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Capitolo Sette


I suoi sogni non erano mai stata più tormentati. Nella solitudine della villa viveva l'eremitaggio come il nemico più pericoloso, ma adesso che i proiettili le avevano cantato tanti auguri, avrebbe dato qualsiasi cosa per svegliarsi nel suo letto a Cuba dove l'unica minaccia era rappresentata dalla punta affilata della maestra privata e le uniche esplosioni erano colpa degli esperimenti culinari di Esther. La cosa più temeraria che avesse affrontato fino ad allora era stato immergere una presina nell'acqua prima che prendesse fuoco qualcos altro. E improvvisamente si ritrovava nel mondo esterno, dove la quotidianità non erano i brufoli e i ragazzi, ma gli spari e l'adrenalina. Non si sentiva nemmeno compresa. Era attorniata da persone che non erano contente se non avevano rischiato la vita almeno una volta fra la colazione e la cena. Forse stavano ridendo di lei, del fatto che si fosse asserragliata in camera sua per i tre giorni successivi, a metabolizzare gli eventi sotto le piume del cuscino. Aveva preso in considerazione l'idea di chiedere a suo padre di riportarla a casa, ma sapeva che se avesse mosso quella pedina la mossa sarebbe stata irreversibile. Ed era davvero disposta a vivere altri anni parlando solo con la voce dei vinili o a domandarsi se fare la fila al supermercato fosse davvero così snervante come i sospiri di Esther comunicavano? No. Quella era la vita che aveva scelto, doveva solo abituarsi.

Come prima cosa era inutile pensare che sarebbe stata sicura solo nel perimetro della sua camera. Doveva farsi una doccia, darsi una pulita e scendere al piano di sotto, che i gorilla di suo padre avevano già lustrato, polverizzando qualsiasi ammaccatura o scalfittura dietro qualche statua o qualche pianta dai fiori esotici. Quelli che piacevano tanto a sua madre e che Alejandro comprava solo per ricordarsi il profumo delle sue mani.

A proposito di profumo... Il vestito del suo compleanno era ancora ammucchiato sul pavimento e appena lo raccolse emanò un profluvio soave che non ricordava la sua pelle, ma che aveva sentito da qualche parte. Probabilmente lo indossava qualcuno durante la serata. Era buono, speziato e dolce, le instillava la speranza di tempi migliori, tempi più sereni, malgrado la polvere da sparo sulle scarpe. Ammontò gli abiti nella cesta ancora piena e sgusciò sotto il getto d'acqua fredda. Aveva bisogno di un promemoria epidermico. Se questa era la sua nuova vita, l'avrebbe affrontata con una tempra diversa. Non era intenzionata ad esser vista come la bambolina di casa, specialmente da chi condivideva la sua stessa aria. Legò i capelli in una coda di cavallo e indossò degli abiti casual, infine digradò spedita, con l'ostilità coriacea di chi ha speso le ultime settantadue ore a reinventarsi.

«Bene, voglio anche vedere i filmati delle telecamere del giardino. È il punto più vulnerabile, quindi credo siano...» Tutti gli occhi erano inchiodati su Alejandro, nessuno si era accorto dei passi alle sue spalle fin quando il buongiorno della cubana riecheggiò con un colpo sordo nell'aria.

«Io sto uscendo.» Dichiarò intransigente. Per la prima volta qualcuno aveva interrotto il comizio di Alejandro e nessuna tempia era saltata in aria. Forse Camila deteneva più potere di quanto credessero.

«Che vuol dire che stai uscendo? Non è il momento per lo shopping, Mila. Hanno cercato di sequestrarti...» Provò ad essere magnanimo, ma l'avventatezza della figlia lo preoccupava più del muro ammaccato.

«Appunto perciò non me ne starò con le mani in mano. Vado al poligono.» L'affermazione scatenò una reazione fulminea da parte di Alejandro. I suoi occhi velati non manifestavano solo apprensione, ma anche sorpresa. Era come se non si sarebbe mai aspettato di sentire quelle parole da sua figlia, come se la pistola le avesse portato via più di quanto potesse rivendicare.

«Camila, non posso lasciarti uscire da sola, attraversare mezza città e arrivare in aperta campagna per sparare. Ci andremo nel fine settimana.» Era balzato in piedi. Dalla prospettiva di qualsiasi scagnozzo era come vedere due titani scornarsi.

«Papà, vado con Shawn. Adesso.» Precisò a denti stretti, sostenendo a testa alta l'imperativi del padre.

Alejandro non era abituato a cedere, tantomeno a scendere a compromessi: o tutto o niente. Ma non aveva ancora contrattato con sua figlia. Diciassette anni in disparte non avevano eroso la tempra di famiglia. Nel suo sangue scorreva la medesima determinazione, la medesima strenua. Era come fronteggiare sé stesso allo specchio, quel ragazzo giovane che della vita non ne sapeva più di un quarto, ma che aveva già capito come non voleva viverla.

«Va bene,» sospirò infine. «Ma Shawn mi serve oggi, è l'unico che sappia come esaminare i video della sorveglianza. Vai con Lauren.» Alejandro schioccò le dita in direzione della corvina, che ringraziò fosse girato di spalle per non vedere la sua espressione.

Camila spostò lentamente gli occhi su Lauren. Avrebbe preferito prendere un pugno piuttosto che trascorrere la giornata con lei, ma non era il momento di affidarsi allo stato d'animo. «Bene. Andiamo.» Concluse.

La corvina attese di voltarsi per imprecare a fior di labbra e non smise di sfornare improperi finché non furono nell'abitacolo dell'auto.

«Beh,» sorrise spensierata «è anche una bella giornata.» Chiosò la cubana, abbassando il finestrino affinché il braccio ciondolasse sulla portiera laminata.

«Ora non più.» Asserì a denti stretti la donna, incendiando il motore. Per come aveva imboccato la strada non pareva contenta di trovarsi lì.

«Guarda che pure io preferivo andarci con qualcun'altro. Spero almeno tu sappia sparare.» Sbuffò.

«Meglio del tuo fidanzato di sicuro, visto che ha sprecato quattro proiettili per stenderne uno solo.» Alzò gli occhi al cielo, stringendo il volante.

«E allora di cosa ti lamenti?» Il vento le frustava il viso mentre il sole le baciava la pelle. Sarebbe stata la giornata perfetta se non si fosse trovata in macchina con una completa idiota.

«Mi lamento del fatto che debba accontentare una ragazzina capricciosa, quando i miei colleghi stanno architettando un piano cruciale.» Le sue labbra non erano mai state così aride e non era a causa della temperatura. 

«Questa ragazzina è la figlia del tuo capo, quindi ti conviene accontentarla per davvero.»  Era stufa della ritrosia indisponente della corvina. Forse era abituata ad essere la prescelta di suo padre e l'arrivo di Camila non le andava giù, o forse credeva davvero fosse una ragazzina viziata senza valori se non quelli luccicanti, ma qualunque fosse il suo problema doveva ricordarsi che non era lei ad avere giursdizione.

I muscoli delle sue braccia si flessero un'ultima volta, poi tutta la sua rabbia la lasciò defluire nella morsa delle mani, e per il resto del viaggio tacque. Camila si concentrò sul paesaggio che le scorreva davanti, eclissando la presenza di Lauren fra le spighe di grano. La città era vietata per chi rischiava di essere imbavagliato nel retro di un van, ma quasi quasi preferiva quelle distese verdeggianti intervallate da campi color senape arati solamente da figure minuscole in prossimità della sua mano, ondeggiante al vento. Inspirò a fondo l'odore della natura, della libertà, della mattina soleggiata, dei chicchi ancora non raccolta e dei ciuffi d'erba ancora bagnati, e del... Drizzò il capo, senza però voltarsi verso la corvina al suo fianco. Quel profumo era lo stesso che aveva impregnato il suo vestito. Beh, almeno Lauren poteva vantare di avere una cosa piacevole da offrire.

L'auto sterzò su una strada sterrata, percorse qualche chilometro a singhiozzo fra buche e sassi appuntiti, infine scollinò oltre un filare d'alberi e un edificio dal tetto rosso si materializzò davanti ai loro occhi. Camila intravide un campo restrostante e dei bersagli crivellati disseminati nell'erba. Uno sparo in lontananza sollevò uno stormo di uccelli, facendola trasalire contro il sedile. Lauren le rivolse uno sguardo frustrato, poi scosse la testa e si rimangiò le parole prima di appesantire maggiormente l'aria. Era meglio inalare un po' di campagna e calmare i nervi.

La corvina scese senza dirle una parola, ma Camila comprese che doveva seguirla se non voleva restare in auto tutto il giorno. C'era un uomo ad aspettarle, probabilmente Alejandro lo aveva avvertito, motivo per cui con una mano la salutò mentre con l'altra salvaguardò un fucile. Camila deglutì tratteggiando il collo della canna. Dirsi di essere pronti è diverso che esserlo davvero.

«Potete sparare quanto volete. Ho cancellato tutte le prenotazioni. Sai dove sono le armi, no, Lauren? Io e i ragazzi restiamo di guardia, non preoccupatevi di niente.» Annuiva continuamente mentre parlava, il che rendeva ancora più minaccioso quello scintillante fucile.

«Ok, Rick. Forza, muoviamoci.» Imperò la corvina, facendole cenno di starle dietro. Recuperarono delle pistole dall'armadietto e poi si diressero verso il campo posteriore.

Le protuberanze della collina veleggiavano fruscianti. Camila si scostò i capelli dal volto, mentre Lauren doveva ancora finire di riempirla di insulti per pensare al refolo. I bersagli la guardavano come se lei fosse un avvoltoio e loro gli spaventapasseri. Solo che non erano fatti di fieni, ma di acciaio perforato.

La corvina si sistemò sulla linea bianca disegnata grossolanamente a terra, si voltò verso la cubana. «Hai mai sparato?»

Camila si bagnò le labbra. Scosse la testa. Non pareva aver più il piglio riottoso di prima. Lauren farfugliò qualcosa d'incomprensibile ma chiaramente innervosita e le spiegò le regole principali. 

«Devi togliere la sicura, vedi, questa qui. Quando invece la rinfoderi ricordati sempre, sempre, di inserirla di nuovo.» Mimò il gesto più volte, finché Camila fu abbastanza convinta da annuire.

«Poi scarrelli.» Il sibilo metallico la schiaffeggiò più del vento. «Non devi mai tenerla per orizzontale, capito? Lo fanno solo nei film di merda. Se lo fai nella vita hai una percentuale più bassa di colpire il bersaglio. Sempre dritta. Polso e gomito non devono flettersi troppo, devi essere stabile.» Le mostrò ogni movimento, sincerandosi stesse immagazzinando tutte le informazioni. Infine si posizionò sul prato, con le gambe appena divaricate, e puntò la bocca di ferro verso un bersaglio. «Fai attenzione al bacino e assicurati che le ginocchia siano ferme.» Un po' difficile visto che le tremavano già e non era nemmeno lei a impugnare l'arma.

Quando il proiettile schizzò si ricordò di quando correva sotto al tavolo e si tappava la orecchie mentre sua madre stappava lo spumante. Non aveva mai smesso di essere quella bambina.

La fronte del bersaglio ora aveva un foro in più. Lauren sorrise compiaciuta. Non aveva ancora perso il tocco. Mise la pistola in mano alla cubana prima di prenderci gusto e si fece da parte, lasciandole il suo posto. Camila prese un bel respiro, avvolse titubante la mano sul calcio dell'arma. Aveva timore anche a tenerlo in mano, lo spumante, se lo ricordava. Le bollicine potevano farlo saltare da un momento all'altro. O almeno, questa era la sua impressione. Calcò le orme della donna, puntellandosi ben saldamente al terreno umido. Lauren le stava dettando daccapo ciò che doveva fare, ma la cubana sentiva solo il suo respiro e il fischio del vento si portava via le parole della donna. Una volta tolta la sicura faticò a tenerla in mano, come quando doveva chiamare sua madre per aprire il barattolo dei sottoaceti. Ma ora non poteva appellarsi a nessuno. Scelse un bersaglio a caso e puntò la pistola contro di esso. Come quando si arrabbiava e additava Sinu con le lacrime agli occhi. Ma quello non era il momento di piangere. Trattenne il respiro mentre il rinculo la scudisciava all'indietro. Il proiettile si conficcoò nel terreno, almeno a mezzo metro dal bersaglio.

Le labbra di Lauren si storpiarono in una smorfia. «Sarà una giornata lunga.»

La pistola cadde fra i ciuffi d'erba, seguita dallo sguardo della corvina. Lauren catturò lo sguardo della ragazza. Tremava coma una foglia ed era più pallida di un cencio. «No, no-non posso. Io, non...» Farneticando fra sé e sé iniziò ad allontanarsi, spiazzando l'altra.

«Dove vai? Camila! Merda.» Raccolse la pistola e la infilò nei pantaloni, allungando il passo per raggiungere la donna in fuga. «Fermati, aspetta un attimo, cazzo.»

«Voglio tornare a casa.» Declamò.

«Eh no, cazzo. Ho guidato per mezz'ora perché volevi venire qui e ora vuoi tornare? Ehi, parlo con te!» L'afferrò trafelata per un braccio, voltandola verso di lei. Forse non era brava a mirare, ma non se la cavava male con le maratone, o forse era le fumava troppo.

«Lauren, mi dispiace averti disturbato, ma voglio andare a casa.» Ribadì perentoria, ma il tremore delle sue labbra non aveva niente a che vedere con la collera.

Gli smeraldi della donna vagavano sull'espressione abbattuta della ragazza. Non era la persona indicata per empatizzare con il suo sguardo patinato. «Adesso ti calmi e...»

«Lei era depressa. Mia madre...» Le lacrime le rigarono le guance come quella notte che Lauren aveva tenuto segreto, solo che adesso il sole le illuminava tutte. «Ho lasciato la pistola carica nel posto sbagliato.» Confessò infine, divincolandosi dalla presa ormai molle della corvina.

Merda.

Lauren comunicò ai ragazzi che dovevano rientrare purtroppo, e che avrebbero approfittato dell'ospitalità un altro giorno. Camila si era seduta sul cofano dell'auto, il che le dava sui nervi come quando qualcuno le stropicciava il giubbotto, ma si sforzò di reprimere la lamentela. La corvina si sedette accanto a lei, senza dire una parola. Le aveva lasciato qualche minuto per asciugarsi le lacrime perché sapeva che odiava farsi vedere in quel modo, specialmente da qualcuno che non le stava troppo simpatico. Adesso era lì e non sapeva cosa fare o cosa dire, solo che sentiva che non poteva riportarla a casa come se niente fosse.

«Chi lo sa?» Domanda pessima, ne era consapevole, ma ci stava lavorando.

«Solo due persone.» Prese un bel respiro, forse addirittura le era grata di aver intavolato l'argomento su un lato tecnico invece che emotivo. «Mio padre, perché era lì e perché dovevo piangere con qualcuno.» Teneva gli occhi fissi sull'orizzonte, forse rimirava il suo bersaglio ed era contenta di non averlo colpito, anche se sempre di latta si trattava.

«E la seconda?» Chiese la corvina, conoscendo già la risposta. Era scontato che Shawn ne fosse conscio, ma invece la cubana rimase in silenzio, attirando i suoi occhi interdetti su di lei.

Camila si voltò lentamente e quando i loro sguardi si allacciarono semplicemente alzò una spalla, lasciandole arguire la risposta. La corvina strabuzzò gli occhi. «Io?»

«Cazzo, eri lì. Non lo so.. Non puoi dirlo a nessuno, capito?» La stavano assalendo i dubbi che l'impulso aveva obnubilato.

Lauren le afferrò il polso prima che potesse sventagliare ulteriormente la mano sotto al suo naso e non lasciò i suoi occhi. «Non lo dirò a nessuno.» Sembrava una promessa anche se non legittima, e Camila si fidava della sua parola. Stranamente.

Annuì dopo qualche secondo, sfilando il braccio della presa della corvina.

«Va bene, però dobbiamo trovare un altro modo per difenderti.» Sentenziò Lauren, accendendosi una sigaretta. Aveva l'impressione che Camila avesse il potere di centrare i bersagli senza nemmeno sparare.

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