Capitolo Diciasette
Alejandro aveva scelto una casa più discosta dalla città per un motivo: anche se metà del corpo poliziesco operava per nome suo era sempre meglio salvaguardarsi. Riparare qualche vetro e stuccare un paio di colonne era ormai normale amministrazione, ma se c'era una cosa che nemmeno i suoi diamanti potevano rattoppare era l'apprensione verso Camila.
Un padre si preoccupa per la sobrietà della propria figlia il sabato sera, lui invece si preoccupava per l'incolumità della propria. Non poteva continuare ad esporla a rischi tanto fatali. Si poteva scherzare col destino, meno con una pistola. E se c'era una legge che aveva appreso negli anni era che il piombo non ti grazia tre volte di seguito.
«Ho già parlato con i tuoi insegnanti. Potrai finire l'anno privatamente.» Suonò come un punto.
«Senza consultarmi.» Camila non cedeva, anche se in cuor suo sapeva di non aver scelta.
«Perché non c'era niente da chiederti, Mila. È una decisione sofferta, ma la migliore al momento.» Sofferta per me, pensò la cubana. «Sarà per poco tempo. Lasciami parlare con i miei affiliati, trovare un accordo che sia vantaggioso per tutti. Tornerai fra qualche giorno, vedrai.» Era difficile credergli visto che per diciassette anni le sue promesse erano state parole al vento.
«E dove dovrei andare?» Sbuffò, senza rendersi conto di avergli appena dato conferma della sua collaborazione.
«Texas, Montana, Arizona... Scegli tu. Dove meglio credi.» Le foto sotto al suo naso parevano quelle di un'agenzia immobiliare. Le proprietà di Alejandro erano talmente tante che nemmeno lei le conosceva tutte.
«Voglio ci sia del verde, e silenzio. Se ci fosse anche un lago vicino, meglio.» Mormorò sottovoce, come se non volesse dargliela vinta fino in fondo.
Alejandro sorrise. Ora che sua figlia sarebbe partita si sentiva più sollevato. Poteva tornare a pensare agli affari e ai problemi in maniera lucida. Risolverli sarebbe stato come riempirsi il bicchiere, che fino ad allora aveva solo scolato.
«Tutto ciò che vuoi.»
La cubana sospirò, raccolse le foto in una mano. Le avrebbe esaminate nella sua stanza, giusto per ingannare il tempo. Prima che potesse alzarsi, Alejandro si affrettò a soggiungere: «Non andrai da sola.» Dalla rapidità delle sue parole si comprendeva che aveva lasciato per ultimo ciò che la cubana avrebbe altrimenti rifiutato.
«Fammi indovinare. Shawn viene a tenermi compagnia.» Passò la lingua sull'arcata superiore. Lo schiocco di disapprovazione era palese.
«Camila, sono pur sempre tuo padre.» L'espressione apprensiva e gelosa le rammentò quelle che si vedeva in tv, quando la figlia sta per andarsene con un altro ragazzo e il sopracciglio del padre scatta sugli attenti. Era l'azione più normale cui avesse assistito. «So che sei grande, ma insomma, non sono pronto a saperti dall'altra parte del paese, da sola, con il tuo ragazzo.» Ad ogni parola cresceva l'eloquenza. Era chiaro perché sorseggiasse il whisky adesso. «Andrai con Lauren.» Così mi mandi con la mia scopa amica. Ottimo, problema risolto!
«Non voglio andare con lei.» Si impuntò. Ancora era fresca l'immagine acerba del suo raptus, aveva cancellato tutte le altre, e forse era meglio così. Ma non ci teneva a trascorrere qualche giorno in compagnia del suo cipiglio o della sua freddezza.
«Mi fido solo di Lauren e Shawn, in questo momento, perciò non posso darti altra scelta. Per favore, Camila, non rendiamo le cose più difficli.» Anche suo padre era capace di uno sguardo implorante, solo che il risultato era più inquietante che altro. Alzare gli occhi al cielo non le impedì di annuire accondiscendente.
Così, mentre faceva le valigie doveva ricordarsi di portare un maglione intessuto di pazienza, una sciarpa ricamata col silenzio, e possibilmente un pigiama di indifferenza.
Non avrebbe ribattuto alle sue provocazioni, tantomeno avrebbe minato la quiete del bosco con i loro battibecchi. Avrebbe dedicato quei giorni alla meditazione interiore, al richiamo della natura. Quando però scese le scale, con la valigia più pesante per ciò che aveva figuraitivamente aggiunto che per i jeans, la corvina stringeva il volante come se volesse spezzarlo. Sbuffare era una prerogativa più di Camila che del motore. Richiudendo il bagagliaio, Shawn si materializzò dall'altra parte. Già, aveva dimenticato di portarsi via un briciolo di pensiero anche per lui. Stava per partire e solo ora si rendeva conto che se non si fosse presentato lui, lei non si sarebbe nemmeno accorta dell'assenza del saluto.
«Tornerai presto, Mila.» Lo diceva più per incoraggiare sé stesso che gli occhi neutri della cubana. Se avesse avuto delle lacrime le avrebbe piante per lui, ma c'erano talmente tante variabili che non era sicura di cosa ciò significasse.
«Lo so. Nel frattempo, stai vicino a mio padre.» Chiese e il ragazzo annuì. La guardava aspettandosi qualcosa di più che pura formalità, ma nemmeno quando le punte di Camila si impennarono per baciarlo raccolse un sentimento diverso dalla formalità sulle sue labbra.
«Ci vediamo presto.» Abbozzò un sorriso la cubana, ma Shawn annuì abbassando lo sguardo. Lo rialzò solo dopo lo scatto della portiera, ma lo puntò sulla corvina alla guida. Non le aveva mai chiesto niente in quegli anni, ma comprese subito perché non aveva ancora girato i tacchi. I suoi occhi erano una raccomandazione taciturna: pensaci tu.
L'auto fece retromarcia e sparì dietro il cancello prima di quanto pensasse. Camila lo guardò dallo specchietto, ma non si voltò a salutarlo. Quando furono abbastanza lontane da non vedere più nemmeno la facciata, un sospiro di sollievo non fece in tempo a riempire l'abitacolo che un alito di fumo la fece tossicchiare.
Strinse i denti, ma non virò nemmeno le ciglia verso di lei. Si limitò a lasciar uscire lo sbuffo, sia del fumo che del risentimento, fuori dal finestrino. Lauren guidava a velocità costante, era concentrata come mai l'aveva vista prima, e anche rilassata, mentre Camila si godeva la risacca del vento bagnarle il viso.
«Non mi parlerai per tutto il tempo?» Chiese improvvisamente la corvina, rompendo il silenzio armonico che si era creato.
«Qualche settimana fa mi hai ricattato per non parlarti più, quindi dovresti esserne contenta.» Era più risoluta del refolo sferzante, e anche più leggiadra.
La mascella della corvina si serrò, e dopo quel commento non si sciolse fino a che non arrivarono a destinazione. Camila afferrò la sua valigia prima che potesse farlo l'altra e si diresse verso la verenda. Per arrivare avevano dovuto abbandonare la principale e insinuarsi in un bosco fitto, ma il sentiero, seppur accidentato, era ben visibile e percorribile. Non avevano dovuto faticare più di tanto, anche se sperava ci fossero abbastanza scorte da non doversi muovere ogni giorno, perché gli ammortizzatori non avrebbero retto troppo a lungo. La casa era stata costruita in mezzo al niente, occupava due piani, forse tre con la soffitta. Era interamente di legno, motivo per cui le coperte di lana erano disseminate in ogni angolo, anche in bagno. La cubana scelse la prima camera che trovò. Le piaceva l'idea di dormire al secondo piano, così da potersi godere la vista della boscaglia prima di addormentarsi. Lasciò la valigia accanto all'armadio: non l'avrebbe disfatta. L'unica cosa che voleva era riposare un po', perché il viaggio era stato lungo e mantenere il silenzio non era stata un'impresa semplice. I cuscini erano morbidi, anche se ci sprofondava dentro fino al naso, ma riuscì comunque a prendere sonno quasi subito.
Lauren pranzava mezz'ora prima di lei. Quando le sedie stridevano, non casualmente, sul pavimento, Camila scendeva, riscladava il piatto, e mangiava indisturbata. A quel punto la corvina restava tutto il pomeriggio in camera, a fare che non le interessava cosa, poi usciva verso sera per allenarsi, mentre Camila seguiva il percorso inverso. Cucinare non era mai stato il suo forte, ma le provviste di Alejandro consistevano in scatolette o surgelati, perciò niente di complesso. Appena finiva di cenare, Lauren andava a fare la doccia, a quel punto la cubana era già a letto, e Lauren poteva stravaccarsi sul divano per qualche ora. Sembravano essersi sposate e divorziate, ma per un brutto scherzo del caso potevano sperare di nascondersi solo nelle loro camere o dietro un albero, al massimo. Come nascondino: vinceva chi non si faceva trovare.
Quel pomeriggio, il sole picchiava flebile e l'erba era ancora umida dalla notte. Camila si muoveva sul prato scalza, fendeva l'aria come i raggi del sole fendevano le punte degli alberi. Non aveva un sacco a portata di mano, ma immaginava di sentirne i colpi quando i muscoli si tendevano, per poi contrarsi, distendersi e tendersi ancora. Negli ultimi due giorni aveva proseguito autonomamente l'allenamento, sfidando cortecce ostili e piante urticanti. Si sentiva meglio sudata e sfinita, ma quando tornava a letto un dolore al fianco ostacolava il riposo. Sapeva di sbagliare qualche movimento, ma, come per la matematica, non capiva dove errava.
Se non era il suo respiro a sopraffarrare il frinire circostante ci pensavano i suoi pensieri, quelli che sperava di mettere al tappeto quando sferrava un pugno dopo l'altro, comunque sia non avrebbe sentito un toro arrivare, figuriamoci Lauren. Stava tendendo l'ennesimo cazzotto scoordinato e ruggente, quando le mani della corvina si poggiarono su i suoi fianchi. Un sussulto mosse l'aria più violentemente del suo polso.
«Non devi muovere troppo questa parte, altrimenti ti sbilanci troppo.» Odiava sentire il suo respiro sul collo e desiderarne anche le sue labbra. «E poi, te l'ho già detto, non è tutta questione di forza.» Invece si. Forza di volontà, forza d'animo, forza di resistenza... È sempre una questione di forza.
Camila dovette appellarsi a tutte le sue forze, per l'appunto, per discostarsi dalla corvina. Un passo la separò da lei, l'altro le permise di voltarsi per guardarla negli occhi. «Non puoi.. Fare così.» La fatica fisica si confondeva a quella mentale nel suo respiro ansimante.
«Volevo aiutarti.» Incassò spalle e mascella, pentendosi come sempre di confidare nella maturità di uan bambina.
«Se tu non vuoi il mio aiuto, io non voglio il tuo.» Dichiarò austera. Se ripensava a quel giorno le tornavano in mente prima i rimproveri di Lauren che il rumore delle pallottole.
Lauren roteò gli occhi al cielo. Se voleva delle scuse, non le avrebbe avute. Era convinta di ciò che aveva detto, ma era davvero necessario farglielo pesare? Perché pesava, eccome se pesava. Non disse niente perché non sapeva cosa dire senza deluderla di nuovo, perciò Camila si avviò verso la veranda, slacciandosi i guantoni.
«Sei sicura,» tubò stentorea la corvina, «sei sicura di essere arrabbiata per ciò che ti ho detto e non per ciò che è successo fra noi?» Sostenne i tizzoni ardenti dei suoi occhi, desiderando di essere acqua per una volta e non fuoco.
Camila marciò imbestialita verso di lei e si fermò solo a pochi centimetri dalla sua espressione invisa: «E tu sei sicura di non rivolgermi la parola per ciò che ho fatto oppure è perché ho baciato Shawn davanti a te?»
Lauren rise. Doveva ringraziare che non avesse ancora i guantoni, altrimenti un sacco lo avrebbe trovato eccome. «Perché quello era un bacio?» Aveva ancora una nota d'ilarità agli angoli della bocca.
«Certo che lo era.» Lo era?
«Ah,» la corvina annuì lentamente, senza togliersi il sorriso dalle labbra. «No, io non credo,» scosse appena il capo, ma stavolta senza increspature labiali. Cercava ancora di farla incazzare o che? «Questo è un bacio.» Disse dopo pochi secondi, afferrando la nuca della cubana e cozzando le sue labbra contro quelle della donna.
La lingua di Lauren non dovette nemmeno chiedere il permesso, perché quella di Camila aveva già preso iniziativa. La cubana immerse le mani nei suoi riccioli, mentre Lauren percorreva la spina dorsale della donna. Camila si strusciava contro il suo petto mentre Lauren la stringeva affinché non la smettesse. Camila avvertiva le labbra pulsarle e le ginocchia indebolirsi, ma ci pensavano le mani dell'altra a sostenerla. Avrebbe voluto dire di non sentire niente, ma aveva già mentito troppo nelle ultime settimane per farlo ancora. Le dita della corvina si intrufolarono sotto il tessuto umido della maglietta, strappando un gremito. Ma quando sconfinarono oltre il costato, Camila l'allontanò repentinamente, piegando la testa per riprendere fiato.
Gli occhi della cubana saettarono nella sua direzione. Voleva incolparla, ma non sapeva come se condividevano le stesse responsabilità. Sperò che passando la mano sulle labbra avrebbe cancellato non solo il rossore. «Tu mi devi delle spiegazioni, prima di... Questo.» Ansimò la cubana, fronteggiando lo sguardo vitreo della corvina. Non aveva idea di cosa stesse pensando, ma non smetteva di fissarla.
«Voglio parlare con te, capito?» Chiarì dato che il silenzio della corvina si protraeva.
Lauren ci mise qualche secondo per annuire silenziosamente.
«Bene, bene.» Camila quindi rientrò in casa e puntò dritta verso la doccia. Ne avrebbero parlato solo dopo essersi raffreddata.
Lauren aveva versato due calici di vino, ma Camila intuì subito che avrebbe dovuto prepararsi il proprio perché non aveva intenzione di condividerli. Non sapeva da quanto l'aspettasse sul divano, ma quando si sedette accanto a lei spense subito la televisione, come se non la stesse nemmeno guardando. Avrebbe dovuto essere lei a parlare, ma la cubana sapeva che non ne era capace.
«Anzitutto, vorrei sapere perché cazzo mi hai urlato addosso dopo che sono tornata indietro per te.» L'enfasi con cui pronunciò l'ultima parola era una implicita accusa. Essere redarguiti non è ciò che ci si aspetta per un atto di generosità.
«Perché proteggerti è il mio lavoro, non il tuo. E c'erano altre persone che hai messo in pericolo... Hai rischiato di fare un bel casino.» Il suo sguardo non aveva smesso di ammonirla, ma stavolta era più melliflue del solito. Probabilmente il vino stava facendo il suo corso.
«Io cercavo solo di aiutarti.» L'aveva ripetuto talmente tante volte che si stava venendo a noia da sola, ma non poteva fare a meno di dirlo quando la guardava negli occhi.
«Camila,» il sospiro non preannunciò niente di buono. «Ho già perso delle persone per colpa mia. Non voglio lasciarmi dietro nessun altro cadavere.» Avrebbe preferito che la guardasse mentre glielo confessava, ma Lauren sfarfallò le ciglia su di lei solo quando le sue iridi si asciugarono.
«Anche io ho perso delle persone, e non voglio perdere anche te.» Scrollò le spalle. Era consapevole che la sua confessione era leggermente diversa da quella di Lauren, e doveva esserlo anche lei perché evitò di guardarla per un bel po'.
Camila ingollò gli ultimi sorsi di vino, infine si fece più vicina a lei. Proprio come aveva fatto prima con le parole, dovette afferrarle il mento per catturare il suo sguardo. «Non farò niente di stupido in tua presenza. Seguirò gli ordini quando me lo dirai. Non mi improvviserò eroina.» Non voleva prometterglielo solo perché Lauren non era pronta a intrecciare promesse con nessuno, ma il modo in cui la fissò fu sufficiente per suggellare l'accordo.
La corvina rimase a guardarla senza dire niente. Camila si apporssimò lentamente a lei e le depositò un bacio casto sulle labbra. Lauren fece scivolare la mano sulla sua guancia mentre ascoltava il suo respiro calmo infrangersi su di lei. Era una sensazione nuova, ma non le dispiaceva. Camila unì di nuovo le loro labbra, ma senza lasciarsi trasportare dalla passione. Lauren non aveva mai baciato qualcuno senza andare fino in fondo, ma quando la cubana intrecciò le dita alle sue comprese che non la stava portando a letto per spogliarla. Il lenzuolo era fresco sulla pelle, ma il tocco di Camila di più. Si distese accanto a lei e si assicurò che il braccio della corvina la cingesse interamente, così la mattina si sarebbe svegliata senza brutte sorprese come l'ultima volta. Lauren si addormentò per prima.
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