Capitolo 2
Lena rimase ammaliata dai suoi occhi di ghiaccio e dalla sua altezza. Era vestito elegante per essere un martedì pomeriggio. I lineamenti del suo viso erano perfetti con quella carnagione alabastro in contrasto con i capelli corvini. Il sorriso dell'uomo era bianco come uno di quelli che si vedevano nelle pubblicità del dentifricio.
Lena gli strinse la mano e lui ricambio con vigore. «Il piacere è mio, signore.»
Era meno agitata, ma continuava a sentire il bisogno di rimettere il pranzo che aveva fatto in aereo.
«Ti prego chiamami Jonathan e dammi del tu.» Era dannatamente bello. Aveva due ciuffi di capelli corvino che gli ricadevano sulla fronte. «Evans portale la valigia.»
Jonathan era diverse teste più alto di Lena e questo la faceva sentire più piccola di quanto già non fosse. Lui le aprì lo sportello ed attese che lei entrasse prima di richiuderlo.
Evans si accomodò dal lato passeggero e Lena corrugò la fronte domandandosi chi avrebbe guidato visto che Jonathan era accanto a lei, ma quando l'auto si mosse si ricordò.
«Tutto bene, signorina Sawyer?»
«Mi ero dimenticata che voi inglesi guidate dalla parte sbagliata.»
Jonathan rise «mi spiace deluderla signorina, ma credo che siate voi a guidare dal lato sbagliato.»
«Joseph ti ha detto in cosa consiste il tuo allenamento?» chiese Jonathan titubante.
Era seduto con la cintura di sicurezza allacciata, sembrava che niente potesse sgualcire il suo bell'abito.
«Non ha detto neanche una parola. Ripeteva che era importante e che avrei imparato molto di più qui che non in un semplice corso a Miami.» Lena si sentiva a disagio. Lo sguardo dell'uomo era costantemente su di lei. Sembrava che riuscisse a vederle attraverso la carne.
Era di una bellezza mai vista e sembrava avere ogni connotato al posto giusto, come se Dio lo avesse assemblato con le proprie mani. Aveva le labbra carnose, ma non troppo. Sembrava muscoloso, ma non troppo.
Lena aveva le mani sudaticce e cercò di asciugarle sul proprio jeans e sperò che Jonathan non se ne accorgesse, ma era impossibile. Lena si sentiva osservata anche quando lui non la guardava.
«Credo sia colpa mia. Non ho detto a Joseph come si sarebbe svolto il tuo addestramento.» Jonathan si sistemò la cintura di sicurezza e si voltò a guardarla. «La mia idea sarebbe quella di espandere il nome della mia famiglia anche in America – sorrise – ma per farlo ho bisogno di una persona fidata. Di qualcuno che conosca il nostro modus operandi.»
«Joseph non va bene?» chiese Lena interrompendolo.
Sembrò che Jonathan volesse fulminarla con il suo sguardo di ghiaccio, ma sorrise. «Lui mi serve per altro. Non voglio annoiarti con tutti i dettagli.» Tagliò corto Jonathan. «Vorrei parlarti delle regole che dovrai rispettare.»
Lena notò che Jonathan aveva guardato l'orologio due volte in pochi secondi. Si chiese se fosse un suo tic o se fossero in ritardo per qualcosa.
«Dovrai essere puntuale ad ogni pasto e ad ogni lezione che frequenterai. Non rivolgerti a nessuno come se fosse un tuo amico di vecchia data. Non rivolgerti a nessuno con termini tipo: "hey come butta fratello" o con un "come va amico". Intesi?» Jonathan era improvvisamente diventato freddo. Se nella prima parte del tragitto sorrideva, nella seconda parte era distante. Quasi come se sottolineasse la sua superiorità.
Jonathan invece sentiva un peso schiacciargli il petto. Più si avvicinavano alla sua casa e più aveva timore di quello che sarebbe successo.
Lena non si sentiva per niente a suo agio. Sembrava che il preside della scuola fosse pronto a farle una ramanzina per aver scritto sul banco. Non le piaceva quando la gente assumeva quel comportamento. A lei piacevano i sorrisi che coinvolgevano gli occhi, gli abbracci pieni di calore e non quel gelido uomo seduto e vestito di tutto punto.
«Oh, un'altra cosa signorina Sawyer, è buona educazione, quando una persona si presenta, risponderle dicendogli il proprio nome» disse Jonathan con un tono acido. «Non mi ha ancora detto come si chiama.»
«Aveva un cartello con il mio nome...» tagliò corto Lena indicando Evans alla guida, come se fosse una logica spiegazione.
«Altra regola molto importante da seguire: non dare mai niente per scontato.»
Lena si chiese se fosse uno scherzo. Jonathan era cambiato completamente nel giro di pochi secondi. Se prima le attenzioni di lui erano sulla nuova arrivata, adesso oscillavano tra la strada, il suo orologio e Lena.
Jonathan si allentò la cravatta e poi la riposizionò stringendola. Si sentiva soffocare e al tempo stesso non voleva che Lena sentisse tutta la sua agitazione. Tornare a casa, con un ospite che era certo non sarebbe stato gradito, lo rendeva irrequieto.
Finalmente arrivarono davanti ad un grande cancello arrugginito. Era incastrato in un muro alto di pietra con piccole guglie che puntavano verso il cielo nuvoloso. Passarono e proseguirono per qualche minuto per un sentiero immerso tra gli alberi.
E poi lo vide.
Un enorme castello dai colori scuri si ergeva immenso davanti a lei e gli alberi si aprivano tutto intorno ad esso. Le guglie sul castello erano alte e maestose. Le finestre erano strette e alte e nonostante ci fossero le luci accese in diverse stanze, Lena non riuscì a vedere cosa c'era dietro. Su un lato marginale si intravedevano dei rampicanti che probabilmente ricoprivano gran parte del lato destro del castello.
Scese dall'auto ed un freddo intenso le colpì il viso. Era vestita troppo leggera per l'aria fredda dell'Inghilterra.
Jonathan si fermò accanto a lei e insieme guardarono quel maestoso, antico castello.
Mentre Lena era stupita da tanta bellezza, Jonathan accanto a lei era disgustato e triste.
«Non disobbedire agli ordini. Fai tutto ciò che ti viene richiesto esattamente così come ti viene richiesto!» esclamò Jonathan guardando la sua ospite. La sua voce era cambiata, era ancora più bassa e fredda. «E andrà tutto bene.»
Il sorriso di Lena si spense un po' quando incrociò lo sguardo di Jonathan. Come un flash le apparve quello di Joseph prima del volo. «Stai attenta!»
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