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Capitolo Venti


«Non tieni il bacino nel modo corretto.» Era la settima volta che glielo ripeteva, ma Dinah era più sgraziata di un elefante col tutù.

«Anche i gomiti sono troppo alti.» Intervenne Normani, girandosi prima di registrare il dito medio della ragazza.

«Ha ragione.» Annuì Camila, rimproverandola con uno sguardo eloquente.

«Ho capito, ho capito.» Cantilenò, anche se la cubana non sapeva a cosa si riferisse: alla postura in quanto alla lotta o alla postura in quanto a educazione. Dopo l'ennesimo sbaglio e l'ennesima linguaccia, comprese che non riguardava nessuna delle due.

«Dai, ti faccio vedere.» La cubana scambiò di posto con lei.

Normani si stava allenando poco più in là col sacco da boxe ed Ally, timorosa anche solo di indossare i guantoni, si limitava ad osservarla e ad imparare. Lauren, invece, si era spostata verso il fondo della palestra insieme a Lucy e stavano facendo un allenamento basico. La cubana sapeva che non potevano stare troppo vicine, per non dare nell'occhio, ma le labbra si serrarono lo stesso.

«Metti quelli.» Ordinò Camila, indicando i sostegni pensati appositamente per l'allenamento a due. Intanto guarniva le sue mani con i guantoni, senza però distogliere lo sguardo dalla scena in fondo alla stanza.

«Vedi di andarci piano, eh.» Si raccomandò cupamente Dinah, che non riteneva i suoi palmi adeguatamente coperti da quei riquadri di gomma, sabbia, o qualsiasi cosa fossero, per salvaguardarsi dagli occhi scuri della cubana.

Il primo colpo non fu insopportabile, anche se già al secondo le ginocchia dell'amica tremarono. Al terzo il tonfo vibrò lungo le articolazioni di Dinah più del sacco da boxe sfidato da Normani.

«Mila!» Si lamentò roboante, ottenendo l'attenzione di Ally.

Al quinto tutto il corpo di Dinah fremette come una corda di violino pizzicata da una ritmo troppo incalzante per considerarsi sinfonia.

«Camila, piano!» Stavolta, prima che le ginocchia le cedessero, anche Normani occhieggiò nella loro direzione, giusto in tempo per carpire la sfumatura del pugno ferreo della cubana. Si avvicinò a grandi falcate, ma aumentò il passo quando il pugno successivo impattò la mano sinistra di Dinah, spodestandola quasi dal pavimento.

La mano di Normani si avvolse sul suo polso prima che scoccasse il colpo successivo. Camila si voltò di scatto, pronta a sferrare un cazzotto anche verso di lei, ma si fermò prima fosse troppo tardi. Fece spola fra le due, farfugliando sconnessa.

«Scusa, mi sono fatta prendere.» Si asciugò la fronte madida, ma per quante gocce sdrucciolassero lungo la sua tempia era il pulsare incessante a mozzarle il respiro: «Mi sa che vado a farmi una doccia.»

«Mi sa anche a me.» Soggiunse a denti stretti Normani, ma questo non impedì alla cubana di divincolarsi bruscamente.

Ebbe la strenua di lanciare uno sguardo verso Lauren solo mentre si allontanava. La stava fissando oltre i sobbalzi di Lucy, ma non aveva fatto nemmeno un passo verso di lei. Per quanto volesse convincersi che non le interessava, sentiva di potersi raffreddare solo sotto il getto gelido della doccia.

Alejandro, Shawn e qualche altro accolito erano arrivati solo poche ore prima a destinazione -meta oscura a Camila- e già il suo stato psicologico traballava sotto forma di tendini e muscoli. Sapeva che era una pessima idea restare a casa con Normani, che conosceva appena, Lucy, che non conosceva proprio, e Lauren, che.. beh, era Lauren, non c'era molto altro da aggiungere. Fortunatamente la scuola era finita da poche settimane. Dinah ed Ally non avevano esitato un attimo ad accogliere l'invito della cubana, la quale villa era come un albergo a cinque stelle solo gratis.

Dopo aver trascorso abbastanza tempo sotto la doccia, la cubana non sapeva dire per quale motivo ne aveva avuto tanto bisogno. In realtà, il problema, era che ne aveva troppe di ragioni per scaldarsi e riconoscerle ogni volta era come saper distinguere una goccia da un'altra. Le voci erano ovattate al piano di sotto, affacciandosi alla finestra notò il gruppetto radunato in giardino, anche se solo voltandosi riconobbe il volto di Normani.

«Oddio,» sussultò, sorridendo subito dopo però.

«Scusa, non volevo spaventarti.» Era difficile crederla sincera quando il suo tono suonava così atono, ma Camila, inaspettatamente, si fidò. Dal modo in cui la fissava pareva aver bisogno, o quantomeno voglia, di dirle qualcosa, così la cubana la incoraggiò.

«Stai bene?»

«Io ero come te,» esordì a bruciapelo. «Avevo questa rabbia dentro, incredibile. Non riuscivo ad essere pienamente contenta nemmeno quando avrei potuto. Questo è il genere d rabbia che ti consuma, non te ne liberi solo volendolo, e poi finisci in luoghi davvero bui, credimi.» Fece una pausa solo per scrollare lo sguardo dal pavimento al soffitto, lontano da i luoghi di cui parlava. «C'è solo una cosa che puoi fare per uscirne, ed è non entrarci più.»

«Normani, non so di cosa...» Scosse la testa Camila.

«Lo sai.» Tagliò recisa, abbreviando la distanza fra loro. Avrebbe potuto negarlo, ma lo sguardo di Normani non poteva eluderlo. La cubana sospirò grevemente, abbassando gli occhi verso i luoghi di cui le parlava prima. Era difficile sapere quale fosse più oscuro.

«Mila, tu sei una brava ragazza cresciuta nel posto sbagliato, ma se fossi nata altrove, sinceramente, l'avresti mai guardata una come Lauren?» L'increspatura del suo sopracciglio suggeriva già la risposta. Camila tacque.

«No, non l'avresti guardata, e avresti fatto bene. Avresti fatto bene, perché una come lei ti trascina in fondo senza che tu te ne accorga, ma poi risale da sola. Io le voglio bene, gliene voglio davvero, ma solo perché ho imparato a stare al suo fianco senza farmi trascinare giù, ma tu stai affondando a vista d'occhio e non ha nemmeno iniziato con te.» L'additò come se le stesse offrendo un giubbotto di salvataggio, l'unico che forse poteva sperare d'afferare, eppure un'ancora non le era mai sembrata così allettante. Che male c'era nel finire tutto l'ossigeno e tornare dopo a galla? Perché sfiorare solo il pelo del mare quando aveva l'immensità sotto di lei?

«Camila, credimi. Lauren vuole bene anche a Lucy, io lo so, ma non è capace di costruire qualcosa che non sia doloroso. Quando se ne va dal letto di una donna per passare all'altro, non lo fa per sé stessa, lo fa per il loro bene. Lo fa perché anche lei sa ciò di cui è capace, ma più che altro sa ciò di cui non è capace.» Prese un sospiro abbastanza ingente da poter continuare: «Credi che lei possa offrirti più di Shawn? Credi che lei si prenderà cura di te quando lascerai tutto per lei? No! Scapperà, perché avrà più paura di ferirti standoti vicina che standoti lontana. Camila, non è troppo tardi per fare marcia indietro, devi solo...»

«Lauren porta tutti a fondo, ma qualcuno ha mai provato a risalire con lei?» La interruppe mordace, sostenendo il suo sguardo. «Tu hai detto che è lei è solo capace di affondare le persone a cui vuole bene, ma c'è mai stato qualcuno che le ha insegnato a nuotare?»

«Non puoi essere tu.» Scosse perentoria la testa Normani, che solo ora constatava quanto testardo fosse il sentimento della cubana.

«Perché no?» Digrignò i denti.

«Perché tu sai a malapena tenere a galla te stessa! Hai appena cominciato a vivere nella normalità, e pretendi di poter sostenere Shawn, quando gli dirai la verità, e nel frattempo essere capace anche di sorreggere Lauren e pensare a te. Devi lasciare indietro qualcuno, e sai chi deve essere.» Il suo respiro mozzato raccontava paure che Camila non considerava solo astratte. Forse anche Normani, seppur diversamente, si era lasciata risucchiare da Lauren, e ora non solo stava lontano dal suo vortice, ma tratteneva anche chi ci nuotava vicino. Forse la cubana aveva passato troppo tempo in solitudine perché annegare le pareva l'unico modo per salvare entrambe.

«Ho avuto un momento no, oggi, capita. Ma...»

«Niente ma! Non dire a te stessa che sarai capace di vivere diversamente, perché sai che non è vero! L'unica forza di cui sei capace è la tua rabbia, e quella non può salvare nessuno.» Sapeva che Normani si stava preoccupando per lei, ma il suo cipiglio spuntò ugualmente. Non la conosceva abbastanza per poterla giudicare.

«Normani, tu non sai chi sono. Non sai niente di me.» Soffiò fra i denti. Non era arrabbiata per essere data per scontata. Era arrabbiata perché quella donna credeva che ciò che era non sarebbe stato abbastanza per salvare una come Lauren. Ed era la prima paura che sentiva dopo tanto tempo.

«Non so molto di te, è vero. Ma so abbastanza di Lauren.»

Camila serrò la mascella e si fece più vicina: «No, io non credo.» I loro sguardi rimasero uniti più del previsto.

Ambedue credevano fermamente in ciò che dicevano. Normani non vedeva salvezza per una come Lauren, e Camila voleva solo quella. La cubana rimase a respirare a fatica anche dopo che l'altra se ne fu andata. Si prese un momento per rimettere insieme i pezzi e scese al piano di sotto con un sorriso disinvolto.

Lucy aveva preparato la cena e Ally aveva apparecchiato. Lauren e Dinah erano coinvolte in una conversazione che comunque non distrasse la corvina dalla presenza di Camila. Aveva notato anche la sua assenza, ma era molto più difficile sfuggire agli sguardi quando si concentravano tutti nelle stessa stanza. Come primo istinto non sarebbe andata a parlarle nemmeno se fossero state sole, ma tornare a prestare attenzione alle chiacchere di Dinah fu più complicato che mai.

Durante la cena Camila si riempì il bicchiere più volte di quanto affondasse la forchetta nel piatto. Alla fine la pasta era ancora lì, ma del vino restava solo la bottiglia. Non si sentiva comunque abbastanza alticcia da considerarsi sana. Le parole malate di Normani suonavano tutte le volte che si avvicinava al bicchiere, come un dito umido sfregato sul bordo di cristallo: suonava sempre la stessa melodia. E questo non faceva altro che ricordarle perché quella sera sarebbe andata a letto con lo stomaco vuoto. Lei non era innamorata di Lauren, non poteva esserlo se dopo due anni con Shawn provava a malapena gelosia. Tutto ciò che sentiva per lei si dispiegava attraverso l'avventura, il rischio di essere viva. Se avesse dovuto riassumere un sentimento avrebbe semplicemente detto che non riusciva a lasciarla andare più di quanto non riuscisse a convincerla a restare.

Dinah, Ally e Normani si erano radunate in giardino per un ammazzacaffè. Lucy la stava aiutando a riordinare la tavola assieme a Lauren. Tutte le volte che si toccavano, doveva ricordarsi di non stringere il pugno mentre sciaquava un coltello, o di brandire il coltello stesso. Ok, forse un po' gelosa lo era, ma solo perché detestava arrivare seconda.

Era stata una giornata silenziosa e lo fu anche la serata. Verso le undici, Ally e Dinah si ritirarono nelle proprie camere. Normani, Lucy e Lauren scelsero una stanza a testa, tutte e tre disseminate in diverse zone della casa, cosicché fossero coperte le aree principali. Camila si mise a letto sapendo già che non avrebbe dormito. O meglio, fino alle una provò a convincersi del contrario, ma alla fine dovette arrendersi alla triste verità. Pensò che un giretto non avrebbe guastato.

I corridoi erano silenziosi e bui. Quasi quasi le piacevano di più adesso che tutto lo sfarzo era inghiottito dalla penombra, e che lo specchio di fronte a camera sua non rimandava l'immagine dei capelli arruffati al mattino. Si incamminò lungo il dedalo di camere, stanze e angoli dello scheletro di cemento, senza però sapere quale uscita mirasse. L'unico modo per uscirne è non entrare più. La voce di Normani era l'unica ninna nanna che avrebbe ascoltato quella notte, a quanto pareva. I suoi pensieri erano insicuri come i suoi passi: muoveva il piedo destro e si sentiva incerta di potercela fare; muoveva quello sinistro e sentiva il vigore rinnovato. L'unica cosa che sia i suoi passi sia i suoi pensieri avevano in comune, era lo stringersi delle sue braccia quando faceva troppo freddo o era troppo indecisa.

Stava per svoltare l'angolo quando una mano si avvolse sul suo polso veloce e inaspettata come lo spezzarsi del suo respiro.

Voltandosi incorse prima nel buio poi negli occhi di Lauren. Vi era troppa densità nella notte per discernere i suoi lineamenti, ma lei comunque li seppe mettere insieme per vedere l'indice della corvina poggiarsi contro le labbra. Lauren la guidò a ritroso, fino alla sua stanza, e accese la luce solo dopo aver chiuso la porta dietro di loro.

«Tu non dovresti essere a letto?» Incrinò le labbra Lauren.

«E tu non dovresti essere qui.» Ma d'altronde, lei era arrivata dannatamente vicina alla sua camera, o no?

«Me ne andrò dopo che mi avrai spiegato cosa ti ha preso oggi.» Se era un tentativo di chiederle come stava o mostrarsi preoccupata, avrebbe anche potuto lasciare da parte la stizza.

La cubana roteò gli occhi al cielo. «Niente.»

L'unico modo che hai di uscirne è non entrare più. Stava seguendo il consiglio di Normani, ma per farlo aveva dovuto sedersi e stringere le coperte come fossero catene. Gli sbuffi di Lauren si erano spazientiti prim ancora del previsto. Sapeva che stava aspettando una parola in più per decidere se restare o andarsene. Camila comprese che quella sera doveva decidere. Decidere da che parte stare e come albergarci. Poteva aspettare che la corvina stringesse i denti davanti alla sua indifferenza, oppure poteva rimpiazzare lo sguardo diffidente della donna con la consapevolezza di un domani migliore.

Improvvisamente capì quello che poteva fare. Convincerla a fidarsi di essere più di quello che la strada le aveva insegnato ad accettare, poteva essere un discorso proferito solo senza parole.

La cubana si alzò lentamente dal letto e avanzò verso Lauren, ancora in piedi accanto alla porta, sempre abbastanza vicina per voltarle le spalle.

«Che fai?» Borbottò Lauren quando registrò la cupidigia inesplosa nello sguardo di Camila. 

«Ti mostro una cosa.» Disse senza fronzoli, togliendosi la maglietta.

Aveva ben chiaro ciò che doveva dirle.

L'unico modo di uscirne è entrare con la chiave giusta.

Continua...

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