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Capitolo Ventitré



Lauren si precipitò dietro a Camila. Quando sopraggiunsero la situazione non era ancora degenerata, ma dallo sguardo di Alejandro poco ci mancava. Le valigette che avrebbero dovuto contenere i soldi per sitpualre il patto, erano state rimpiazzate con delle merendine, il che aveva portato Juan a credere di trovarsi in una trappola e invece di finire per stringersi la mano erano finiti a impugnare le pistole.

Alejandro non poteva sparargli, e lo sapeva bene, perché anche se erano in superiorità numerica, non poteva concedersi il lusso di comunicare ai suoi affiliati che aveva fatto fuori il loro nuovo partner, partner col quale avevano già fatto affari. Juan non poteva premere il grilletto perché sarebbero morti tutti in meno di dieci secondi e perché era Alejandro Cabello quello davanti a lui, avrebbe avuto come minimo mezzo mondo contro di lui.

«Juan, non è come sembra. Non sono stato certo io a boicottare tutto, pensaci.» Disse Alejandro, mentre dal basso tutta la platea stava assistendo come a teatro, solo che metà dei presenti aveva la mano su un'arma che sul ventaglio.

«Non credo tu sia così stupido, Alejandro, ma non mi piace essere preso in giro, tantomeno da un secondino.» L'insinuazione di Juan originò mormorii. Alejandro sapeva che stava perdendo la faccia e chiunque stesse cercando di rovinargli la serata mirava proprio a quello: alla sua reputazione.

«Prendiamoci un momento per parlare nel mio ufficio.» Digrignò i denti. Non poteva permettersi di perdere consenso dai suoi collaboratori, lo avrebbe reso paranoico, si sarebbe chiesto di chi fidarsi ogni giorno di più, fino ad arrivare a fare tabula rasa. 

«No, Alejandro. Adesso io e miei uomini ce ne andiamo, in pace, senza creare scompiglio, va bene? Ne riparleremo fra qualche settimana, perché il prezzo aumenterà.» Avrebbe voluto cancellargli il ghigno sulla sua bocca con una pallottola fra i denti, ma sapeva che sarebbe stato come lanciare una bomba e dissanguarsi per le schegge. 

«Va bene. Andatevene.» Ordinò, come se la situazione fosse ancora in suo pugno, ma tutti gli ospiti indesiderati camminarono con le armi spianate fino alla porta, lasciando intendere bene chi aveva capitanato quella notte.

Alejandro fece sgombrare l'area e chiese solo ai pochi fidati di intrattenersi. Camila si era appoggiata contro una colonna dietro di loro e assisteva ancora sgomenta all'arringa del padre: «È chiaro che qualcuno sta cercando di sabotarmi, porca puttana!» Colpì il tavolo di vetro con un pugno che ne fece crepitare le gambe.

«Forse Juan non ha mai voluto fare affari, forse voleva solo screditarti.» Suggerì Normani, ma il capo di Alejandro oscillò al ritmo della pistola nella sua mano.

«No,» disse pensieroso, «no, Juan non aveva motivo di mettere a rischio i suoi compagni. Non ci guadagna molto a screditarmi. E poi, nessuno sapeva dove tenevo le valigette. A parte voi.» Gli occhi infuocati si spostarono su Lucy, Shawn, Normani, Keana e Lauren. Erano stati loro a occuparsi di tutto, ed erano loro a cui rivolgere la sentenza della sua pistola.

«Alejandro, non puoi credere veramente che qualcuno di noi ti farebbe una cosa del genere.» Osò Shawn solo perché era il meno esposto di tutti. Sapeva che Alejandro non avrebbe mai dubitato di lui.

«Io invece penso proprio di sì.» I suoi occhi si erano assottigliati e prima che qualcuno potesse comprendere il perché, Alejandro aveva già circumnavigato il tavolo per arrivare alla sedia di Lauren. Era vero quello che si diceva sul suo conto: era veloce con la pistola tanto quanto a scolare un bicchiere di whisky.

Puntò l'arma contro la fronte della corvina, e tolse la sicura.

«Tu dove cazzo eri? Perché mi risulta che fossi l'unica assente, o sbaglio? Ed è la seconda volta che succede.» Siblò a denti stretti, fremendo.

Era vero anche ciò che si diceva su Camila, però: era l'unica in grado di batterlo.

«Era con me,» Proferì con quanta più tranquillità la cubana, attirando gli sguardi. Stavolta, però, sapeva che era vero.

«Tu te ne vai nella tua stanza, Camila. Subito.» Impartì Alejandro, senza distogliere lo sguardo da Lauren.

«No. Ti ho detto che era con me,» adesso l'agitazione nella sua voce era palpabile.

«Anche l'ultima volta lo era! Smettila di coprirla, Camila.» Alzò il volume Alejandro, e anche la cubana alzò la cresta.

«Mi stava aiutando col vestito, si era impigliato, va bene? Shawn, diglielo.» Lo esortò, ma il ragazzo rimase taciturno e, anzi... abbassò lo sguardo nonostante l'espressione implorante di Normani.  

«Portala via, Shawn.» Le vene del suo collo si stava gonfiando fino al punto di non ritorno.

Stavolta sì che il ragazzo scattò in piedi, e senza esitare cinse Camila per il bacino, allontandola.

«No, Shawn, ascolta... No!» Si dimenò vanamente. Era come una farfalla contro un retino. «No, lasciami!» Sbraitò, ma Shawn non accennava ad allentare la presa, così ricorse all'unica risorsa che le venne in mente.

Lo colpì sul costato con una gomitata che Lauren le aveva insegnato durante una delle loro lezioni. Non aveva abbastanza forza per stenderlo, ma non era ciò che voleva. Le bastò piegarlo per sfilargli la pistola dalla fondina e puntarla contro suo padre.

«Ti ho detto che era con me,» sibilò con le pupille dilatate, respirando a fatica. Ironia del destino, una pistola le aveva portato via sua madre e un'altra poteva fare lo stesso con suo padre.

«Camila, non scherzare con me. Tutto ha un limite.» Ma la cubana rimase inerme, senza muovere un muscolo se non per stringere più saldamente la pistola.

Alejandro, allora, solo per punirla come non aveva mai fatto prima, per insegnarle come comportarsi quando le dava un ordine, afferrò Lauren per le spalle e la tirò a sé, voltandola faccia a faccia con Camila.

«Tu non hai una buona mira, o sbaglio? Allora, prima che ti chieda di provarlo, vai in camera tua, Camila.» Ringhiò a denti stretti Alejandro. Chi era nella stanza non avrebbe saputo dire come sarebbe andata a finire o chi avrebbe ceduto, ma Camila, per ora, non accennava a retrocedere. 

«No.» Mormorò col fiato corto, tremando, ma non abbastanza da lasciar andare né l'arma né le lacrime.

«Shawn, portala via. Portala via e basta.» Sospirò Alejandro, rimproverando l'anima di Sinu di essere stata troppo indulgente con lei.

Camila non ebbe tempo di riflettere, ma solo di agire. Allontanò la pistola dalla traiettoria di Alejandro, che per un attimo si illuse di averla persuasa, ma prima che la mano di Shawn si poggiasse sulla sua spalla, portò l'arma contro la sua stessa tempia, gelando lo sguardo sia di suo padre che di Lauren che di qualsiasi altro presente.

«Io avrò anche una mira di merda, ma so sparare.» Proclamò con voce rotta, costringendo il suo polso a irrigidirsi abbastanza da non cedere al batticuore. 

«Camila...» La chiamò sommessamente Shawn alle sue spalle.

«Toccami e giuro che mi faccio un buco in testa.» Minacciò la cubana. 

«Stai indietro, Shawn.» Ingiunse suo padre, come se solo la voce di Alejandro potesse fermare la sua scarpa già a mezz'aria. E così fu.

«Camila, stai esagerando...» Davvero credeva fosse il momento giusto per farle la predica?

«Tu stai esagerando! Un affare va male e punti il dito contro le persone di cui ti sei sempre fidato!» Aveva ancora il sarcasmo per ridere malgrado la pistola contro la tempia. I proiettili non fanno paura solo quando possono portarti via solo la tua stessa vita. Forse lo aveva appena imparato.

«Conosco questo mondo.» Strinse più forte il calcio della pistola...

«E io conosco Lauren.» ...E anche lei.

Alejandro non aveva mai avuto intenzione di sparare a Lauren, ma solo di spaventarla a tal punto da farla cantare. Ma non aveva calcolato la variabile di fronte a lui. Sua figlia aveva trascorso diverso tempo da sola, e probabilmente ciò l'aveva portata ad affezionarsi alle persone sbagliate, ma era un motivo troppo futile per credere che l'avrebbe perdonato in questa vita se avesse torto un capello a Lauren.

La smorfia sulle sue labbra fu l'ultima resistenza del suo polso. Sollevò l'arma in aria, rendendola innouca, e la poggiò lentamente sul tavolo di fronte a lui, senza distogliere lo sguardo da Camila. La cubana era come fossilizzata contro il ferro, incollata alla pistola come una busta da lettere alla carta. Shawn fece da tagliacarte. Le strappò rapace l'oggetto dalla mano. Lo sguardo sotto le sue ciglia non era dilatato ma cupo. La sua mano stavolta l'afferrò più agilmente a causa dello shock della cubana. Ancora non aveva realizzato che era lei quella in piedi in mezzo alla stanza con una pisola puntata alla testa dalla sua stessa intemperenza. Shawn la condusse in fondo alla stanza, e le si mise davanti solo per precauzione; aveva come il sentore che non si sarebbe mossa per un po'.

Lauren fornì la versione che Camila aveva già delineato. Talvolta la cubana veniva interpellata dallo sguardo di Alejandro e allora si limitava ad annuire a confermare tutto ciò che la corvina diceva. Dopo quindici minuti di asfissiante tensione, Alejandro parve ammorbidire le spalle in un sospiro quasi colpevole. Avevano molto in comune, loro due: entrambi agivano e poi si pentivano, ma non era per tale banale sentimento che non avrebbero sbagliato più.

«Va bene,» il bicchiere di brandy era troppo vuoto per allungare la conversazione. «Siamo tutti molto scossi stasera, è meglio se ci dormiamo su. Shawn, tu resta qui.» Alejandro guardò a lungo sua figlia mentre gli altri si dirigevano verso l'uscita, ma Camila non aveva altro sguardo da dedicargli. Ingollò il sorso alcolico e andò alla ricerca della bottiglia verso la cucina, e solo allora il ragazzo le lasciò la strada libera.

Anche Shawn avrebbe voluto udire parole più rassicuranti dei suoi silenzi, ma Camila, anche in questo caso, non aveva altro da dirgli. Lo oltrepassò a testa bassa, dirigendosi verso la sua stanza.

Dovette appoggiarsi contro l'uscio per non perdere l'equilibrio. Il fiato le era venuto a mancare tutto insieme. Non poteva credere di averlo fatto davvero. Ma non era tanto il ricordo della pistola a strozzarla, quanto il pensiero della sua determinazione. Si sarebbe sparata davvero, e forse solo dopo si sarebbe pentita, chissà dove e chissà come, ma se avesse dovuto farlo, lo avrebbe fatto. E questa consapevolezza non sapeva come metabolizzarla se non pretendendo fosse solo un'incertezza.

Si allontanò dallo stipite solo perché qualcuno cercò di aprire la porta.

Lauren era più trafelata adesso che aveva affrontato delle banali scale, che prima, di fronte ad una pallottola. Non era strano quanto paradossale fosse?

Camila fece un passo indietro mentre la corvina richiudeva l'uscio e vi si adagiava contro. Nonostante il respiro mozzato la cubana coglieva dal suo sguardo altre ragioni per le parole che ancora non aveva pronunciato.

«Senti, lo so.» Sospirò, sperando che un'ammissione di colpevolezza le risparmiasse la predica per cui aveva corso tanto.

«Non lo fare mai più.» Non seppe dire come, ma il suo respiro si regolarizzò tutto insieme.

«Si, ti stai difendere da sola, non hai bisogno di me...» Gli occhi di Camila rimasero per poco appesi al soffitto.

Lo scatto di Lauren fu inaspettato, per questo le sue pupille si dilatarono così tanto mentre quella della corvina si sgranarono a pochi centimetri dal suo viso, compresso nelle mani della corvina.

«Non devi farlo più.» I suoi polmoni erano sicuramente stressati dalla corsa, ma le sue labbra temevano troppo per incolpare la resistenza fisica.

Camila la scrutò senza saper cosa dire. Anche il suo, di respiro, cominciava a frantumarsi. Lauren non aspettava delle scuse, ma, proprio come Camila aveva fatto poche ora prima, non trovava un modo per spostarsi dalla sua strada. Camila interrogava le sue iridi come se raccontasse più verità delle sue labbra, ma poi Lauren spinse inaspettatamente la bocca contro la sua e allora sentì tutta la verità riversarsi contro di lei.

Camila fece scivolare la mano sotto il suo collo, attirandola sé. La corvina la stringeva come se la notte fosse ancora lunga e solo per loro. La cubana le carezzava la pelle scoperta, voleva baciare ogni segmento di lei, così da renderle difficile andarsene via da lì in avanti. Lauren la fece indietreggiare verso la scrivania, il primo posto che individuò per appoggiarla sopra e abbassarle la cerniera.

Camila allargò le gambe solo per avvinghiarle addosso al suo bacino e tirarsela addosso. L'impatto del suo corpo contro il proprio la fece gemere spudoratamente, e solo a quel punto Lauren lasciò andare le sue labbra. La mano della cubana scivolò lungo la sua guancia mentre gli occhi incerti e fulgidi di Lauren la rimiravano. Stavolta la corvina, però, restò. Il bacio si fece più impetuoso. La lingua della corvina scavava dentro di lei, mentre il bacino di Camila si insediava maggiormente in quello dell'altra gemendo ad ogni scossa elettrica del ventre.

Proprio mentre le dita della corvina sdrucciolavano lungo i brividi del suo interno coscia, le dita di qualcun altro si posavano sulla maniglia.

Shawn capì troppo tardi perché le porte si devono sempre chiudere a chiave: custodiscono segreti che le serrature dovrebbero solo nascondere.

Continua...

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Ciao a tutti!

Questo è decisamente uno dei miei preferiti. Ovviamente spero sia piaciuto anche a voi!

Per quanto riguarda gli aggiornamenti, sono contenta di aver avuto un po' di giorni per portarmi leggermente avanti, ma non potrò aggiornare più di una volta al giorno, almeno che non trovi un po' di tempo extra. Ci tenevo a dirlo per non creare confusione visto il doppio aggiornamento di ieri.

Grazie a tutti.

A domani.

Sara.

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