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Capitolo Due

«Non possiamo semplicemente entrare con le armi spianate dopo due mesi di spionaggio.» Era solo lei, oppure quel ragazzo era uno stupido? Attraverso le fenditure minacciose degli occhi non riusciva ad evincere una risposta sul volto di Normani, però seppe di dover quantomeno sciogliere i pugni prima di proseguire nel dibattito. Aveva appena lucidato la pistola, sarebbe  stato un peccato sporcarla per Shawn.

«Allora entriamo chiedendo permesso. Scusate, gentilmente, possiamo prendere il vostro carico? Questa sì che è un'idea strordinaria!» Aveva un volume troppo roboante e sarcastico per presumere che la forza di volontà di Lauren bastasse a risparmiargli quantomeno un cazzotto. Solo la diplomazia di Normani poteva decretare un time-out e, in perfetto stile d'arbitro, si intromise nel momento più opportuno.

«Avete due visioni diverse, va bene. Tanto Alejandro ne vuole almeno tre, giusto? Valutiamo pro e contro di ambedue le idee e stiliamone una terza assieme.» Il fremito delle loro mascelle serrate era l'ultimo brandello di resistenza. Normani tirò un sospiro di sollievo quando entrambi distesero le labbra.

Il problema fra loro era che nessuno dei due poteva considerarsi un gradino sopra l'altro. Entrambi si prendevano cura delle due cose più importanti per Alejandro: Shawn accudiva Camila e Lauren cullava i suoi affari. Ergo, nessuno dei due aveva una buona ragione per indietreggiare di fronte alla superbia dell'altro, ma scornarsi era fuori discussione. Sarebbe stato come uno scontro fra due auto a centottanta sull'autostrada: tanti rottami e molti danni collaterali.

«Okay. Shawn propone di fare irruzione sfruttando i loro punti deboli a nostro vantaggio. Lauren ritiene sia meglio infiltrarsi di notte, usare sempre i loro talloni d'achille, ma senza fare baccano. Avete un'idea che possa congiungerle o ci inventiamo qualcos'altro?» Normani fece spola fra i due, trovando un'espressione più adamantina dell'altra. Dio, quei due dovevano smetterla di giocare su chi aveva l'orgoglio più radicato.

«Non credo sia un modo per unificarle, ma forse potremmo valutare di entrare di soppiatto e mettere k.o. le loro sentinelle usando i nostri infiltrati.» Normani mediò fra i due, dando un contentino di qua e uno di là.

Per quanto le rodesse ammetterlo, la collega aveva trovato un'idea più che funzionale, e pareva anche aver messo a tacere i capricci di Shawn. Questo era più che sufficiente per annuire soddisfatta. «Potremmo anche prendere in considerazione questa alternativa.» Disse infine Lauren, trovando l'approvazione di Shawn.

«Va bene, allora radunate le vostre squadre e discutete con loro dei vantaggi e degli svantaggi. Io ragguaglio Alejandro, vediamo che ne pensa.» Normani imbracciò le carte e la mappa, lasciando non solo la stanza ma anche la relativa armonia che aveva intessuto.

Lauren rimirò boriosa e algida il suo interlocutore, senza batter ciglio di fronte alla durezza della mandibola pronunciata del ragazzo. Sognava di colpirlo su quella zona da molto tempo. Fu Shawn il primo a espirare la sconfitta, rivolgendosi alla corvina.  «Parlerò con i miei uomini domani e ti farò sapere.»

«Domani?» Si accigliò Lauren, che non era fatta per aspettare. «Pensavo fossimo concordi sul farlo adesso, il prima possibile.»

«Prenditi una pausa, eh? Abbiamo ancora tre settimane come minimo per decidere. Stasera porto fuori Camila, quindi...» Il sorriso sardonico della donna lo fece avanzare troppo sconsideratamente. Non gli piaceva essere preso in giro, e quando restava troppo a lungo in una stanza con Lauren aveva l'impressione che lei non facesse altro che deriderlo. «C'è qualche problema?» Ringhiò a denti stretti.

«Siamo nel bel mezzo di un'operazione cruciale e tu non fai altro che pensare al tuo testosterone.» Scosse la testa come se si stesse disfacendo di una Mosca particolarmente noiosa, ma pur sempre una mosca.

«Sai, le persone hanno una vita oltre il lavoro. So che ti sembra strano, ma succede a quasi tutti gli essere umani.» Difficile credergli mentre indossava quelle bretelle. Lauren si sforzò di non ridere, unendo ancor di più ermeticamente le labbra.

«Non ti bastava ingraziarti Alejandro, avevi bisogno di essere preso per le palle anche da Camila.» Siblò proterva. Non sopportava il servilismo e tantomeno i ruffiani.

«Tranquilla,» abbozzò un sorrisetto malizioso, «è piacevole.»

Lauren scosse la testa. Quel pover ingenuo si ingannava di valere qualcosa, quando per una ragazza viziata come Camila poteva essere solo l'ennesimo regalino di papà. Comunque non erano affari suoi, bastava che restasse concentrato sulla missione. Non ci teneva a rischiare la pelle per i capricci di una ragazzina.

Camila aveva indossato il vestito lungo, Shawn si era degnato di sfoggiare una giacca. Mentre Lauren raccoglieva le sue cose, anche lei aveva una serata in programma con Normani -unire l'utile al dilettevole-, il ragazzo chiuse il portone alle spalle, mentre i tacchi di Camila riecheggiavano sui gradini di marmo. La corvina si voltò intenta ad andarsene, quando la ragazza le sfilò davanti con la medesima spavalderia di chi ti passa vicino solo per assestarti una spallata. Si spostò giusto in tempo per non essere frustrata dal volo accidentale dei suoi capelli. Se solo non fosse stata la figlia di Alejandro, le avrebbe insegnato a non scherzare col fuoco senza aspettarsi di non bruciarsi. Il punto era proprio quello: Camila se ne andava a giro credendo di essere lei la fiamma.

Ambedue aspettarono che l'uscio si richiudesse per rispettivamente sbuffare e alzare gli occhi al cielo.

Lauren uscì dal dietro, dove teneva l'auto parcheggiata di solito. Normani era già al bar. Come d'abitudine si congedava molto prima rispetto a lei e aveva anche molto più tempo libero. La corvina non solo era oberata dagli impegni, ma non si ritagliava un attimo di riposo nemmeno quando le era concesso. E non l'avrebbe fatto nemmeno quella sera se l'impertinenza di Shawn non avesse alterato il suo umore e la tempestiva insistenza di Normani l'avesse appetita con l'ipotesi di una birra. Il locale era nascosto da sguardi indiscreti. Si trovava relativamente nel centro pulsante di Los Angeles, ma forse era proprio l'attività frenetica a renderlo meno sospetto. C'erano sempre le stesse facce, ormai Lauren sapeva contraddistinguere chi gironzolava con un'arma da fuoco e chi improvvisava armeria casareccia, questo perché aveva fatto incazzare abbastanza gente da ritrovarsi i loro gioielli appuntiti più di una volta contro. Per fortuna si concedeva momenti di relax solo quando Alejandro voleva celebrare una vittoria, perciò continuava a varcare la soglia spensierata perché tutti sapevano chi era, ma sopratutto sapevano chi era per Alejandro.

La mano di Normani la richiamò dal fondo del perimetro. Avrebbe indovinato la posizione anche senza alcun cenno, ormai era conscia che l'amica sedeva solo nella zona dei divanetti, motivo per cui la stragrande maggioranza degli avventori lasciava sempre sgombra l'area. Si stravaccò contro i comodi cuscini, ringraziando la collega della birra.

«Questa è la prima sera che esci senza un motivo per cui brindare.» Quello stesso annuncio le parve una giustificazione valida per tintinnare la sua bottiglietta di vetro contro quella di Lauren e tranguagiarla prima che l'altra aprisse bocca e sciupasse il momento.

«Sono venuta a brindare la stupidità di Mendes.» Niente da fare, l'ultima parola doveva averla lei, anche davanti ad un sorso di birra.

Normani mugugnò esapaserata. «Voi due siete come due bambini che litigano in continuazione. Quando crescerete?» Fortunatamente aveva lasciato due dita di alcol sul fondo del vetro, così poteva appellarsi alle ultime gocce dopo aver risposto.

«Io non ho bisogno di crescere, è lui che deve maturare, cazzo.» Credeva di aver appena poggiato le labbra sulla bottiglietta, invece era già agli sgoccioli. Prosciugava l'alcol più rapidamente di quanto ne abbisognasse quando era incollerita. Non potevano inventare qualcosa di rinnovabile per sopprimere la rabbia? «Stiamo per entrare in azione e pensa solo a infilarsi sotto le mutandine di quella viziata del cazzo.»

«Ohhh! Rallenta, rallenta. Stiamo parlando della figlia del capo. Non sarebbe un bene sparlarne se fossimo impiegate da quattro soldi, figurati essendo dipendenti di Alejandro.» Normani le riservò un'occhiata turpe e codarda allo stesso tempo. Non le piaceva che Lauren parlasse così di una ragazza che avrebbe potuto sbarazzarsi di loro solo chiedendolo al padre, ma più che altro non le piaceva che tali disparità si manifestassero in sua presenza. Forse Lauren godeva dell'egida del capo, ma lei era già tanto se riceveva un complimento due volte l'anno.

«Viziata rimane,» borbottò solo per non perdere la disputa, ma aveva recepito il messaggio e le successive lamentate le affogò nelle ultime risorse di birra.

«Però non puoi biasimarlo per volersela portare a letto.» Ridacchiò Normani, colpendola sul fianco con una gomitata troppo complice per trovare cameratismo.  «E va bene, Camila non ti sta simpatica. Allora diciamo che non puoi biasimarlo per voler far sesso in generale, anche a te piace molto farlo, o sbaglio?» Ammiccò, alludendo a certe nottate che l'amica le aveva lapidariamente raccontato.

«Ti sbagli. A me piace tutto ciò che può soffrire per me. Lui, invece, è un bamboccio al servizio di ben due Cabello.» Sputò acida, guadagnando un fischio da parte dell'amica che non smetteva mai di stupirsi del suo cinismo inveterato. Diamine, avrebbe potuto bistrattare anche se stessa, figuriamoci gli altri. 

«E la cosa è un tuo problema perché...?» Ventilò l'aria con un gesto mesto e incomprensivo della mano.

La corvina sbatacchiò la bottiglietta sul tavolo, tanto ormai era vuota. «Perché è talmente scemo che non sa come supervisionare una banda di criminali, cazzo. Ci metterà tutti in pericolo prima della fine.» Grugnì, felice di poter stringere i pugni una volta tanto senza esser ripresa dalla formalità del contesto. In alcuni momenti un cenno sbagliato arrecava minacce di piombo, ma con Normani, l'unica cosa di piombo, erano le sue filippiche.

«Ahi, Lauren! Ormai è da un po' di tempo che collaborate insieme, e per ora è filato tutto per il verso giusto o sbaglio?» Forse anche la collega aveva bisogno di crederci, visto che faceva parte della squadra di Lauren e se la corvina finiva nei guai trascinava automaticamente anche lei.

«Certo, ma la fortuna smetterà di girare e a quel punto saranno solo le nostre capacità a valere. Cosa credi sappia fare? Trasformare le bretelle in fionde? Ma per favore.» Sbuffò sardonica, capendo che una sola birra non avrebbe tacitato i risentimenti di quella sera. E per fortuna lo intuì anche Normani e si affrettò a schioccare le dita verso il cameriere, ordinando un doppio bis a testa.

«Per stasera.. -stappò agilmente le bottigliette con l'accendino- basta lavoro. Stasera pensiamo solo a divertirci. Ho chiamato Lucy e Keana, saranno qui fra poco. Non ringraziarmi.» Le strizzò l'occhiolino. Aveva scovato l'unica affinità che Lauren condivideva con Shawn: un debole per le belle ragazze. «Si, però lasciamene una.» Conosceva quello sguardo e preferiva essere chiara prima di inizaire.

«Tranquilla, scegli tu per prima.» Fu l'unica clemenza che la corvina ebbe dopo svariato tempo, dopodiché di quella notte avrebbe ricordato soltanto pelle appiccicosa di vodka e odore nel respiro di chiunque stesse baciando nel letto. La mattina avrebbe scoperto che si trattava di Keana, ma non avrebbe comunque rammentato niente di sostanziale in quanto alla nottata.

Sgattaiolò in punta di piedi fuori dalla camera, sperando non si svegliasse per doversi scambiare le solite cerimonie post-sesso. Non era il suo forte il dopo, era molto più rodato nel prima. Un po' come tutto nella sua vita: sapeva bene come agire ma non come rifletterne poi.

L'uscio rimase socchiuso, ma in qualche modo Lucy la sentì ugualmente. «Già te ne vai?» Chiese con tono più squillante di quanto Lauren desiderasse. Le sopracciglia si aggrottarono mentre le faceva segno di stare zitta. Dal modo in cui le sue braccia si incrociavano sotto il volto scuro comprese che doveva essere lì da diverso tempo, e che non aveva intenzione di abbassare altro che la sua pazienza.

La corvina l'afferrò per il polso e la condusse giù per le scale. Lei non si evitò suoni striduli e queruli, ma nemmeno Lauren si mangiò la foglia. Il piano inferiore era immerso in una relativa serenità, anche se c'erano talmente indumenti per terra da non sapere a chi apparteneva cosa. Ma almeno solo le lattine vuote avrebbero potuto origliare la loro conversazione.

«Sto andando da Alejandro.» Non le piaceva dover mettere al corrente qualcuno di ciò che faceva, ma preferiva confessarle il motivo della sua apparente fuga che lasciarle pensare non si fosse divertita.

«Ieri sera hai detto che me ne avresti parlato.» Rimbeccò. Già, ieri sera... Se si fosse ricordata qualcosa, forse.

«E lo farò, oggi alle quattro. Avvisa i ragazzi della squadra.» Inforcò il giubbotto di pelle con una certa impazienza, alludendo alla fine della conversazione. Stavolta però fu la mano di Lucy a saettare sul suo polso. 

«A Keana lo hai detto tu o devo pensarci io?» Era evidente non il rancore verso quella ragazza, più che altro il rammarico verso Lauren, che pareva ingegnarsi pur di non soddisfare i suoi desideri.

«Lucy, fra me e te non c'è stato altro che sesso, e lo sai. Smettila di comportarti come se fossi gelosa, perché non lo sopporto.» Digrignò i denti. Detestava sentirsi in trappola quando aveva ben specificato le sue massime aspirazioni; non si protraevano oltre la notte stessa, e quella non era una regola o un dogma, era semplicemente la soglia d'attenzione che riusciva a mantenere riguardo una donna.

Si dinvicolò dalla presa e le lanciò un'ultima occhiata eloquente per raffreddare le obiezioni che scalpitavano sull'incrinatura acerba delle sue labbra. Le girò le spalle prima che gli angoli della sua bocca incalzassero un valzer uggioso, e se ne andò.

Beh, era iniziata un'altra normale giornata.

——

Ciao a tutti!

Ho dedicato questo capitolo al personaggio di Lauren, per delinearla in parte. Dal prossimo allacciatevi le cinture!

A domani.

Grazie a tutti!

Sara.

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