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30. Ali di farfalla

Un cerchio azzurro spruzzato di bianco li sovrastava. Calum strizzò gli occhi all'improvviso cambio di luce. Erano stati al buio per così tanto tempo da aver quasi dimenticato quanto fosse brillante il cielo di Faerie. Era tutta un'altra cosa rispetto a quello di Teorann, quasi sempre ingrigito dalla pioggia. «È questa l'uscita?» domandò, schermandosi la vista con una mano.

Ivy annuì. Si accostò in silenzio a una parete del tunnel, mentre Rhys allungava le mani verso l'alto e cominciava a mormorare una litania altalenante. Delle radici sottili si affacciarono dal bordo. Scesero piano verso le dita del Seelie, arricciandosi in curve spigolose. In pochi secondi si avvolsero intorno alle sue braccia. Erano tanto strette da lasciargli segni rossi sulla pelle, ma le tirò comunque verso di sé per saggiarne la resistenza. Sembrò esserne soddisfatto. In pochi secondi si trovò fuori dal cunicolo e le radici ricaddero nella buca.

Salirono uno dopo l'altro. Rhys faceva sì che le radici si attorcigliassero intorno alla vita di ognuno, per poi tirarle indietro. Caddero in ginocchio fra l'erba alta del sottobosco, in una zona imprecisata sopra la Corte Unseelie. Mauve ne faceva parte, ma a causa dei suoi affari abitava sul confine con i Solitari. Avrebbero dovuto camminare a lungo. Nessuno protestò, però, quando si rialzarono a fatica per mettersi in marcia. Nessuno aveva voglia di sprecare fiato in inutili discussioni, dopo ciò che avevano passato. Erano stanchi, sporchi e feriti. I litigi potevano aspettare.

Rimasero zitti per gran parte del cammino. Calum lanciava sguardi periodici in direzione di Haley per assicurarsi che stesse bene, ma l'altro teneva il volto rivolto al suolo, le mani nelle tasche dei pantaloni e gli occhi nascosti dai capelli. Stava pensando. Pensava a come sarebbe stato incontrare Mauve, questa volta dal vivo. Non gli aveva fatto una bella impressione. Aveva un'aura scura, di morte, ad avvolgerla. Gli ricordava la sensazione che si prova sull'orlo di un dirupo. Era pericolosa, e lui le doveva ancora un favore. Non sapere in cosa consistesse lo stava uccidendo.

«Se non te la senti possiamo cambiare piano, Ley» gli sussurrò Calum all'orecchio. Gli si era accostato rallentando il passo e ora gli accarezzava la curva della schiena come si farebbe con un gattino infreddolito.

Haley non aveva idea di come si fosse ridotto in quello stato. Era pur sempre stato un generale, un tempo. Dove era andata a finire la sua grinta, la sua impassibilità? Al diavolo, ecco dove. Così come tutta la sua anima. «No, posso farcela. Mauve è una fata potente, forse più di me, ma per qualche strano motivo le servo vivo.»

«Servi vivo a tutti noi, Ley. Imprimilo a caratteri cubitali in quella testa bacata, per favore» replicò Calum. Haley sospirò, ma annuì. Sapeva di non dover scherzare sull'argomento. Era stato lui a sbagliare, e ora lui avrebbe subito le paranoie di Calum senza ribattere.

«Il bosco è diverso da prima » commentò Willow in quel momento. Stava camminando con le mani ben piantate nelle tasche della felpa e il cappuccio calcato in testa, nonostante il caldo primaverile. Sembrava volersi estraniare dal gruppo, ma allo stesso tempo non poteva fare a meno di porre domande. Haley non era ancora riuscito a inquadrarla bene, a dispetto delle confessioni che si erano rivolti in cella.

Rhys, in testa alla fila, rilasciò uno sbuffo. «Siamo sul confine. Manca poco. Quando il bosco comincerà a lasciare il passo a una prateria di erba alta saremo arrivati.»

In effetti gli alberi scuri e contorti che crescevano vicino alla Corte Unseelie, irti di spine e perfetti nascondigli per folletti di ogni tipo, stavano gradualmente diminuendo, in favore di arbusti più naturali. Haley osservò i tronchi lisci di alcune betulle e ci passò le dita con leggerezza. Sentiva la linfa pulsare sotto la corteccia chiara come il battito di un cuore. Socchiuse gli occhi. Ascoltò l'Energia percorrere i pori del legno e quelli della sua pelle, fino a riempire le sue vene. Quando riaprì le palpebre il sottobosco parve illuminato di colori più vividi, vibranti. Lasciò la presa all'istante. Era strano attingere a fonti di Energia così pure, non contaminate dalla magia. Alla Corte, dove gli incanti rivestivano ogni parete, e nell'Altroregno, dove il metallo affievoliva le percezioni, era raro poter sentire davvero.

«È tutto più luminoso. Nella Corte percepivo uno strano peso sul petto, mentre ora riesco a respirare meglio» affermò Willow, quasi leggendogli nella mente. Doveva essere cosciente del fatto che a nessuno di loro importava davvero di come si sentisse, ma Will non aveva mai mostrato di tenere al giudizio degli altri. Voleva solo sfogarsi e lo faceva senza porsi troppi problemi. Haley avrebbe voluto poter fare lo stesso. Si scambiarono uno sguardo silenzioso, dopo il quale la ragazza tornò ad abbassare gli occhi sui propri piedi.

I fusti degli alberi si stavano assottigliando. Sempre più cespugli cominciarono a chiazzare il prato e il fango secco si ricoprì di erba verdeggiante. Anche Calum iniziò a rianimarsi, sentendosi più vicino a casa. Haley se ne accorse a causa del sorriso a trentadue denti che aveva preso possesso del suo volto, arricciandogli il naso in modo buffo. In poco tempo avrebbe cominciato a saltellare per l'eccitazione e lui non aveva intenzione di fermarlo. Un po' perché si meritava un briciolo di felicità dopo la sofferenza che aveva subito, un po' perché bloccare Calum era come bloccare un uragano: impossibile.

A un tratto si fermò. Ivy lo guardò di sbieco, confusa dalla sua reazione, ma Haley non stava badando a lei. L'aria si era fatta di colpo pesante. Una morsa al cuore lo fece annaspare e dovette appoggiarsi a Calum, accanto a lui, per non crollare. «Siamo vicini» boccheggiò.

«Ley, che c'è?» si rabbuiò Cal all'istante. Lo prese per entrambe le spalle e cercò di sollevarlo in piedi, ma Haley ricadde presto sul suo petto a causa delle gambe molli. Il Seelie lo riacciuffò giusto in tempo.

Il moro non capiva cosa stesse succedendo. Vedeva immagini buie davanti alle pupille, scene di morte e distruzione. Poi corvi, corvi neri e dagli occhi rossi come rubini. Strinse le palpebre e si passò le mani sul volto sudato. «Mauve. Mi sta recapitando un messaggio, credo. Non capisco cosa... cosa –»

«Calmati, siamo quasi arrivati» lo interruppe Calum. Gli portò un braccio sopra le proprie spalle e lo aiutò a camminare. Rhys lo affiancò dall'altro lato. Ad Haley sembrava di essere un moribondo. Odiava tutte quelle attenzioni ingiustificate, ma non riusciva a vedere cosa ci fosse realmente davanti ai suoi occhi, accecato dalle visioni. Non poteva proseguire da solo.

«Eccola, quella è la casa» li informò Ivy dopo una decina di minuti. Dieci minuti di inferno per Haley, che stava pian piano perdendo conoscenza. Si morse la lingua con forza. Il dolore lo avrebbe tenuto ancorato al presente, perlomeno.

Calum alzò lo sguardo nella direzione indicata da Ivy. Una casupola di legno ingrigito sorgeva sull'esatto limitare del bosco. Era circondata da un cancellino basso e storto, palesemente fatto a mano da qualcuno di inesperto, e ricoperta da rampicanti. Fiori di un blu elettrico e dal polline velenoso sorgevano qua e là fra le spine, preannunciando l'aura di morte che permeava la casa. Cal scrutò il tetto cadente con occhio critico, una smorfia a deformargli le labbra. «È un'abitazione a norma? A me non sembra.»

«Non esiste una norma a Faerie, idiota. La permanenza nell'Altroregno ti ha bruciato gli ultimi neuroni superstiti?» sputò Rhys indignato.

«Tu non li hai mai avuti dei neuroni, invece» replicò il biondo.

Haley, costretto in mezzo ai due, emise un lamento disperato. «Portatemi da quella strega, poi potrete discutere quanto vi pare.» I due Seelie si guardarono in cagnesco, ma alla fine eseguirono la richiesta di Haley senza protestare.

Il cancellino era aperto, come se la padrona di casa li aspettasse da tempo. Fu Ivy ad aprire la porta. L'anta scricchiolò in modo sinistro sui cardini, rivelando all'interno un pavimento sporco e cosparso di piume nere. La ragazza spinse la porta un po' di più. «È permesso?»

Una sagoma scura uscì dalla stanza come un fulmine, accompagnata da un gracchio acuto. La fata sobbalzo all'indietro con un urletto spaventato. Si scontrò con Rhys, il quale trasmise la spinta anche agli altri due, facendo barcollare tutta la catena. Willow roteò gli occhi a quella scena. Si scostò una ciocca di capelli dietro alle orecchie e sporse la testa all'interno della casa, mentre il resto del gruppo si riprendeva dall'incontro ravvicinato con uno dei corvi di Mauve. L'odore non era dei migliori. Storse il naso e trattenne un conato di vomito. La presenza di tutti quei volatili era palesata dalle macchie di escrementi che mappavano il pavimento di assi dissestate. Mosse un passo nell'ingresso, attenta a prevenire possibili attacchi da parte di un altro corvo. Non ne vedeva alcuno, ma il buio che avvolgeva ogni cosa, nonostante all'esterno fosse pomeriggio inoltrato, nascondeva gli angoli della casa. Solo la porta forniva un fascio di luce, mentre le finestre erano sbarrate con legno e chiodi d'argento. «Sembra disabitata» mormorò fra sè.

Stava per tornare all'esterno ad avvisare i compagni, quando una risata sguaiata le gelò il sangue. Fece saettare lo sguardo verso l'angolo più lontano della stanza. Era buio, ma la poca luce che penetrava fra le assi della finestra illuminava i bordi di una sedia a dondolo consunta e quelli di una lunga gonna nera. Si stava muovendo. Lentamente, avanti e indietro.

Willow cercò di dire qualcosa, qualsiasi cosa che facesse zittire quella risata stridente, ma Ivy la precedette. Sentì la mano della ragazza posarsi sulla propria spalla e intimarle di spostarsi. Lo fece e l'altra prese il suo posto davanti alla porta. «Mauve, sono Ivy Bluebell. Come ti avevo accennato, io e i miei amici abbiamo bisogno di un nascondiglio per qualche giorno. Possiamo –»

«Portami Nightshade» la bloccò la donna con la sua voce gracchiante, simile a quella dei suoi corvi. Smise di dondolarsi sulla sedia e fissò due occhi di brace sulla fae.

Ivy esitò. Si guardò alle spalle. Haley ricambiò il suo sguardo con un cenno del capo. Aveva ancora gli occhi chiusi, sommersi dalle visioni, ma per liberarsene avrebbe dovuto accontentare l'anziana informatrice. Entrò nella casa tastando le pareti per orientarsi. Qualcosa di viscido ricopriva il legno, ma continuò a porre un passo davanti all'altro fino a quando non sentì la mano delicata di Ivy posarsi sulla sua schiena, indirizzandolo nel giusto verso. Un altro tocco si alternò al suo. Immaginò si trattasse di Willow e che Ivy fosse uscita dalla stanza per lasciargli la sua privacy. Ovviamente la Cacciatrice non era dello stesso avviso. «Vai fuori, Will.»

«Puoi scordartelo» sbottò lei contrariata. «Potrebbe farti del male. Non puoi nemmeno vederla.»

«Ti conviene ascoltarlo, umana. Dobbiamo discutere di faccende importanti» intervenne Mauve. Aveva un tono freddo, ma Haley era certo che stesse sorridendo. La sua aura lo stava soffocando. «Ora vai.»

Haley sentì la mano di Willow staccarsi dal suo braccio. Poi una serie di passi e il rumore della porta chiusa gli confermò di essere davvero rimasto solo con la fae. Prese un respiro profondo e sbatté le palpebre. Le immagini si stavano pian piano dissipando, lasciandolo svuotato. Fu costretto ad accasciarsi a terra per riprendere fiato. «Le hai fatto un incantesimo psicologico. Sono pericolosi sugli umani.»

«Non l'avrei convinta in nessun altro modo. Tiene a te in modo inconsueto, per una Cacciatrice. Te ne sei accorto?» Mauve ridacchiò. Il cigolio della sedia a dondolo riprese da dove si era interrotto.

Haley la guardò in faccia. Era la prima volta da quando le aveva promesso un favore in cambio della sua conoscenza. La penombra le nascondeva il viso, ma non c'erano dubbi che fosse lei. Lo sentiva intorno a sé. «Sì, lo so. Ma tu non mi hai chiesto questo colloquio privato per parlare di lei, o sbaglio?»

«Non sbagli. Ci sono cose che tu non sai, ma di cui dovresti essere al corrente per portare a termine questa missione. Te le ho tenute nascoste perché tua madre mi ha chiesto di aspettare. Era una delle poche persone che tollerassi, quella donna.  Ora però è giunto il momento. Stai brancolando nel buio e in zone troppo pericolose. La Regina non può averla vinta, né tantomeno Moss. Il loro governo non porterà a nulla di buono. Già da secoli Faerie sta cadendo a pezzi. Trafficanti di oggetti dell'Altroregno, omicidi, gente che non segue più le regole. Anche i miei affari ne risentono. C'è bisogno di un vero sovrano.»

«Io non lo sarei, se stai cercando di dirmi questo. Non potrei. Sai come è messa la mia mente» ribatté Haley. Odiava ammetterlo, ma era vero. Non sarebbe stato in grado di occuparsi di un popolo, quando non era capace di farlo con se stesso.

Mauve rise ancora. «Lo so. Ma non sto cercando di convincerti del contrario. Il problema è un altro. Tuo padre.»

L'Unseelie si accigliò. Un brivido di terrore gli percorse la schiena come un'onda fredda. «Mio padre?» esalò. «Mio padre è scomparso.»

Lei annuì. «Scomparso non vuol dire morto. Lo vedrai. Presto. Quella che voglio raccontarti è una storia che ha a che fare con lui e che ti farà capire cosa c'entra Regan con la corsa al trono.»

Haley si alzò dal pavimento sporco. Non distolse gli occhi dalla donna, mentre pensava a cos'altro suo padre avesse potuto fare per ritornare nella sua vita così di punto in bianco, nel momento meno opportuno. «Ha sangue reale. È ovvio che fosse coinvolto nella corsa al trono. Ma Moss mi ha rivelato che un tempo ero io il prediletto della Regina. Poi, in qualche modo, qualcosa deve essere andato storto.»

«È vero. La Regina confidava in te. Vedeva come tuo padre riusciva a manipolarti, come Moss riusciva a farti fare qualsiasi cosa volesse, e vedeva in te il candidato perfetto per prendere il suo posto. Voleva manovrarti dal basso. Era sicura che tu non ti saresti mai opposto. Ed è stato così, finché non hai aperto gli occhi. Immagino che stesse perdendo le speranze dopo l'esilio, ma il fatto che tu abbia accettato la missione l'ha inizialmente convinta che il suo piano si sarebbe ancora potuto realizzare. Moss non ne è stato contento. Ma poi la Regina è venuta a sapere di come tu stessi gestendo le cose a sua insaputa e ha capito. Ha capito che tu non sei più lo stesso ragazzino di un tempo. Ha gettato la spugna. Per questo ora ti vuole morto.»

«Tu come fai a saperlo?» mormorò il ragazzo, sorpreso da tutte quelle informazioni non richieste. Si appoggiò a una parete per riprendersi. «E cosa c'entra mio padre?»

«Ho molti informatori» divagò Mauve. Un corvo le volò in grembo. Si aggrappò alla gonna con le zampette artigliate e lei prese ad accarezzargli il dorso. «Per quanto riguarda tuo padre, ecco il punto: anche Regan voleva il trono. Ma lui era più subdolo di Moss, lui non lo lasciava intendere. L'aveva rivelato a me, a me soltanto. E anche lui voleva arrivarci attraverso di te.»

Haley scoppiò in una risata amara. «Bene. Mi fa piacere essere stato torturato, abusato fisicamente e psicologicamente e infine mutilato per una stupida ragione di successione. È fantastico.» Si voltò verso il muro e chiuse gli occhi. Un groppo in gola gli impediva di respirare, ma non avrebbe pianto. Avrebbe preferito soffocare piuttosto che piangere per quell'uomo.

«Vorrei dirti che ti sbagli, ma non è così» disse in modo conciso la donna. Le dita rugose affondarono fra le piume nere come nella pelliccia di un gatto. I suoi occhi erano vacui, persi nei ricordi. «Ti hanno usato. Hanno usato la tua debolezza. E come hanno creato questa debolezza? Nessuno nasce forte o debole.»

«Mia madre» sussurrò. Strinse le palpebre e serrò i pugni rabbiosamente. La realizzazione del fatto che il suo passato era stato tutto un grande piano organizzato da tre pazzi lo stava trafiggendo come spilli di ferro. «Hanno ucciso mia madre.»

«Esattamente» confermò Mauve. «Lei lo sapeva. Non sapeva che Regan fosse una fata quando si sono conosciuti, questo no. Nemmeno quando è rimasta incinta lo sapeva. Solo dopo, quando sei nato, tuo padre le ha confessato la verità. Lei non potè fare altro che seguirlo a Faerie. Non ti avrebbe mai lasciato solo con lui. Regan le aveva finalmente mostrato il suo vero essere e lei ne era rimasta terrorizzata.»

«Aspetta» la bloccò lui. La sua voce uscì più rotta di quanto avrebbe voluto. «Mio padre mi ha sempre raccontato che lei morì dandomi alla luce. Non sapevo nemmeno fosse venuta a Faerie.»

«È un bugiardo, non l'hai ancora capito, Haley?» replicò Mauve. Era calma, come se stessero discutendo del tempo.

Il fae espirò tremante. «Già. Dimenticavo.»

«Heather ha sentito il piano di tuo padre per sbaglio. La teneva chiusa in casa ad accudirti, non aveva contatti con l'esterno, tranne quando le era consentito. Mi conobbe in una di queste occasioni. Regan voleva che ti vedessi e lei era con te. Quando uscimmo dalla stanza e lui mi spiegò le sue intenzioni, lei origliò dalla porta.» Sospirò. Lasciò libero il corvo, il quale andò a posarsi accanto ad Haley, sul davanzale della finestra. Il ragazzo lo guardò impassibile. «Voleva ucciderla. Senza il suo amore tu saresti stato sempre alla ricerca di un po' di affetto e lui sarebbe stato lì a farti credere di riceverlo.»

«Quindi è venuta da te per chiederti di trovare una soluzione?» azzardò il ragazzo.

«Sì. Ma io non avrei potuto fare niente per fermarlo. Tuo padre è troppo potente, anche per me. Così abbiamo fatto un patto.» Mauve si alzò a fatica dalla sedia e percorse la casa fino a un tavolo traballante. Haley ricordava di averla vista seduta lì attraverso il collegamento d'acqua di Cedar. Aprì un cassetto nascosto sotto il ripiano e ci infilò entrambe le mani. Quel che ne tirò fuori confuse il fae ancora di più. Era una busta ingiallita dal tempo. «Lei sarebbe andata incontro al suo destino, mentre io avrei fatto il possibile per proteggerti da Regan.»

«Non hai fatto un gran bel lavoro» commentò acido Haley. Il corvo accanto a lui gracchiò infastidito, come a voler proteggere la padrona. L'Unseelie lo fulminò con lo sguardo. In un secondo l'uccello volò via dal davanzale, le penne della coda in fiamme.

«Hai problemi nel controllo della rabbia, vedo» osservò Mauve. Non sembrava preoccupata per il volatile, quanto divertita dalla sua reazione.

Il ragazzo colpì la parete con un pugno. L'intera casa vibrò in risposta. Imprecò. Di solito non era così violento. Non più. Di solito si conteneva. «Non cambiare discorso. Tu hai promesso a mia madre di proteggermi, ma non l'hai mai fatto! Hai idea di ciò che ho passato?» le urlò invece addosso, buttando al vento tutti i suoi buoni propositi. Da fuori dovevano aver sentito tutto, ma se ne infischiò.

Mauve rise. Rise, e si sedette sulla sedia vicina al tavolo. Una mano si posò sulla sfera di vetro che giaceva in un angolo. Era l'unico oggetto che non fosse coperto di polvere. «Lo so, avrei potuto fare di meglio, ma Regan e Moss si sarebbero insospettiti. Invece, con il mio metodo, nessuno dei due sospetta di me. Quindi posso aiutarti, ora.»

«In che modo?»

«Quando avrai scoperto l'identità dell'assassino te lo dirò» rispose lei in tono ovvio. «La sfera mi ha già detto tutto. Vedo attraverso gli occhi dei miei cuccioli con questa, e loro vedono ogni cosa. Ma tu hai bisogno di capire. Quando avrai fatto il tuo percorso sarò qui a dirti come sconfiggere il responsabile delle stragi.»

«Perchè non puoi dirmelo subito?» insorse a quel punto Haley. «Che senso ha aspettare?»

«Sei avventato. Lo saprai a tempo debito» fu l'unica spiegazione che ricevette. Mauve non sembrava intenzionata a dire nulla di più. Però gli porse la lettera, stretta fra le dita dalle unghie nere. «Questa è di tua madre. Puoi leggerla. O, se vuoi, posso mostrartela.»

Il moro corrugò la fronte. Stava fissando la busta come se fosse un'oasi nel bel mezzo del deserto. Era tentato di allungare una mano e afferrarla, ma le parole di Mauve lo frenavano. «Cosa intendi?»

«Dammi il tuo anello» replicò la donna. Gli mostrò il palmo di una mano, in attesa.

Haley fissò la sua pelle grigia e grinzosa, per poi spostare gli occhi sull'anello dalla pietra blu sul proprio dito. Era tutto ciò che avesse di sua madre. L'unica cosa, tranne quella lettera. Poteva affidarli entrambi a lei? Lei che avrebbe dovuto prendersi cura di lui, ma non aveva fatto altro che osservarlo soffrire. Chiuse gli occhi e lo sfilò con un gesto secco. Lo lasciò cadere nella mano della fata, mentre un tuffo al cuore gli toglieva il respiro. «Continuo a non capire cosa intendi.»

«Ricordi le visioni che ti ho trasmesso prima che entrassi?» fece lei ironicamente. Era ovvio che le ricordasse. Glielo disse, mentre la osservava posare l'anello sopra la busta, accanto alla sfera di cristallo. Quando gli fece cenno di sedersi di fronte a lei il fae eseguì in silenzio, senza smettere di osservare ogni sua mossa. Sembrava una specie di chiromante dei mortali, ma sapeva bene che lei era molto di più. «L'ho fatto per divertirmi, lo ammetto, ma anche per farti capire come funziona ciò che voglio proporti. Quelli erano tuoi vecchi ricordi, questi lo sono ancora di più. Sono i momenti che hai passato con tua madre. Eri troppo piccolo per tenerli a mente, ma la lettera parla di questo, l'ho già letta, e l'anello apparteneva a lei, quindi ci aiuterà a creare un collegamento. Sei pronto?»

«Non lo so» rispose. Non lo sapeva davvero. Era meglio fingere di non aver mai conosciuto il bene o rimpiangerlo per il resto dei suoi giorni? Forse, se avesse finalmente capito cosa significava voler bene a qualcuno, avrebbe smesso di credere alle belle parole del primo venuto. Forse, invece, non sarebbe mai più riuscito a fidarsi davvero di qualcuno. Forse era già troppo tardi per lui. Era danneggiato, irrimediabilmente. Il ricordo di sua madre l'avrebbe perseguitato insieme a loro, non lo avrebbe lasciato dormire. Perché anche la morte della donna era colpa sua. Era colpa sua come per tutte le altre.

Si alzò con uno scatto. La sedia si capovolse e cadde a terra. Le pupille del fae erano fisse sull'anello e sulla lettera, ma ora non li voleva più. Ne aveva paura. Fece un paio di passi indietro, inciampando sulle gambe storte della sedia riversa. «Non posso» sussurrò. Scosse la testa. «Non posso farlo. Non ne voglio un'altra.»

Mauve lo osservò con una serietà che non aveva mai dimostrato fino ad allora. Solo in quel momento si rese conto di aver sopravvalutato la salute mentale del ragazzo. Era evidente che Haley avesse più problemi di quanti ne desse a vedere. Aveva aspettato troppo prima di parlargli. Abbassò gli occhi sulla sfera, mentre Haley indietreggiava verso la porta. Un battito di ali di farfalla si formò nel vetro. Ali blu e nere, simili alla pietra sull'anello di Heather. «Ne sei certo?»

«Non voglio un'altra voce» ripeté lui. La sua schiena si scontrò con la parete vicino alla porta. Sussultò. Aveva gli occhi spalancati. L'azzurro e l'oro brillavano lucidi nel buio. Piangeva. «Non potrei sopportarlo. Se la vedessi, se sentisse la sua voce, si aggiungerebbe a loro. Non ce la farei. Questa volta non ce la farei.»

«Haley, calmati» cercò di tranquillizzarlo la donna. Non aveva previsto una reazione simile. Non se lo aspettava affatto. Il modo in cui aveva reagito a Moss le aveva fatto sperare in bene, ma Haley recitava meglio di quanto pensasse. Allungò le mani verso di lui e il ragazzo si appiattì di più sulla porta, le dita che cercavano a tentoni la maniglia. Sembrava un animale in gabbia.

Quando riuscì ad aprirla corse fuori alla velocità della luce. Sembrava un fulmine. Un coro di voci si alzò all'esterno della casetta, mentre gli altri ragazzi cercavano di capire cosa fosse successo. Calum, sopra tutti gli altri, stava urlando ad Haley di non fare mosse avventate. La sua voce diminuiva man mano d'intensità. Lo stava seguendo, ma Mauve sapeva che non lo avrebbe raggiunto.

Chiuse gli occhi. Il buio della casa la avvolse, mentre vedeva la fine del tunnel farsi sempre più lontana. Aveva sperato di poter usare Haley come un'arma, senza rendersi conto di star facendo lo stesso gioco dei nemici. Aveva promesso a Heather di proteggerlo, ma aveva fallito.

Guardò la sfera un'ultima volta, per poi coprirla con un panno. Le ali batterono un'ultima volta, poi sparirono nel nulla.

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