo sul suo collo. «Io temo di non capire...» mi scusai smarrita. «Ero un tributo che hai salvato da Roccastrix. Il mio nome è Criusos». Lo osservai basita. Era un ragazzo totalmente diverso dal cadavere che avevo rinvenuto dalla gabbia: morbidi capelli ricci incorniciavano un viso rosato che non mostrava alcun segno della violenza subita, a parte quel livido enorme. «Io non credevo di trovarti qui, perdonami...»
«Non fa niente! Non dovevo essere uno spettacolo chiuso in quella gabbia» disse sorridendo. «Vieni seguimi, le altre vorranno sicuramente ringraziarti».
Avete presente il colpo di fulmine? Quella scossa che ti parte dal cuore e sdolcinatezze varie? Io no.
Non sapevo perchè lo stessi seguendo, e teneva la mano stretta al mio polso. Sentii di essere osservata, ma non vedevo nessuno, e pensai di avere anche le allucinazioni in aggiunta ai miei soliti problemi. Non sapevo niente. Sapevo solo che mi ritrovai seduta su una panca con un ragazzo e tante ragazze che mi guardavano incuriosite fra il rosa delle pareti. «Io sono Perla, so di essermi già presentata, ma ci tenevo a farlo in condizioni normali» mi disse la ragazza bionda sorridendo. Aveva gli occhi ancora un po' spenti, ma nel complesso era migliorata notevolmente. Lo stesso valeva per Alga, immersa in una nuvola di vaporosi ricci castano scuri: «piacere Alga. Fata delle alghe... anche se preferisco presentarmi come fata delle piante marine. Almeno si nota di meno la terribile provenienza del mio nome altrettanto terribile» disse arrossendo. Prima che potessi intervenire, l'altra ragazza prese la parola: «anche io ho il tuo stesso problema, ma non ne faccio un dramma».
«Grazie. Tu ti chiami Perla e sei la fata delle perle. Io Alga. È un nome terribile» gesticolò in imbarazzo e mi fece sorridere. Arrivarono due ragazze identiche: entrambe erano un po' paffute e con i capelli a caschetto color nocciola. Erano riconoscibili solo perchè una portava un cerchietto rosa fra i capelli.
Gemelle...
«Possiamo sederci?» chiese quella senza il fermaglio. Teneva stretta la sorella, che aveva gli occhi fissi in basso. «Certo Brigitte, accomodati» le disse gentilmente Alga. Io le osservavo, avevo paura di risultare indiscreta, ma tutto quello a cui riuscivo a pensare era come facessero a stare insieme nonostante la profezia. Fece sedere prima l'altra ragazza, e poi prese posto. Anche se Brigitte aveva un'aria da bimba paffuta sembrava avere molta grinta. Mi penetrò con lo sguardo. Poi mi porse la mano. «Brigitte Yelsey, fata dei cardi. Questa è mia sorella, Juditte Yelsey». Le strinsi il palmo, e Juditte fece lo stesso. «Fata delle peonie» disse timidamente. Intuii che quello di enunciare il proprio elemento dopo il nome era un modo di presentarsi. Le imitai: «Clhoe Fatillicis, fata dell'acqua». Juditte strabuzzò gli occhi, mentre Brigitte rimase impassibile. «Una suprema quindi» disse con interesse. Ricambiai il suo sguardo enigmatico. La nostra silenziosa conversazione venne interrotta dall'arrivo dei piatti. In un vassoio d'argento era disposta della carne, mentre in un altro delle verdure ripiene e gratinate. Ci riempivamo i piatti e poi li passavamo ai compagni. Io ero di spalle, e avrei voluto girarmi per vedere i volti dei professori, ma mi sembrò troppo sgarbato e maleducato.
«Che corsi sceglierete?» chiesi per rompere il ghiaccio. «Io lavori manuali!» disse Juditte ad alta voce. Se ne pentì subito, e arrossì violentemente, diventando dello stesso colore del cerchietto. «Ottima scelta» le dissi io per incoraggiarla. «Anfe io e Pella» disse Alga con la bocca piena. Le andò un boccone di traverso e iniziò a tossire, così l'amica le diede un bicchiere d'acqua e qualche pacca sulla spalla. Stephany la guardò e poi rise. «Quella... quella... lo so io cosa!» disse Perla agitata. «Chi? La fata dello scirocco?» chiesi io per avere conferma. «La fata delle pesche sciroppate» rise Criusos. Tutti gli andarono dietro, anche Brigitte. «Siccome sua zia è la regina delle sirene allora si sente Floridiana in persona»
«La regina delle sirene?» non poteva essere quella. Aveva le gambe. Le sirene non hanno gambe. Quella non era una sirena. «Alcune sirene sono dette anfibie: hanno sia gambe che coda» rispose tranquillamente Perla. «Criusos qual è il tuo elemento?» gli chiesi incuriosita. «Non ne ho alcuno» disse senza porsi troppi problemi. Solo allora ricordai che la ragazza bionda me lo aveva detto mentre raggiungevamo la parete. «Sono qui perchè me lo hanno imposto i miei genitori. Vogliono che abbia un'adeguata istruzione, e allora eccomi qua» fece spallucce e azzannò un fettina di carne. «Tu hai scelto un corso?» mi chiese Brigitte. Mi trafiggeva gli occhi anche solo con le parole. Avevo l'impressione avesse saputo da tempo i miei turbamenti e le mie paure. «Avrei voluto scegliere addestramento» le risposi fingendo nonchalance. In verità ero in soggezione. «Anche io!» disse contento Criusos. «Io mi sarei voluto segnare a duello, ma è riservato alle creature magiche. Disgrazia» sbuffò alzando gli occhi al cielo.
Continuavo a sentirmi osservata. Pensai subito a Brigitte, ma era intenta ad affettare le verdure, e da quel che mi risultava non poteva avere occhi fra i capelli. Alzò lo sguardo, e io mi affrettati a guardare altrove. A pelle non mi sembrava una presenza cattiva, solo bizzarra. Dovevo abituarmi a quell'apparenza infantile dentro la quale si nascondeva una guerriera pronta ad attaccare. Ma sapevo benissimo che le apparenze ingannano, e non c'era bisogno di ricordarlo.
Quando fu finita la cena andammo tutti nelle rispettive torri. Nella calca dei ragazzi vidi distintamente Stephany ridere e scherzare, e mi irritò subito. «Non farti scalfire» disse Criusos venendomi incontro «è solo un involucro di complessi e timori». Usò un tono strano: «la conosci bene?» gli chiesi enigmatica. «Quando sono arrivato qui era la mia unica amica. Poi ho conosciuto le altre e ho iniziato ad allontanarmi». Lo persi tra la folla, poco dopo, e mi ritrovai sola.
Mi guardai intorno nella speranza di scorgere uno di loro (fosse stata anche Brigitte) ma continuai solo a osservare Stephany. La studiai con attenzione: con un gruppo di amiche stava prendendo in giro una ragazza dai capelli lunghi e neri come la pece.
«E ora che fai? Io nel mio appartamento non ce la voglio una stupida come te che va in giro vestita come trecento anni fa» diceva con disprezzo. Mi avvicinai, cercando di valutare se fosse meglio intervenire. La ragazza non reagiva. «Andrai dalla preside e ti farai spostare. Siamo tutte fate di un certo rango, e la mia amica è stata tagliata fuori per colpa tua che hai preso la sua stanza. Devi fare come ti ho detto, altrimenti...»
«Altrimenti cosa?» chiesi con il disprezzo a mille. Mi osservò bieca.
«Attenta a come parli, novellina» a quelle parole risi tra me e me. Ricordavo che aveva detto di essere la fata dello scirocco, e dai libri che avevo letto avevo appreso che gli elementi della categoria aria erano tutti di grado minimo, chiamato appunto "novellina".
«Forse quello è un aggettivo che si addice più a te che a me» le risposi per punzecchiarla. Le novelline non potevano fare nulla senza bacchetta magica. «Ma come...» era rossa in faccia e le sue compagne non stavano capendo molto. Decisi di aiutarle a schiarirsi le idee. «Oh scusate non mi sono presentata. Clhoe Fatillicis, fata dell'acqua». E va bene, lo ammetto: pronunciai quella frase con una puntina di orgoglio nella voce. Mi aveva portato solo guai quel potere, e almeno in quel momento mi era tornato utile. Ammutolirono tutte, anche la ragazza oggetto di scherno. Sorrisi beffarda davanti alla faccia contratta della principessina. «Fai attenzione ai nemici che ti fai Fatillicis»
«Lo scriverò nella lista delle cose che non mi interessano» le dissi facendo spallucce. Spostò i capelli platino con un gesto stizzito dietro la schiena, e se ne andò, seguita da un corteo basito di ragazze poco sveglie. «Grazie» mi disse la ragazza che al posto dei capelli aveva una cascata di seta nera. Erano talmente lucidi che sembravano finti. Indossava una tunica cinese bianca con gli orli marrone scuro. I bottoni della parte superiore erano spostati verso sinistra e riprendevano il colore delle estremità. Era molto bella, e mi fissava con occhi di carbone dalle fessure a mandorla. «Non c'è di che» le risposi amichevolmente. Mi porse la mano, rosa e delicata, presentandosi: «Meilì Fang. Fata dei draghi d'argento». Ricambiai la stretta, mentre rimanevo incantata dal suo elemento. «Ho avuto la sfortuna di essere smistata nello stesso appartamento di Stephany. Avrei chiesto comunque di essere spostata»
«Non dovresti» le suggerii, mentre la folla iniziava via via a scorrere sempre più velocemente. «È una persona spregevole, voglio limitare il più possibile l'influenza che ha su di me» soppesai le sue parole, e decisi di accettarle così com'erano. Anche io non sarei voluta rimanere con capelli-di-platino alias fata dello sciroppo. Meilì mi salutò, poi andò verso la sua torre. Quando varcai la soglia della torre T, gli studenti procedevano in file ordinate. Un ragazzo mi venne incontro con un foglio. «Nome?»
«Fatillicis»
«Appartamento 21 stanza 3. I bagagli sono già stati recapitati» disse consegnandomi una chiave. Mi aggregai alla coda, e quando raggiunsi il mio appartamento, fui più che contenta di vedere Alga e Perla in corridoio. «Ciao Clhoe! Dove ti hanno messa?» chiese la prima con interesse. Guardai la chiave, da cui pendeva un portachiavi, che consisteva in un pezzetto di corteccia di non so che albero con su incisi dei numeri. «Appartamento 21 stanza 3» risposi, mentre nella mia mente c'era l'eco della voce del ragazzo. Gli occhi grigi di perla si illuminarono: «sei nel nostro appartamento!». Mi rallegrai, e mi fecero strada per la mia camera. L'appartamento consisteva in un corridoio su cui si affacciavano le porte delle varie stanze. In fondo vi era una porta più grande e più spessa delle altre che dava su un salottino. Vi erano in tutto otto stanze. «Chi è il nuovo inquilino?» chiese una voce che già conoscevo. Criusos rimase a bocca aperta quando mi vide. «Che notizia meravigliosa! Starai benissimo con noi Clhoe!» disse abbracciandomi. Non risposi alle sue braccia, e mi limitai ad assumere la posizione di un tronco. Era strano, e non avevo idea di come comportarmi. Alga e Perla distolsero lo sguardo, quando lui si staccò si comportò come se fossimo amici da una vita. Non sembrava aver notato che io non avessi ricambiato il suo slancio di affetto. Dalla camera 4 si affacciò timidamente Juditte. Di fronte a lei, dalla camera 8, Brigitte mi osservava con fare enigmatico. Mi metteva decisamente a disagio. La prima mostrava un vago stupore. La seconda invece aveva un'espressione tale che sembrava sapesse già che cosa sarebbe successo. Era come se lei avesse previsto che sarei stata messa in quell'appartamento. Non ero solo a disagio, avevo anche un'inspiegabile voglia di parlarle e dirle: "perchè sei così misteriosa?"
Non avevo intenzione di sembrare aggressiva o ostile, la mia era curiosità pura, perchè avevo notato che solo con me adottava un simile atteggiamento. Ci guardammo per qualche minuto, poi sparì nella sua stanza. I tre ragazzi, senza che me ne fossi accorta, mi osservavano.
«Non farti spaventare» disse Perla. «Brigitte è davvero singolare, ma non è cattiva. Se fa così è perchè la incuriosisci»
«Non sono spaventata. Mi piacerebbe porle delle domande e rispondere alle sue, qualora ne abbia qualcuna».
Andai a disfare le valigie. La stanza era semplice ma funzionale: c'era un piccolo bagno, un tavolo, un armadio e un letto a una piazza e mezza.
Sistemai il "barattolo" (nome con cui avevo ormai catalogato il cilindro trasporta-lettere) sulla scrivania, e presi un foglio e una penna dal cassetto. Scribacchiai qualche riga sull'accoglienza e sulle prime impressioni, evitando strategicamente di descrivere lo scontro verbale (per ora) con Stephany. Il solo pensiero mi faceva venire voglia di spaccarle la faccia.
Scacciai il suo brutto muso viziato e ordinai i vestiti.
Dopo tutto ciò andai nel salottino, che ospitava un piccolo angolo cottura. Decisi di farmi un tè. La stanza era immersa nel buio, e dalle camere non proveniva alcun rumore. Immaginai fossero andati tutti a dormire, quindi feci attenzione a non fare rumore. Sfregai una gemma di luce vicino al lavandino, scaldai l'acqua, e poi immersi la bustina. Mentre giravo lo zucchero diedi uno sguardo alla finestra che dava sul giardino.
Brigitte era lì, immersa nel buio che la gemma di luce non riusciva a illuminare. Era dritta in piedi, avvolta in una camicia da notte bianca. Sobbalzai, e la tazza mi cadde di mano. Lei alzò il palmo e quella si ricompose, volando nel posto da cui era appena caduta.
«Mi... mi hai spaventata» dissi come se mi volessi giustificare. «Lo so».
Avrei apprezzato più volentieri uno "scusami non volevo". «Hai perso qualcosa» disse in tono piatto, fissandomi sempre dalla zona buia. Mi guardai attorno, ma non vidi niente. «Potrei quasi dire che ti capisco»
«Beh, ecco... vorrei poter dire lo stesso ma non riesco a cogliere il significato delle tue parole». Tacque, e per un istante temetti avrebbe estratto una lama avvelenata uccidendomi.
Aveva gli occhi ben aperti, e mi scrutava. «Sto parlando di tua sorella».
Mi fece ancora più paura. Eravamo al buio a parlare di Ignes. Stavo parlando di una cosa brutta con una persona strana. Iniziai a preferire l'idea della lama avvelenata.
«La... conosci?» azzardai.
«No»
Cosa? Forse mi stava solo prendendo in giro. «È un pensiero che ti attanaglia, vedo... percepisco anche una sorta di paura verso te stessa. Voglio dire, verso i tuoi poteri».
Le sue parole non erano accompagnate nè da espressioni, nè da gesti. Sembrava un automa, una sorta di robot telepatico che leggeva nella mia mente. Neanche io mi muovevo. Avevo paura che se l'avessi persa di vista sarebbe scomparsa e me la sarei ritrovata davanti mentre dormivo. «Non credo tu sia cattiva. Hai visto e sofferto molto. Ma quando due gemelle sono così diverse, la loro diversità si traduce in distanza. Se vuoi tua sorella devi rinunciare a te stessa. Come ho fatto io. Non voglio perdere Juditte, e non voglio lasciarla da sola. Ho rinunciato ai miei interessi. Alla mia immagine» disse ad un tratto muovendo il braccio e indicando il caschetto che la faceva sembrare una guerriera nel corpo di una bambina. «Credi sia giusto? Pensi sia un metodo valido?» le chiesi lasciando che la mia voce lasciasse trapelare la sincerità con cui avevo pensato quelle domande. «Abbiamo superato l'età secondo cui la profezia si avvera. Io e mia sorella siamo molto unite. I miei sforzi sono stati ripagati e lei non mi ha tradita». Feci mente locale: allora forse erano loro le gemelle che la regina cercava. Io e Ignes non lo saremmo mai state. Mi guardò ancora una volta inespressiva. Poi concluse dicendo: «Le profezie si avverano sempre. Non puoi cambiare il corso del destino, a meno che quest'ultimo non ti abbia scelto per farlo».
Cos'era un modo per dirmi di non sentirmi speciale? Beh, ovvio che lo ero, ma avrei voluto non esserlo. Mi sentivo in difetto, e se avesse voluto la mia "superiorità" gliela avrei ceduta volentieri. Lavai la tazza e tornai in camera. Brigitte era strana e inquietante e ora mi veniva a spiegare come funzionava il destino. Ma per favore. Ne avevo passate tante. Troppe, forse. Il fatto che fossi scappata da Stria non era destino, bensì una mia precisa volontà. Non avevo mai riflettuto al riguardo, ma l'idea iniziava a prendere forma nella mia mente.
Ognuno è artefice del proprio destino.
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