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Capitolo 36

Camila's pov

Entrai in casa sbattendo la porta con forza e mi diressi verso il piano di sopra, da dove provenivano le urla. «Siete due depravati.» la voce di Lexie mi colpii violentemente e decisi che era arrivato il momento di accelerare il passo. Corsi su per le scale, salendo a due a due e mi ritrovai sul pianerottolo dove Lexie stringeva una mazza da baseball in mano, con la quale minacciava mia madre e mio padre, entrambi nudi nel letto. «Oddio.» mi coprii velocemente gli occhi con un mano e mi voltai di spalle, quando sentii la punta della mazza puntata contro la mia schiena. «Hai visto?! Se non intervieni tu, lo faccio io.» minacciò pericolosamente mia sorella a bassa voce. Mi girai lentamente, tenendo la testa bassa, poi aprii la mano e ordinai a Lexie di consegnarmi "l'arma". Quando strinsi la mazza nel palmo della mano, mi assicuri di metterla a distanza di sicurezza e poi, sempre a capo basso, domandai ai miei genitori di rivestirsi e trascinai Lexie al piano di sotto. «Ma che diavolo volevi fare?» le chiesi quando arrivammo in cucina. La ragazza girovagò nervosamente attorno al tavolo, facendo scivolare i polpastrelli sul legno. «Non lo so, ma colpirli con una mazza da baseball sembrava una buona idea.» scrollò le spalle con nonchalance e si mise a sedere a capo tavola e qualche secondo dopo si prese il viso fra le mani e sospirò profondamente. «Almeno hai avuto il buonsenso di chiamarmi prima di agire.» mi sedetti anch'io e la imitai, accogliendo la mia testa calda fra i palmi della mani. Com'era possibile che i miei avessero una relazione clandestina? Mia madre aveva sempre parlato male di lui, mio padre invece non parlava proprio di lei. Erano gli opposti. Per loro stare insieme era impossibile, allora perché erano finiti a letto insieme? SI amavano ancora, oppure ero stato solo un momento di debolezza? In quel momento mia madre entrò in cucina, Lexie scattò in piedi, urtò la sedia con le gambe ed essa cadde a terra, producendo un rumore sordo che mi fece alzare la testa appena in tempo per fermarla. «Hai perso il senno mamma?» scalpitava fra le mia braccia, cercava di arrivare a lei allungando le braccia, mentre io la tenevo per il petto e l'allontanavo il più possibile da mamma, la quale faceva un passo indietro ogni qualvolta che la figlia si avvicinava troppo a lei. «Lexie ti posso spiegare!» c'era un gran baccano. Entrambe urlavano contro, Lexie le dava la colpa di tutto, mamma cercava di spiegare senza arrivare però a niente ed io tentavo di zittirle, ma nessuna delle due mi dava ascolto.«Adesso basta!» la voce di mio padre risuonò in tutta la casa. Non servirono altri avvisi per farle calmare. Mia sorella si sedette a tavola, mio padre si chiudette la vestaglia con la cintura di seta. «Io non so come potete non vergognarvi! Tu stai per sposarti.» per Lexie era inconcepibile quella situazione e anche se i miei genitori non riuscivano a capirlo, per lei non si trattava solo di tradimento, ma aveva paura che le cose tornassero come un tempo: temeva che loro tornassero a litigare, a rovinare le serate in famiglia, i natali, i compleanni, aveva paura che il loro amore disintegrasse ogni legame. E io la capivo, perché temevo la stessa cosa, ma non riuscivo a giudicarli, loro mi ricordavano me e Lauren. Per quando il suo amore mi distruggesse, era troppo forte per farne a meno. «Lo so Lexie, pensi che non me lo ricordi?» mio padre camminò avanti e indietro nella stanza, con la mano appoggiata sulla fronte a coprire gli occhi, in fondo si vergognava davvero per ciò che era accaduto. «Io amo davvero Anne. E' una donna fantastica e la amo con tutto me stesso. L'amore mio e di vostra madre è un fuoco che non si è mai spento, penso che entrambi avessimo bisogno di quello che è successo oggi. E so che può sembrare una scusa, ma ciò che abbiamo fatto è servito per chiudere definitivamente questa storia durata da più di dieci anni.» mio padre era un dongiovanni, un uomo affascinante, ricco, pieno di potenzialità e bisognava tenersi alla larga da uno come lui, mia madre l'aveva imparato a sue spese, ma non era un bugiardo. Nei suoi occhi leggevo la verità, nelle sue lacrime leggevo la verità. «E penserai che noi siamo così stupide da credere a questa scenata?» iniziò Lexie con aggressività, ma la interruppi prima che potesse aggiungere altro: «Io ci credo e so che tu mi odierai per questo, ma basta così.» lessi la delusione nel volto di Lexie, poi lasciò la stanza a grandi passi. Mio padre le andò dietro, ma prima che potesse raggiungerla lo fermai e gli dissi che me ne occupavo io.
Salii al piano di sopra ed entrai nella camera di Lexie. Stava colpendo il materasso a forza di pugni. L'afferrai da dietro e l'allontanai faticosamente, portandola al centro della stanza. Fermai i suoi movimenti agitati stringendola per le spalle. «Perché non mi hai dato ragione? Tu sei mia sorella, dovresti sostenermi sempre!» sbraitò arrabbiata, divincolandosi dalla mia presa e facendo un passo indietro. «No, ti bagli. Non devo appoggiarti costantemente. Io ho anche il compito di dirti quando sei nel torto, proprio perché ti voglio bene.» mi avvicinai tenendo la mano sul cuore. Quello che dicevo era sentito e avrei fatto di tutto per dimostraglielo, se lei non avesse detto: «Davvero? Perché secondo me a te non ti interessa di me, non da quando hai perso la tua ragazza.» mi bloccai al centro della stanza e deglutii forzatamente. Scossi la testa dimenticando ciò che aveva appena detto, diedi la colpa allo shock, alla rabbia, ma lei non accennò a calmarsi. «Perché da quando il tuo cuore è stato infranto, non c'è più amore per nessuno. Nemmeno per te stessa. Io ti odio Camila.» le sue parole mi ferirono nel punto preciso dove era posizionata la mano: al cuore. Non era possibile che l'avesse detto. Schiusi le labbra sorpresa, ferita. La guardai senza dire niente, non riuscivo a spicciare parola. Abbassai lo sguardo e trattenni le lacrime, poi le mani di Lexie mi avvolsero in un abbraccio e mi chiese più volte scusa, ma ero talmente ferita che l'allontani con uno spintone e la tenne distante mostrandole il palmo della mano. «Non ti avvicinare Lexie. Non le voglio le tue scuse. Sei solo un'egoista! Ci hai lasciato e mentito per anni e poi sei tornata da noi solo quando non avevi più un letto dove dormire! Non te ne frega un cazzo della tua famiglia, non te ne frega niente di me!» urlai con tutto il fiato che avevo in corpo. Sentivo il sangue ribollire nelle vene, vedevo rosso e solo rosso. «Camila ti prego.» tentò di nuovo di abbracciarmi, ma mi scansai e uscii dalla stanza dicendole: «Tu non sei niente per me Lexie.»

Erano passate ore. Avevo impiegato il tempo studiando e dormendo, tenendo la testa lontana dai pensieri, dai problemi. Mi ero svegliata alla due di notte ed era stata immediatamente assalita da una brutta sensazione, così senza pensarci ero corsa nella stanza di Lexie per scusarmi, ma lei non era lì. Controllai l'armadio. La sua roba era ancora lì, ma allora dov'era lei? Di nuovo quella brutta sensazione. Un colpo preciso al petto, che per qualche secondo mi impedii di respirare. Dovevo trovare mia sorella.

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