CAPITOLO 23
Dalle puntate precedenti
Percy: "Okay, devo fare i conti con il fatto che Annabeth ha mentito a tutti riguardo a noi."
Poseidone: "Atlantide?"
Percy: "Lo chiederò a mamma."
Poseidone: "Già fatto. Andiamo. Ti terrò per sempre sott'acqua."
Percy: "Papà..."
Poseidone. "Ho balbettato?"
Percy: "La mamma ti ucciderà."
****
Percy, in preda al panico davanti alle sue due sorelle immortali.
Rhodes: "Che ne dici della scuola?"
Percy: "La Nuova Roma Università è divertente."
Bentysikime: "Sei davvero sicuro di essere nostro fratello?"
****
Talia: "Aspetta, cosa hai visto?"
Rachel: "Si sposeranno."
Talia: "Sarò il testimone di Percy."
Rachel: "Merda, no. Sarò io il testimone."
Talia: "Scegliamolo in modo maturo".
Rachel: "Vuoi scommettere?"
Talia: "Assolutamente sì."
***
Percy, cercando di lasciare Atlantide: "Papà, tornerò tra dieci giorni."
Poseidone, abbracciandolo: "Non lasciarmi."
Percy: "Papà, per favore..."
Poseidone: "Solo un'altra passeggiata?"
Percy, sospirando: "Sì, okay..."
****
Percy: "Quindi in pratica Marte non ha benedetto suo figlio perché capisce i sacrifici?"
Poseidone: "Sì, bisogna fare dei sacrifici. È l'ordine delle cose."
Percy: "E se fossi io quello con..."
Poseidone: "Ti darei subito la mia benedizione e distruggerei tutto ciò che tenta di farti del male."
Percy: "Che fine hanno fatto bisogna fare dei sacrifici ed è l'ordine delle cose?"
Poseidone: "Non il tuo sacrificio. Chiunque altro può. Tu no."
Percy: "Va bene. Posso restare qui ancora un po'."
Poseidone: "Tipo per sempre?"
Percy: "Non insistere."
Percy sbuffò divertito quando vide il padre esitare nel suo appartamento prima di rassegnarsi alla decisione di Percy di non tornare ad Atlantide con lui.
Dopo che il padre aveva confessato che sostanzialmente non gli avrebbe permesso di morire per un motivo così stupido ed evitabile, Percy aveva sentito un groppo in gola e il cuore farsi più leggero e più pesante al contempo.
Lasciare il padre in quel momento era sembrato ingiusto, e Percy era rimasto ancora un po' con lui, appoggiando la testa sulla spalla del padre e godendo la sensazione del braccio del dio sulle proprie spalle.
E la sensazione di essere amato, di essere apprezzato e voluto.
Non si era reso conto di quanto lo volesse, di quanto ne avesse bisogno, fino a quando non ne aveva avuto un assaggio.
Scuotendo la testa, il ragazzo guardò la pila di libri che si era accumulata sul suo tavolo.
Da quando aveva interrotto il piccolo accordo che aveva avuto con Apollo, seppur avesse voluto rimanere amico con l'altro, Percy lo aveva evitato, troppo imbarazzato per rimanere nelle sue vicinanze.
Avrebbe voluto non aver mai accettato di cambiare la dinamica della loro relazione, sia quando avevano deciso di diventare amici con benefici, sia quando erano tornati ad essere semplici amici.
Percy avrebbe voluto non conoscere la sensazione delle labbra del dio sulle sue, o il calore della pelle sulla propria.
Aveva avuto una relazione con Annabeth, eppure si era sentito più un pari di Apollo che di Annabeth.
Non si era mai sentito stupido. Non si era mai sentito in difetto. Si era sentito importante. Apollo lo aveva spesso definito intelligente, simpatico. Al dio piaceva il suo senso dell'umorismo. Riconosceva la sua intelligenza. Ammirava il suo talento, e non solo quello che poteva fare per lui.
Percy non aveva mentito quando aveva detto che Apollo era stato uno dei motivi per cui aveva sostenuto gli dei durante le due guerre.
Era la dimostrazione che gli dei potevano essere buoni. Avevano del vero potenziale in loro. E, Percy non aveva avuto il coraggio di spegnere quella speranza solo per alcune scelte sbagliate compiute.
Apollo, Hestia, suo padre, Ares (per quanto Percy si fosse rifiutato di riconoscerlo), Hades, Artemis... erano tutti la dimostrazione che erano degni di governare.
Non solo i Titani e i Giganti erano peggiori, ma anche loro erano degni. Erano bravi. Percy poteva rispettare il loro governo.
Zeus era un buon re, tutto sommato. Leo gli aveva raccontato il modo in cui Eolo era impazzito dietro tutte le richieste degli dei.
Zeus ne era il re. Non poteva seguire i capricci di tutti quanti, aveva degli impegni da rispettare. Delle leggi da far valere.
Percy rispettava il suo ruolo.
Quello che non aveva mai sopportato era stato lo sguardo disperato degli altri semidei quando si rendevano conto che i loro genitori non li avrebbero mai riconosciuti. Che non erano abbastanza per essere riconosciuti.
Quello lo aveva distrutto.
Ed era il motivo per cui aveva chiesto quel dono in particolare.
Percy voleva aiutare gli altri. Voleva vedere lo sguardo orgoglioso nei suoi amici semidei. E non chiedersi se li avrebbe mai rivisti quando lasciavano il Campo pieni di dolore e rancore.
Percy sospirò, il suo sguardo che cadeva di nuovo sulla pila di libri.
Aveva così poca voglia di studiare che si era impegnato nel riflettere sulle motivazioni che lo avevano spinto nelle due guerre passate.
E, pensare alle due guerre lo faceva pensare ad Apollo, e al modo in cui lo aveva aiutato a superare entrambe.
Gemette, mormorando a se stesso. "Sei davvero fregato, Jackson."
Percy sospirò, strofinando una mano sugli occhi, ed usando l'altra per prendere il primo libro e iniziare a leggere.
***
"Sei impegnato?"
La voce improvvisa fece sussultare Percy, che si era girato pronto a scherzare con Apollo ed inventare una scusa, quando si rese conto che la voce non era quella del dio del sole, ma di una ragazza.
E che non era arrivato il calore che Apollo emanava, ma un odore di tempesta ed acqua salata.
"Kym." Percy sorrise verso la sorella, prima di dire. "Sono leggermente impegnato, si. Sto studiando."
Kymopoleia mormorò, avvicinandosi al fratello e guardando il libro. "Cosa vogliono dire i colori? E perchè non è in greco o in latino?"
"Il professore ha detto che per apprezzare la lingua inglese dobbiamo leggere in inglese." Percy sospirò. "Il che non ha senso, perché le altre lingue le traduciamo in inglese nelle scuole mortali, quindi... Ma, comunque, il verde è per ho capito, il giallo per ci sono quasi e il rosso è per non ho la minima idea di cosa ci sia scritto."
Kymopoleia guardò il libro, prima di riportare lo sguardo sul fratello.
"E tu hai studiato?"
"Certo che l'ho fatto!" Percy esclamò, guardando la dea. "Mi sto impegnando molto."
"Percy, hai evidenziato tutto di rosso!"
"E urlarmi contro non cambierà il fatto che non riesco a leggere niente di quello che c'è scritto qui!"
Percy lanciò l'evidenziatore rosso che aveva in mano contro il muro, prima di alzarsi e camminare per la stanza.
"Percy?" Kymopoleia richiamò il fratello, guardando ansiosamente la finestra, in lontananza.
"Solo che, dannazione!" Percy esclamò, camminando avanti e indietro, il passo veloce di chi era infuriato. "Non posso nemmeno credere a... io... Annabeth è stata sempre la mio fianco e adesso scopro che mi ha praticamente sempre usato per il proprio guadagno personale! Che ha mentito su di me, su di noi, per tutto il tempo!"
Percy scosse la testa.
"Ho degli amici, ma le hanno creduto tutti! Nessuno ha mai nemmeno messo in dubbio quello che lei pensava!" Percy rise, un suono amaro e triste che non apparteneva al semidio e che faceva intristire l'immortale per il dolore che conteneva. "Perché? Perché non lo hanno nemmeno messo in dubbio? Non avrei mai mentito sulle cose che raccontavo e loro avrebbero dovuto saperlo!"
Kymopoleia sospirò. "Mi dispiace, Percy. Sono tutti ottimi motivi per non riuscire a concentrarsi. Non avrei dovuto scherzare su quello. Posso aiutarti a leggere e studiare, se vuoi." Si offrì, ma Percy sospirò. "No. Io... sai, hai ragione. Sono tutti ottimi motivi per non riuscire a concentrarsi eppure stavo pensando al fatto che Apollo avrebbe fatto una battuta così stupida sul poeta che stiamo studiando e poi mi sono ricordato che Apollo non farà nessuna battuta stupida perché non è qui, e non saprà mai che sto studiando questo poeta in particolare."
Kymopoleia corrugò la fronte. A quanto sapeva lei, Apollo era follemente innamorato del suo fratello mortale.
Che si allontanasse da lui volontariamente era fuori discussione.
E, se il dio fosse stato in pericolo, Percy non sarebbe stato deluso o amareggiato (Kymopoleia aveva sempre avuto difficoltà nel leggere le emozioni del padre e, adesso, anche quelle del fratello), ma preoccupato per il dio.
"Cosa è successo?" Kymopoleia chiese, il tono di voce vuoto da qualsiasi curiosità o interesse che provava in quel momento.
"Sono stato un idiota, ecco cos'è successo!" Percy gemette. "Ho interrotto la cosa degli amici con benefici con Apollo e adesso non riesco a... a funzionare!" Percy sbuffò. "Mi manca!"
"E allora chiamalo." Kymopoleia rispose, confusa sul motivo per cui Percy stesse continuando a soffrire in quel modo. Apollo avrebbe accettato qualsiasi cosa per il ragazzo. Anche tornare ad essere amici con benefici se era quello che il ragazzo voleva.
"Non posso!" Percy esclamò. "Apollo, lui..." Percy si leccò il labbro inferiore, prima di giudicare Kymopoleia degna di fiducia, oppure forse necessitando di parlarne con qualcuno. "Non puoi dirlo a nessuno, ma... Apollo è innamorato di una persona. Vuole sposarla. E io non posso fare l'amante, non mentre deve cercare un modo per conquistare la persona che ama."
Kymopoleia doveva trattenere le risate quando si rese conto che il vero problema di Percy era la gelosia.
Ma Percy era troppo buono per vivere in questo mondo.
Dove altri avrebbero approfittato della loro posizione nella vita dell'altro per convincerlo a mettersi insieme a lui, ed ignorare l'altra persona, Percy aveva preferito allontanarsi per permettere al dio di conquistare la persona di cui era innamorato davvero, senza portare dolore a nessuno dei due.
Però, Percy era anche pessimo nel rendersi conto dei sentimenti che le persone provavano verso di lui, e non aveva notato che la persona di cui Apollo era innamorato era proprio lui.
Kymopoleia trovava assolutamente divertente la difficile posizione in cui Apollo si era cacciato.
Questo, ovviamente, non voleva dire che volesse vedere il fratello continuare a soffrire per un'incomprensione.
"Perché non parli con Rhodes?" Kymopoleia suggerì.
Percy la guardò confuso. "Perché dovrei parlare con Rhodes? Voglio dire, ci ho appena parlato. Ero ad Atlantide fino a stamattina."
Kymopoleia annuì. Sua madre l'aveva chiamata poco dopo la partenza di Percy per discutere di questioni familiari.
Sentire il loro sostegno l'aveva fatta gioire, eppure non poteva fare a meno di sentire la mancanza dell'unica persona che non l'aveva mai dimenticata e che aveva perdonato il peggior tipo di tradimento, e che quasi sicuramente era stata la ragione del cambio di comportamento di Poseidone.
D'altronde, il dio era stato pronto a distruggerla pochi giorni prima per il suo ruolo nella quasi morte di Percy.
E, dopo solo pochi giorni, dopo solo poco tempo dalla scoperta di quel tradimento, Poseidone si scusava per aver cercato di domarla e la liberava dagli incantesimi sotto cui l'aveva posta.
"Beh, Percy," Kymopoleia disse una volta che si rese conto che il ragazzo stava ancora aspettando una risposta, "non sei stato il primo ad innamorarti del sole."
Percy arrossì e Kymopoleia rise, assaporando la sensazione che arrivava dall'aver un fratello con cui scherzare.
***
Percy aveva portato a termine tutti i suoi compiti, grazie all'aiuto di Kym che, dopo averlo preso in giro per la sua cotta verso Apollo, si era resa effettivamente utile e aveva letto il libro in inglese e aiutato a mettere giù i temi.
Avevano lavorato così bene che, dall'essere indietro su alcune richieste, adesso Percy era persino avanti, avendo quindi il tempo per arrivare al Campo Mezzosangue e vedere come stavano tutti lì.
La signora O'Leary lo lasciò vicino all'arena, e Percy si diresse verso le cabine, volendo cambiarsi prima di andare a trovare Chirone e vedere come se la cavasse senza il Signor D.
Era ancora strano arrivare al Campo Mezzosangue e non vedere il dio, anche se Percy sapeva che Dioniso era adesso molto più felice.
Non costretto a vedere semidei come era lui una volta morire, non lontano dal suo dominio e da sua moglie.
"Allora non ti ha rapito."
Percy si voltò, sorridendo alla vista di Thalia. "Chi avrebbe dovuto rapirmi?"
"Tuo padre." Thalia lo raggiunse, sorridendo. "Ma sono contenta di vedere che si è trattenuto dal rapirti."
"Non penso si sia reso conto che era una possibilità." Percy sbuffò, consapevole del modo in cui il padre teneva a lui.
Sapeva che, con la possibilità, Poseidone non lo avrebbe lasciato andare via da Atlantide.
"Allora non rendiamolo consapevole che esiste la possibilità." Thalia suggerì, facendo ridere Percy.
"Sono totalmente a favore di questo piano." Il ragazzo disse, facendo alzare gli occhi al cielo la cugina.
"Allora, cosa è successo?" Thalia chiese. "Come stai reggendo il tutto?"
"Sto andando avanti." Percy mormorò, iniziando a giocare con la penna, sentendo i suoi muscoli tendersi, la sua mente che cercava di comprendere cosa lo stesse innervosendo. Forse la conversazione con Thalia era troppo per lui in quel momento. "Non bene come ero, ma non così male come avrei immaginato di finire..."
Thalia annuì. Non disse altro per un momento, facendo tendere Percy, il suo sguardo che si spostava intorno a loro, cercando di capire cosa lo mettesse così a disagio.
Thalia non avrebbe insistito, se Percy fosse stato davvero spaventato dalla conversazione. Avrebbe rispettato i suoi spazi e lo avrebbe sostenuto, come aveva sempre fatto.
Quindi cosa lo stava mettendo in così grande agitazione?
"Capisco, Percy, ma se per caso avessi bisogno di qualcuno, beh... ricorda che io sono qui, okay?"
Percy sorrise all'espressione tenera di sua cugina, ma, proprio mentre stava per risponderle, si tese, sentendosi in bilico, come pronto a saltare.
Poi, si voltò e corse verso il limitare del Campo, seguito subito da Thalia, che aveva evocato il suo arco e le sue frecce nel mentre.
Anche se non aveva idea di cosa avesse fatto partire suo cugino, si fidava troppo dei suoi sentimenti per contestare o mettere in dubbio le sue azioni.
Insieme raggiunsero i confini del Campo, quando Thalia notò cosa avesse evidentemente infastidito Percy. Una ragazza, giovane, stava correndo disperata verso il Campo, dei mostri dietro di lei.
Rimanendo distante, Thalia preparò le proprie frecce, rimanendo sconvolta quando vide Percy chiamare a sè il mare. Un uragano impedì all'esercito di perseguitare la ragazza, che si accasciò ai piedi di Percy, una mano sulla gamba ferita.
"Mi... Non mi sento bene..." La ragazza mormorò, svenendo subito dopo tra le braccia pronte di Percy.
"Come hai fatto a sentirla?" Thalia chiese, sbattendo le palpebre davanti al cugino, sconvolta.
Erano troppo distanti perché Percy avesse potuto vedere i mostri o sentire le urla della ragazza.
"Io..." Percy corrugò la fronte. "L'ho sentita..."
"Non è possibile." Thalia scosse la testa. "Non puoi averla sentita gridare, Perce. Io non ho sentito niente!"
"Non so spiegartelo, va bene?" Percy scattò, fissando Thalia con sguardi di ghiaccio. "Ho solo sentito, percepito, che aveva bisogno di aiuto, okay? E non ho esitato a cercare di capire se avevo ragione o meno. C'era una persona che aveva bisogno di me, e non avrei perso tempo."
"Lo so." Thalia annuì. "Meglio correre e sbagliarsi, che restare fermi e sbagliarsi."
Percy corrugò la fronte. "Se non l'hai sentita, perché mi sei corsa dietro?"
"Perché mi fido di te." Thalia rispose semplicemente, sorridendo quando Percy rimase senza parole per un momento, prima di rivolgere un sorriso esitante verso la cugina.
***
Poseidone era andato per cercare una scusa con la quale portare suo figlio ad Atlantide. Forse una ricompensa per la sessione di studio che aveva fatto con Kymopoleia?
Comunque, riflettè, era improbabile che Percy avrebbe fatto ritorno presto ad Atlantide, specialmente se quello che era stato riportato dalla bambina era vero.
"Un esercito in Alaska." Zeus scosse la testa. "Di semidei."
"Sono stati intelligenti." Poseidone mormorò in risposta. "Nessuno di noi avrebbe potuto percepire quell'esercito."
"E non sono solo bambini semidei. Anche eredità e spiriti della natura." Percy disse, arrivando vicino a loro con un cipiglio sul viso.
Poseidone sorrise al figlio. Sapeva quanto il ragazzo fosse protettivo verso i suoi amici semidei.
"Questo non va bene." Zeus disse, sottolineando l'ovvio.
Almeno, pensò Poseidone, non aveva infilato di nuovo la testa sotto la sabbia come uno struzzo e permesso anche a questo nemico di diventare più forte.
"Vanno fermati." Zeus concluse.
Percy e Thalia, anche lei appena arrivata, si scambiarono uno sguardo.
"Hylla sarà pronta." Thalia promise al cugino, facendo sorridere Poseidone vedendo il modo in cui persino la figlia del re degli dei cercava il consiglio di suo figlio.
"Avviserò Reyna e Frank, allora." Percy disse. "E farò sapere a Clarisse di riunire tutti i semidei."
Zeus mormorò. "Se rimane nella Terra Oltre gli Dei, non possiamo fare molto per aiutarvi."
"Va bene." Percy rispose, lanciando uno sguardo che chiedeva chiaramente quando mai Zeus li aveva aiutati. "Ma non rimarranno per sempre lì."
"Come fai ad esserne sicuro?" Ade chiese, alzando un sopracciglio.
Percy scrollò le spalle. "Ha già creato il suo esercito. Siete stati indeboliti combattendo contro prima Crono e poi Gea. Non dubito che, chiunque sia il responsabile, sa già che entrambe hanno avuto un grosso impatto. Molti semidei hanno giurato lealtà a Crono, togliendovi seguaci, indebolendovi. E molti sono morti in entrambe le guerre, facendo la stessa cosa, ma in un altro modo." Con una smorfia, Percy disse. "Da un punto di vista strategico, prendervi di mira quando siete più deboli è il modo migliore per abbattervi."
Guardò Thalia. "Agatha ha detto altro?"
"Chi?" Zeus chiese, aggrottando le sopracciglia confuso.
"La bambina che abbiamo salvato." Percy spiegò, lanciando uno sguardo a Zeus come se dubitasse della sua intelligenza.
Poseidone trattenne uno sbuffo divertito. Non era il momento.
"Non mi sembra, ma Will sta parlando con lei." Thalia disse, guardando verso dove Poseidone supponeva fosse l'infermeria. "Possiamo chiedere a Mr D se può aiutarla, a ricordare tutto."
Percy annuì lentamente. "Senza farla soffrire troppo, però... non deve pagare lei per questo."
Thalia annuì. "Me ne occupo io."
Dopo un inchino rivolto ai tre dei, Thalia si voltò e sparì, dando un colpetto sulla spalla del cugino mentre lo faceva.
Poseidone prese nota del modo in cui suo figlio si appoggiava al tocco veloce, al modo in cui accettava il conforto che la cugina gli stava dando così facilmente.
Dopo questa guerra, Poseidone lo avrebbe portato ad Atlantide, dove avrebbe potuto ricevere tutto il conforto che desiderava.
Poseidone non lo avrebbe più fatto soffrire.
***
Dire a Reyna e Hylla che i loro trattati dovevano essere interrotti per un'altra guerra non era stata nella lista delle cose da fare di Percy.
Ma, almeno, entrambe avevano semplicemente annuito, fidandosi di Percy, e si erano dette pronte a incontrarsi per la preparazione della strategia.
Anche Thalia lo aveva chiamato. Aveva avvertito Artemide, comunicandole la sua decisione di restare al Campo per aiutare Percy ad affrontare il tutto.
Una parte di Percy era stata spaventata che la dea avrebbe potuto ucciderlo sul posto (specialmente per tutto il disastro che era avvenuto con Apollo), e invece la dea lo aveva sorpreso.
Aveva solo annuito e concesso alla luogotenente la metà delle Cacciatrici, dicendole di usarle come meglio credeva per proteggere Percy e gli altri campeggiatori.
"Ehy, Percy!"
Percy si bloccò, impallidendo e voltandosi per vedere Apollo raggiungerlo con un sorriso enorme sul viso.
"Apollo." Percy mormorò, lanciandogli uno sguardo cauto. "Cosa succede?"
"So che hai molto da fare, adesso, ma vorrei parlare un momento con te..."
Percy arrossì.
Non poteva assolutamente parlare con Apollo, altrimenti l'uomo avrebbe capito i suoi sentimenti. E quello sarebbe stato un problema a cui Percy non voleva ancora pensare.
"Uh, magari, dopo i preparativi." Percy disse. "Devo andare."
Non stava fuggendo, Percy si disse mentre si allontanava estremamente velocemente da Apollo, si stava ritirando strategicamente per trovare una nuova strada da seguire.
Angolo autrice
Hey, questa non è una storia abbandonata, ed ecco a voi il nuovo capitolo!
*Applausi*
Spero che vi sia piaciuto!
Alla prossima
By rowhiteblack
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