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Capitolo 6

Volevo parlare con qualcuno di ciò che stava succedendo e mi veniva in mente una sola persona: non la sentivo da anni, l'ultima volta c'eravamo salutate malamente ma avevo bisogno di lei, avevo bisogno di mia sorella. Ebbene si, ho una sorella, è più grande di me, per l'esattezza ha 23 anni e vive da nomade. Mia sorella si era rifiutata di seguire mia madre nei suoi folli viaggi e si spostava di casa in casa. L'ultima volta che l'avevo chiamata mi disse che viveva a casa di un'amica in Inghilterra, chissà adesso dove si trovava. Avevamo litigato pesantemente quella volta perché, in un momento critico della mia vita avevo voglia soltanto di un suo abbraccio e lei invece era in un pub a divertirsi. Così le avevo urlato contro e lei aveva attaccato. Non c'eravamo più sentite.
Camminavo da una parte all'altra della stanza, avevo il telefono stretto fra le mani e stavo valutando i pro e i contro: avrebbe potuto urlarmi contro; chiamare mamma. No, era fuori discussione, loro due non si parlano da troppo tempo. "Fanculo" pensai. Sbloccai il telefono e senza pensarci composi il suo numero e la chiamai. Ovviamente non rispose. Il telefono squillò a vuoto, forse dormiva; forse era a ballare; forse era collassata su un divano dopo una sbronza pazzesca; o ancora poteva essere finita nel letto di un sconosciuto a far sesso, dannazione Lexie! Lanciai il telefono sul letto, rimbalzò fino a toccare il muro e dopo una torsione si posò sul materasso. Mi accasciai contro la sedia e decisi di concentrarmi sui compiti per il giorno dopo, fortunatamente l'indomani non era prevista l'ora di scienze perciò ero salva. Sentii uno strano rumore infastidirmi le orecchie, mi voltai verso il letto. Era il mio telefono che vibrava incessantemente contro le lenzuola. Esitai qualche secondo, prima di alzarmi e rispondere alla chiamata.
«La mia sorellina! Chi non muore si risente.» disse sarcastica. Sembrava sobria, così accennai ad una risata nervosa. Non ero molto sicura di volerla risentire, ma adesso che sentivo la sua voce mi resi conto di quanto mi fosse mancata.
«Ehi Lexie, come stai?» mi mordicchiai nervosamente le unghie, non riuscivo a stare ferma sotto pressione.
«Uhm, bene. Adesso sono in Germania, è un bel posto.» se fossi stata più grande forse avrei viaggiato in lungo e largo, come faceva lei. Invidiavo la sua libertà, era uno spirito libero cosa che io non ero mai riuscita ad essere.
«Come mai mi hai chiamata?» chiese disinvoltamente. Sentivo che aveva qualcosa in bocca, fosse stava assaggiando una specialità del posto, mentre io mangiavo le unghie.
«Non deve esserci per forza un motivo.» provai a dire, ma mia sorella mi aveva praticamente cresciuta. Sapeva tutto di me, ed era impossibile sfuggirle.
«Se certo, adesso dimmi il vero motivo.» aggiunse scherzosa. Non ero più molto sicura di volerle dire la verità, forse era sbagliato parlare di un argomento tanto delicato. Perché diamine l'avevo chiamata?!  Lexie era libera, ribelle, le regole per lei erano solo schemi da abbattere e adesso stavo per rivelarle un segreto che pesava sul mio petto, ma lei probabilmente l'avrebbe letto come une delle storie più emozionanti che mi fossero mai successe.
«Ah, io volevo dirti che vedrò papà fra qualche settimana. Verrà a trovarci a Miami.» deglutii. Con tutti gli argomenti ai quali potevo mirare, avevo scelto proprio il più sbagliato. Lexie e papà avevano un rapporto ancora più difficile. Lui l'aveva cacciata di casa più volte, l'aveva scoperta a farsi una canna e l'aveva screditata ed era persino arrivato a dirle che lei non era sua figlia. E adesso parlavo di lui. Aveva proprio ragione Lauren, sono una stupida ingenua!
«Ah okay. Sono contenta per te. Senti tesoro se non c'è altro io dovrei proprio andare. Ho conosciuto un tedesco niente male, poi ti racconto.» Si magari ci risentiamo fra mesi e mesi quando la tua conquista sarà solo un ricordo lontano. Sarebbe stato bello restare a parlare delle sue avventure, mi avrebbe fatta sentire parte di esse, ma il nostro rapporto era troppo freddo per lasciarci andare a tali confidenze, soprattutto da parte sua.
«Certo, ciao Lexie.» e attaccai. Non le avevo rivelato ciò che mi stava succedendo, ma risentire la sua voce era stato un gran sollievo. Lei mi rendeva coraggiosa come non mai.
Quel pomeriggio mi sentii invincibile, nemmeno la storia di Lauren riusciva a buttarmi giù di morale. "Grazie Lexie, per una volta la tua anima ribelle mi ha davvero aiutato", pensai.
Ripresi a fare i compiti. Dovevo studiare per l'interrogazione di matematica, per qualche ragione strana ero sicura che Lauren avrebbe convinto i professori a tartassarmi. Quella donna riusciva ad essere nella stanza anche quando non c'era, maledetta. Perché me? Cosa le avevo fatto? Perché voleva me e non tutte le altre? Ero forse la prima? No, la sua sicurezza era fin troppo sfacciata per essere il suo primo tentativo. Chissà quante altre ragazze aveva adescato prima di me. Sapere che altre avevano ricevuto le mie stesse "attenzioni" mi irritava. Era forse perché mi dispiaceva per loro, o ero gelosa? Sicuramente la prima, giusto?
Il telefono squillò nuovamente e pensai fosse mia sorella, ma invece apparve un numero sconosciuto. Ero talmente sovrappensiero che risposi senza pensarci.
«Si pronto?» non mi accorsi nemmeno di aver accettato la chiamata, fin quando la voce sensuale di Lauren risuonò dall'altra parte.
«Sono contenta che tu sia di buon umore.» rise fievolmente. A quel punto staccai il telefono dall'orecchio e controllai il numero sopra lo schermo. Solo all'ora mi  accorsi che non era salvato in rubrica. Se avessi posto più attenzione. Accidenti!
«Che c'è Lauren?» feci risaltare un certo fastidio nella mia voce, volevo che lo cogliesse e capisse che era rivolto a lei.
«Non sembrare troppo contenta di sentirmi eh..» sospirò amareggiata, mi trasmise un senso di rabbia, nel suo respiro risaltava la noia per il mio affievolimento.
«Domani ti aspetterò all'uscita. Esci dal retro, mi troverai al parcheggio.» mi diede chiare indicazioni, la sua voce non ammetteva repliche, come sempre d'altronde.
«No aspetta! Primo di tutto voglio sapere come hai ottenuto il mio numero. Secondo, te lo puoi anche scordare.» alzai le sopracciglia e scossi la testa in segno di protesta. Non sarei mai salita in macchina con quella donna, mai e poi mai cazzo no. Avrebbe potuto rapirmi, legarmi, imbavagliarmi, infilarmi dentro una cassaforte e gettarmi nel fiume e tutto questo dopo avermi scopata, insomma ho reso l'idea.
«Ho le mie fonti, cose che non ti riguardano.» disse con freddezza, come se non avesse appena infranto la mia privacy, ma d'altronde erano cose che non mi riguardavano.
«Non ti azzardare mai più a rispondermi cosí, altrimenti ti fotterò così forte che non riuscirai a camminare per giorni.» deglutii. Ammetto che quella volta ebbi un brivido di paura, seguito da una scossa di eccitamento. Le sue parole mi spaventarono sul serio perché era davvero capace di farlo, e in più mi eccitarono. Non riuscivo a frenare il fremito che quella donna produceva in me, era come se lei fosse un'elettricità pura per il mio corpo.
«O..ok..» riuscii a balbettare. Le mie guance si erano accaldate e il mio corpo avvampava come un fuoco. Volevo picchiarmi da sola, se fosse stato un pretesto per diminuire quel puerile desiderio.
«Ti aspetto domani. Non tardare e Camila non fare scherzi perché giuro che vengo a prenderti.» e attaccò. La sua gentilezza mi sorprendeva sempre, pff.

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