Capitolo 14
La giornata passò lentamente, anche Nora era agitata per il ritorno dei suoi genitori. Lena non aveva fatto più domande, aveva solo provato a scherzare con lei, ma la donna era rimasta sulle sue.
Le lezioni erano finite in anticipo proprio perché i fratelli Howard dovevano prepararsi per la cena di lavoro e Lena ne approfittò per intrufolarsi nell'ala sud del castello.
Erano giorni che cercava l'archivio o una stanza che contenesse le risposte alle sue domande e finalmente lo trovò.
Davanti a sé c'era una porta con la scritta ARCHIVIO. Non era chiusa a chiave e lei entrò senza problemi. All'interno c'erano diversi scafali con faldoni di ogni colore e dimensione. Sulle etichette esterne c'erano nomi di società che non aveva mai letto prima.
Aveva rivisto le informazioni degli Howard così tante volte che aveva imparato a memoria ogni azienda che possedevano, aveva visto tutte le foto da sapere a quali eventi avevano partecipato. Quanti soldi avevano donato alle varie aste di beneficenza. Sapeva tutto su di loro, tranne quello che le serviva davvero.
Prese il primo faldone, lo aprì e iniziò a leggere. Si poggiò ad un piccolo mobiletto chiuso a chiave e si concentrò sulla lettura.
Due pagine dopo trovò una corrispondenza tramite mail tra il signor Howard ed un altro uomo. Erano minacce. L'uomo accusava Anthony di aver dato fuoco ad un'auto. Il signor Howard rispondeva che non era vero e che gli incidenti capitavano e chiedeva all'uomo di stare attento.
Lena capì. L'uomo aveva ragione. Il signor Howard lo stava minacciando a finché lui cedesse le sue quote della società. Lena continuò a leggere ed ebbe un quadro più completo solo dopo poche pagine.
Tra auto incendiate, abitazioni invase da ladri e attentati all'incolumità dei parenti dell'uomo, il signor Howard era riuscito ad ottenere ciò che voleva.
Era così che era riuscito ad ottenere tutto il suo prestigio?
Lena proseguì con la sua lettura e prese un altro faldone. Anche li era successa la stessa cosa. Un'altra società acquistata dopo minacce e attentati alla vita. Lena prese un altro fascicolo e la storia si ripeteva di nuovo.
Trovò almeno sei società che non erano comparse nelle sue ricerche con il programma investigativo. Erano sei società che dopo l'acquisto erano stata smembrate e vendute per ragioni diverse.
Non aveva più tempo, doveva prepararsi per l'uscita con Sebastian. Rimise tutto a posto e corse nella sua stanza.
Un'ora dopo Lena e Sebastian lasciarono il castello. Durante il tragitto Lena parlò tutto il tempo degli allenamenti che aveva svolto in quella prima settimana. Si dichiarò soddisfatta dei piccoli progressi, ma non specificò di quali progressi si trattasse.
Nella sua testa frullavano milioni di domande sul signor Howard, ma non si sentiva ancora pronta a confessare le sue scoperte a Sebastian. Non era ancora certa di potersi fidare di lui.
Dopo aver fatto un'ora di fila finalmente Lena e Sebastian riuscirono ad entrare nella capsula London Eye. La vista era mozzafiato. La città era illuminata dalle classiche luci gialle che delineavano i contorni di qualunque cosa. Lena individuò il Big Ben, la cattedrale di St. Paul e il tower Bridge. Anche per Sebastian era la prima volta lassù e la vista era indiscutibilmente magnifica, ma qualcos'altro aveva catturato la sua attenzione.
Lena.
Aveva gli occhi sognanti. Si vedeva lontano un miglio che era contenta di quello che stava vedendo. Lei era in grado di esprimere i suoi stati d'animo con lo sguardo. I suoi occhi si stupivano con le piccole cose ed erano vivaci. Sebastian era abituato a vivere con gli Howard, persone fredde e controllate. Ogni loro reazione era attentamente studiata sia che si trovassero con estranei e sia tra di loro. Quando Sebastian non era con uno degli Howard era da solo. E da soli non c'erano emozioni di alcun tipo da esprimere, non c'era nulla per cui essere stupiti o ammaliati.
Distolse lo sguardo prima che lei potesse accorgersene. Lena doveva andare via da quel posto prima che fosse troppo tardi. Doveva riuscire a convincerla ad andarsene se non voleva fare la sua stessa fine.
A cena Lena ne approfittò per fare qualche domanda per conoscerlo meglio.
«Non esci spesso con Jonathan e gli altri?»
«Dopo una giornata intensa di lavoro voglio solo vedere il letto.»
«Neanche nel weekend?» chiese Lena e subito dopo addentò il suo trancio di pizza.
«A volte» tagliò corto Sebastian.
«E le ragazze?»
«A volte...»
«Anche Jonathan e James?»
«Non proprio. Loro hanno gusti più sofisticati. Escono solo con ragazze del loro rango, diciamo.»
«Perché vivi con loro?» Lena ne approfittò per piazzargli qualche domanda a cui probabilmente Sebastian non avrebbe risposto, ma valeva la pena tentare, sempre meglio che esporre il proprio disappunto sui fascicoli che aveva scoperto.
«Non credi che abbia già risposto a molte domande?» disse Sebastian sorridendole.
«Sì, ma non credevo che questa fosse tra le domande off-limits» Sebastian non rispose e continuò a trangugiarsi la pizza che aveva nel piatto. «Ho provato a cercare qualcosa su di te, ma non ho trovato niente. Non ci sei neanche nelle foto con gli Howard.»
«Già. Io non esisto» mormorò Sebastian tra i denti.
La curiosità di Lena aumentava sempre di più. Voleva scoprire se Sebastian era al corrente delle manovre che il signor Howard applicava per acquistare le sue società.
Lena non riusciva a decifrarlo. In quella settimana era apparso come il collaboratore più fidato e il più ligio al dovere, ma quando non erano a lezione lui sembrava terribilmente triste e solo.
«Perché dici così?» Sebastian non rispose, ma in compenso aveva finito di mangiare. «Quando ti ho conosciuto ho notato il tuo sguardo. È indecifrabile. Non riesco a capire cosa stai pensando. Però hai sempre questa strana luce. Come se ci fosse qualcosa.»
«Smettila di psicanalizzarmi e finisci di magiare.» Quella era la conversazione più lunga che Sebastian avesse mai avuto.
«Hai mai pensato di andare a vivere per conto tuo?» chiese Lena imperterrita. «Forse passare del tempo in un posto tutto tuo ti farebbe bene.»
«Un posto vale l'altro. È quello che sono.»
«Non è detto. Io credo che non siano i luoghi o le persone a fare di noi quello che siamo, ma è il modo in cui ci relazioniamo ad essi. Forse tu sei abituato ad un tipo di atteggiamento perché hai solo e sempre avuto a che fare con le stesse persone. Magari cambiando aria cambierà anche quella strana luce che hai nello sguardo.» Lena continuava a fissarlo nella speranza di incrociare lo sguardo evasivo di lui.
«Non posso andare via di qui» sussurrò Sebastian lanciando il tovagliolo nel piatto.
«Perché no?»
«Lena ci sono cose che non puoi capire.»
«Allora fammele capire tu.»
I loro sguardi si incrociarono e Sebastian sembrò indeciso, ma durò solo una frazione di secondo.
«Se hai finito possiamo andare» disse prima diraccogliere la sua giacca e avviarsi verso l'uscita.
Lena si pulì le mani sul tovagliolo, prese la giacca e lo seguì quasi correndo per raggiungerlo.
Lena aveva pensato di poter scoprire qualcosa su Sebastian quella sera, ma invece aveva ottenuto il nulla più totale. Pensò che forse quel corso con gli Howard le avrebbe fatto molto bene ad affinare le sue tecniche di persuasione.
Jonathan stesso le aveva detto che le avrebbe insegnato a mentire, chissà se l'avrebbe aiutata anche nel manipolare le persone affinché le dicessero la verità. Scacciò subito via quel pensiero. Odiava l'idea di poter indurre le persone nella direzione che voleva lei.
«Stai indagando sugli Howard, vero?» chiese Sebastian con le mani nelle tasche del giubbotto. «Smettila di farlo. Non scoprirai niente su di loro.»
«E se avessi già scoperto qualcosa?» Lena lasciò la domanda sospesa nell'aria come fosse un colloquio con se stessa.
Sebastian si fermò di colpo e con gli occhi sgranati la guardò terrorizzato. «Cosa hai scoperto?»
Lena aveva centrato il bersaglio. Lo sguardo impaurito di Sebastian parlava chiaro, Lena aveva fatto centro. Non sapeva se il ragazzo triste sarebbe stato dalla sua parte e non poteva rischiare di mandare a monte le sue indagini. Disse una mezza verità. «Tranquillo, niente di compromettente. Ho trovato solo delle società che non sapevo appartenessero agli Howard.» Lena riprese a camminare nella speranza che Sebastian lasciasse andare l'argomento.
Rimase fermo a guardare il punto dove pochi istanti prima c'era Lena. Non c'erano altre società, Sebastian conosceva ogni modus operandi della famiglia Howard. Forse, Lena faceva riferimento ad aziende che lei non conosceva.
Gli Howard avevano così tante attività, in così tanti settori, che delle volte persino Sebastian non ricordava il nome di tutte... forse Lena si riferiva proprio a questo. Scacciò dalla testa la preoccupazione che lei avesse scoperto qualche scheletro che doveva rimanere nascosto nell'armadio. La raggiunse dopo qualche secondo. «Se dovessi scoprire altro non andare dagli Howard. Vieni da me!»
Lena corrugò la fronte. «Perché?»
«A loro non piace quando la gente ficcanaso si impiccia dei loro affari» tagliò corto Sebastian. «Il tuo capo ti ha mandata qui per indagare sugli Howard?»
«No, certo che no!» esclamò subito Lena voltandosi a guardarlo. «Sono solo curiosa di sapere perché gli Howard si comportano così. Sono paranoici e sin troppo addestrati.»
«Ognuno ha le proprie manie. Gli Howard hanno le loro e tu sei una testarda ficcanaso!»
«Non è la stessa cosa» disse Lena alzando la testa per guardarlo negli occhi. Si erano fermati di nuovo.
Lena non era offesa da quell'affermazione. Lei aveva scelto di diventare detective perché le piaceva scoprire la verità. Certo, sino a poco tempo prima le uniche verità che seguiva erano quelle degli amanti, ma con gli Howard era diverso.
«Bash, sono stanca possiamo tornare a casa ora?» chiese Lena. Non sarebbe riuscita ad ottenere altre informazioni. Sebastian era troppo sulla difensiva, non avrebbe rilevato alcun segreto scottante.
Sebastian guardò l'ora sul telefono e vide che erano passate le nove. «Sì, è meglio tornare.»
Lena s'incammino verso l'auto, ma Sebastian la prese per un braccio e la fece girare verso di sé. «Come mi hai chiamato?»
«Oh Bash. Ho pensato che andasse bene come diminutivo. Non ti piace? Perché se vuoi potrei...»
«Mi piace» la interruppe Sebastian con una smorfia che avrebbe dovuto essere un sorriso, nessuno gli aveva mai dato un soprannome. A parte il signor Howard che era solito etichettarlo con orrendi epiteti.
«Perfetto» sorrise Lena. «Andiamo che si gela.»
Arrivati all'auto Sebastian accese il riscaldamento e aspettò qualche minuto prima di partire. Si soffiò nelle mani e le sfregò prima di appoggiarle sul freddo volante.
«Sono così stanca che potrei addormentarmi.»
«Tranquilla... ti porto in braccio» la rassicurò Sebastian.
«Molto gentile da parte tua, Bash» gli sorrise Lena.
Sebastian sorrise, sorrise davvero. Per la prima volta dopo tanti anni, gli angoli della sua bocca si mossero all'insù in modo autonomo, senza che lui dovesse costringersi a farlo.
«Non lascerai perdere, vero?» chiese voltandosi a guardarla. «Continuerai ad indagare.»
Lena perse un po' del suo sorriso. Fece spallucce.
«Ruzek.»
«Come scusa?» chiese Lena.
«Ieri mi hai chiesto come mi chiamo. Sebastian Ruzek.»
*************
Ciao a tutte.
Sono consapevole che questo capitolo è un po' lungo, ma non poteva assolutamente essere diviso.
Spero possa piacervi e incuriosirvi.
CC.
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