Capitolo 5
Lena quella notte non riusciva proprio a dormire e non perché il letto fosse scomodo anzi tutto il contrario, era grande e morbido, ma perché i lampi le illuminavano la stanza ogni tre minuti. Per non parlare poi dei tuoni che facevano tremare i vetri della finestra. Il jetleg non era d'aiuto in quella situazione, decise di prendere il programma e continuare a sfogliare le pagine.
Lena accese la luce e sfogliò il programma che Jonathan le aveva dato poco prima. Venivano citati tutti gli Howard, ma un solo nome non le ricordava nessuno dei cinque componenti della famiglia. Sebastian. Nessuno si era presentato con quel nome, neanche l'autista o i camerieri che l'avevano servita a cena. Chiunque fosse doveva essere importante perché il suo nome compariva molto spesso sia di mattina che di pomeriggio. E in alcuni casi anche la sera. Continuò a sfogliare il programma.
Le lezioni si sarebbero svolte tutte all'interno del castello, ma come era possibile?
C'erano lezioni di ogni tipo, dalla difesa personale alle basi della lingua francese, russa, spagnola.
Lena comprendeva che conoscere tante lingue li aiutava a lavorare in tutto il mondo, ma la lotta? Karate, Krava Maga, Jujutsu e altri che non conosceva, a cosa servivano?
Decise quindi di effettuare qualche ricerca sul suo laptop. Aprì il programma che usava a lavoro per indagare su gli adulteri che seguiva. Comparvero numerose società intestate al signor Howard. C'erano foto con soci marginali che avevano poche quote e quindi poche possibilità di decisione. Non aveva mai visto tante aziende fare capo ad un'unica persona... in quel caso una famiglia.
Era tutto troppo strano e Lena avrebbe indagato a fondo. Si addormentò con mille domande che le ronzavano nella testa.
Il mattino seguente si svegliò con molta difficoltà. Aveva il corpo bollente e il contatto con la tuta fredda le fece venire la pelle d'oca. Ancora assonnata scese nell'ingresso dove James, affacciato alla finestra, la stava aspettando. Anche lui indossava una tuta che gli fasciava perfettamente le gambe muscolose e delineava il sedere scolpito.
Sarà un'impresa concentrarsi con quel ben di Dio sotto gli occhi, pensò Lena mentre si avvicinava.
«Buongiorno, Lena» per la prima volta sentiva pronunciare il suo nome da quando era arrivata. Sentirlo uscire dalla bocca di James fu quasi una melodia, peccato che sembrava essere arrabbiato.
Gli occhi blu scuro si bloccarono su Lena, anche lui come il fratello, sembrava riuscisse a vedere attraverso la sua pelle.
«Sei sicuro che sia un buongiorno? Il tempo non è cambiato molto da ieri.»
«Lo so, ma sembra che abbia smesso di piovere, così tu e Jonathan avrete una tregua per la vostra corsa.»
«Credo che il letto mi stia chiamando... tu non lo senti?» Scherzò Lena.
«No, non sento nulla. Andiamo» tagliò corto James senza esprimere nemmeno un'emozione.
Lena ci rimase male. Era solita essere circondata da gente che rideva alle sue battute, o almeno sorrideva. James, invece, era un muro. Non aveva fatto neanche una smorfia, aveva ignorato il sorriso di Lena.
La superò e la condusse nella sala dove si sarebbe tenuta la loro prima lezione insieme. Era enorme come ogni stanza in quel castello. Aveva delle grandi vetrate che affacciavano sull'ingresso e dall'altro lato il muro era ricoperto da specchi e barre per danzare. Lena venne accolta da una leggera puzza di gomma e di aria viziata. C'era solo una finestra aperta, ma non dava modo all'aria di circolare in maniera adeguata.
James prese due tappetini e li posizionò uno accanto all'altro. «Sdraiati con le mani sull'addome e piega leggermente le gambe...» mentre lui le spiegava l'esercizio Lena era intenta a osservarlo.
Guardava ogni suo movimento senza capire niente. Era troppo concentrata e ammaliata dal suo petto che si gonfiava e sgonfiava sotto la maglietta grigia per stare attenta agli esercizi da svolgere.
Per non parlare di quel filo di barba incolta che gli delineava le labbra carnose. Lena si perse in un'attenta analisi del viso del ragazzo di fronte a lei. Il labbro superiore era leggermente più sottile rispetto a quello di sotto, dettaglio che si poteva notare solo se lo fissavi con occhi da stalker. Proseguì seguendo il mento...
«Lena? Mi stai ascoltando?» chiese James distraendola dai suoi pensieri.
Lena si sorprese a mordersi il labbro inferiore. «Sì, stavo cercando la giusta concentrazione» mentì.
James sorrise beffardo. «La giusta concentrazione. Lo sai che non sai mentire?» chiese serio.
«Sì» rise Lena. Non era mai stata brava a mentire e lo sapeva benissimo.
«Concentrati» l'ammonì di nuovo James. Sembrava spazientito e i suoi occhi erano così severi che Lena non se lo fece ripetere due volte. Smise di guardarlo e si impose di non fantasticare più su di lui.
Finiti tutti gli esercizi tornarono nell'ingresso e Jonathan era intento a fare stretching con indosso una tuta come quella del fratello.
Se si vestono così tutte le mattine perderò la vista a furia di guardarli, pensò Lena.
«Oggi iniziamo con venti minuti di corsa e ogni settimana aumenteremo di cinque. Ovviamente se ce la farai» ammise Jonathan aprendo la porta e tirandosi su il cappuccio della felpa.
Dopo neanche dieci minuti Lena non aveva più fiato. L'odore di terra bagnata all'inizio era stata piacevole, ma adesso sembrava esserle entrata tanto in profondità da schiacciarle i polmoni. Era distante da Jonathan che sembrava stesse correndo la maratona di New York. Non era abituata a correre. Aveva iniziato il suo lavoro di detective privato da pochi mesi e non le era mai capitato di dover inseguire qualcuno.
Si era sempre lamentata delle ore che passava in macchina ad aspettare che succedesse qualcosa, che qualche marito/moglie decidesse di compiere i suoi atti di infedeltà. E ora con le scarpe bagnate e sporche di fango, i piedi infreddoliti e i bordi della tuta macchiati dalla terra, ripiangeva quelle giornate tranquille, calde e asciutte.
Jonathan rallentò così tanto che Lena riuscì a raggiungerlo.
«Non vorrai trascinarti così tutte le mattine spero» disse Jonathan senza un minimo di affanno.
Aveva l'aria affabile e Lena si sentì a suo agio nonostante fosse inadeguata per quell'attività fisica.
«Credo di aver perso un polmone» ansimò Lena con la milza che urlava.
«Resisti, dobbiamo ancora tornare indietro e non mi va di portarti in braccio!» Jonathan si limitò a piccolo sorriso di incoraggiamento.
Lena non poté non paragonarlo al fratello. James nelle ore prima l'aveva fatta sentire sbagliata, l'aveva osservata tutto il tempo con gli occhi blu che solcavano ogni centimetro del suo corpo alla ricerca dell'errore. L'aveva corretta due o tre volte sempre con un tono acido e seccato.
Invece Jonathan le sorrideva, anche se era impercettibile il modo in cui gli angoli della sua bocca puntavano verso l'alto.
«Tornare indietro?!» esclamò Lena con un filo di voce.
Aveva la faccia rossa per lo sforzo, i capelli ramati le si erano incollati sulla fronte per il sudore. Jonathan si chiese se sarebbe riuscita a sopravvivere, non solo alla corsa di quella mattina, ma anche al resto dell'allenamento.
Forse aveva sbagliato a lasciarla venire. Una punta di rimorso si fece largo accanto al suo cuore di ghiaccio. Cercò di sorridere mentre Lena lo guardava ansimante, ma tutto quello che gli venne fuori fu una smorfia storta.
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