31. Spiriti naturali
Il condominio grigio lo scrutava dall'alto dei suoi cinque piani con aria arcigna. Balconi stretti di un bronzo ossidato aderivano alle finestre come grate di una prigione e un portone d'ingresso blindato impediva l'accesso ai non residenti. Thomas arricciò il naso e si grattò il leggero velo di barba sulla guancia, indeciso se credere o meno alle parole che Fionn gli aveva appena rivolto. «Sei certo che Cedar ti abbia dato proprio questo indirizzo?»
L'amico alzò gli occhi al cielo. Strinse le braccia nude al petto mentre veniva scosso da un brivido di freddo. Si era alzato il vento. «Te l'ho ripetuto già tre volte. Sì, è questo. Si trova al terzo piano» rispose. «L'ho avvisato del nostro arrivo. Ci sta aspettando.» Fece qualche passo in avanti e suonò al campanello, dopo aver individuato la targhetta bianca fra i nomi degli altri condomini.
Il Cacciatore sospirò. Si scostò una ciocca rossa dalla fronte e controllò velocemente che tutte le sue armi fossero al posto giusto, in caso di pericolo. Lasciò scorrere le dita un'ultima volta sulla lama nascosta nella cintura, poi sistemò la cinghia dello zaino sulla spalla. Il portone si aprì con un clangore metallico di ingranaggi. Fionn lo varcò senza aggiungere una parola e Thomas fu costretto a seguirlo per non rimanere solo nel bel mezzo del vicolo. Era stato addestrato a uccidere fate, non per scontrarsi con possibili borseggiatori. Due appartamenti si aprivano su entrambi i lati dell'ingresso, mentre una scala di marmo, macchiata dall'acqua, si ergeva al centro, proprio davanti alla porta.
Cominciarono a salire in silenzio. I loro passi rimbombavano nella rampa come proiettili a salve. Thomas osservò il fango staccarsi a ogni passo dalle suole dei suoi scarponi per poi incollarsi ai gradini grigiastri. Si chiese se qualcuno si occupasse delle pulizie in quel posto. Se ci vivessero anche degli umani. L'idea di essere circondato da creature del Piccolo Popolo gli faceva vibrare i nervi di tensione. Sollevò di nuovo lo sguardo davanti a sé e lo incollò sulla maglietta viola di Fionn, davanti a lui. Aveva le spalle ricurve come ricordava. Era ancora lo stesso ragazzo che considerava il suo migliore amico, ma al contempo non era più lui. Questo Fionn gli aveva mentito. Quello vecchio non l'avrebbe mai fatto. «Credi che Cedar sappia delle vacanze improvvisate a Faerie di Haley, mia sorella e gli altri due mostri?» domandò per rompere il silenzio e scacciare i pensieri che lo tormentavano.
Fionn scrollò le spalle, ma non si voltò verso di lui. Cominciarono la quinta rampa ancora senza parlare, ma alla fine il castano si decise a rispondergli. «Credo che sappia qualcosa, sì. Forse li avrà sentiti discutere per caso, o forse quell'Haley è più semplice da capire di quanto mi sia sembrato quando l'ho incontrato la prima volta.»
«È cambiato da allora» commentò Thomas. Aveva un tono indifferente, ma la realtà era che moriva dalla curiosità di sapere. Sapere perché quello strano fae, l'individuo che suo padre gli aveva ritratto come il male in persona, sembrasse sempre così triste e fragile. Non era così i primi tempi. Non sapeva se fosse una maschera questa o la precedente, ma in ogni caso doveva essere successo qualcosa per ridurlo in quello stato.
«Cedar mi ha accennato qualcosa. Dice che Nightshade non può farcela da solo, ma continua a rifiutarsi di coinvolgerlo nelle ricerche. Per questo ha deciso di compiere questo rito. Si tratta di un incantesimo di protezione. Evocheremo gli spiriti naturali per vegliare su di loro.»
«Spero che con "loro" tu intenda anche mia sorella. È una stupida, perché ha disobbedito ai miei ordini, ma rimane mia sorella. E la tua ragazza. Forse hai bisogno di un promemoria» insinuò Thomas. Erano arrivati al pianerottolo del terzo piano. Lì c'erano tre porte invece che due, semplici assi di legno lisce e anonime, con una targhetta di carta adesiva sul campanello a indicare il nome del residente. Lesse cognomi da fata su due di essi, riconoscibili per il richiamo al mondo naturale, mentre il terzo era bianco. Come il cartellino all'ingresso.
Fionn si avvicinò proprio a quella porta e premette il pulsante. Uno squillo stridente risuonò oltre l'anta sottile. Solo allora il ragazzo si voltò verso di lui. Si appoggiò con una spalla al muro color crema e si tolse gli occhiali per pulire le lenti con l'orlo della maglietta. Sembrava esausto. «Non è a me che dovresti ricordarlo, Tommy.»
«Credi che non lo sappia?» sputò il Cacciatore. «Ma solo tu puoi farla rinsavire.»
«Non si tratta di questo. Lei ha bisogno di capire cosa vuole veramente. È stanca di essere controllata. Se stare con me la fa sentire in catene, significa che la lascerò andare. Dipende da lei. Io sarò sempre qui se dovesse aver bisogno di me. Sai che la amo» disse con semplicità. Si rimise gli occhiali sul naso e fissò il fratello della sua ragazza, o forse futura ex, dritto negli occhi.
Thomas rimase stupito dal suo modo di vedere la cosa. Se fosse stato nei suoi panni sarebbe andato a recuperare Willow ovunque fosse finita e le avrebbe parlato, finché fosse stato ancora in tempo. Ma era ovvio che Fionn non fosse come lui. Per un istante rivide in lui il ragazzino con cui giocava a nascondino nei boschi. Quello che gli curava le sbucciature con una calma disarmante e che aspettava pazientemente che lui si fosse nascosto, sebbene il tempo fosse già terminato. Poi la porta si aprì.
Si voltarono entrambi in direzione della lama di luce. Il bugul apparve nella sua forma naturale, gli occhietti neri puntati su di loro con aria pensierosa. Thomas scrutò con diffidenza la pelle verde scuro, macchiata di marrone e ricoperta di placche più dure in alcuni punti. Era alto poco più delle sue ginocchia. «Ero sicuro che l'avresti trovato.»
«Se non mi fosse capitato fra i piedi uscendo da casa di Lexi sarei andato a cercarlo dai Fox, quindi non era scontato che lo trovassi. Non pensavo che suo padre l'avrebbe mandato di pattuglia senza Will» rispose Fionn con un'alzata di spalle. Cedar intanto si era fatto da parte per lasciarli entrare nell'appartamento. La luce all'interno era prodotta da decine di candele, vibranti al minimo spostamento di vento. Formavano ombre e angoli acuti sulle pareti spoglie. Non c'era alcun mobile a riempire i vuoti. Sembrava una casa disabitata e di fatto lo sarebbe stata, se Cedar non l'avesse occupata abusivamente.
«Non ero di pattuglia. Sono uscito di casa perche ero stanco di sentire i miei discutere.» Thomas evitò per un pelo di calpestare un grosso cero bianco posto sul pavimento. Si fermò al centro della stanza, dove un cerchio di sale occupava gran parte del pavimento. Lo squadrò con un sopracciglio inarcato. «Dobbiamo evocare un demone o degli spiriti?»
«Non ci sono pentacoli, quindi nessun demone. Avrei anche potuto evitare il cerchio, considerando che lo spirito che chiamerò sarà benigno, ma non si è mai troppo cauti» gli spiegò Cedar raggiungendolo. «Il sale tiene le creature sovrannaturali imprigionate.»
«Lo so, consigliere. Sono pur sempre un Cacciatore» replicò Tom. Non disse altro, però, mentre osservava il bugul e Fionn sedersi intorno al cerchio. Li imitò con uno sbuffo. Non vedeva l'ora che quella pantomima giungesse al termine. Incrociò le gambe e le braccia, in attesa. «Quindi, ora che si fa?»
Cedar prese un grosso tomo dal pavimento e se lo posò sulle gambe. Sfogliò le pagine fino al punto interessato. «Abbiamo le candele e il sale. Ci manca del sangue. E dell'alcol» aggiunse alla fine, passandosi una mano rugosa sulla fronte.
Fionn corrugò le sopracciglia. «Alcol? Cosa ha a che fare con il rito?»
«Serve a me, per evitare che decida di inviare ad Haley uno spirito malefico invece che benigno dopo che mi ha escluso dal suo orribile piano suicida ed è partito per Faerie nonostante metà del popolo lo voglia morto, ecco perchè» grugnì il bugul.
Thomas ridacchiò sotto i baffi all'espressione imbarazzata di Fionn. Allungò le gambe e puntò i palmi dietro la schiena. «Credo che dovrai farne a meno. Fuori sta per arrivare un diluvio e io non ho intenzione di inzupparmi per andare a comprarti da bere.» Indicò con il mento la finestra sporca di quello che avrebbe dovuto essere un salotto. Il cielo si era incupito e il rombo dei tuoni in lontananza faceva presagire l'avvento di un temporale coi fiocchi.
Cedar sospirò frustrato, ma riprese a leggere. Fece scorrere un dito tozzo sulle righe d'inchiostro sbiadito, poi richiuse la copertina con uno schiocco. Lanciò il libro a terra e afferrò un coltellino svizzero dalla tasca della tunica. La lama scattò in avanti e Fionn sobbalzò, mentre Thomas strinse le labbra. «Chi di voi vuole donare del sangue alla causa?» domandò a quel punto, passando lo sguardo da un ragazzo all'altro.
Fionn sbiancò. Aveva paura della vista del proprio sangue. Thomas ricordava ancora la scenata che aveva messo in piedi quando si era tagliato con le spine di un cespuglio, durante un gita in montagna. Avrebbe preferito non rivivere quell'esperienza. «Lo faccio io» si propose allora. Fionn gli rivolse un sorriso di scuse e lo guardò allungare un palmo in direzione di Cedar, dall'altra parte del cerchio.
Il bugul lo afferrò per il polso e lo tenne sospeso, mentre gli incideva una linea profonda sotto al pollice, dove la pelle era più morbida. Thomas strinse i denti. Si ripeté di non lamentarsi. Era più forte di uno stupido taglio. Il sangue intanto scorreva sul pavimento, sporcando le piastrelle al centro del cerchio. Chiuse il pugno per aumentarne la fuoriuscita. Poi Cedar gli lasciò andare il polso e il Cacciatore lo ritirò al petto, facendo aderire la ferita al tessuto della maglia. L'avrebbe fasciata in un secondo momento.
«Ora pronuncerò la formula. Lo spirito resterà all'interno della linea di sale. Non è pericoloso, ma vi consiglio di non romperla, né di oltrepassarla. Quando comincerò a parlare voi non interrompetemi. Tutto chiaro?» chiese Cedar.
Thomas e Fionn annuirono. Il bugul riprese il libro e iniziò a leggere. Parlava in una lingua strana. Il Cacciatore non la conosceva, ma gli sembrò che l'amico ne sapesse più di quanto desse a vedere. Lo osservò di sottecchi, ma non osò chiedergli cosa stesse nascondendo. Il rito era iniziato e il silenzio cadde sulla stanza vuota, fatta eccezione per la litania di Cedar.
Le fiamme delle candele presero a muoversi frenetiche, come scosse da una corrente invisibile. Lingue di buio si allungavano dove la luce non arrivava più, piegata dalle raffiche. Thomas rabbrividì e si chiuse nella giacca marrone con il colletto alzato. Fionn tirò le maniche corte fino ai gomiti nel tentativo di diminuire la pelle d'oca. Batteva i denti. Il vento aumentò di secondo in secondo, fino a raggrupparsi in un unico turbine all'interno del cerchio. Sembrava un tornado in miniatura, ma non per questo meno potente.
La voce di Cedar si alzò per essere udita al di sopra del soffio furioso. Urlava come un ossesso, le pagine del libro che frusciavano impazzite. Il Cacciatore fu costretto a premere entrambe le mani sulle orecchie. Il vento sferzava il suo viso con frustate taglienti. Sentiva il sangue colare ancora dalla ferita e sporcargli lo zigomo, ma rimase fermo in quella posizione, con gli occhi chiusi e raggomitolato su se stesso.
Poi il vento cessò. Le candele si spensero e riaccesero nell'arco di pochi secondi. Buio e luce si alternarono davanti agli occhi spaventati dei presenti, finché una figura femminile si materializzò dal nulla al centro del cerchio di sale. Era una donna alta, altissima. Indossava una veste color terra lunga fino ai piedi e stringeva fra le mani un orologio da tasca dorato. Le sue braccia erano rami d'albero. A Thomas ricordavano quelle di un pupazzo di neve. Ne costruiva uno tutti i Natali con suo padre, quando era piccolo, mentre ora si parlavano a malapena. Il volto dello spirito era coperto da un velo bianco, da cui sfuggivano ciocche di capelli neri. «Chi mi ha evocato?» esalò una voce stridente, simile a vetri che si infrangono.
Cedar si alzò in piedi. Di fronte allo spirito sembrava minuscolo, ancora più di quanto fosse. «Io, Madre Natura. Mi chiamo Cedar Fern, sono il Primo Consigliere della Regina della Corte Unseelie. Ti ho evocata in cerca di un aiuto.»
«Aiuto chi lo merita, senza bisogno di essere chiamata e imprigionata in un cerchio» ribatté la figura. Si mosse piano, spostata dal vento.
«Il cerchio è una semplice precauzione. Siamo umili mortali di fronte alla tua forza infinita.»
«Questo è pur vero» confermò. Sembrò riflettere, mentre il ticchettio dell'orologio segnava lo scorrere inesorabile del tempo. Poi Madre Natura parlò di nuovo. «Qual è la vostra richiesta?»
Cedar sorrise compiaciuto. Thomas sospettò che non fosse poi così sicuro della riuscita dell'incantesimo, fino a quel momento. «Protezione. Vorrei che proteggessi alcuni miei amici, che ora si trovano a Faerie.»
«Gli abitanti di Faerie tendono a sfruttare i miei poteri contro di me. Se fossero in questo Regno sarebbe più semplice proteggerli.»
«Torneranno presto» azzardò il bugul. «Ma hanno bisogno di aiuto. Haley Nightshade è ricercato dalla Regina. Lo vuole morto e lui non saprebbe come difendersi da un intero esercito, se dovessero trovarlo.»
Lo spirito emise un verso simile a una risata. «Nightshade. Conosco questo nome. Non l'ho mai sentito con piacere, però.»
«Lui è diverso» intervenne Cedar. Sudava freddo per la tensione. «Non è come il padre.»
«Ma ha ucciso» tuonò lo spirito. «Le sue mani sono sporche di sangue. E io non tollero che qualcuno ponga fine a vite su cui solo io ho piena giurisdizione.»
«Senta, signora Madre Natura» intervenne a quel punto Thomas. Non riuscì più a trattenersi. Non avrebbe mai pensato di prendere le difese di una fata contro uno spirito naturale, ma quando era troppo era troppo. Si alzò in piedi sotto lo sguardo furioso di Cedar e quello velato dello spirito. «Per quel che ne so, e non è molto, Haley potrebbe essere la persona peggiore di questo mondo. Ha ucciso, non ha sentimenti, o perlomeno non li dimostra, e sembra sempre arrabbiato col mondo.»
«Così non aiuti» sibilò Fionn fra le labbra, guardandolo di sotto in su.
Thomas scrollò le spalle e riprese il suo discorso senza dargli ascolto. La donna lo osservava in silenzio attraverso la stoffa eterea. «Ammetto che sembra davvero essere un individuo da cui stare alla larga. Ma la verità è che... non lo è. Anche io ci ho messo un po' per capirlo, ma Haley non è cattivo. Ha solo sofferto tanto. Quanto non so, non siamo amici fino a questo punto, ma deve essere stato terribile. Credo che si meriti una seconda possibilità, dopo quella che gli hanno sottratto con la forza. Un modo per redimersi di fronte ai suoi occhi.»
A quelle parole Cedar sollevò entrambe le sopracciglia, mentre Fionn emise un verso strozzato. «Questa non me l'aspettavo» bofonchiò fra sé con la fronte corrugata. Sembrava quasi dispiaciuto di essersi sbagliato sulle capacità oratorie di Thomas. Il Cacciatore gli rivolse un'occhiata offesa, ma subito dopo la sua attenzione venne catturata dalla figura mutevole all'interno del cerchio.
Lo spirito parve illuminarsi improvvisamente. L'orologio che pendeva dalle sue mani scheletriche cominciò a oscillare, il ticchettio delle lancette sempre più forte. Tutta la stanza ne fu inondata. «Vi concedo la mia protezione, ma a un prezzo» comunicò laconica.
Cedar fu rapido a riprendere il comando della situazione, indossando ancora una volta la maschera del grande consigliere. «Cosa desideri, Signora della Natura?»
«Le stragi che stanno sconvolgendo questo luogo interrompono il normale scorrere della natura. Voglio che cessino. Per questo motivo vi aiuterò, tenendovi sotto la mia ala protettrice. Ma mi aspetto che il responsabile paghi per ciò che ha fatto. Se non riuscirete a portare a termine quanto detto, non dovrete preoccuparvi soltanto della Regina» esalò in un sussurro di vento, un nembo velenoso che avvolse i presenti in un abbracciò letale.
Thomas si sentì soffocare, come se l'aria fosse diventata improvvisamente pregna di fumo. Ricadde in ginocchio tenendosi la gola e socchiuse gli occhi, appannati dalle lacrime. Solo in quel momento, con le pupille umide abbassate al suolo, si accorse di ciò che doveva aver fatto. Aveva accidentalmente calpestato il confine di sale. Un taglio netto separava il cerchio in due estremi. Vicini, ma non abbastanza. Allungò un braccio di scatto, strisciando in avanti con i gomiti per raggiungere il punto danneggiato, e cercò di sistemare il disastro con la punta delle dita. Tremavano per la mancanza di ossigeno, ma appena la linea fu ripristinata, la magia dello spirito svanì. Il ragazzo si lascio cadere sulla schiena, mentre i polmoni tornavano finalmente a riempirsi di aria pulita. Sentì Fionn tossire a pochi metri da lui e Cedar chiedere spiegazioni alla donna per quell'attacco immotivato. Il Cacciatore sospirò. Erano tutti vivi.
«È scomparsa. Non l'avevo nemmeno congedata» si lamentò Cedar dopo un po'. Si era rimesso seduto, la testa stretta fra le mani bitorzolute.
«Hai evocato uno spirito potente pur essendo solo un bugul. È ovvio che si sia ribellata facilmente ai tuoi ordini» tentò di rassicurarlo Fionn.
Il bugul scosse il capo. «Spero solo che mantenga la promessa.»
Thomas ridacchiò. Portò le braccia dietro le testa e fissò gli occhi sul soffitto, come se stesse osservando il loro futuro scritto nelle stelle. Gli altri due lo guardarono con aria confusa. «Se fossi in te spererei che gli altri abbiano già trovato il colpevole. Perché se così non fosse nessuno di noi sarà più qui per controllare che Madre Natura mantenga la sua promessa, quando sarà l'ora di tirare i conti.»
~•~
Le pareti dei cunicoli gli sfrecciavano accanto in macchie indefinite di colore. Il marrone della terra, il verde scuro del muschio, il bianco sporco delle radici: erano diventati solo un miscuglio indefinito che gli stava dando alla testa.
Moss accelerò il passo. Smaniava di raggiungere la sala del trono il prima possibile, per togliersi quell'incombenza dalle spalle. Proprio lui, colui che aveva organizzato l'intera faccenda, era adesso responsabile del fallimento della stessa. Per di più, non sapeva cosa fosse potuto andare storto. Niente sfuggiva mai al suo controllo. Niente. Per questo era arrivato così in alto, per questo era riuscito a diventare l'erede al trono.
La pavimentazione sotto i suoi piedi cambiò all'improvviso. Il terreno instabile venne sostituito da uno strato compatto e due portoni di pietra apparvero come per magia davanti ai suoi occhi. Le guardie all'ingresso spostarono le lance appena lo riconobbero, lasciandogli libero l'accesso senza bisogno di parlare. Moss le salutò con uno sbrigativo cenno del capo. Era troppo nervoso per riservare loro una dose del suo solito charme.
Entrò nella sala a passo di marcia e, nella fretta, calpestò i petali rossi e succosi caduti dagli arbusti che la infestavano. Esplosero in migliaia di piccole gocce, simili a macchie di sangue sulla terra levigata. Impronte scure di scarpe fiorirono dietro di lui a ogni passo. «Mia Regina» esclamò. Si era fermato al centro dell'ambiente, diretto verso il trono.
La struttura di onice e rovi lo sovrastava minacciosa da sopra la scalinata. Sembrava un grosso rapace affamato appollaiato su un trespolo. Era vuoto, ma la Regina era lì. La sentiva nel vento e nel profumo di rose appassite che pervadeva l'aria. Una carezza fredda dietro la nuca lo fece rabbrividire. Posò una mano nel punto ora gelido del suo collo e lo massaggiò al di sotto dei capelli scuri.
«Non è il momento per le tue lamentele, Moss» tuonò d'un tratto la voce della Regina. Si espanse fra le pareti con il rombo di un tuono. Il terreno tremò per un istante, poi tutto tacque.
Moss deglutì. Abbassò lo sguardo in segno di sottomissione, ma si rifiutò di tacere. «Mia Signora, è importante. I prigionieri sono scappati. Haley è scappato.»
Un soffio di vento gli sferzò il volto con violenza. Fu costretto a muovere alcuni passi all'indietro prima di poter fronteggaiare per l'ennesima volta la furia della Regina. «Credi che mi importi di quel ragazzino ribelle quando il Re Seelie è appena stato trovato morto nella sua sala del trono?»
Moss spalancò le palpebre. Il mento cominciò a tremargli, ma l'ennesima scarica d'aria lo mandò a scontrarsi contro uno dei cespugli. Le spine gli ferirono le braccia e il volto, ma i tagli guarirono prima ancora che potesse rimettersi in piedi. «Come è possibile? Abbiamo rinforzato la sorveglianza in entrambe le Corti per evitare una cosa simile» urlò, per farsi sentire al di sopra dell'ululato del vento.
«L'assassino deve avere dei complici, evidentemente. Complici insospettabili, che sono riusciti a eludere le difese» strepitò la Regina. Un albero si sradicò dal suolo e volò in alto, seguendo il turbinare dell'aria. Per poco Moss non venne investito in pieno dal tronco spinoso.
Si accucciò su se stesso e affondò le unghie nel terreno congelato, duro come marmo. «Eleggeranno un nuovo Re?» chiese.
La Regina rispose con un ringhio di rabbia. «È ovvio! Eleggeranno qualcuno che non sarà sotto il mio controllo. Di conseguenza non avrò nessun modo di prendere possesso dell'altra Corte come era nei piani, né tu potrai ereditarla a tuo tempo.»
Il vento cessò di colpo. Moss staccò le dita insanguinate dal pavimento e sollevò lentamente lo sguardo. La Regina troneggiava su di lui, avvolta in un drappo scarlatto. Il suo volto era coperto di merletto nero. La pelle pallida contrastava con il velo, sbiancata dalla rabbia e da una certa dose di paura. Paura di essere la prossima. Fece un passo verso di lui. Moss scattò in piedi, terrorizzato da una sua possibile reazione. «Regina -»
«Taci, Moss. Cosa vuoi saperne tu? Pensi di poter essere un buon sovrano, ma non sai davvero cosa comporta questa carica tanto ambita, quanto maledetta. Non sai cosa bisogna fare pur di tenersi stretto il trono. Come credi che abbia vissuto fino alla mia età? L'inganno, Moss. Questo è il Regno dell'Inganno. Ci è impedito mentire dalla natura, ma siamo così abili a manipolare la realtà da sopperire a qualsiasi mancanza. Chi inganna sale al potere, gli onesti cadono vittime del loro stesso cuore. Tu non sei che una pedina che crede di potersi redimere dal resto della feccia. E guardati! Io ti do la possibilità di farlo e tu ti lasci scappare l'unica persona che potrebbe davvero condurci alla rovina, se solo volesse. Sei un incompetente!»
L'uomo subì ogni insulto a testa bassa. La furia che lo aveva animato quando era entrato nella sala era evaporata e piovuta nelle sue vene sotto forma di vergogna. La Regina era l'unica fata che fosse in grado di instillargli quell'emozione così umile e vile. Vergogna. Moss non si era mai vergognato delle torture a cui aveva costretto il suo figlioccio per anni, non si era mai vergognato di aver ucciso migliaia di persone mentre era a capo dell'esercito, compresi innocenti, donne e bambini. Ma si vergognava di non avere sangue nobile. Solo su questo argomento temeva il giudizio altrui. La Regina sapeva bene quali tasti della sua anima premere per farlo rigare dritto.
Si inginocchiò di fronte alla donna. I capelli gli nascosero il rossore del volto mentre balbettava poche parole, a testa bassa. «Vi giuro che lo troverò di nuovo e questa volta lo ucciderò all'istante. È inutile attendere che l'assassino si occupi del ragazzo. Lo ucciderò e non ci creerà più problemi. Dopodiché sfrutteremo le sue ricerche per trovare il responsabile delle stragi e liberarci anche di lui.»
«Sempre che non sia lui a fare la prima mossa» commentò acida la Regina. Gli voltò le spalle con astio e cominciò a salire i gradini che portavano al trono. La postura rigida delle sue spalle esprimeva tutto il suo disprezzo.
Lo strascico del vestito, intessuto di piccoli artigli di ratto, formò un arco nell'aria e sferzò il volto di Moss, ancora accovacciato. Un taglio si aprì sulla sua guancia destra, ma il fae non emise un lamento. Si limitò a stringere i pugni e annuire. «Non accadrà, Mia Signora. È giunta l'ora di portare a termine ciò che abbiamo iniziato.»
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