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Capitolo quarantaquattro


Un mese dopo...

Lauren si sfilò la maglietta sudata, ripose la mazza al gancio e poggiò il berretto con essa.

Indossò degli abiti più confortevoli e leggeri, per affrontare il caldo torrido che l'attendeva oltre le porte dell'istituto scolastico. Agosto era quasi giunto al termine, ma i giorni erano sempre aridi come i primi di Giugno.

Mentre si piegava per rimettere i panni sporchi nello zaino, una mano le si poggiò sulla spalla.

Si voltò di scatto, trovando numero 32 davanti ai suoi occhi «Bell'allenamento, coach.» Le disse con un sorrisetto giulivo, facendo scorrere gli occhi lungo il fisico ancora accaldato di Lauren.

«Grazie. Ci vediamo la prossima settimana.» La salutò con un cenno formale, attenendosi alla perfetta parte da adulto.

Numero 32 (ancora non aveva imparato i nomi delle ragazze della squadra) lasciò lo spogliatoio. Lauren rimase da sola con il suono della porta metallica che echeggiò per qualche secondo. Si lasciò cadere sulla panca di legno dietro di lei, scivolò contro il muro con le spalle cascanti, e sospirò rumorosamente, passandosi una mano fra i capelli ancora umidi dopo la doccia.

Si guardò attorno. Gli spogliatoio erano sempre gli stessi, fin da prima che lei arrivasse come giocatrice che adesso, da coach. Il signor Seul, il mister che l'aveva seguita durante i suoi anni di gioco, era andato in pensione. La scuola, in mancanza di un supplente, si era trovata arresa e aveva deciso di depennare la squadra di softball dal programma, se non ci fosse stata Lauren.

Si era presa la briga di assistere le ragazze durante il primo mese di allenamento, una cosa non formale e nemmeno retribuita. Si era anche incaricata di cercare un nuovo insegnante che prendesse il posto del signor Seul. Era una gran fatica, ma il tempo che passava a scartare candidati o ad allenare le ragazze in arena, non pensava minimamente a nient altro...

Non pensava alle valigie pronte in camera sua, al nuovo percorso di studi che di lì a breve avrebbe intrapreso, da sola. Non pensava a sua madre che ogni giorno si rabbuiava sempre di più, o ai vani tentativi del padre di farla sorridere andando a cercare barzellette sopravvalutate su internet. Non pensava a Camila, ai giorni che pretendeva di non contare, ma che in realtà osservava ogni giorno sul calendario. Non pensava a niente e, in fondo, sgomberare la mente l'appagava più che di un contributo economico.

Sarebbe rimasta dentro quello spogliatoio tutta la notte, forse anche di più. Asserragliarsi dentro quelle quattro mura ammuffite, la rincuorava. Si sentiva al sicuro, protetta da qualsiasi sentimento angoscioso l'attendesse oltre la soglia. Ogni giorno era tentata di non varcare la soglia, restare lì dentro per sempre, ma non poteva: non era così che funzionava la vita, non ci si poteva nascondere dentro uno spogliatoio e scomparire.

Anche quel giorno, si alzò nolente, imbracciò lo zaino e percorse i pochi metri che la speravamo dalla realtà. Spinse il maniglione rosso, venne investita da una folata di pesantezza che era consona ricevere una volta immessa in corridoio. Inspirò profondamente e si prese qualche secondo per adeguarsi a quella condizione della quale era abituata a svestirsi entrando nello spogliatoio.

Mentre attraversava il corridoio, ormai vuoto, avvertì una vibrazione nella tasca e dedusse che fosse il suo telefono. Dentro la palestra non prendeva bene il segnale e anche questo era un punto a favore. Perdere per qualche ora il contatto con la realtà, con i petulanti messaggi, con le chiamate insistenti.

Sbuffò sonoramente ed estrasse lo smartphone dalla tasca dei jeans. Erano per lo più messaggi di Dinah, due di Normani e uno di Halsey. La prima le ricordava di portare le birra alla serata film, la seconda la supplicava di imprestarle degli appunti di una lezione e l'ultima si informava soltanto se fosse libera in settimana per parlare della sua situazione sentimentale.

Sì, Halsey stava uscendo con una ragazza. Sembrava una persona per bene, ma dopo le innumerevoli delusioni che aveva avuto, Halsey aveva deciso di andarci con i piedi di piombo.

Rispose meccanicamente a tutte, ripose il telefono nell'apposita tasca e frugò nello zaino alla ricerca delle chiavi della macchina.

Sua mamma, adesso, le prestava più spesso la vettura anche se non si fidava totalmente, era cosciente della buona condotta di Lauren e non aveva niente per cui redarguirla, a parte una multa che aveva preso per eccesso di velocità qualche settimana prima.

«Diamine.» Imprecò sottovoce, rovistando fra gli oggetti accatastati all'interno dello zainetto.

Dimenticava sempre dove metteva le cose. Si limitava a gettarle dentro senza pensarci, le perdeva e poi per ritrovarle impiegava una mezz'ora.

Si inginocchiò, aprì maggiormente lo zaino e tirò fuori la maglietta sudata, rimirando al di sotto. Avrebbe estratto anche i pantaloncini e tutto il restante, pur di trovarle, se non fosse stato per...

«Fossi in te guarderei nella tasca davanti. Metti sempre lì le cose, ma poi te ne dimentichi.»

Alzò di scatto la testa, riassunse una posizione eretta nel giro di pochi secondi, arrancando per riportare lo zainetto sulle spalle senza che si rovesciasse tutto penosamente a terra.

«Camz?» Farfugliò incredula, aggrottando le sopracciglia in un'espressione attonita.

La cubana di fronte a lei sollevò la mano per salutarla, unì le labbra in una linea sottile e cercò di contrarle in un sorriso sghembo. Restarono in silenzio per qualche secondo di troppo, attimi nei quali Camila spostò più volte il peso del corpo dalla punta dei piedi ai talloni, fissando insistentemente il pavimento.

«Non.. non capisco. Che ci fai qui?» Chiese infine Lauren, facendo il possibile per mascherare lo stupore, che scaturì comunque dal suo balbettio.

«Sono tornata. Il mese di prova è finito e quindi sai... Eccomi qua.» Allargò le braccia per poi farle ricadere lungo i fianchi e nascondere le mani dentro le tasche dei pantaloni.

Lauren annuì, ancora scossa. Pensò ad un modo per diradare la bruma d'imbarazzo che era calata fra di loro; così riprese a cercare le chiavi, stavolta nella tasca consigliatavi da Camila.

Notò immediatamente il portachiavi a forma di tartaruga ed estrasse il mazzo, ciondolandolo davanti agli occhi dell'amica.

«Avevi ragione.» Sentenziò, abbozzando un sorriso.

«Ti conosco.» Rispose con un po' troppa serietà Camila, come per rimarcare l'importanza effettiva della frase.

«Già.» Mormorò Lauren, abbassando lo sguardo sulle chiavi metalliche che tintinnavano fra le sue mani.

Non si era viste per un mese, non si erano neanche sentite. Per loro era un record, un traguardo che nessuna delle due aveva mai pensato di raggiungere. I loro occhi cadevano in continuazione sul pavimento, ma a volte si cercavano, si lanciavano occhiate sfuggenti e furtive, che venivano immediatamente interrotte quando una si accorgeva dell'attenzione che l'altra le stava dedicando.

Anche quello, solo tre mesi prima, era impensabile. Fra loro non c'era mai stato imbarazzo, nemmeno quando si erano spogliate e abbandonate assieme, mai. Però, adesso, era diverso.

Lauren udiva ancora quel maledetto "ti amo" aleggiare nell'aria, una frase colma di significato screditata dal silenzio mordace. Si sentiva esposta, completamente nuda davanti agli occhi di Camila: si sarebbe vergognata molto meno a scoprire il suo corpo, che a dar vita ai suoi sentimenti.

Il corpo è qualcosa di carnale che si può sfiorare, baciare, una presenza che solo le mani possono toccare, ma i sentimenti sono l'essenza che ci compone, la verità che ci rende reali. Lauren li aveva repressi a lungo, evitati, ignorati, e quando finalmente aveva provato ad accettarli e a donarli a Camila, questa li aveva bistratti. Ecco perché c'era imbarazzo da parte di Lauren, perché sentiva che il suo cuore palpitava per qualcuno che invece voleva solo frenare quel battito.

Camila, invece, era imbarazzata per essere partita e aver inviato quello stupido messaggio che non aveva ricevuto risposta. Si sentiva una bambina, un'adolescente disperata che chiedeva alla sua fidanzatina di non combinare guai in sua assenza, di aspettarla... Era talmente patetico, ma in quel momento non le era importato di apparire infantile, solo dopo aveva pensato alla banalità che suscitavano quelle stupide parole. E se ripensava a tutti i giorni che aveva guardato il telefono, in attesa di risposta, sentiva le guance avvampare e si costringeva ad abbassare lo sguardo.

«Dovrei proprio andare.» Eruppe Lauren, indicando la porta situata alle spalle di Camila.

«Come? Torno dopo un mese e non ti puoi neanche fermare cinque minuti con la tua migliore amica?» Sibilò in maniera ironica, ma per Lauren quelle parole furono più di un semplice celio.

«Migliore amica? Davvero?» Sbuffò sarcastica, roteando gli occhi al cielo, invocando aiuto per mantenere la calma.

Trattenne tutte le parole che avrebbe voluto rigurgitare su Camila, e non lo fece per la cubana, ma per se stessa. Non voleva più avvertire le fitte di dolore, l'imbarazzo che la pervadeva quando guardava Camila negli occhi; non voleva più fare i conti con i suoi sentimenti, se questi non erano neanche ben accetti.

Sentiva le parole premerle sulle labbra serrate, scalpitare per uscire, al che si morse la guancia interna per contenere l'impulso e si avviò a passo svelto verso l'uscita.

Camila l'afferrò rapidamente per il polso, impedendole di fare un altro passo «Scu-scusa, ero ironica.» Balbettò a corto di fiato, non solo perché adesso le sue dita si erano strette attorno alla pelle di Lauren e risentirla le smuoveva pur sempre quel moto esagitato dentro, ma anche perché aveva paura che la corvina se ne andasse davvero e lei non voleva che le cose finissero in quel modo.

«Davvero?» Rispose sardonica Lauren, ritraendo il braccio indietro per sottrarsi alla morsa di Camila «E lo eri anche quella sera in bagno? Quando mi hai lasciato andare via senza dire niente? Anche quello era ironico, huh?»

Era chiaro che Lauren provasse ancora un certo risentimento nei confronti di Camila. Attribuiva a lei la colpa dei danni subiti negli ultimi trenta giorni, le aveva restituito i sentimenti che lei stessa aveva esposto e l'aveva lasciata da sola a comprenderli e fronteggiarli. Forse, risentimento, era anche una definizione troppo esigua.

«Io... Io, no Lauren. Non andare, aspetta.» La fermò ancora una volta, ma stavolta non ebbe neanche il tempo di agguantarla per il polso che Lauren si scansò.

Camila arretrò e si frappose nel cammino dell'amica, poggiò le mani sulle sue spalle e frenò i suoi passi ghermendo la corvina.

«Non te ne andare.» Sussurrò nuovamente, fissandola negli occhi con sguardo supplichevole.

Cambridge era il suo posto. Si era trovata bene lì, ed aveva intenzione di tornarci, ma era Lauren il suo porto sicuro, la casa nella quale voleva vivere. Non era detto che dovessero rinunciare ai loro propositi, frantumare sogni, ma Camila era convinta che avrebbero potuto abbattere ogni distanza, se solo ci avessero provato.

«Camila, non ha senso restare.» Lauren tentò di divincolarsi dalla sua presa, indietreggiare per poi avanzare, ma l'altra interferì in ogni suo movimento, interponendosi con il corpo per fermarla.

«Per favore, lasciami passare.» Disse con tono adamantino Lauren, serrando la mascella.

Camila scosse la testa, flebilmente.

«Camila, spostati!» Ingiunse imperiosa Lauren, eludendo in ogni modo possibile lo sguardo dell'altra.

Camila scosse nuovamente la testa, stavolta corroborante.

«Ti prego, Camila...» Il tono di Lauren si era fatto più rotto, meno acerbo e maggiormente disperato. «Lasciami passare, ti prego.» Disse con il respiro mozzato, le lacrime che le sgorgavano dagli occhi annebbiandole la vista, le solcavano le guance, lasciando una scia umida sulla pelle cerea.

Camila scosse ancora la testa, allungò le braccia verso di lei e tentò di stringerla, ma Lauren indietreggiò.

«Non.. io... Lasciami passare.» Ripeté, incespicando nelle sue stesse parole, scombinate. Si asciugò gli occhi con il dorso della mano.

Camila riprovò a far scivolare le mani lungo le spalle di Lauren, ma questa ancora una volta fece un passo indietro e scoraggiò il tentativo dell'amica. Camila non demorse e per l'ennesima volta protese le braccia verso di lei; Lauren oppose resistenza. Continuò ad indietreggiare, scacciando più volte le mani di Camila che le afferravano solo di sfuggita le spalle, ma affondavano di nuovo il colpo; anche se Lauren perseguiva a stemperare l'animo indomita dell'amica, questa non si arrendeva.

La corvina si schiacciò ben presto contro gli armadietti. Il metallo vibrò attutendo il colpo subito da Lauren, e il rumore metallico riecheggiò nei corridoi brulli. Camila le strinse i polsi fra le mani e gli immobilizzò contro gli armadietti, fermando i gesti grezzi e maldestri dell'altra.

Non si rese conto di quanto fossero vicine, fin quando la situazione si fu calmata e il respiro di Camila si condensò sulle labbra di Lauren.

«Finiamo sempre così.» Disse Camila affannata, abbassando lo sguardo sui i loro due petti premuti l'uno contro l'altro, per poi rialzarlo e incontrare gli smeraldi intimoriti di Lauren.

«Forse dovresti farti delle domande e darti delle risposte.» Addusse Camila, alludendo al discorso su una potenziale relazione a distanza.

«Non sono l'unica che deve rispondersi.» Rimbeccò Lauren, riferendosi alle parole importanti che aveva commutato col silenzio ineffabile.

Camila respirò a fondo e poi disse «Non voglio parlarne.» Il suo sguardo cadde inevitabilmente sulle labbra semiaperte di Lauren, la quale impiegò più di qualche secondo per rispondere.

«Non parliamone.» E stavolta fu lei a scuotere la testa in diniego prima di afferrare con forza la nuca di Camila e baciarla con altrettanta mole.

Continua...

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