CAPITOLO 14
Percy iniziava a pensare di essere stato ingannato.
L'arrivo di Kymopoleia non era stato affatto casuale, come suo padre aveva cercato di far credere, ma pianificato dal dio stesso.
Percy lo aveva capito quando la sorella aveva insistito per esercitarsi a creare tempeste con lui.
Sapeva che la sorella non lo sopportava, forse lo odiava perfino.
Aveva cercato di ucciderlo, dopotutto, e si era detta dispiaciuta quando non aveva potuto vedere il risultato di quel tentativo diventare realtà.
Che improvvisamente volesse passare del tempo con lui era poco credibile ed oltremodo sospetto.
Percy non era così stupido.
Ciononostante, perdere il controllo come aveva sempre fatto quando si trattava dei propri poteri era qualcosa che lo terrorizzava profondamente.
E avrebbe finto di non rendersi conto dell'inganno del padre per risolvere quel suo limite.
Percy era abituato a fingere di essere stupido, dopotutto.
"Mantieni la concentrazione, Perseus." La voce di Kymopoleia raggiunse il semidio, che in quel momento era al centro del suo uragano personale. "Non lasciare che le emozioni prendano il controllo, controllale e domale. Tu sei il tuo unico padrone, non loro. Mantienile al loro posto."
Più facile a dirsi che a farsi.
Percy non sapeva controllare le proprie emozioni. Percy non aveva idea se potesse anche solo essere possibile.
Aveva sempre sentito troppo, ogni emozione sentita come se lo colpisse forte al cuore.
Percy non aveva difese sul proprio cuore.
"Stai diventando emotivo. Ti stai arrabbiando con te stesso." Kymopoleia guardò Percy con giudizio quando il semidio fece cadere la tempesta. "Non è adatto al tuo status."
"Al mio status? Kymopoleia, non sono un dio! Non è facile per me controllare quello che sono! E non l'ho mai chiesto!"
"Forse non lo hai chiesto, ma è comunque chi sei." Kymopoleia lo guardò dolcemente, quasi, con pietà.
"Sono troppo me stesso per essere razionale!" Percy scosse la testa, la sua rabbia che creava dei vortici nell'acqua. "Non posso controllare le mie emozioni e quindi sarò sempre un pericolo per le persone che amo!"
"Non essere ingenuo." Kymopoleia schioccò la lingua sul palato. "Non potresti mai essere un pericolo per coloro che ami, ma solo per coloro che riconosci come nemico. E, se sono i tuoi nemici, hai tutto il diritto di abbatterli come meglio credi. Ti assicuro, fratello, il Consiglio non agirebbe mai contro il loro campione."
Percy fissò la sorella. "Di cosa stai parlando?"
"Non sei stato il protagonista di due grandi profezie, fratello? L'oracolo precedente non si è mosso solo in tua presenza? L'attuale oracolo non è venuto da te, per essere introdotto a questa vita? L'Ofiotauro non ti ha scelto come protettore?"
Percy si agitò.
"Non importa, suppongo. Questa è una discussione he dovresti avere con nostro padre, più che con me."
"Apollo mi odia." Sussurrò Percy.
Kymopoleia lo guardò, rendendosi conto che il fratello stava soffrendo per la mancanza del dio del sole.
Come Rhodes prima di lui, aveva scoperto che sole e mare potevano raggiungere un accordo incredibile, una sinfonia assoluta.
Perseus era caduto per il sole, ma a differenza di Icaro non si era bruciato, forte della protezione del mare.
Kymopoleia poi alzò un sopracciglio. Suo padre aveva dato le proprie benedizioni ad Apollo per rimanere al fianco del figlio, nonostante i precedenti del dio più giovane.
Ed Apollo non era il tipo da allontanarsi dal proprio amante, qualunque fosse l'accordo che avevano preso.
"Capisco. Perché non ti riposi un po', fratello?" Chiese Kymopoleia, prima di guardare il cielo. Il sole stava tramontando. "Penso che nostro padre abbia in programma un banchetto prima di restituirti al Campo Giove."
Percy fece una smorfia e Kymopoleia sorrise.
Mentre il fratello scendeva verso le profondità, tornando ad Atlantide, Kymopoleia si concentrò verso dove sapeva essere Apollo.
Era tempo di conversare con il dio dorato.
***
Come sospettava, Apollo stava curando i propri cavalli, dopo averli guidati sulla volta celeste.
"Apollo."
Il dio si girò, cauto.
Kymopoleia sorrise.
Non era un'Olimpionica, ma tutti i figli di Poseidone erano più forti dei figli di Zeus, essendo il loro padre più forte di Zeus.
Perfino Ade, Era, Demetra ed Estia avevano il potenziale di essere più forti di Zeus, avendo vissuto all'interno di un Titano.
Avevano assorbito parte del suo potere, lo Stige che puniva il Titano per le sue azioni.
Aveva promesso un regno giusto alla madre, per ottenere il potere e destituire Urano, e aveva infranto la sua parola.
"Kymopoleia. Non mi aspettavo una tua visita." Rispose Apollo, guardingo.
Kymopoleia rise. "Hai deciso di corteggiare mio fratello, eppure non ti aspettavi una mia visita?"
"Non sapevo fossi in così buoni rapporti con Perseus."
"E non sapevo tu fossi così in brutti rapporti con mio fratello." Rispose Kymopoleia, prima di dire. "Tanto che mio fratello è convinto che tu lo odi profondamente."
"Cosa?" Apollo lasciò i cavalli e si avvicinò a Kymopoleia. "Come fai a dire una cosa del genere sul mio onore?"
"Parlo solo in vece di mio fratello, sapendo che mai verrebbe a contestare le tue azioni ingiuste nei suoi confronti."
Apollo la fissava rapito e Kymopoleia si rese conto che il fratello aveva i due olimpionici più potenti e possessivi avvolti intorno al dito.
"Ritiene che tu lo odi. Lo stai evitando. Ha paura del tuo giudizio nei suoi confronti." Kymopoleia lasciò che i suoi occhi mostrassero la sofferenza di tutti i mortali quando si trovavano bloccati nelle sue tempeste. Apollo fece un passo indietro. "Domani sarà di nuovo al Campo Giove. Risolvi questo. O sarò costretta a riferire a mio padre che non stai facendo niente per aiutare mio fratello nel fardello che porta."
Kymopoleia sparì, tornando ad Atlantide per festeggiare con la sua famiglia il fratello minore.
Sperava che Apollo tenesse a cuore le sue parole.
Avrebbe adorato avere suo fratello con loro nell'immortalità.
****
La conversazione con Kymopoleia aveva lasciato inquieto il dio del sole.
Aveva supposto che il suo amato avrebbe avuto bisogno di più tempo per venire a patti sul cambiamento della sua vita, ma, come Kymopoleia aveva fatto notare, era stato lasciato da Annabeth Chase nel momento di massimo bisogno.
Apollo non aveva voluto far soffrire il suo amato.
Sarebbe stato ben felice di lasciargli mantenere la sua amicizia con la figlia di Atena, una volta appurato che entrambe le parti non avevano interesse romantico verso l'altro.
Ma, la figlia di Atena era l'ostacolo maggiore all'ascensione del ragazzo.
Apollo si era reso conto di quanto Perseo facesse affidamento ai giudizi e pensieri della ragazza, a quanto quello che lei reputava giusto o sbagliato diventava anche il pensiero del semidio, a quanto egli pensava bene dell'altra e, di conseguenza, male di se stesso.
Apollo era sicuro che, se fosse stata la ragazza ad avere quel tipo di poteri, Perseo non ne avrebbe avuto paura, sapendo che Chase sarebbe stata perfettamente capace di controllarli.
Allontanarli era stato imperativo.
Ottenere l'approvazione di Poseidone nel farlo era solo un comodo incidente, un qualcosa che risolveva un fastidioso problema che Apollo si era posto.
Con un lampo, il dio apparve nell'appartamento del semidio, non sorpreso quando lo vide intento a cucinare.
Sapeva che era stato rilasciato da Atlantide solo la mattina, e sapeva che, quando nervoso, Percy adorava cucinare, molto spesso al telefono con la madre per parlare di qualsiasi cosa stesse pensando in quel momento.
"Ciao Percy."
Non essendosi reso conto dell'arrivo del dio, Apollo non fu sorpreso quando vide il ragazzo sobbalzare.
"Apollo, non sapevo saresti venuto."
Percy sembrava sconvolto, sorpreso.
Non si aspettava di vedere Apollo.
Kymopoleia aveva ragione, nelle sue preoccupazioni.
"Non avevamo preso un appuntamento. Hai posto per me?"
Percy annuì, indicando la sedia vuota dietro di lui, ma Apollo, come aveva fatto molte altre volte, gli si avvicinò e gli mise un braccio intorno alle spalle.
"Tua sorella mi ha cercato, sai?"
Percy lo guardò stupito, prima di chiedere, lentamente. "Kym?"
Apollo annuì e Percy sbattè le palpebre. "Perché?"
"A quanto pare, mi ha rimproverato per non essere stato di supporto per te."
Percy arrossì, voltandosi. "Non è il tuo compito."
"Ma sei convinto di avermi deluso." Fece notare Apollo e Percy scrollò le spalle, non confermando.
Ma nemmeno negando.
"Percy non mi hai deluso." Rispose Apollo, cercando di trasmettere tutta la sua onestà in quella frase.
"Allora perché non mi hai cercato?" Chiese Percy, la voce che trasmetteva tutto il dolore che il semidio stava provando.
"Volevo rispettare i tuoi bisogni." Spiegò Apollo, allontanandosi dal ragazzo. "Pensavo che ti servisse del tempo insieme a tuo padre, non credevo che mi avresti voluto lì, ad intromettermi nel tuo momento familiare."
"Perché pensi questo?" Chiese Percy ed Apollo sorrise, consapevole. "So quanto vuoi passare del tempo con tuo padre, Percy. Non mi sarei mai intromesso nel vostro momento."
Percy sorrise, avvicinandosi e abbracciando il dio.
Poi si scostò quanto serviva per un bacio sulla guancia.
"Non pensare mai che non ti voglia con me, Apollo."
Poi, fece una smorfia. "Anche se potrei mandarti via, non sarebbe mai vero."
Il semidio si strinse nelle spalle. "A quanto mi hanno detto, ho difficoltà ad accettare aiuto dagli altri."
Apollo rise, ristringendo il ragazzo a sè. "Non mi dire, non lo avrei mai detto."
La risata di Percy fece sorridere soddisfatto Apollo.
La sua decisione di allontanare la figlia di Atena era per il meglio.
Adesso ne aveva la certezza.
***
"Figliolo, devi divertirti un po'. Ti sei allenato duramente con Kymopoleia, penso che ti sia meritato una pausa."
Poseidone guardava il figlio aggirarsi per il suo appartamento a Nuova Roma, mentre cercava di convincerlo che partecipare alla festa sul Monte Olimpo sarebbe stata una buona idea.
"Papà, cosa farei anche alla festa? Non piaccio a metà degli dei e l'altra metà mi vuole morto attivamente."
"Piaci a me." Disse il padre, osservando il figlio alzare gli occhi al cielo. "Sei mio padre, sei obbligato a volermi bene."
Poseidone sorrise.
Se solo Perseo avesse saputo quanto gli voleva bene.
"Piaci anche ad Estia."
"Alla zia piacciono tutti."
"Apollo?"
Poseidone osservò divertito il figlio arrossire e voltare lo sguardo. "Immagino..."
Adesso che era certo che il dio avrebbe protetto il figlio con tutto il suo potere e che presto lo avrebbe elevato alla divinità, Poseidone poteva apprezzare il divertimento di vedere il figlio imbarazzato, sia per la consapevolezza che il padre adesso sapeva sia per come il padre era venuto a conoscenza della sua relazione.
Poseidone gli posò una mano abbronzata sulla spalla.
"Se ti sentirai ancora a disagio, posso portarti subito via."
"Anche se interrompe la tua serata?"
"Certo, figlio mio. Preferisco passare del tempo con te, che con loro."
Poseidone alzò un sopracciglio quando vide il figlio sorridere.
"Perché non facciamo altro, allora, invece che andare in un posto pieno di dei?"
Poseidone si indicò e Percy si strinse nelle spalle. "Tu non conti, papà."
Vedendo che il padre non cambiava espressione, Perseo sospirò.
"Va bene, ma se sono a disagio, mi porti da mamma."
Poseidone sorrise, facendo sparire lui e il figlio.
Lasciato a se stesso, il padre che veniva chiamato dal fratello minore, Percy vagò da solo per un po', cercando di capire quale dio non lo avrebbe distrutto per la sua sola presenza.
Quando vide Estia, fu veloce ad andare da lei, anche se il suo passo vacillò quando vide Era nello stesso posto.
Le tre sorelle stavano parlando vicino al focolare della maggiore che, sorridendo, invitò Percy ad unirsi a loro.
Con passo esitante, Percy si sedette tra Estia e Demetra, sorridendo mentre lo faceva.
"Ciao, zie!"
Estia lo guardò dolcemente e persino Demetra non sembrava volere ucciderlo.
Visto che Era non aveva ancora cercato di porre fine alla sua vita, Percy pensava che sarebbe stato al sicuro per un po'.
**
Poseidone lasciò il figlio mentre vedeva Zeus chiamarlo con un cenno del capo.
Giunto dal fratello, si rese conto che anche Ade era con lui.
"Perseo sembra essersi ripreso bene." Notò Zeus e Poseidone annuì. "La sua amica mortale sembra essere stata capace di farlo ragionare. Kymopoleia lo sta aiutando a controllarsi."
Ade e Zeus annuirono, prima che il minore dicesse. "Tuo figlio sta diventando sempre più potente, Poseidone. Il rischio che correva a sedici anni è aumentato."
Poseidone annuì, serio in viso.
Si era reso conto da solo che il suo sangue stava cambiando.
La sua indole.
Zeus continuò. "È solo questione di tempo prima che la divinità bruci il ragazzo."
Poseidone strinse la mano, prima di parlare. "Ne sono ben consapevole, fratello. Ma Perseo, non importa quanto ci abbia provato, semplicemente non cambierebbe idea troppo presto."
Il suo sguardo percorse la sala, trovando il figlio in bilico, forse in attesa di essere invitato da qualcuno.
"E se lo costringessi o se pensasse di essere stato ingannato, non ho idea di come potrebbe reagire. È fin troppo imprevedibile."
Ade sbuffò. "Come suo padre."
Poseidone sorrise, prima di camminare verso dove aveva visto il figlio.
Quando i tre dei lo raggiunsero, sbatterono le palpebre davanti all'inusuale scena che si presentava ai loro occhi immortali.
Percy aveva Persefone sdraiata in modo da appoggiare la sua testa sulle gambe del ragazzo, che le stava facendo un'intricata treccia laterale.
Nel mentre, Percy stava discutendo con Era, amichevolmente, di qualcosa.
Ogni tanto, Demetra passava ai due ragazzi dei biscotti, che i due dividevano e mangiavano.
Si sedettero, Persefone che sorrideva al marito, non lasciando il suo posto dalle gambe del ragazzo.
"Ciao!"
"Ciao." Ade scosse la testa, divertito. "Cosa state facendo?"
Estia sorrise. "Percy si è unito a noi."
I tre dei guardarono Era e Percy diede un colpetto sulla spalla di Persefone. "Te l'ho detto che avrebbero guardato lei."
"Quanto ti devo?"
Estia, Demetra e Era guardarono severe i due.
"Avete scommesso?" Chiese Demetra, seria.
"Certo che no." Negò Persefone e Percy annuì.
"E cosa ti deve?" Chiese Era, guardando il ragazzo alzando un sopracciglio.
Percy scrollò le spalle. "Tanti abbracci?"
Persefone scoppiò a ridere e Era sospirò.
Estia sorrise dolcemente ai due, prima di dire.
"Era ha deciso di parlare più tempo con suo nipote."
Persefone, che nel mentre si era alzata e messa vicino al marito, seduto tra lei e Percy, si voltò verso il ragazzo. "Come ha fatto a decidere a voler legare con te?"
Poseidone, Zeus ed Ade, a differenza delle sorelle, sentivano perfettamente la loro conversazione.
"Penso che Estia l'abbia fatta sentire in colpa."
Era sospirò. "Non ho mai avuto niente contro Perseo."
Percy cominciò a tossire, un biscotto che gli andava di traverso.
Persefone rise. "Sta morendo per l'assoluta idiozia che ha appena sentito."
"Non hai niente contro di me? Niente?"
"Certo che no! Chase, lei mi ha mancata di enorme rispetto. Tu hai solo scelto di proteggere la tua famiglia. Eri molto più indignato per il danno che avrei potuto comportare per Nico che per quello che avrei potuto fare a te. È una qualità che apprezzo."
"Okay, se non hai problemi con me, perché mi hai tolto sette mesi di vita? E la memoria?"
Era sospirò. "Dovevo usare te, purtroppo. Eri l'unico semidio greco che aveva qualche possibilità di ottenere la lealtà dei romani."
Percy annuì, prendendo un biscotto dalla pila di Persefone, facendole emettere un verso offeso.
"Giusto. Ho fatto in una settimana quello che Jason ha impiegato dieci anni a fare."
Poseidone e Ade ridacchiarono e Zeus alzò un sopracciglio.
Estia sorrise, mentre diceva. "Non prendere in giro tuo cugino, Percy."
"Scusa, zia." Disse Percy, facendola sorridere.
Sporgendosi poi per sussurrare a Persefone, disse. "Come mostrare un fatto è essere cattivo?"
"Non ne ho la minima idea, Percy."
Percy sapeva di non poter guardare il padre in quel momento.
Il suo sguardo da assoluto genitore con il sottotesto del te l'avevo detto non era qualcosa che il semidio aveva bisogno di vedere.
Angolo autrice
Spero vi piaccia!
Alla prossima!
By rowhiteblack
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro