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Capitolo Trentatré

Era la seconda volta che la notte le portava via qualcosa che non avrebbe più ritrovato.

Prima si era presa la fiducia nei confronti di Lauren. Ora l'amore per Alejandro. Si sbagliava quando le aveva detto che aveva già perso tutto. Ora lo aveva perso, fino in fondo.

L'alba avrebbe avuto un sapore del tutto diverso. Sempre che ci arrivasse, all'alba. Il suo respiro sembrava averne avuto abbastanza. Ogni parte del suo corpo si sorreggeva ancora in piedi perché la scrivania era stabile al posto suo. Si sorreggeva al bordo di legno domandandosi cosa le sarebbe rimasto intatto una volta lasciata quella posizione. Le lacrime le appannavano la vista, ma non aveva il coraggio di chiudere le palpebre per paura di ciò che avrebbe trovato al di là.

Avere ancora in mano quella carta stazzonata le rammentava solamente ciò non era stata capace di fermare, o quantomeno di comprendere. Accettare di essere stata complice del suicidio di sua madre era già stato abbastanza arduo, ma sapere di esserne stata addirittura la causa non aveva termini di paragone. E soprattutto, era stata lei il movente e suo padre l'assassino. Non aveva nessuno a cui aggrapparsi. Non a sé stessa, che era stata la prima a mettere sua madre in pericolo con quelle richieste petulanti, e non a suo padre, che aveva premuto il grilletto lasciando che fosse poi lei ad assumersi tutte le responsabilità della sua sbadataggine.

Inalò talmente profondamente che le parve i suoi polmoni si ricordassero solo adesso la loro funzione primaria. Ripiegò le lettere, sperando le pieghe della sua rabbia non fossero troppo visibili, ma aveva come il presentimento che Alejandro prendesse in mano un bicchiere di whisky ogni volta che era tentato di rileggere quelle lettere scolorite.

Si assicurò la cassetta fosse chiusa per bene. I segreti custoditi in una cassaforte di menzogne. Doveva ancora smettere di piangere quando spense la luce, per questo stazionò nella penombra qualche secondo in più prima di abbassare la maniglia. Venti minuti prima aveva sbirciato lo stesso corridoio, ma era una persona totalmente diversa. Ciò che le restava oltre le lacrime era la consapevolezza che, una volta asciutte, non sarebbero sgorgate più dagli stessi occhi.

Doveva soffocare ogni lamento, perché dietro ogni porta poteva dormire chiunque. Sapeva solo a chi appartenesse una di queste e fu davanti a quella che si fermò.

Lei e Lauren non si guardavano nemmeno più. Non aveva idea di cosa cercasse, tantomeno dalla corvina, ma sentiva che era l'unica a cui l'avrebbe chiesto.

Bussò fievolmente, appoggiando la spalla contro lo stipite. I passi dall'altra parte furono abbastanza lenti. La sua espressione scocciata le lasciò intendere che si aspettava qualcun altro. Le labbra si schiusero immediatamente, seguite dallo sguardo attonito.

«Camila.. Ma che...» Scosse la testa, incapace di comprendere anche per le plissé del cuscino incise sulla sua guancia.

La cubana fece di tutto per spiegarsi a parole, ma appena aprì la bocca riuscì solamente ad emettere un respiro tempestoso che precedette il nubifragio del suo sguardo.

«Io.. Non...» Scosse la testa, coprendo la bocca con la mano.

«Ok, ok.» La rassicurò l'altra, afferrandola per la mano e portandola dentro prima che qualcuno le vedesse.

Quando la porta si fu chiusa, Lauren allungò le braccia verso di lei e se la strinse al petto. Camila appoggiò la fronte sussultante contro la scapola della corvina, ma tenne le mani lungo i propri fianchi.

«Shh, va tutto bene. Stai calma.» Le baciò il capo, carezzandole gli spasmi irregolari della sua schiena.

Anche lei doveva deglutire per non permettere alla cubana di sentire il galoppare del suo muscolo caridaco. Camila si era rannicchiata e sembrava lasciarsi andare davvero ora che le braccia prestanti della corvina la sorreggevano. Ci pensava lei. Per quanto egoistico potesse sembrare, in quel momento Lauren sentiva la mancanza delle mani della cubana attorno a lei. Era come se avesse abbastanza bisogno di essere sorretta da non poter andare oltre la sua porta, ma non si fidava abbastanza per andare oltre le sue spalle.

Quando il respiro riprese a normalizzarsi, Lauren non la discostò, ma sapeva che l'avrebbe fatto la cubana al posto suo e così fu. Malgrado l'oscurità non ebbe nemmeno la forza di guardarla negli occhi.

«Che è successo?» Domandò asciugando dolcemente le tracce salate dalle sue guance.

Camila scosse appena la testa, come se non volesse parlarne o come se si stesse già pentendo di aver bussato.

«Camila,» la corvina le sollevò gentilmente il volto. Non poteva perderla, non prima di sapere a chi doveva indirizzare la sua collera. «Voglio solo sapere che è successo, per aiutarti.» Ammise guardandola dritta negli occhi. Era così bello poter sentire la sua pelle di nuovo, ma allo stesso tempo detestava percepirla tanto umida.

La cubana la scrutò per un tempo talmente infinito che Lauren si convinse si stesse pentendo, ma invece alla fine disse: «Ho bisogno di sedermi.»

«Certo.» L'accompagnò fino al crinale del letto.

Il capogiro cessò, ma non il voltastomaco. Era come scendere da una montagna russa e dover rimparare a vedere il mondo.

Lauren si inginocchiò davanti a lei, catturando lo sguardo inclinato verso il tappeto. «Va meglio?»

Camila annuì senza guardarla.

La corvina inspirò a fondo. Aveva dovuto congiungere le mani fra sé per non poggiarle nuovamente sulle spalle di Camila. «Mi dici cosa è...»

«È stato lui.» Camila alzò finalmente gli occhi su i suoi, trovando gli smeraldi impreparati. «È stato mio padre a sparare a mia madre.» Anche Camila aveva dovuto trovare un impiego per le sue mani, solo che invece di intrecciarle le aveva strette saldamente.

Lauren sfarfallò le palpebre e farfugliò insensatamente delle domande a cui la cubana non sapeva rispondere più di quanto non sapesse cosa fare.

«Ma, non capisco... Lui.. Perché avrebbe dovuto.. Pensavo l'amasse... Non...»

«È stata colpa mia.» La zittì la cubana, annuendo contro lo sguardo incredulo della corvina. «Lei voleva che io avessi una vita normale. Glielo avevo chiesto tante volte... Lui non voleva.. Non avrei mai dovuto domandarlo, non avrei dovuto colpevolizzarla...» Scuoteva la testa più energicamente del previsto solo per scacciare le lacrime che minacciavano di carambolare.

«No, Camila.» Lauren le afferrò i pugni fra i suoi palmi, sperando che il suo tocco sciogliesse la tensione e non peggiorasse la pressione delle unghie contro la carne. «Tu non hai colpe. Non le avevi prima e le hai ancora meno adesso. Te l'ho detto,» le sue labbra ebbero un fremito furibondo. «Lui è capace di tutto per avere la situazione sotto controllo. Non importa se tu sei sua figlia. Sei un'altra vittima. Come tutti noi.»

Camila la rimirò senza dire niente. Non sapeva se fosse giusto trovarsi lì, in fondo anche lei le aveva mentito, eppure adesso condividevano un segreto che le rendeva partecipi della medesima sofferenza, della medesima rabbia. «Posso chiederti un favore?» Lo domandò con la vergogna di chi si rivolge ad uno sconosciuto.

Lauren provò ad ignorare il tuffo al cuore. «Tutto quello che vuoi.»

«Posso dormire qui?» La guardò solo di tralice, come se non fosse pronta a sentirsi pronunciare certe parole guardandola direttamente negli occhi.

Gli occhi di Lauren, invece, si illuminarono. «Si, certo che puoi.» Ma nonostante il consenso la cubana non accennò ad alzarsi dal letto, come se avesse più bisogno di una guida che di un'approvazione.

Lauren intrecciò la mano alla sua e la condusse dalla parte ancora intonsa. Camila scivolò cauta sotto le coperte e aspettò che Lauren si fosse distesa accanto a lei per schiudere le palpebre. L'ultima volta che erano state così avevano perso tutto. Entrambe sospirarono come se stessero ricordando la stessa cosa. Ecco perché fu difficile interpretare le parole di Lauren.

«Risolveremo tutto.» Avrebbe volentieri proteso una mano verso di lei, ma ricordava come aveva reagito l'ultima volta e ora che non stava più piangendo temeva potesse succedere di nuovo. «Adesso dormi.»

Ma gli occhi della cubana non ebbero nemmeno un'esitazione. Rimasero fissi nei suoi. Si ricordava di quando avevano fatto il viaggio di ritorno dal Montana: c'era qualcosa da dire, ma non il modo per dirlo. Anche adesso avvertivano la stessa sensazione, solo senza musica di sottofondo.

«Lauren,» prese coraggio la cubana, pensando che certi pensieri aveva ancora l'ardire di proferirli solo se erano le labbra di Lauren a risponderle. «Mi sento talmente sola. Tutti quelli a cui voglio bene mi feriscono. Non so più di chi fidarmi.»

La corvina espirò con forza l'aria. Sapeva di essere in cima a quella lista, anzi. Sapeva di averla cominciata proprio lei quella lista. Ecco perché si sentì tremendamente in colpa a dirle: «Puoi fidarti di me» Come se non avesse altra opzione che fidarsi del meno peggio. Avrebbe davvero voluto essere migliore, o almeno avere una chance di scegliere un'altra via per portare a termine i suoi obiettivi se solo avesse saputo che su quella ci sarebbe stata Camila.

«Posso davvero, Lauren?» Emise un sospiro greve che le spezzò l'ultimo brandello di cuore che le era rimasto. Pensare che Camila avesse potuto piangere per lei come aveva pianto quella notte, era uno dei rimorsi che non si sarebbe perdonata.

«Puoi, Camila.» Non era mai stata così sicura di qualcosa in vita sua. Nemmeno la vendetta era tanto franca quanto lo sguardo di quel momento.

La cubana inspirò per avvicinarsi a lei. Lauren rimase immobile, senza muovere un muscolo prima che lo avesse fatto lei. Camila poggiò delicatamente le dita sulla sua mandibola, poi si arrampicò sulla guancia e schiuse la mano al ritmo del suo respiro. «Sto per darti la possibilità di ferirmi di nuovo.» Confessò ad un palmo dalle sue labbra. «Non farlo.»

Si sbagliava, poteva essere più sicura di qualcosa in vita sua, ed era proprio quello. «Se dovessi ferirti, stavolta non reggerei il colpo.»

«Non farlo.» Stavolta le vie di mezzo non erano sufficienti. Non era più la persona teance che era sicura di poter remare con una mano e tenere a galla qualcun altro con l'altra. Ora aveva bisogno di sapere che erano in due a nuotare.

«Non lo farò. Mai più.» Fu concisa ma essenziale, e quello fu abbastanza per accontentare la cubana.

Camila si approssimò talmente tanto che i loro corpi si sfiorarono sotto le coperte, ma le mani della corvina rimasero comunque lontane da lei. La cubana fece spola fra le sue labbra e i suoi occhi, come quando saltava giù da una scogliera e aveva prima bisogno di sincerarsi che ci sarebbe stata abbastanza acqua per non ferirsi. Camila lambì impercettibilmente le sue labbra. Se non avesse avuto gli occhi aperti probabilmente non se ne sarebbe nemmeno accorta. Si discostò come se l'impatto con il mare le avesse colpito eccessivamente il corpo, ma ora si stava abituando alle onde. Si avvicinò nuovamente a lei, ma stavolta premette con decisione le labbra sulle sue, mettendo al muro il respiro che filtrava dagli angoli della bocca.

Solo allora Lauren le afferrò la nuca, attirandola in un bacio più passionale. Camila affondò le mani nei boccoli della corvina, sentendo la pelle aggricciarsi. Lauren aveva avuto talmente tanta paura di non poterla baciare più che ora aveva quasi dimenticato come avrebbe voluto farlo. Camila colse i movimenti incerti delle mani, la timidezza della lingua, il tira e molla del suo bacino, così prese le redini prima di perderle. Scivolò con la mano sul suo collo e schiuse la bocca quel tanto che bastava per lasciarle percepire il respiro caldo nel suo. Il bacio si fece più esigente, e permise alla sua lingua di toccare quella dell'altra. Solo a quel punto le mani di Lauren parvero più salde sulle sue anche. Ma dato che ancora tentennava ad aderire al suo corpo, la cubana le ghermì le spalle e la condusse sopra di sé.

Lauren, però, spostò le mani sul cuscino. La guardò chiedendole un permesso che era stata in primis Camila ad arrogarsi. La cubana le scostò una ciocca di capelli dalla guancia e annuì nell'oscurità.

La corvina, però, rimase inerme. Pareva aver preso sul serio le promesse recitate. E questo non poteva che spingere Camila a volere maggiormente ciò che avevano iniziato. La cubana artigliò i lembi della sua maglietta e gliela sfilò lentamente. Le forme della donna erano belle anche al buio. Camila si sporse in avanti per attirarla a sé. Lauren si lasciò andare solo quando le labbra della donna catturarono le proprie e il movimento del bacino contro il suo divenne inconfondibile.

L'allegerì della maglietta, beandosi del contatto nudo con la sua pelle. Le labbra della corvina si trasferirono sul suo collo. Una scia arzigogolata di baci attizzò il respiro della cubana, che poté aggrapparsi solo al cuoio capelluto dell'altra per domare i brividi.

«Camz, mi sei mancata da morire...» Disse fra un ansito e l'altro, continuando a baciarle la pelle esposta. Camila avrebbe risposto se le mani elettriche della corvina non l'avessero costretta a mordersi le labbra. Inarcò il bacino verso di lei in assenza di parole.

«Non ho fatto altro che pensarti.» Le baciò le scapole e i seni, premendo con delicatezza i polpastrelli su i suoi fianchi. «E volerti.»

Camila gemette audacemente, gettando la testa all'indietro e le anche in avanti. Finalmente le dita si inabissarono nella sua chioma e Lauren allontanò le labbra dalla sua pelle per tornare a guardarla negli occhi.

«Anche tu...» Riprese ossigeno la cubana solo per dirle ciò che i gemiti potevano solo sottintendere. «Mi sei mancata. Sempre, purtroppo.» Abbozzò un sorriso che l'altra non ebbe il tempo di contraccambiare perché Camila l'aveva già trainata a sé.

Stavolta la corvina non ebbe timore di approfondire il bacio fino in fondo e fin da subito.

Camila incastrò a perfezione i loro bacini, facendole capire cosa voleva e come lo voleva. E di nuovo, Lauren non se lo fece ripetere. Sgusciò in mezzo alle sue gambe e pensò a togliere l'intimo di entrambe. Camila si affrettò a cozzare il bacino con il suo ora che poteva sentirlo senza barriere su di lei.

«Lauren,» Sospirò. Ancora si ricordava di quando aveva dovuto quasi pregarla per sentirselo dire, mentre adesso era talmente naturale da squagliarle ogni riserva d'ossigeno.

La corvina si abbassò contro di lei e immerse il braccio sul cuscino, al lato della sua testa. Camila reclinò la guancia sull'avambraccio della donna, mentre quest'ultima le sfregò il naso sull'altra gota. Poter registrare l'espressione estatica della cubana mentre spingevano i bacini all'unisono le inondava la spina dorsale di brividi che solo il piacere nel ventre poteva superare.

«Dio, Camz.»

«Dillo ancora.» Scherzò ansimando, strappando sì un sorriso alla corvina ma anche le sue dita affondarono fino al suo cuoio capelluto.

Lauren lasciò che fosse la cubana a dettare il ritmo, si adattò al suo volere, che diventava ad ogni spinta più bramoso. Il suo centro pulsante collideva perfettamente con il fascio di nervi della cubana, che difatti schiudeva sempre di più le labbra, bocchieggiando.

«Sei così bella quando mi guardi così.» Si morse il labbro prima di baciarle la guancia.

«Facci l'abitudine.» Rispose con sguardo acceso dalla malizia la cubana, trafiggendola con una carica suadente che la fece cedere in un ultimo gemito.

Camila incise delle comete rossastre sulle sue spalle mentre ogni muscolo del suo corpo si irrigidiva, ma comunque pretendeva di più, scuotendo ancora freneticamente il bacino contro quello dell'altra, che mugolava ad ogni contatto. Quando anche l'ultima fibra del suo corpo si fu spossata, ricadde sul materasso seguita da Lauren che invece ammarò contro le onde del suo petto.

La corvina si stava riposando su di lei proprio come la prima volta che erano state insieme, solo che allora non avevano intenzione di rifarlo di nuovo, adesso invece non credevano in qualcosa di diverso.

Camila passò le mani nei capelli dell'altra, fruendo anche del peso della corvina sopra di lei. I suoi occhi erano fissi verso l'alto, ma il suo cuore aveva già trovato tutte le ragioni necessarie per restare ancorato a terra.

«Lauren,» la richiamò prima che si assopisse.

«Mh?» Mosse la testa contro di lei per farle capire che c'era, l'ascoltava.

«Mi devi spiegare diverse cose. Ma prima...» Inalò talmente piano che Lauren non credeva potesse confessare un'intenzione tanto gravosa. «Ti aiuterò a distruggere mio padre.»

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