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39. Perdita

Nel piccolo appartamento la tensione era tanto densa da poter essere tagliata con un coltello.

Da quando Rhys e Ivy erano tornati, portando con sé notizie decisamente sconfortanti, ognuno si era chiuso in un ferreo silenzio, preso dai preparativi. Da allora fra le pareti dell'abitazione non si era udito altro che il rumore di passi concitati, lo sferragliare delle armi e il ticchettio delle unghie di Haley sul tavolo da pranzo.

Il fae non si era mosso dalla sua posizione nemmeno per un istante da quel pomeriggio. Seduto composto, teneva la schiena perfettamente aderente alla sedia e le braccia incrociate davanti a sè. Sarebbe parso il ritratto della calma se non fosse stato per quella mano, mossa da incessanti scatti nervosi, che non smetteva di far scontrare le dita pallide contro il legno consunto.

Era stanco. Continuava a sentire nelle orecchie il vago ricordo della voce di Cedar mentre annunciava vittoriosa di aver individuato la convergenza fra le linee di Energia e la Stella. Un urlo soddisfatto che aveva congelato l'Unseelie sul posto. Haley aveva percepito distintamente il ghiaccio ricoprire le pareti delle proprie vene e il respiro mozzarsi nei polmoni. Impassibile, non aveva fiatato. Non una parola mentre i Cacciatori si congratulavano con il padre per averli aiutati, né quando Cedar era corso ad abbracciarlo, dimentico, forse per la troppa eccitazione, di ciò che la scoperta significasse per il fae. Gli aveva sussurrato all'orecchio delle parole che l'Unseelie aveva faticato a sentire. Qualcosa di simile a un "ce la faremo". Qualcosa in cui Haley stentava a credere.

«Dovresti prepararti» sussurrò in quel momento una voce alle sue spalle, pervasa da una patina ruvida per le ore passate in silenzio.

Haley voltò appena il capo, quanto bastava per incrociare lo sguardo di Calum. Era caldo come sempre, ma altrettanto teso. Il Seelie era stato l'unico a non esultare per la scoperta di Cedar. Era anche l'unico a capire la portata di tale notizia per le condizioni mentali dell'amico. Una bomba a orologeria, non si trattava di altro. Non aveva commentato come suo solito, non aveva ironizzato sulla lentezza delle ricerche, né si era lamentato una sola volta. La paura aveva stretto anche lui nelle sue spire e non vi era via di uscita prima della fine. L'Unseelie si schiarì la voce e sospirò. «Non potrei essere più pronto di così. Non c'è molto altro che possa fare.»

Calum storse il naso mentre si appoggiava con un fianco al bordo del tavolo, scrutando l'amico dall'alto. Incuteva un certo timore in controluce, con le ombre della sera che fendevano la luce giallastra del lampadario per arrivare a scurirgli gli incavi sotto gli occhi. «C'è, invece» replicò. «Puoi combattere. Restare forte. Te l'ho detto un'infinità di volte, Haley. Devi pensare a te stesso. Non importa l'esito che avrà la nostra missione, conta come starai tu quando sarà finita. Pensaci bene prima di uscire da questa casa. Non voglio trovarmi costretto ancora una volta a raccogliere con una paletta i frammenti della tua anima per poi tentare di rimetterli insieme, pezzo dopo pezzo, con la colla. Pensaci, okay?»

«Io –» cominciò a protestare il moro, ma il Seelie lo bloccò con un gesto della mano. I suoi lineamenti mostravano una fermezza insolita per lui, una decisione che non aveva mai avuto. O che non aveva mai rivelato.

«Fra pochi minuti partiremo. La luna entrerà in posizione solo fra un paio di ore, tuttavia sarà meglio arrivare in anticipo» annunciò. Subito dopo si morse la lingua. Era stato troppo freddo? Gli occhi di Haley, spalancati e confusi, sembravano confermarlo. Rilasciò un sospiro e gli accarezzò le guance incavate con entrambe le mani, tentando di infondere maggior calore nelle proprie parole. «Non voglio essere cattivo con te, Ley, ma so che questo è l'unico modo per spingerti ad agire. Solo quando ti ritrovi sull'orlo del baratro prendi in mano la tua vita. Voglio solo che tu non ti spinga troppo oltre prima di capire. Provaci, va bene?»

Haley lo fissò ancora per qualche minuto, prima di stringere le mani dell'amico fra le sue e tentare un debole sorriso. «Non devi preoccuparti per me. Sto bene.»

Calum lasciò cadere le braccia lungo i fianchi con uno scatto. La velocità del gesto lasciò l'Unseelie in preda alla confusione e con le mani ancora a mezz'aria, là dove prima c'erano quelle dell'altro. Lo scrutò con un sopracciglio inarcato, ma Calum aveva già voltato la testa verso la porta della cucina. Le linee dure della sua schiena lasciavano poco all'immaginazione di cosa stesse provando in quel momento. Eppure Haley non capiva. Non riusciva a capire. «Sarò felice di riparlarne con te quando ti sarai finalmente deciso a smettere di mentirmi, Ley. Finisci di prepararti e vieni in salotto, non manca molto ormai» sussurrò il Seelie sulla soglia della stanza, senza guardarlo negli occhi. Poi uscì. La porta sbatté alle sue spalle con fin troppa forza, tanto da far sobbalzare il fae sulla sedia per il rumore improvviso.

Haley appoggiò entrambi i gomiti sul tavolo e si coprì il volto con i palmi aperti, mentre emetteva un debole sospiro. Pensare. Calum gli aveva chiesto di pensare, ma lui non poteva farlo. Non riusciva a sentire i propri pensieri in quella confusione. C'era troppo rumore nella sua mente, più di quello prodotto dalla porta, più di quello metallico delle armi. C'era tanto rumore da assordarlo. Strinse alcune ciocche di capelli fra le dita e le tirò. Sentì a malapena il dolore. Lo fece con più forza, segnandosi le dita con piccoli tagli, finché una scossa gli percorse la schiena, costringendolo ad aprire i pugni. Si accorse solo in quel momento di avere il fiatone e le lacrime agli occhi. Qualcosa gli ostruiva il respiro. Si portò una mano alla gola.

Quasi cadde dalla sedia quando un'altra mano si sovrappose alla sua, intimandogli di lasciare la presa. Haley alzò la testa di scatto. Si aspettava inconsapevolmente di rivedere Calum, ma le sue pupille dilatate si posarono con una certa dose di delusione sui capelli ramati di Willow. «Calmati» gli stava ripetendo la ragazza come una litania, mentre la Cacciatrice cercava di staccargli la mano dal collo. «Non stai soffocando. Va tutto bene.»

«Nulla va mai bene nella mia vita» arrancò l'Unseelie a corto di ossigeno, ma eseguì quanto Will gli impose di fare. In pochi minuti tornò presente a se stesso. Era ancora seduto. La ragazza si era accucciata al suo fianco e gli stringeva le mani per impedirgli di portarsele di nuovo al collo, o forse solo per dargli forza. Lo fissava con occhi grandi e scuri, ma luminosi sotto la luce della lampadina a incandescenza.

«Ti senti meglio?» gli chiese quando lo vide più tranquillo. Il suo cuore, invece, batteva ancora come un tamburo per lo spavento. Quando era entrata in cucina per informarsi sull'improvviso malumore di Calum non si sarebbe mai aspettata di trovarsi di fronte a una scena simile.

Haley scosse la testa. Poi rise, nascondendo il viso nell'incavo di un gomito. «Preferirei non sentire e basta.»

«Haley.»

«Lo so. Non devo scherzare su certi argomenti» la precedette, cogliendo un tono di rimprovero nella sua voce. Si alzò dalla sedia e guardò verso la porta, rimasta socchiusa dopo l'ingresso della Cacciatrice. Scorse la sagoma di un borsone blu appollaiato su un bracciolo del divano. I rumori si erano interrotti. «Siamo in partenza?»

Willow lo squadrò con attenzione, prima di annuire. Lo vide replicare il gesto e tentare di uscire dalla cucina, ma la ragazza fu rapida ad afferrarlo per un polso e costringerlo a tornare indietro. Il fae inciampò sui suoi passi, ma non osò alzare lo sguardo da terra. Stringeva e rilassava le dita ritmicamente, come per misurare il proprio respiro. Sembrava quasi un animale in trappola. «Non dobbiamo farlo per forza» mormorò la Cacciatrice. Vederlo in quello stato le faceva più male del previsto. Soprattutto se pensava al fatto che Fionn si trovava solo a pochi metri da lei. Eppure non ci stava pensando. Vedeva solo il viso pallido e distrutto di un ragazzo piegato dal dolore. E anche se ci avesse provato, non sarebbe riuscita a vedere altro.

Haley scosse di nuovo la testa. Continuava a non guardarla. Si trovavano solo a pochi centimetri di distanza, uniti dalla presa di Will sul suo polso, ma fingeva di non vederla, o di non essere nemmeno lì.

La Cacciatrice gli si avvicinò ancora di più, nel tentativo di convincerlo ad alzare gli occhi dal pavimento, e allungò titubante una mano verso la sua guancia. Era strano non percepire il calore umano o l'odore della pelle a quella vicinanza, o sentire il battito lento del suo cuore. Quando arrivò a sfiorarlo le parve di star toccando del freddo metallo, ma non si allontanò. Posò il palmo con più decisione sulla sua pelle e premette perché si voltasse. Haley si irrigidì al contatto, ma finì per assecondarla. Due iridi piene di terrore incontrarono gli occhi di Willow con la forza di un temporale estivo. Non sapeva perché, ma se ne sentiva incredibilmente attratta. Non si accorse nemmeno di aver diminuito ancora una volta la distanza fra loro, finché non percepì la morbidezza delle labbra del fae sotto le proprie.

Tuttavia fu solo un momento. La voce di Cedar ruppe il silenzio formatosi nella stanza e Haley si ritrasse di scatto con un'aria terribilmente smarrita. Willow non poté evitare di lasciarlo andare, occasione che l'Unseelie colse al volo, precipitandosi fuori dalla stanza senza emettere un suono.

La Cacciatrice restò a fissare la porta spalancata per secondi interminabili. Una mano si era spostata in modo autonomo a sfiorare la bocca, mentre il suo cervello faticava ancora a elaborare i gesti che aveva compiuto. Doveva essere impazzita. Non poteva averlo fatto davvero. Non poteva.

Poi un'altra voce, questa volta più familiare, la fece riscuotere.

«Will, dobbiamo andare. È ora.»

Willow sollevò in fretta lo sguardo sulla figura di Fionn, ferma sulla soglia della porta. Il ragazzo aveva un'espressione interrogativa e ansiosa, ma non sembrava arrabbiato. Will rilasciò un sospiro di sollievo. Lui non aveva visto nulla. Non sarebbe cambiato niente fra loro. Aveva agito sull'onda dell'istinto, ma non sarebbe ricapitato. Mai più. «Certo» balbettò e gli sorrise incerta. «Andiamo.»

La luna piena occhieggiava già oltre le finestre di un candore argenteo sullo sfondo nero del cielo, unica testimone di bugie e verità taciute.

~•~

Il luogo in cui si sarebbe tenuto il rituale distava alcune miglia dal centro cittadino. Regan aveva scelto una zona appartata, periferica, difficile da raggiungere con qualsiasi mezzo a causa dei sentieri non delineati. Anche camminando il buio della notte non aiutava l'avanzata. Era sostanzialmente impossibile identificare gli ostacoli sul percorso prima di calpestarli o scontrarcisi, finendo così per inciampare su tronchi abbattuti o radici sporgenti.

Haley lasciava scorrere le dita sui tronchi umidi per farsi guidare. L'odore del terriccio era rassicurante e riuscì pian piano a calmarlo. Gli ricordava casa, giù, nella Collina dei Solitari. Lo scricchiolio delle poche foglie non ancora demolite dalle piogge gli riempiva i timpani e cancellava in parte i pensieri negativi. Almeno, finché non giunsero a destinazione.

«Fermi. Siamo arrivati. La convergenza si trovo oltre questi alberi, in quella radura» li bloccò Cedar con un cenno del capo, appena visibile al buio, e la voce ridotta a un sussurro. La sua pelle scura si confondeva con lo sfondo silvestre mentre gli occhi brillavano come rugiada. Era emozionato, non era bravo a fingere.

Haley, ancora a un paio di metri di distanza dalla barriera arborea, si raggelò. Vide i compagni oltrepassarlo e avvicinarsi a Cedar con la coda dell'occhio, ma non mosse un passo per raggiungerli. Gli sembrava quasi di non trovarsi nemmeno lì con loro, come se il tempo fosse sospeso e lo spazio crollato nel nulla. Percepiva a fatica la brezza serale sfiorargli la pelle scoperta del viso e delle mani, mentre osservava Thomas chiedere qualcosa al bugul e Fionn stringere a sé Willow con un braccio. Fu il ricordo di ciò che era successo in cucina poco prima a riscuoterlo, in preda ai brividi. Strizzò le palpebre e prese un respiro profondo, per quanto tremante. «Qual è il piano d'attacco?» chiese poi, avvicinandosi di qualche passo. Il terreno scricchiolò sotto le sue scarpe in modo sinistro.

Cedar si voltò a guardarlo, interrompendo la sua conversazione con Thomas, cosicché anche il Cacciatore cominciò a osservarlo. Sembravano tutti incredibilmente sorpresi dalla sua partecipazione volontaria. Solo Calum, notò Haley, non aveva distolto la propria attenzione da ciò che stava accadendo dall'altra parte. Un sorriso teso gli piegava le labbra in una linea sottile, causato dai muscoli facciali contratti per la rabbia. L'Unseelie sospirò. Sperava solo che l'amico riuscisse a perdonarlo prima della fine. Perché una fine ci sarebbe stata, Haley ne era certo. C'era solo da scoprire in che modo.

«Non si è ancora fatto vivo nessuno. Si vedono solo un albero cavo e una specie di altare, con una bacinella posata sulla cima. Vieni a vedere» lo invitò a raggiungerlo Cedar con una certa insicurezza nei gesti. Thomas lo squadrò con un sopracciglio inarcato, come se non si aspettasse una risposta simile, ma alla fine si limitò a sospirare e a scostarsi per fare spazio al fae. Haley si inserì fra di loro e alzò la testa per vedere meglio.

La radura non era grande, non abbastanza da essere segnata con precisione in una mappa. Un albero contorto per l'azione del vento e svuotato dai fulmini sorgeva solitario oltre il confine di arbusti, come se fosse stato isolato dai suoi stessi simili. Era morto da tempo, Haley poteva percepirlo dalla sua Energia inesistente, ma c'era ancora della vita fra le sue radici, in qualche modo. Il fae si sporse in avanti per fiutare l'aria, ma fu presto costretto ad arricciare il naso in una smorfia a causa dell'odore acre che lo raggiunse. «C'è del sangue. Molto sangue. Dentro l'albero.»

Rhys gli batté una mano sulla schiena, facendolo sussultare. «Bella scoperta, principino, non l'avevamo assolutamente notato. Perchè credi che siamo qui? Tuo padre ha dissanguato delle persone per il rito, ricordi?» commentò ironico il Seelie. Ivy, al suo fianco, roteò gli occhi, sebbene non fosse stata in grado di trattenere un sorrisino.

Haley guardò male entrambi, per poi riportare la sua attenzione sulla radura. L'altare descrittogli da Cedar non era che una cassa di legno oblunga posta accanto al tronco morto. Il catino che la sormontava odorava di argento, pur non avendone più il colore a causa dell'ossidazione. Intorno all'area era stata disegnata con del sale una stella a sette punte. Un vertice puntava dritto verso di loro con aria minacciosa, come un indice teso a elargire una sentenza di morte.

L'Unseelie assottigliò lo sguardo. Aveva scorto uno strano baluginio provenire dal lato opposto della radura. Un lampo di blu e viola che si era subito dissolto nel nulla, riportando il bosco alla solita oscurità. Se lo era immaginato? Haley voltò il capo verso il consigliere, trovandolo con gli occhi già fissi sul luogo in cui era avvenuta l'inusuale esplosione di luce. Aveva serrato i denti con tanta forza da deformargli il viso in una maschera di tensione. Il fae prese un respiro, scambiando un'occhiata preoccupata con gli altri, alle sue spalle. «L'avete visto anche voi, vero?»

«Sarebbe stato difficile non vederlo. Mi ha quasi accecato» borbottò Calum con le braccia conserte sul petto e i capelli scompigliati dal vento.

«Che cosa –» cominciò a chiedere Thomas, quando il lampo si ripropose, questa volta con un'intensità dieci volte maggiore.

Il gruppo si riparò gli occhi con le mani, trattenendo a stento grida di sorpresa e dolore. Il silenzio prese possesso del bosco per minuti interi, mentre la luce svaniva e lasciava il posto al turbamento. Haley si era accucciato a terra, proteggendosi la testa fra le braccia. La terra fredda e umida sotto le ginocchia lo fece rabbrividire mentre si azzardava a sollevare lentamente il capo. Vide solo buio, reso più denso dall'esplosione luminosa e cosparso di puntini bianchi in movimento.

Sbatté le palpebre, attendendo che le sue pupille da Unseelie si adattassero alla notte, dopodiché si alzò da terra. Scorse Rhys aiutare Ivy a sollevarsi, mentre gli altri si erano già accalcati contro gli alberi per vedere cosa stesse accadendo. Tentò di farsi spazio attraverso la piccola folla, finché Thomas non lo prese per un braccio, tirandolo accanto a sé. Haley barcollò per un istante, ma la vista che gli si parò di fronte bastò a pietrificarlo ancora una volta.

Si sottrasse con uno strattone alla presa del Cacciatore e avanzò fin quasi a uscire dal riparo improvvisato pur di assicurarsi di aver visto male. Così non era, però. Davanti a loro, accanto all'altare, erano comparse tre figure, circondate da almeno cinque goblin. Le creature mostruose erano facilmente riconoscibili anche nell'oscurità per le loro forme sgraziate e sovrabbondanti, che si muovevano a scatti attraverso la radura. La figura più alta si stava rivolgendo alla seconda, che teneva in braccio la terza, di costituzione più esile. Sembrava svenuta, o forse morta. Haley deglutì nel riconoscere lo strascico di pizzo nero che ricadeva mollemente al suolo. Non erano in molti, a Faerie, a potersi permettere simili lussi. «Quella è –»

«È la Regina, sì» confermò il bugul e il suo tono non lasciava spazio a possibili dubbi.

Haley lo guardò in preda al panico. D'istinto cercò un conforto negli occhi di Calum, ma il Seelie lo stava ancora ignorando, concentrato sulla scena raccapricciante che stava prendendo atto sotto i loro nasi. Deglutiva ripetutamente, mentre mormorava fra sé frasi sconnesse. Haley tornò a rivolgersi a Cedar ancor più sconvolto. «Cosa significa questo? Pensavo fosse dalla loro parte. Pensavo mi volesse morto.»

«Infatti era così» ribatté il consigliere con un'acidità che nascondeva a malapena l'entità del suo nervosismo. «Deve essere rimasta travolta dai suoi stessi piani. Voleva che l'assassino ti uccidesse per toglierti dalla linea di eredità, ma non aveva previsto che si trattasse di Regan. Ora sta pagando il prezzo del suo egoismo.»

Fu solo dopo aver assorbito le parole di Cedar che Haley si rese conto della realtà dei fatti. Alzò lo sguardo, sentendosi scosso da capo a piedi da brividi di terrore. Le altre due figure, due uomini, si erano spostate verso l'albero cavo e da lì stavano estraendo qualcosa che al riverbero della luna piena brillava d'argento. Una delle due era Regan Nightshade. Suo padre.

Haley quasi non ricordava più l'ultima volta in cui si era trovato faccia a faccia con quell'uomo, o forse il suo inconscio tentava di tenergli nascosto quell'angolo di memorie che avrebbe potuto farlo esplodere. Dopo essere stato consegnato a Moss come allievo gli era capitato di ricevere rapide visite da parte del genitore, nell'accampamento dell'esercito. Ma quale di queste aveva segnato la scomparsa di Regan dalla sua vita? Ricordava soltanto la lettera che il generale gli aveva consegnato, dove suo padre veniva dato per disperso. Ricordava anche il misto di paura e felicità che aveva preso piede nel suo petto, un'emozione che non aveva mai sentito prima. E ora eccolo qui, sul punto di incontrare di nuovo l'uomo che aveva contribuito alla sua nascita tanto quanto alla sua rovina. Come era ironica, certe volte, la vita.

«Dovremmo attaccare mentre sono distratti» suggerì Thomas a bassa voce.

La sorella scosse la testa con decisione, staccandosi un poco dal fianco di Fionn. «No. Non è sicuro. Dobbiamo aspettare che abbiano iniziato il rito, interromperlo in tempo e ritardarlo finché la luna piena non sarà uscita di fase. Così Regan sarà costretto ad attendere il mese prossimo, se dovessimo fallire nell'ucciderlo. Qualcuno riuscirà a fermarlo al posto nostro.»

«Quoto per il piano di Will, anche se preferisco la versione in cui io ne esco vivo e loro morti» alzò la mano Rhys.

«State zitti, non riesco a sentire cosa dicono» li rimproverò Ivy. Poi la fae sgranò gli occhi violacei. Impallidì all'improvviso e allungò una mano per aggrapparsi ai rami bassi degli alberi.

Rhys tornò serio all'istante e corse a soccorrerla, mentre gli altri si scambiavano occhiate confuse. «Che succede? Ti senti male?»

Lei scosse la testa, ma non rifiutò il sostegno del canuto, che la aiutò a rialzarsi. «È come se mi fossi scontrata con un campo elettrico nel momento stesso in cui sono riuscita a sentire le loro voci. E...» balbettò, sollevando lo sguardo sull'Unseelie. «Mi dispiace, Haley.»

Il fae annaspò. «Per cosa, Ivy?»

«L'altra persona. È Moss, ho sentito la sua voce. Mi dispiace.»

Un colpo al cuore. In un istante Haley provò una sensazione di freddo e caldo sciogliersi lungo la spina dorsale ed espandersi in tutti gli arti come un veleno incurabile. Gli sembrò di svenire. Un conto era affrontare suo padre. Un altro era affrontare Regan e Moss allo stesso tempo. Si morse le labbra a sangue e chiuse gli occhi. «Non vedo perché dovresti dispiacerti. È più importante capire se si siano accorti della tua presenza o meno.»

Un urlo improvviso gli impedì di continuare. Si voltarono contemporaneamente verso la radura, accorrendo a vedere cosa stesse accadendo. Ci impiegarono poco a scoprire che la Regina si era svegliata. I goblin la tenevano ferma mentre Moss e Regan versavano nella bacinella il contenuto di decine e decine di fialette di vetro e si divertivano a ferirla con i loro artigli ricurvi. La donna si dimenava invano nel tentativo di sfuggire alle loro grinfie. Gridava insulti e minacce ai due rapitori, ma doveva essere consapevole di non poter fare nulla per salvarsi. Ormai il suo destino era segnato.

«La ucciderà come ha fatto con il Re Seelie. Immagino abbia bisogno anche del loro sangue per il rito, forse per farsi riconoscere come Re indiscusso dai suoi nuovi sudditi» commentò Cedar, fingendo una calma che non possedeva.

Come se i due avessero sentito le parole del bugul afferrarono una delle boccette vuote e si avvicinarono alla Regina urlante. Moss diede ordine ai goblin di lasciarla andare e prese in fretta il loro posto, tenendola ferma con un braccio intorno al costato. Aveva qualcosa in mano, qualcosa di scintillante e affilato. Regan era rimasto fermo di fronte a loro, il contenitore di vetro fra le mani. Haley era sicuro che stesse sorridendo. Sorrideva sempre quando tutto andava secondo i suoi piani.

Il seguito si svolse in pochi secondi. Moss sollevò il braccio libero in un arco e alla fine del gesto un largo squarcio rosso si era aperto sul collo candido della Regina, che smise di colpo di dibattersi mentre l'ultimo alito di vita le sfuggiva dalle labbra in un lamento di dolore. Regan portò la bottiglietta sotto il taglio e premette la pelle perché il sangue uscisse più velocemente. Poi tornò alla bacinella e ne svuotò il contenuto all'interno, mentre Moss gettava il corpo ormai esanime al suolo. Il tonfo che produsse coprì per un attimo il battito accelerato del cuore di Haley. L'odore di morte, così usuale per lui un tempo, gli riempì le narici con violenza tale da provocargli un conato di vomito.

«Si stanno preparando a iniziare. La luna è in posizione» li informò Ivy a testa bassa. Non aveva voluto guardare.

Thomas estrasse dalla fondina attaccata alla cintura una pistola e cominciò a caricarla, mentre Willow tirò fuori dal suo zaino una fionda, per poi abbassarsi a raccogliere qualche sasso fra le radici degli alberi. Haley non capì perché lo stesse facendo finché non la vide rialzarsi
e prendere la mira. Il proiettile improvvisato volò attraverso il fogliame e percorse la radura con un fischio acuto. Un secondo più tardi la bacinella traballò sul suo sostegno, inclinandosi verso il terreno.

Haley seguì la traiettoria con lo sguardo. Sembrava destinata a scontrarsi con l'erba umida, eppure il contenuto non toccò mai il suolo.

Due mani strinsero d'un tratto la base dell'oggetto con una presa ferrea e lo risollevarono, riportandolo sopra l'altare senza che alcuna goccia ne venisse versata.

Il silenzio pervase il bosco, finché Regan parlò. Stava ancora guardando il catino recuperato, ma si stava palesemente rivolgendo a qualcuno, qualcuno che non era Moss. «Credevate davvero che non vi avessi sentiti?»

Il gruppo sussultò e il panico prese possesso di chiunque, con intensità tale da distrarli. Fu un attimo. Un'improvvisa raffica di vento li travolse, gettandoli a terra e risucchiandoli nel suo vortice. Haley rotolò, schiantandosi contro i suoi compagni e gli arbusti del sottobosco e ferendosi in più punti. Poi il turbine cessò, di colpo come ebbe inizio.

Si risollevò a fatica, appoggiato sui gomiti e sulle ginocchia, scosso dalla nausea. Solo quando rialzò il capo, scostando i capelli troppo cresciuti dalla fronte, si accorse di dove erano finiti. Una stretta parete di legno si innalzava davanti ai suoi occhi. Ci mise qualche secondo a capire. L'altare. Era rotolato fin sotto all'altare. La consapevolezza di essere in pericolo lo colpì in pieno viso. Si mise a sedere di scatto, voltandosi in modo da dare le spalle alla struttura lignea e non ai suoi propabili assassini, e spalancò le palpebre.

«Benvenuto, figliolo. Ti aspettavo, anche se non in veste di mio nemico. Pensavo di aver fatto un buon lavoro con te, ma a quanto pare mi sbagliavo. La vita da selvaggio ti ha nuociuto» lo accolse la voce ironica del padre, a pochi metri da lui. Lo scorse grazie alla luce della luna, affiancato da un Moss dagli occhi spenti e vacui.

Il cuore di Haley saltò un colpo. Non riusciva a emettere un suono o a muovere un muscolo, così restò immobile, con gli occhi aperti e puntati sul suo incubo personale. Osservò la figura allampanata di Regan avvicinarsi a lui passo dopo passo, con la lentezza di chi sa di avere già la vittoria in mano. Allo stesso modo lo osservò sollevare un braccio e puntare il palmo aperto verso di lui, un sorrisino a plasmargli le labbra e gli occhi azzurri così simili al suo. Mosse le labbra nel tentativo di parlare, ma tutto ciò che fu in grado di buttare fuori fu un flebile: «Papà...»

Regan socchiuse gli occhi e ampliò il proprio sorriso. «Non ho mai voluto essere padre. Sei stato solo uno dei miei tanti esperimenti finiti male. Mi dispiace, ragazzo. È andata così. Se non vuoi stare con me, significa che sei contro di me. Ora non ho più bisogno di te» spiegò con aria serena, terribilmente in contrasto con le sue parole. Così dicendo distese le dita della mano e pronunciò un breve incantesimo.

Haley strinse le palpebre. Era troppo confuso per reagire. Qualcun altro, però, lo fece al posto suo.

Qualcuno che ricadde a peso morto sul suo grembo, imbrattandogli la camicia di un rosso scarlatto e spargendo ciocche dorate sulle sue spalle.

N.A.
Scusate il ritardo, ho avuto un mese pieno. Abbiate coraggio, manca solo un capitolo all'epilogo, salvo cambiamenti imprevisti. E abbiate fede: non tutto è come sembra! (Quindi chi ha capito cosa è successo a fine capitolo è pregato di non rincorrermi con i forconi).
A presto, Mi🌙

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