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¹Colpa Delle Stelle

Enkaze

Mark Evans se ne andò il 19 settembre di quello stesso anno, dopo aver combattuto contro il tumore per altri tre lunghi mesi.

Vorrei poter dire che morì in modo dignitoso, senza mai perdere il sorriso, con la stessa mentalità con cui era conosciuto da tutti.

Ma mentirei, e so che Mark non me lo perdonerebbe.

Il tumore si era espanso dal ginocchio destro, fino al cervello.

Gli ultimi giorni di vita, a momenti non parlava.

Mi faceva male vederlo così.

Era come se ogni suo respiro faticato fosse un piccolo ago che si piantava con forza nel cuore.

E, appena sembrava migliorare, la dimensione e la forza del chiodo aumentava.

Mi sembrava di soffrire quanto lui, ma sarebbe da egocentrici ammetterlo.

Il fatto è che senza di lui, i miei polmoni sembrano fare ancora più fatica a riempirsi di aria anziché d'acqua.

Spesso immagino che smettano di opporre resistenza.

Immagino i miei polmoni riempirsi d'acqua, la mia mente vagare dolorosamente per quel mare trasparente.

A volte ci penso davvero.

Penso a Mark, a come mi aveva migliorato la vita.

A come mi si era parato davanti con una felpa arancione accecante, un sorriso che andava da un orecchio all'altro ed una frase da rimorchio pronta per essere pronunciata.

Quanto tempo avevo pensando se rispondergli o meno.

E quanto mi pento di avere aspettato a farlo.

Vorrei aver avuto anche solo un giorno, un'ora, un minuto in più con lui.

Ieri ero seduto sul cornicione, con mia sorella.

La stavo aiutando con gli esercizi di matematica.

Ad un certo punto, se né uscita con una frase.

"Stai bene?"

Sono rimasto in silenzio, mentre osservavo il libro di mate appoggiato in bilico sul cornicione.

Poi ho guardato giù, ho immaginato di levare i tubi di Phoenix, di lasciarmi cadere.

Ero certo che, almeno così, lo avrei rivisto.

Almeno un'ultima volta.

Ma poi, ho guardato mia sorella.

Non so descrivere la sua espressione.

Però, era simile alla mia.

Alla mia, quando Mark se n'era andato per sempre.

Non ce l'ho fatta, ho sospirato, e ho continuato ad aiutarla con le funzioni.

Ma è da ieri che non faccio che ripensarci.

Se potessi rivederlo, cosa farebbe lui?

Probabilmente, prima sorriderebbe e poi mi abbraccerebbe.

Con uno di quei sorrisi, di quegli abbracci che ti fanno dire...

"È lui, è con lui che voglio passare il resto della mia vita, è lui, lo amo."

Perché è questo che pensavo, quando stavo con lui.

Non posso farci nulla, lo amavo, lo amo, e lo amerò per sempre.

E mi manca, mi manca tantissimo.

Mi manca tutte le sere, tutte le mattine, tutti i pomeriggi, tutte le ore di tutti i giorni.

Mi manca il suo viso allegro che aveva quando mi faceva una delle sue sorprese.

Mi manca il suo entusiasmo quando siamo andati a vedere i mondiali.

Mi manca anche la sua malinconia, di quando mi raccontava di come aveva smesso di praticare lo sport della sua vita a causa del tumore.

Ma più di tutto, mi manca la sua presenza.

Il suo esserci in silenzio, il suo amarmi senza dover far nulla per dimostrarlo.

Lui sapeva che lo amavo, e io sapevo che mi amava.

Anzi, che mi ama.

Mi risulta difficile, in realtà, pensare con la logica della vita nell'aldilà, ma è la mia ultima speranza.

Non posso pensare al non vederlo mai più per davvero.

Non era un pezzo di me, era tutto me.

Una persona che stimavamo una volta ci disse che alcuni infiniti sono più grandi di altri.

Quello mio e di Mark era un piccolo, accogliente infinito.

Che è finito troppo presto e che mi ha dato troppo in così poco tempo.

Ma io, perché sono così egoista da darmi la colpa del tempo sprecato con lui?

Perché non faccio che pensare ai "se" quando l'unica mia certezza è che di "se" non ne ho più?

Ma ora vorrei dire qualcosa a te, Mark, amore mio.

Io ti odio.

Ti odio perché ti amo.

Ti odio perché mi hai fatto innamorare, perché mi hai fatto sentire amato e poi mi hai portato via tutto.

Ti odio perché anche se ti ho visto logorato da quel cazzo di tumore non faccio che vederti sorridente quel giorno di novembre.

E ti odio perché non potrò mai amare nessun altro come ho amato e amo te.

Vorrei raggiungerti, adesso.

Ma sono un egoista, lo sai anche tu, e non faccio che pensare a quante persone potrebbero sentirsi come mi sono sentito io quel 19 settembre, quando hai chiuso gli occhi per l'ultima volta.

Ti amo, ti amerò sempre.

Nat

Nathaniel Swift se ne andò pochi mesi dopo, il 3 gennaio.

I suoi polmoni si riempirono e lui non fece nulla per impedirlo.

Ne diedero la triste notizia i parenti e gli amici che, quando trovarono la lettera qui sopra incollata, decisero di pubblicarla all'anniversario della morte di Mark Evans.

Tutti noi siamo certi che ora, ovunque siano, sono insieme.








Oggi so' stra incazzata e non so perché, ma okay.

Non so se avete pianto ma io l'ho fatto, scrivendola.

E niente, alla prossima, spero.

Ciau.

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