CAPITOLO 15
Tenere per mano Apollo mentre giravano per New York era estremamente piacevole.
Percy sorrideva mentre Apollo gli parlava di diversi momenti che avevano portato alla costruzione della città natale di Percy, che il ragazzo amava profondamente.
Apollo era fantastico anche solo per raccontargli di tutto.
"Ehy, ciao ragazzi!"
Entrambi si girarono per vedere Hermes avvicinarsi a loro.
"Hermes, ciao!" Percy gli sorrise, confuso quando Apollo fece una smorfia al dio, prima di sorridere in modo forzato.
"Non hai consegne da fare, fratellino?" Chiese il dio e Hermes scrollò le spalle. "Una parte della mia coscienza lo sta facendo, Apollo. Così come una parte della tua si sta occupando del sole."
Percy corrugò la fronte.
Non aveva mai capito bene il concetto di parte della propria coscienza. Sembrava incredibilmente faticoso, per non dire doloroso, dividere se stesso per adempiere a tutti i propri doveri.
Specialmente se erano consegnare i messaggi degli dei.
Hermes lanciò uno sguardo alle mani unite dei due, prima che Percy ritraesse la sua arrossendo.
Non visto dal semidio, Apollo guardò ancora più intensamente Hermes, irritato per la sua presenza.
"Cosa stavate facendo di bello?" Hermes chiese, e Percy rispose. "Un giro per New York." Dopo un momento di silenzio, sentendosi forse a disagio per lo sguardo del dio, disse. "Vuoi unirti a noi?"
Apollo iniziò a protestare. "Hermes ha da fare, Percy, non può unirsi...", ma Hermes rispose. "Lo adorerei, grazie Percy." prima di unirsi al loro gruppo, un braccio che circondava le spalle di Percy.
Apollo strinse le labbra, ma non commentò.
Percy sembrava indifferente, se non contento, dello sviluppo e, secondo Apollo, più dei gli fossero piaciuti, più era probabile che apprezzasse la vita che lo avrebbe aspettato.
Questo non voleva dire che Hermes non sarebbe stato punito in seguito per avere interrotto il loro appuntamento.
Inoltre, nemmeno Hermes conosceva così tanti piccoli fatti avvenuti a New York.
Hermes doveva avere intuito parzialmente il corso dei pensieri del dio dorato, perché sorrise e disse. "Percy, ricordi quando ho offerto a te e alla tua spalla un viaggio a Parigi?"
La menzione di Annabeth fece tremare Percy, tremolio che passò inosservato ai due dei, impegnati nel loro scontro mentale.
"È stato molto gentile da parte tua. Mi sono divertito molto."
Hermes fece un occhiolino al ragazzo. "Sai che ho rubato al Louvre?"
"Cavolate."
Hermes allargò le braccia. "Completamente serio. Ho un bellissimo quadro che era esposto lí nel mio magazzino. Vieni con me e ti mostro quello che ho preso nel corso del tempo."
Apollo strinse le labbra, ma sorrise quando Percy lo guardò speranzoso. "Quello che preferisci tu, Percy."
Apollo decise di ignorare il mormorio poco gentile che aveva fatto Hermes, solo perché estremamente consapevole di come Percy avesse anche l'altro dio avvolto intorno al dito.
Come a dimostrare quel pensiero, Hermes disse. "Andiamo, Percy! Ti lascerò anche scegliere qualsiasi cosa da lì dentro come regalo personale."
"Qualsiasi cosa?" Percy chiese e Hermes annuì.
Percy sorrise. "Fai strada, allora."
***
Tornato al Campo Mezzosangue, una collana con un tridente al collo, Percy vide subito Rachel ferma, in evidente attesa di qualcosa.
"Ehy, non stai per emettere fumo verde, vero?"
Rachel scosse la testa. "Non sento nessuna profezia in arrivo, quindi no."
Percy si sedette per terra, presto seguito dall'amica.
"Bella collana. Avevo quasi pensato avresti scelto il tridente vero."
Percy rise. "Non volevo mettere nei guai Hermes nel caso lo avesse effettivamente rubato da Atlantide. E, nel caso fosse stata solo una copia, sarebbe stato piuttosto inutile per me."
Rachel scrollò le spalle. "Avrebbe costituito un buon effetto drammatico, però."
Percy rise, prima di guardarla incuriosito. "Come facevi a sapere del tridente, Rac?"
"L'ho visto." Rachel ammise, lentamente. "Ho visto molte cose, in realtà. Molte delle quali riguardano te. Anche prima di conoscerti, se devo essere onesta."
Percy la guardò sorpreso. "Prima di conoscermi mi avevi già visto?"
Rachel annuì. "Nei miei sogni. Avevo visto alcune delle cose che adesso so essere vere, specialmente per la prima impresa in cui ho aiutato. Ho visto il Monte Otri, persino." Poi, sorrise debolmente. "È anche il motivo per cui ti ho aiutato subito, senza fare troppe domande. Avevo visto che eri buono, nel profondo. E mi fidavo di te per aiutarmi a capire cosa mi stesse succedendo."
Percy sorrise. "Sono contento che almeno tu mi credi ancora bravo, nel profondo." poi, perdendo il sorriso, finí. "Non penso che Annabeth lo faccia più."
Rachel si fermò e Percy la guardò attentamente. "Sai qualcosa di questo, vero?"
Rachel esitò, prima di dire. "Thalia."
"Thalia cosa?"
"Devi parlarne con Thalia. Devi andare da lei, adesso, e parlare con lei. Io... posso dirti solo questo."
Percy annuì. "Va bene. Parlerò con Thalia, allora."
***
Annabeth non riusciva ad accettare il destino di Percy.
Aveva capito il gioco degli dei, aveva capito i loro progetti verso il suo migliore amico, ma Annabeth non avrebbe permesso a nessuno di corromperlo.
Non avrebbe perso il proprio migliore amico solo per il capriccio di due dei, o di tutto il Consiglio.
Percy aveva scelto lei su di loro, e, se Annabeth fosse riuscita a parlare di nuovo con Percy, era sicura di poterlo convincere a rifarlo.
Il problema era solo nel parlare con il ragazzo.
Annabeth aveva considerato la possibilità di chiedere a qualcuno di fare passaparola, ma questo sarebbe stato notato certamente, e Annabeth non voleva attirare l'attenzione su cosa stava progettando.
Anche lasciare un biglietto non era sicuro, dal momento che Apollo andava spesso nella cabina di Percy, e avrebbe certamente notato il messaggio di Annabeth.
Per non parlare del fatto che probabilmente entrambi gli dei estremamente possessivi non aspettavano altro della possibilità di punirla per la sua infrazione.
Quindi, Annabeth aveva fatto quello che sapeva fare meglio. Aveva ricercato informazioni sulla maledizione e sul decreto che Poseidone e sua madre avevano imposto su di lei.
Quando finalmente ebbe finito, aveva voglia di ridere.
Era così semplice, una scappatoia così basilare.
Annabeth non doveva andare a cercare Percy, non doveva iniziare alcun contatto con lui.
Ma Percy poteva tranquillamente iniziarlo con lei.
E, quindi, lei avrebbe potuto rispondergli e dirgli tutto quello che aveva scoperto e capito, metterlo in guardia da cosa gli dei volevano da lui ed aprirgli gli occhi. Poi, una volta che fosse stato sufficientemente convinto della sua posizione, Annabeth avrebbe potuto consigliargli come agire successivamente, come liberarsi dalle catene che gli dei stavano cercando di imporgli.
Dopo aver delineato il piano successivo, Annabeth cercò di pensare a un modo per convincere Percy a parlare con lei.
Non poteva di certo mandare un messaggio in cui gli veniva detto che Annabeth lo stava cercando, ma Annabeth poteva fare in modo che lui andasse da lei.
E il modo era solo fare qualcosa che entrambi conoscevano e che avrebbe di certo attirato la sua attenzione.
Annabeth rimase pensierosa per un po'.
Avevano affrontato molte cose ma, se si escludevano i momenti in cui erano quasi morti, non c'erano molte alternative tra cui scegliere.
Trasporti mortali non sarebbero stati possibili e Annabeth era certa che Percy avesse dimenticato la metà delle cose che Annabeth gli aveva rivelato.
Poi, si ricordò del labirinto.
Quando Nico aveva convocato Bianca, Annabeth aveva sentito una sensazione molto particolare, molto sinistra ed era sicura che Percy l'avesse sentita più forte di lei.
Avrebbe di certo riconosciuto la sensazione in quel momento.
Ed Annabeth era sicura che poi sarebbe andato a cercarla.
Con un sorriso vittorioso, Annabeth si diresse nel bosco.
"Parlatemi, morti, di Percy Jackson." Intonò la ragazza, sorridendo quando uno spirito uscì per mangiare le offerte che aveva fatto la ragazza.
Con le sopracciglia aggrottate, disse. "Io ti ho già visto."
Il morto la guardò.
Era rivoltante anche come spirito.
"Come ti chiami? E come conosci Percy?"
"Il teppista? Sono Gabe Ugliano." Lo spirito disse. "E il moccioso era il bastardo di Sally."
Annabeth lo guardò, riconoscendo chi fosse.
Aveva davanti a sé il patrigno di Percy, il suo primo patrigno.
La tentazione era troppo forte per essere ignorata.
"Parlami di lui." Ordinò.
Gabe sorrise orrendamente prima di iniziare a parlare.
*****
Percy sorrise alla cugina, allungandosi per abbracciarla.
"Ehy, Thalia!" Sorrise il semidio, abbracciando la ragazza.
Thalia strinse forte il cugino, prima di dire. "Percy. Mi sei mancato."
Quando si separarono, dopo che entrambi ebbero controllato la mancanza di testimoni del loro saluto, Percy e Thalia si incamminarono verso l'accampamento delle Cacciatrici.
"Allora, ho sentito che tu e Apollo siete stati scoperti." Thalia rise e Percy sbuffò, spingendola. "Non mi stavo nascondendo, Thals."
"Parlamene, dai. La vita qui è così priva di drammi!"
"Pensavo non ti piacessero i drammi." Percy rispose e Thalia scrollò le spalle. "Drammi che succedono a me, no. Drammi che accadono agli altri? Sono una grande fan."
Percy sbuffò e Thalia lo spinse leggermente. "Ti comporti come se non pensassi la stessa identica cosa, Perce."
Percy alzò le mani in segno di resa, e rise. "Okay, mi hai beccato lí."
Il ragazzo fu veloce nel dirle esattamente come il padre avesse scoperto di lui ed Apollo, facendo ridere Thalia.
"Beh, Apollo deve essere grato che Poseidone ha deciso di preoccuparsi più di Annabeth che di lui."
"Annabeth? Papà non le ha detto niente."
Thalia sbuffò. "Ma stai scherzando, vero? Minacciarla per non rivolgerti la parola e minacciare di maledire tutti i futuri figli di Athena è niente?"
Percy si bloccò, guardandola. "Cosa?"
Thalia si fermò, impallidendo quando vide l'espressione del ragazzo.
"Oh miei dei, non lo sapevi, vero?"
"Thalia, cosa non mi stanno dicendo?" Percy insistette e Thalia sospirò. "Lo so solo perché ero lì durante la riunione che papà ha richiesto dopo che tre dei sono apparsi nel tuo salotto. Annabeth non può parlare con te. Né con messaggi Iride, né con Hermes, né di persona. Poseidone ha detto che se avesse perso il suo unico figlio per colpa della sua arroganza, tutti i figli di Athena non avrebbero raggiunto i cinque anni di vita."
Percy fece un passo indietro, sconvolto.
"Cosa?"
Nel mentre, erano arrivati all'accampamento e Percy vide Artemide guardarlo con un'espressione simile alla pietà.
Annabeth non lo riteneva un mostro, si rese conto Percy. Annabeth non poteva parlare con lui.
Per colpa di suo padre.
La rabbia riempì il posto che prima la vergogna e la paura occupavano.
"Lady Artemide, per caso sa dove mio padre si trova?"
Artemide annuì, prima di dire. "Ti porterò lí, ma posso suggerire di pensare, prima di affrontare tuo padre a riguardo?"
"Mia signora, apprezzo il consiglio."
Artemide sospirò. "Ti porterò."
Percy chiuse gli occhi mentre la dea li faceva apparire sul Monte Olimpo.
"È nella Sala del Trono. Con mio padre e nostro zio." Artemide gli disse, e Percy la ringraziò, prima di marciare verso la sala nominata.
Ignorò tutte le ninfe, le driadi, le divinità minori che cercavano di attirare la sua attenzione.
Ignorò tutto ciò che lo circondava, concentrato come era sulle sue emozioni.
La sua rabbia stava alimentando i suoi poteri, la terra che tremava sotto i suoi piedi e l'acqua nelle fontane che rigogliava.
Entrò nella Sala, vedendo gli dei di dimensioni umane.
"Perseo." Salutò Ade, il primo a vederlo.
Poseidone si voltò con un sorriso. "Figlio mio."
Percy non ricambiò il sorriso, anzi. La sua rabbia salì ancora di più.
Zeus e Ade sollevarono un sopracciglio alla vista delle fontane che si gonfiavano.
"Hai maledetto Annabeth per non parlarmi, papà?" Percy chiese, gli occhi che si stringevano.
Poseidone strinse le labbra. "Non ho fatto una cosa del genere, Percy."
"Solo perché hai costretto Athena a farlo, non vuol dire che non lo hai fatto tu! Minacciare tutti i suoi figli? Ucciderli prima dei cinque anni?" Percy allargò le braccia, irritato. "Sono gli esatti comportamenti che hanno spinto le persone a unirsi a Crono e a Gea, papà! Che colpa hanno i bambini?"
"Forse ho esagerato nella mia minaccia, Percy." Poseidone ammise, non credendolo ma desideroso di sistemare con il figlio la questione. "Ma l'obiettivo non era uccidere i bambini, posso assicurarlo. Solo far comprendere ad Athena che una trasgressione contro di te non sarebbe stata perdonata."
"Trasgressione? Annabeth? Annabeth non mi farebbe mai del male, papà! Era con me quando sono stato accusato, ingiustamente, di aver derubato Zeus e Ade, si è offerta di restare per permettermi di salvare la mamma, che lei nemmeno conosceva! Era con me nel Mare dei Mostri, mi ha salvato la vita dalla Manticora, era con me nel Labirinto, era con me quando combattevamo contro Crono!"
Poseidone cercò di intervenire, ma Percy andò avanti.
"Era con me quando a te nemmeno importava di me!"
"Non dire sciocchezze, figliolo. Percy, mi è sempre importato di te."
"Davvero?" Percy rise, scuotendo la testa. "Ti aspetti davvero che ti creda? Quando mi hai definito un'infrazione, un errore imperdonabile? Quando non ti sei nemmeno accorto che ero stato rapito, che mi era stata tolta la memoria da tua sorella?"
Poseidone emise un verso smorzato. "Hera ti ha tolto la memoria e ti ha rapito?"
"Vedi? Non lo sapevi nemmeno!" Percy urlò, indicando il dio. "Annabeth mi ha cercato subito! Si è accorta subito che non ero lí!"
Poseidone rimase in silenzio e Percy continuò a dire. "Dici che ti importa, ma dove eri, papà? Afrodite ed Efesto sono apparsi a Piper e Leo, Zeus ha aiutato il figlio mandando un fulmine mentre lottava contro un gigante, Marte è apparso due volte a Frank, per aiutarlo! Ade non poteva con Hazel, ovviamente, ma è apparso a Nico! E tu, papà? Ti sei almeno accorto che non ero al Campo Mezzosangue? Ti sei accorto che sono caduto nel Tartaro?"
Poseidone fece per parlare, ma Percy lo interruppe, una fontana che esplodeva in lontananza.
"Non hai alcun diritto di negare ad Annabeth di parlare con me, quando non ti è mai importato di me prima! Non puoi non essere lì per tutta la mia vita e poi pretendere di controllarla!" Percy lo indicò. "Di ad Athena di rilasciare la maledizione su Annabeth!"
"Sono un dio!" Poseidone fissò irato il figlio, le parole che colpivano il suo orgoglio. "Non puoi parlarmi così!"
Percy si fermò, stringendo gli occhi.
Poi, guardando Ade e Zeus, riportò lo sguardo sul padre.
"Scusatemi, mio signore. Ho agito secondo il presupposto che foste mio padre, e non un dio."
Percy si inchinò, vedendo Poseidone stringere gli occhi.
"Non accadrà più, chiedo perdono."
"Percy..."
Il ragazzo se ne andò, senza guardare di nuovo il padre.
Angolo autrice
Allora, mi piace il pensiero di Rachel che sogna Percy prima di incontrarlo. Ricordatelo perché sarà importante per il futuro!
Annabeth, quando parla di corrompere Percy, pensa solo che diventare un dio rovinerebbe Percy. Inoltre, è ancora spaventata dal suo potere e sa che se diventasse un dio, Percy lo userebbe senza preoccuparsi più di cosa pensa Annabeth o di quanto possa ferire le persone.
Ovviamente, Percy non lo farebbe, ma Annabeth è abbastanza orgogliosa da pensare di sapere tutto.
E ha ragione sul fatto che Percy l'avrebbe scelta di nuovo sopra una vita immortale, dal momento che è il motivo per cui Apollo ha dovuto allontanare i due.
Oh, non preoccupatevi, il suo chiamare Gabe avrà conseguenze.
E la discussione tra Percy e Poseidone????
Ho pronto questo momento da quando ho iniziato a scrivere questa storia!!!!
Angst!!!
Che ne pensate?
Vi è piaciuto?
Alla prossima
By rowhiteblack
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