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Capitolo Trentasei

Tre mesi dopo...

«Ricapitolando,» il detective Seyer si massaggiò le tempie come se un solo caffè non fosse abbastanza per affrontare quella giornata. «Alejandro è stato fregato direttamente dai suoi uomini, ma tu non ne sapevi nulla. Eppure loro sono riusciti a scappare.» Si sedette con esuberante diffidenza di fronte alla cubana. Probabilmente aveva dimenticato che portare lo stesso cognome di suo padre non la rendeva egualmente colpevole.

«Esatto. Come ha sentito dalla registrazione, io gli ho solo chiesto di proteggermi, niente di più.» Scrollò le spalle, esposte nonostante il fresco della stanza.

«E allora come hanno fatto a scappare prima che arrivassimo, se lei non li aveva avvertiti?» Il tono della voce pacata non ingannava lo sguardo sempre più acuminato. Camila, però, ci era cresciuta in mezzo a sguardi contundenti.

«Beh, ho fatto solo un errore.» Si rabbuiò abbassando lo sguardo sulle nocche candeggiate dalla pressione fra le mani. «Ho chiesto aiuto a Shawn, e lui l'ha rivelato ad altri.» Si sforzò di non sospirare. Doveva attenersi al copione. Lo aveva redatto e studiato, non poteva uscire dalla parte prima che il sipario si chiudesse. 

«Non ti dispiace sia andato via così? Senza salutarti?» 

La cubana ridacchiò «No, detective. Fra me e Shawn c'era soltanto sesso.» Enfatizzò l'ultima parola ottenendo l'effetto desiderato. Gli occhi di Seyer che si erano andati stringendo fino a quel momento, si sgranarono d'un tratto, ciò che invece pareva stringere era la cravatta, che allentò. 

«E ti sei lasciata andare ad una confidenza tale con qualcuno che consideravi così poco?» Lanciò uno sguardo verso la telecamera sperando che non avesse registrato il suo guizzo di nervosismo. Congiunse le mani e Drizzò le spalle per ricomporsi austeramente tanto quanto il distintivo richiedeva.

«In qualche modo dovevo pur contattarvi.» Sentenziò senza vacillare, guardandolo dritto nelle fessure dei suoi occhi. Quello sguardo non lo si dimenticava tanto facilmente. Non quando tramandava tanta avversità e decisione al contempo.

«Shawn ti ha aiutato, lo sappiamo. Hai chiesto la sua ammenda in cambio di Alejandro, e te l'abbiamo concessa. Ma non ti ha detto dove aveva intenzione di andare?» Avevano intrapreso quattro interrogatori e ancora Seyer rimarcava gli stessi interrogativi irrisolti. Gli era grato per averli consegnato suo padre, ma era comunque una Cabello.

«No, perché non mi interessava. E non dovrebbe interessare nemmeno a lei.» Tagliò corto stavolta Camila, più mordace del solito.

«Cosa vuoi dire?»

«La criminalità in città è scesa sotto i minimi storici. Senza mio padre tutti i suoi affiliati sono allo sbaraglio, ma non ci metteranno molto a riorganizzarsi. Se vi concentraste su di loro potreste prenderli in quanto? Uno, due anni? Ma se pensate ai personaggi che sono usciti di scena, non avrete la possibilità di mettergli le mani addosso. Loro si sono levati dai piedi, non stanno infastidendo nessuno. Perché concentrarsi sui pesci piccoli quando ci sono ancora gli squali da prendere?» Il suono dei suoi braccialetti contro il tavolo di metallo era l'unico rumore nella stanza.

«Perché sono stati i pesci piccoli a mangiare quello grosso.» Sibilò con la mano ancora troppo stretta per credere che avrebbe lasciato perdere in tempi brevi.

«Si, ma ora ce ne sono altri grossi che aspettano solo di subentare. Ma lei lo saprà meglio di me.» Portò le braccia conserte, ma faticò a mantenere il sorriso quando il detective le disse:

«Alejandro sostiene che non ci fosse Shawn a punargli una pistola contro.»Il detective Seyer stavolta era preparato. Afferrò la foto dal mucchio e la posizionò sotto lo sguardo della cubana. Camila inspirò a fondo mentre fissava quegli occhi di carta. Era da diverso tempo che non li percepiva serpeggiare lungo il suo corpo. «Lauren Jauregui.»

«Non credo proprio.» Si strinse nelle spalle fingendo non le interessasse la conversazione più di quanto le importasse prima.

«Non credi?» Sottolineò.

«No, lei è sempre stata agli ordini di mio padre come tutti gli altri. Mio padre ha mentito per un'altra ragione.» La cubana aspettò la domanda, ma stavolta Seyer rimase in silenzio. «Mio padre destestava più Lauren di qualsiasi altro perché sapeva che eravamo state a letto, una volta.» 

Seyer si impegnò per non strabuzzare gli occhi, ma stavolta sarebbe stato evidente a qualsiasi telecamera in bianco e nero il vermiglio del suo viso. «E quindi?»

«E quindi sono sicura lei sappia cosa c'è di più importante di veder crollare il proprio impero. È veder crollare le aspettative che si costruiscono sulle figlie.» Camila sospirò annoiata tanto quanto una bambina in un centro commerciale. «Che posso dirle? Ero stanca di essere la sua brava ragazza. Ho usato Lauren per una notte ed è andato bene ad entrambe. Probabilmente si è sacrificata davanti a tutti perché sapeva che lui la odiava già, ma lei non aveva voce in capitolo. Non è la persona che state cercando.»

«Allora passiamo alla prossima indiziata...» Sfilò dal mazzo la foto di Normani. Camila sapeva che si sarebbe accontentato solo dopo aver ascoltato le annotazioni trite e ritrite su tutto il resto della banda patinata. Ma ormai, lei, sapeva tutto a memoria.

Si augurava di riuscire a mantenere la parte fino a che il detective non si fosse convinto di non avere nient altro da pretendere da quegli occhi intransigenti. Ma non sapeva quanto avrebbe continuato a sostenerli...

                                       *****

Un anno dopo....

«Sei sicura di non voler venire con noi?» Normani voleva apparire afflitta, ma sarebbe stata una bugia dire che non aspettava quel viaggio da tempo.

«Sicura.» Annuì solo una volta la corvina. Non era più il capo da tempo, ma Normani abbassava ancora lo sguardo quando rispondeva così secca.

«Non sarà lo stesso senza di te.» Mentì per farle piacere, ma Lauren sorrise come se non lo avesse arguito.

«Tieni d'occhio Chris, e Keana, e Lucy... Insomma, tutti.» Forse era troppo tardi per passarle il testimone, ma Normani raddrizzò le spalle come se ne avvertisse ancora tutto l'onore. 

«Certo, Lauren.» Sorrise, sostenendo il suo sguardo finché, per la prima volta, fu la corvina a distoglierlo.

Era passato un anno da quando avevano abbandonato Los Angeles per scappare verso mete esotiche e segrete, ma dopo aver ispezionato tutti i bar, gustato tutti i cocktail, visitato tutte le spiagge anche dei fuggitivi si erano annoiati. Era arrivato il momento di spostarsi verso l'Oriente, fra le fitti foreste della Malesia o chissà. Lauren, no. Lauren restava.

Lauren aveva seguito le direttive di Camila. Le aveva fatto arrivare il bicchiere dello shot con cui aveva festeggiato la prima sera. Tutti i giorni andava allo stesso bar ad aspettarla. E avrebbe continuato a fare così.

«Quindi non vieni davvero?» Sospirò Lucy alle sue spalle, distranedola dai pensieri che si erano persi nell'orizzonte terso.

«No, non vengo.» Abbozzò un sorriso. 

«Keana sentirà la tua mancanza.» Era un modo come un altro per dirle che, invece, sarebbe stata lei a sentire la sua mancanza.

«Non ne dubito.» Rimase al gioco Lauren, tornando a scrutare l'orizzonte come se si aspettasse di vedere sbucare l'ala di un aeroplano che avrebbe messo fine al suo patibolo.

Lucy lanciò uno sguardo verso la stessa traiettoria. «Credi che lei verrà davvero?» Fu contenta di sentirselo chiedere sottovoce, perché così la risacca del mare le diede la forza di trascinare lontana la domanda dal suo cuore.

«Verrà.» Affermò perentoria. «Deve venire.» Soggiunse piu sommessamente, ma l'orizzonte si colorava solo di sfumature rossastre, nessun ala bianca trapassava gli ultimi dardi accecanti. Lei continuò ad osservare il sole anche senza protezione di occhiali.

«Sono sicura che verrà, certo.» Sorrise, stringendole la spalla fraternamente. In un anno erano riuscite a confortarsi come vere amiche, senza mischiare sbagli immaturi. Lucy, a quanto pareva, ora spendeva parecchie notti con Keana. E aveva intenzione di passare anche le prossime.

«Ci lasceresti due minuti?» La voce baritonale di Chris fece voltare Lucy, ma non Lauren. Udì comunque i suoi passi allontanarsi e quelli più pesanti di suo fratello avvicinarsi, finché non si appoggiò contro la ringhiera accanto a lei.

«Non dirlo.» Lo avvisò prima che aprisse bocca, ma lui era pur sempre suo fratello e sentiva verso di lei tutta la duplice responsabilità che non aveva potuto riversare su Taylor.

«Qualcuno deve dirtelo.» Sospirò come se il suo ruolo non lo avesse richiesto, ma fosse d'obbligo.

«Non c'è bisogno.» Glielo chiese a denti stretti, ma solo perché non voleva che prevalesse la voce rotta.

«C'è bisogno invece, perché lei non verrà.» Disse tranchant, strappandole un respiro più fragoroso dell'eco della schiuma sulla sabbia.

«Chris...» Non era la stessa persona che pronunciava il suo nome come un avvertimento. Era quella che lo pregava di smetterla prima che fosse troppo tardi.

«È così. Tu resterai qui, da sola, ad aspettare una persona che non verrà.» Il sole infuocava il cielo, ma erano le parole del fratello a scottarle la pelle.

«Invece verrà, perché me l'ha promesso.» Suonava ridicola e anche penosa, ecco perché non lo biasimò per il sorriso di scherno.

«È pur sempre una Cabello.» Concluse sintentico, come se non ci fosse bisogno di dire altro per spiegarsi esaustivamente.

Lauren si voltò di scatto, fulminandolo più del raggio abbacinante che illuminava lo spazio in mezzo a loro. «Lei è tutt'altro che una Cabello.»

Chris scosse la testa, ma si rimangiò tutte le parole che avrebbe voluto dirle e che il suo sguardo eloquente gli fece arguire non avrebbe ascoltato se non per controbattere.

Normani interruppe il loro idillio. «È arrivato Jonathan.» Disse soltanto, rimanendo però ferma sulla soglia. Stavolta era Chris a doversene andare e lo sapeva. 

«Prenditi cura di te, Lauren.» Avrebbe voluto abbracciarla, ma nessuno dei due fece il primo passo, così l'unico passo che fece fu quello verso l'uscita.

Normani si accostò alla corvina. Sapeva che non dava mai le spalle al tramonto, come una sorta di scaramanzia verso ciò che poteva o non poteva ancora accadere. «Davvero non vieni?»

«Davvero.» Sorrise, scrollando le spalle come se anche lei avesse provato a convincersi del contrario, ma non ci fosse riuscita.

Normani sospirò sonoramente. Le dispiaceva andarsene, ma sopratutto sapere che sarebbe rimasta da sola con così tante stanza vuote da riempire solo con i suoi silenzi.

«Camila verrà.» Dichiarò Normani, facendola sussultare. Nessuno pronunciata quel nome da un po'.

Normani si ricordava ancora quella volta che aveva provato a dissuaderla dallo stare vicina a Lauren, e le dispiaceva di non aver mai avuto l'occasione di riparlarci dopo quell'incontro. Camila si era dimostrata molto diversa da come la credeva, e per questo era sicura che avrebbe mantenuto le sue promesse.

«Mandami una cartolina, quando arrivate. Solo per sapere che non avete sbagliato strada.» Ammiccò la corvina, facendole capire che era meglio cambiare discorso per salutarsi.

«Certo. Ci vediamo presto, Lau.» Gli abbracci erano arrivati alla fine. Aveva già salutato tutti nei giorni precedenti, in più la maggior parte delle persone se ne erano già andate: loro erano gli ultimi. Altri, invece, non erano mai arrivati sull'isola. Le loro strade si erano divise per ragioni di praticità: meglio non farsi vedere tutti insieme. 

Normani provò una gran fitta allo stomaco mentre se ne andava lasciandola da sola nella terrazza. Sperava di non sbagliarsi stavolta su Camila.

La corvina socchiuse le palpebre mentre l'ultimo spiraglio di luce le baciava le palpebre e il rumore della porta le ricordava la mano della cubana mentre la lasciava stringendo però promesse che non aveva ancora mantenuto. Quando li schiuse, era di nuovo di fronte ad un cielo notturno che aveva portato solo un'altra luna.

La giacca di pelle poggiata sullo schienale della sedia era sempre a portata di mano la invitò a recarsi al suo solito posto. La speranza terminava solo quando chiudeva gli occhi per dormire. L'isola pareva più piccola solo durante il giorno, quando le facce che si scambiavano sul marciapiede erano le stesse della mattina prima, ma non alla sera, quando le uniche fronde erano quelle delle gonne della ragazze e c'era sempre uno sguardo nuovo da conoscere e abbonandare. Le luci non erano paragonabili a quelle di Los Angeles, ma le sporadiche tracce di lampadine infondevano un senso di collettività che le grandi città disperdevano incoscienti.

Il locale era affollato come al solito, per arrivare allo sgabello dovette sgomitare e scusarsi anche con chi l'aveva urtata per primo. «Un Mojito.» Ordinò come al solito.

«Subito, bella.» Rispose il cameriera senza nemmeno guardarla. Meglio così.

«Ti non la smetti mai, eh.» Una voce famigliare alle sue spalle le fece predire di chi fosse il profumo anche se era tutte le sere diverso.

«Ciao, Tess.» Cantilenò indirizzando uno sguardo alle sue spalle.

«Dico io, tutte le turiste farebbero a gara per offrirti da bere, e tu ti siedi sempre da sola.» Scosse la testa mentre afferra a i bicchieri vuoti per riempire il vassoio già traballante.

«Ho abbastanza soldi per poter pagare da sola i miei drink.» Tagliò corto, sollevando il bicchiere a mo' di brindisi.

«Almeno..» Allungò una mano verso il suo braccio, percorrendolo con l'indice e il medio. «Lascia che te ne porti uno io, magari direttamente nella tua stanza.» Lo sguardo malizioso l'avrebbe intrigata se il tocco sul suo braccio non le fosse apparso tanto indifferente.

«Tess, sei una bella ragazza, ma io aspetto qualcuno.» Ormai era una risposta ripetuta, tanto quanto i sospiri della ragazza dopo ogni diniego.

«Tu aspetti sempre qualcuno. Non c'è niente di male nell'essere mollati, devi solo accettarlo, sai?» Le Sorrise affabile, ma Lauren portò comunque il bicchiere alle labbra più veloce del solito e lo scolò anche più svelta del normale. «Dai, te ne porto un altro. Offre la casa.» Disse la ragazza per farsi quantomeno perdonare.

Lauren rimase a fissare la schiena nuda di Tess allontanarsi. Scosse la testa afflitta. Non sapeva quando si sarebbe arresa, ma temeva che sarebbe stato troppo tardi per cercare qualcosa di diverso. Forse doveva lasciar perdere. Eppure. Eppure domani sarebbe stata di nuovo lì, in mezzo a quella musica latina, a schivare sguardi che le portavano solo malinconia dell'unico che non poteva avere, e a riempirsi il bicchiere fino a scolarsi tutte le tossine della sua speranza. Solo allora sarebbe andata a casa, ma sarebbe stata comunque ancora lunga la notte prima di dormire. «Maledizione,» Sospirò passandosi una mano sulla faccia stanca.

«Lo so,» una donna seduta qualche sgabello più in là si voltò lentamente verso di lei. Teneva le gambe accavallate da vera signora, ma aveva il sorriso da... Ragazzina. «Sono in ritardo.»

Lauren emise un sospiro che aveva pensato di non poter espirare più. I suoi occhi ebbero un fremito, ma il suo stomaco di più. Dovette respirare due volte per rispondere: «Sei perfettamente puntuale.»

Lauren restò a fissarla finché sul viso di Camila non affiorò un sorriso, ma non riuscì ad aspettare oltre per afferrarla. Camila ammezzò il divario fra di loro, Lauren aveva già le mani tese come se non le avesse abbassate dall'ultima volta che si erano salutate.

«Pensavo che non saresti venuta più.» Mormorò con voce rotta solo quando le mani della cubana le afferrarono le guance e il suo respiro poté cullare ogni sua paura.

«Te lo avevo promesso. Dovevo solo accertarmi che non mi seguissero più.» Aveva ancora tento da raccontarle, ma ora che era così vicina non riusciva a pensare ad altro oltre ciò che avevano aspettato.

Lauren fece scivolare la mano sul suo collo e lentamente lambì la nuca della donna. Si guardarono negli occhi un attimo ancora, notando il bagliore rimasto immutato nel tempo. Alla fine Camila spinse le labbra contro le sue e Lauren immerse la punta della lingua verso la sua.

«Non farlo più.» Bisbigliò Lauren, ma invece di colpirà come aveva fatto Camila molto tempo prima, le cinse il bacino e l'attirò di nuovo a sé.

«Ti devo raccontare tutto quello che è successo.» Mugolò la cubana fra un respiro e l'altro.

«Stanotte no. Stanotte no.» Le disse carezzando la sua guancia. Improvvisamente il desiderio che non aveva percepito per tutto quel tempo era tornato a zampillare sotto il tocco dell'altra.

«Intendevo domani mattina.» Specificò la cubana, sorridendo sotto lo sguardo più ammaliato che malizioso dell'altra.

Lauren tornò a baciarla senza accorgersi di Tess o  del drink poggiato sul bancone. Non aveva più bisogno di bere. Non stava più aspettando.

Un anno dopo....

Dinah rincasò affannando. Trasferirsi ora sembrava la cosa migliore, almeno non avrebbe più rivisto quelle scale orrende. Gli scatoloni invadevano il corridoio, anche se sua madre faceva di tutto per sgombrare il prima possibile. Avrebbe voluto aiutarla maggiormente, ma il lavoro le incasinava la vita più della matematica. Le mancavano quei tempi, non avrebbe mai pensato di dirlo.

«Tesoro, menomale sei tornata. Aiutami prima che mi cada.» Lo scatolone traballava nelle mani della donna. Dinah riuscì ad arprionarlo poco prima che i muscoli cadessero.

«Grazie.» Si sgranchì la schiena, mentre Dinah caricava lo scatolone in auto.

«Amore, menomale ci sei tu.» Sorrise la donna, scivolando nell'abitacolo. «Mentre vado a portare questi, potresti pensare a quelli ancora nella tua stanza? C'è sempre troppa confusione, ed è la stanza più ingombrata. Poi, cosa dovevo dirti? Ah! Si. È arrivata una lettera per te. L'ho messa sulla finestra della tua stanza. Scappo. Ci vediamo tra poco.» Ingranò la marcia mentre la ragazza si domandava chi non avesse tempo per scriverle un semplice messaggio.

La sua camera consisteva ormai in quattro pareti spoglie e spellate qua e là. Tutto il resto era finito negli scatoloni, anche ciò che avrebbe dovuto buttare. La lettera sostava sul bovindo. La scartò e solo leggendo il nome del mittente dovette sedersi su uno di quegli scatoloni per non sapere se le sue ginocchia avrebbero ceduto davvero.

Cara Dinah,

Lo so che sono l'ultima persona con cui vorresti parlare in questo momento, ma avevo tante cose da dirti e poco tempo per farlo. Cercherò di essere breve, perché so che non mi sopporteresti troppo a lungo. Nella mia vita non ci sono state molte cose sincere, e non ho nemmeno potuto esserlo io sempre, ma con te è stata sia un'amicizia sincera sia un momento sincero. Mio padre è davvero quello che dipingono alla televisione, ma io no. Non sono la ragazza che hai visto camminare a testa alta mentre usciva dall'auto della polizia in questi mesi. O meglio, sono stata anche lei, ma lo sono stata solo per salvare la vera me, la Camila che hai conosciuto tu, la ragazza di diciannove anni che voleva divertirsi con le sue amiche e capire perché non avrebbe risolto un problema di matematica senza l'aiuto di Ally. Io e te non parliamo da tanto tempo, forse troppo, ma volevo solo farti sapere questo. Magari non mi perdonerai per la vita che non ho scelto, ma potrai scusarmi per quella che, invece, ho voluto. Ti voglio bene, anche ad Ally, e vi ringrazio per aver portato un po' di normalità nella mia vita. Adesso sono lontano, troppo lontano per poter parlare per telefono, ma sono felice. Qui il sole non tramonta mai prima che sia già sera, la gente ride sempre e cammina scalza anche per strada. Ho imparato che guardare il cielo dal terrazzo è il modo migliore per addormentarsi alla sera, ma solo perché c'è "lei" a stringermi. Ho imparato che non so cucinare senza bruciare qualcosa, ma poi tanto lo mangiamo lo stesso, sedute ad un tavolo abbastanza grande per ospitare tutto il vicinato, ma non abbastanza da tenere lontane le nostre mani. Ho imparato ad uscire di casa senza chiedere il permesso a nessuno, e a tornare a casa abbastanza ubriaca da ridere e ballare tutta la notte fra le sue mani. Ho imparato che il bagno lo si fa sempre in due o non lo si fa. Che sia nella vasca o che sia in mare. E ho imparato che la mia vita non sarà mai più quella di una normale adolescente, però ora comincerà ad essere vita. Io non so se leggerai mai questa lettera, ma se dovessi, sappi che tutto quello che ho imparato me l'hai insegnato per prima tu. Ora ho solo trovato il coraggio e la possibilità di viverlo con qualcuno che amo.

Non ci rivedremo, Dinah. E mi dispiace per questo. Ma io non tornerò mai. Non posso. Non smettere mai di combinare i casini che hai combinato quando eravamo solo Camila e Dinah.

Sii felice. Io lo sono.

Addio,

Camila.

Dinah abbassò lentamente la lettera e alzò lo sguardo verso la porzione di cielo che si intravedeva dalla finestra. Un sorriso genuino le sfiorò le labbra mentre la carta le accarezzava ancora i polpastrelli.

«Addio.» Disse semplicemente, sorridendo davvero stavolta. Erano le parole migliori che potesse augurarle.

Fine.

————

Ciao a tutti!

Beh, siamo arrivati alla fine di un'altra storia. Anche questa a modo suo ha avuto un bel peso. Tutte lo hanno, ma tutte per motivi diversi. Questa mi è piaciuta scriverla perché, inizialmente, non sapevo come sarebbe finita (ma non sarebbe dovuto essere così, sicuro) e non conoscevo nemmeno tutti i colpi di scena cui avete assistito. È stata una sfida. Questo finale mi ha lasciato qualcosa di più rispetto ad altri che ho scritto, e spero che sia stato così anche per voi, che il percorso di Lauren e Camila si sia capito e soprattutto sia stato coinvolgente.

Vi aspetto nella prossima storia. Che ancora non sto scrivendo, ma spero di farlo a breve.

Grazie come sempre a tutti,

Sara.

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