24. Lo spirito del lago
Il tempo era peggiorato in poche ore. Cedar osservava le gocce cadere sulle finestre sentendosi trasportare indietro nel tempo, a quella stessa scena. Non avevano fatto molti passi avanti da allora, eppure sembrava tutto incredibilmente diverso. Forse perché, per la prima volta nella sua lunga carriera, aveva tradito la fiducia della sua Regina. O forse perché la preoccupazione, che covava nel petto come un macigno irremovibile, non era una sensazione a cui fosse abituato.
Non aveva una famiglia, Cedar. Fin da piccolo, da quando era stato abbandonato nei cunicoli della Corte Unseelie da genitori sconosciuti, il bugul aveva imparato a contare solo su se stesso. Non capiva come fosse possibile provare tanta paura per la sorte di qualcuno estraneo a lui, qualcuno con cui non condivideva una goccia di sangue, eppure nulla gli era mai sembrato più giusto. Sapeva, Cedar sapeva che Haley non aveva delle buone intenzioni. Sapeva che stava meditando qualcosa di pericoloso, per sé più che per gli altri. Mentre il fae dormiva, con la fronte corrugata e lucida di sudore, le palpebre vibranti sugli occhi agitati a causa degli incubi, aveva subito capito che nella sua mente stava prendendo forma un piano suicida. E non perché avesse poca fiducia in lui, ma perché Haley non era mentalmente in grado di preoccuparsi per se stesso. Aveva abbassato così tanto la sua sensibilità da perdere ogni cognizione del pericolo. E Cedar non poteva permettere che quel ragazzo, lo stesso bambino sfortunato e fragile che aveva visto crescere da lontano, affrontasse un'impresa più grande di lui.
Il bugul rise, spostando gli occhi stanchi e arrossati dal vetro appannato per guardarsi intorno. Il salotto era vuoto e immerso nel silenzio. La polvere stessa pareva rallentare la sua discesa al suolo. Aveva parlato con Calum poco prima, o almeno il fae ci aveva provato. Cedar ammirava la sua perseveranza, in fin dei conti. Il Seelie non si sarebbe arreso di fronte a nulla per Haley, chiunque se ne sarebbe accorto. Era un suo punto debole, certo, ma Cedar era forse troppo meschino, o forse troppo poco cinico, per rimproverargli una simile dedizione. Fatto stava che Cedar non l'aveva lasciato parlare, chiedendogli di lasciarlo solo per qualche ora. Calum si era impuntato, aveva sbottato come suo solito, lasciandosi trascinare da espressioni colorite, fino all'ingresso di Rhys nella stanza. Quell'avvenimento, in un modo che Cedar non avrebbe saputo spiegarsi, aveva catturato tutta la sua attenzione, spostando il terzo grado del biondo dal bugul al nuovo arrivato. E Cedar ne era stato lieto. Ma ora, solo e con il freddo della solitudine a incrinargli le ossa, il consigliere non sapeva che fare. La Regina l'avrebbe contattato a breve, ne era certo. Non si faceva sentire da troppi giorni. E Haley sarebbe andato dal kelpie, per attuare il folle piano che era sicuro avesse già in mente. Cedar, invece? Lui sarebbe rimasto su quel divano, sbiadito come la sua vita, con il rumore della pioggia nelle orecchie e quello del cuore nella testa. Non avrebbe mai creduto di cadere tanto in basso.
Fu con questi pensieri che strinse le labbra in una linea sottile. Con un balzo saltò giù dalla seduta giallastra fino al pavimento e raccolse i libri sparsi sul tavolino. Fogli spiegazzati ai margini e coperti di linee spezzate fuoriuscivano dalle pagine, mentre in fretta e furia si apprestava a lasciare la casa. No, Cedar non sarebbe rimasto ad aspettare il ritorno di Haley. Era stanco di aspettare. Era giunto il momento di tornare a contare solo su se stesso.
~•~
«Sei certo che il lago si trovi da queste parti?»
«Stiamo seguendo il corso del fiume. Mi sembra ovvio che sia da queste parti» sbottò Thomas, lanciando uno sguardo tagliente a Calum. Il fae non lo notò, tuttavia, troppo preso dall'ambiente circostante. Non l'avrebbe mai ammesso, ma l'atmosfera cittadina lo stava pian piano uccidendo. Una fata non è fatta per stare lontana dal suo ambiente naturale per troppo tempo, lo capiva solo ora. Sfiorò con dita leggere il tronco di un albero vicino, percependo la linfa muoversi al di sotto della corteccia in vene sempre più sottili. Si concentrò per un solo istante e le sue labbra si aprirono in un lieve sorriso, mentre al posto delle sue dita compariva un piccolo fiore bianco, dallo stelo delicato.
Tossì e rimise rapido la mano in tasca, controllando che nessuno avesse fatto caso a lui e al suo ridicolo sentimentalismo. E invece Haley lo stava fissando, con quel suo sguardo tanto consapevole da mettere i brividi e i lineamenti del volto distesi a forza. Calum sollevò le spalle, come per giustificarsi, gesto a cui il moro annuì con un breve sorriso. Lui poteva capire come si sentisse meglio di chiunque altro. Odiava stare in gabbia.
«Visto? Avevo ragione, come sempre d'altronde» esclamò in quel momento Thomas, attirando nuovamente l'attenzione del Seelie. Davanti a loro, a pochi metri di distanza e ad un paio di altri più in basso, si scorgeva la distesa cristallina di un piccolo lago. Aveva dimensioni modeste, tanto da poter abbracciare con lo sguardo la linea di alberi retrostante e distinguerne i colori delle foglie. Non era nulla di che, a vedersi, ma possedeva un'atmosfera particolare, di quelle che urlano "magia" a gran voce. Non c'erano dubbi che quella fosse la tana di una creatura del Piccolo Popolo.
Haley scese per primo lungo il breve declino, reso fangoso dalla pioggia, aggrappandosi a tratti alle radici scoperte degli arbusti. Gli altri lo seguirono più lentamente, i Cacciatori per evitare che le loro armi, e i vestiti, si riempissero di terra, Calum e Rhys perché consapevoli di ciò che li aspettava sotto la superficie dell'acqua. Quello specchio così insondabile, dalle sfumature verdi e grigie a riflesso del cielo e del bosco, nascondeva le forme spigolose di un famelico cavallo acquatico. Anche i fae temevano quella specie, perché non faceva distinzione fra carni umane e immortali. Se fosse stato affamato, il kelpie non avrebbe esitato a portarli con sé sul fondale. E Calum si sentiva decisamente troppo giovane per diventare la cena di un pesce con le zampe.
«In cosa consiste il rituale? Ho letto qualcosa nei libri di mio padre, ma non è spiegato in modo preciso. Solo tanti paroloni e poca sostanza» mormorò Willow avvicinandosi ad Haley, ormai giunto sul limitare del lago. La ragazza fece per chinarsi verso l'acqua, come per riuscire a scorgerne il fondo, ma il fae fu rapido a posarle una mano sulla spalla e a tirarla indietro.
«Se entri in acqua, se una sola parte del tuo corpo entra a contatto con l'acqua, non riuscirai a resistere al suo richiamo. Tu e tuo fratello fareste bene a restare lontani» la riprese a bassa voce, gli occhi gelidi fissi nei suoi come un monito a rispettare il suo consiglio. La Cacciatrice deglutì piano e altrettanto lentamente abbassò lo sguardo, facendosi poi da parte.
Quel luogo infondeva una strana tensione nei muscoli e nelle ossa, una sensazione a cui Calum stava soccombendo. Così, in preda all'agitazione, si mosse a prendere il posto di Willow e a stringere una mano intorno al braccio dell'amico per indurlo a voltarsi. Haley lo osservò perplesso. «Che c'è?»
«Sei certo di stare bene? Se dovessi sentirti male durante il rito, se dovessi svenire e cadere nell'acqua, lui–»
Haley esalò un sospiro e riportò gli occhi chiari sul lago. «Posso farlo, Cal. Non lo farei se così non fosse.»
Il sorriso stanco del Seelie, l'amico non potè vederlo. «Se dovessi cadere nel lago mi butterei dopo di te per salvarti. Lo sai questo, giusto?»
Haley lo guardò appena, per poi chiudere gli occhi e annuire. Si sentiva oppresso da mille responsabilità, con l'unica consapevolezza di non essere in grado di gestirle. Stava sbagliando tutto? Probabile. Stava rischiando la vita? Non poteva fingere che così non fosse. Ma non si sarebbe fermato. «Lo so. Lo farei anch'io per te, per questo non me la sento di rimproverati dicendoti di non provarci neanche. Cerca solo di restare vivo, okay?»
Calum rise piano e scosse la testa, lasciando finalmente libero il braccio del moro. «Conto che tu faccia lo stesso, Ley. Ho ancora bisogno di te» disse allora, senza aggiungere altro, senza guardarlo oltre. Poi tornò dal resto del gruppo, lontano dalla riva scivolosa e dall'odore terroso del lago. Rhys fece per posargli una mano sulla spalla come incoraggiamento, ma il biondo se la scrollò di dosso con un gesto stizzito. Non aveva bisogno di essere consolato. Haley sarebbe sopravvissuto. Doveva farlo, glielo doveva.
Intanto l'Unseelie era tornato a concentrarsi sulla superficie opaca, verdastra per la melma. Poteva solo immaginare quanti scheletri ricoprissero il fondale, bianchi nel nero più profondo. Tu sei un Nightshade, noi moriamo da eroi, gli diceva sempre Reagan. Per una volta, Haley sperò che avesse ragione. Morire in modo tanto stupido l'avrebbe lasciato quantomeno interdetto.
Il fae sospirò, svuotando i polmoni per regolare i battiti del cuore. Poi si inginocchiò nel limo scuro e umido di pioggia, seduto sui talloni, ed estrasse dalla cintura un corto pugnale cerimoniale. Una lama sottile, ma affilata, con cui si incise il palmo della mano sinistra. Sussulto appena, quasi non se ne accorse. Strinse la mano sul flusso caldo, molto più caldo della sua pelle, e sporse il pugno sull'acqua. Una, due, tre gocce caddero lente, diffondendosi nel liquido con ampie volute. Si sentiva debole, ma non ritrasse la mano, mentre cominciava a recitare una bassa litania, formule antiche di cui non conosceva appieno il senso, imparate troppo presto per farlo. L'Energia nel suo corpo cominciò a defluire insieme al suo sangue, lasciandolo leggermente scombussolato. Una fitta dolorosa gli pungolava le tempie, ma non demorse. Continuò a recitare la formula rituale e riaprì la ferita che, con la capacità rigenerativa della sua specie, aveva già iniziato a rimarginarsi.
Ci vollero alcuni minuti perché la superficie piatta del lago cominciasse a incresparsi, producendo onde allungate nella sua direzione. Solo allora Haley ritirò la mano contro il proprio petto. Vacillò appena nel compiere il gesto, indebolito per la perdita di sangue. Si inclinò in avanti, ma riuscì a posare la mano sana a terra prima di cadere in acqua.
Fu in questa posizione che venne a trovarsi faccia a faccia con il kelpie, lo stesso che lo aveva seguito alla Corte e al Cerchio. Lo riconobbe dal manto d'ebano e dagli occhi saggi, al di sotto della patina sadica che li caratterizzava. Quella creatura sapeva, e lui aveva bisogno della sua conoscenza.
Si spostò all'indietro, strisciando nel fango, per prendere le distanze dal cavallo. L'animale sbuffò dalle nari, battendo nervosamente uno zoccolo sulla riva, nel punto in cui prima si trovava il fae. «Speravo avessi deciso di fare una nuotata, Nightshade.»
«Non ho un ottimo rapporto con l'acqua» rispose con lo stesso tono l'Unseelie, guardando le pupille scure del kelpie. Quello sbuffò ancora una volta, avvicinando la grande testa al suo volto. Haley avrebbe alzato il capo con altrettanta arroganza, ma la risata isterica che scoppiò dietro di lui lo indusse a stringere i tempi. «Sono venuto qui, come mi hai chiesto. Ora dimmi ciò che devi.»
Il kelpie rizzò il collo lucido. «Non hai mai pensato che volessi soltanto un pasto facile, giovane fae?»
«Non mi avresti seguito per tutto questo tempo solo per darmi l'onore di essere la tua cena. Sei troppo intelligente per perdere tempo in questo modo. No, tu hai qualcosa da dirmi, ed è qualcosa che ti preoccupa.» Haley si morse la lingua per trattenere una risata amara. «O vuoi qualcosa in cambio. In fondo, tutti vogliono qualcosa in cambio da me. Tu cosa vuoi?»
Il cavallo scosse il capo, facendo schizzare l'acqua che impregnava la sua criniera. Il cielo sembrava essersi incupito con il suo arrivo, rendendo il suo pelo ancora più oscuro. «Volevo solo avvertirti, figlio di Reagan.»
«Sì? E cosa ci guadagni?»
«Deve esserci un guadagno?» replicò vaga la creatura. Haley sospettava che dentro di sé lo stesse deridendo. Doveva sembrargli ridicolo, gracile e tremendamente suscettibile. Un povero ragazzino abbandonato.
«Nessuno agisce per buon cuore, in questo mondo. Tutti hanno un fine, tutti, non provare a farmi credere il contrario. Nasciamo egoisti e rimaniamo tali.»
Il kelpie lasciò cadere lo sguardo oltre le sue spalle, come perso nell'osservazione di qualcosa invisibile agli occhi. «Conosco la tua storia, Nightshade. Tutta Faerie la conosce. Non mi stupisce che la tua visione del mondo sia pregna di pessimismo. Tuttavia credimi quando ti dico che il mio guadagno sta tutto nella tua vittoria. Nessun tranello, non è nel mio stile. La mia razza non mente.»
Haley socchiuse le palpebre, scrutandolo attraverso le ciglia pesanti di umidità. La poggia era cessata da tempo, ma l'aria era ancora bagnata e difficile da respirare. «Parla, dunque.»
Il kelpie annuì, le nari dilatate. «L'assassino che cerchi è più pericoloso di quel che pensi. Forse lo immagini già. Avrai capito che gli omicidi non sono casuali, che non uccide per il semplice gusto di farlo. È un tuo simile, per quanto sadici possiate essere, disprezzate la morte. Torturate, ferite, deridete, ma pochi di voi uccidono per noia.»
«Immaginavo fosse un fae, ma tu come fai ad esserne certo?»
«Agli anthousai piace parlare, ma ahimè, sanno più di quel che dicono. Hanno paura di rivelarne l'identità. In ogni caso, sta organizzando un rito in particolare, un rito per cui ha bisogno di molto sangue di specie diverse. Ma evita i Solitari. Non lo trovi sospetto? Quale motivo avrebbe di farlo?»
«Nessuno» mormorò Haley, riflettendo. Nessuno, anche perché una volta esiliati perdevano ogni diritto penale. In giudizio, sarebbero sempre stati colpevoli. Avrebbe persino potuto farla franca, uccidendoli.
«Esattamente. Purtroppo non sono esperto in rituali, per questo dovrai arrangiarti.»
«Avrei una mezza idea in merito» lo interruppe l'Unseelie. «Ho bisogno che apri un portale per me. Un portale provvisorio per Faerie. So che puoi farlo. Gli specchi d'acqua funzionano sempre e tu possiedi questo.»
Il cavallo nero rise fra sè, muovendo nervosamente la coda contro i fianchi. Aveva denti aguzzi, più simili a quelli di uno squalo che di un cavallo. «Tu non hai idea della situazione a Faerie, non è così?» Haley si accigliò, e la creatura lo prese come un sì. «La Regina sa di ciò che hai fatto al Cerchio. È venuta a sapere della portata del tuo potere. Pensava di averne il controllo, esiliandoti, perché le ali di un fae sono la sua riserva di Energia e tu non saresti dovuto essere in grado di immagazzinarne così tanta. Ha paura di te, Nightshade, l'ha sempre avuta. Ti ha affidato la missione perché sei sacrificabile, oltre ad essere astuto e abile. E nemmeno Moss è contento di come stai gestendo la situazione.»
A quel nome il moro strinse le mani in due pugni contro la sua giacca e sfarfallò le palpebre per allontanare dalla mente immagini spiacevoli. Ci mancava solo che loro decidessero di entrare in scena con quelle voci implacabili. «Cosa c'entra Moss?»
«L'hai visto, non è vero? Lui ti segue sempre, Haley. È ossessionato da te, lo è sempre stato, e tu lo sai. Anche tuo padre lo sapeva. Sogna di ucciderti con le sue mani e allo stesso tempo non vuole farlo. Per questo ti odia. Sei migliore di lui e ama distruggerti a poco a poco. È ancora al comando dell'esercito, sei sicuro di voler tornare a Faerie?»
No, non lo era. Non lo era affatto. Haley sapeva di avere una mente ancora troppo fragile per sostenere un confronto con lui. Eppure, aveva scelte? Quei libri erano troppo importanti per desistere. «Devo farlo. Tu mi aiuteresti?»
Il kelpie sospirò, per poi sbuffare il fiato caldo contro il suo viso gelido. «Così sia.»
«Te ne sono grato» concluse Haley alzandosi in piedi. Il fango gli faceva aderire i pantaloni alle ginocchia e il braccio sinistro era ancora incrostato di sangue secco. «Ti supplico anche di non parlarne con nessuno. Ti ricompenserò per il tuo silenzio.»
«Mi sembra di averti già detto che non voglio nulla da te, ragazzino» quasi ringhiò la creatura. «E ora vattene. Comincio a sentire un certo appetito, non vorrei rompere il nostro patto fin da adesso.»
Haley rise. Lasciò cadere il coltello usato per il rito nel lago, congedando ufficialmente l'animale, che gli voltò le spalle e tornò a immergersi lentamente sotto il filo dell'acqua. In pochi istanti il silenzio venne a reinstaurarsi nel bosco come se nulla fosse successo. Solo allora Haley si permise di chiudere gli occhi e lasciò che la tensione colasse dai suoi muscoli contratti.
«Allora? Cos'è successo? Tu stai bene? Dannazione, Ley, stavo per morire per l'ansia» lo raggiunse in quel momento la voce di Calum, palesemente nervosa. Una mano si posò al centro della sua schiena, facendolo sospirare.
Si passò una mano sul volto e sorrise appena, per poi incontrare gli occhi dorati e tesi dell'amico. «Sto bene, solo un po' stanco. Abbiamo trovato un accordo. Non mi ha detto che tipo di rituale l'assassino voglia compiere, ma mi ha consigliato di tornare temporaneamente a Faerie per recuperare dei miei vecchi libri di magia nera. Partiremo appena possibile.»
Calum si accigliò. «Tornare a Faerie?»
«Faerie!» esclamò invece Willow, entusiasta. «Dobbiamo andare nel Regno delle Fate? Dio, è il mio sogno da quando sono nata!»
«Tu non andrai da nessuna parte, Will, puoi scordartelo. Papà ti ucciderebbe» la contraddisse il fratello, le braccia costantemente incrociate sul petto e la giacca scamosciata scurita dall'umidità. «E nemmeno io verrò, ovviamente. Ho dei doveri a Teorann, non siete la mia priorità. Non posso andarmene come se niente fosse.»
«Non mi sembra di avervi chiesto di venire, infatti» commentò Haley freddo. «Siete umani. Vi ucciderebbero in un attimo, e se non lo faranno le guardie dei sovrani ci penseranno i goblin, i Berretti Rossi o i criminali a piede libero. E nemmeno io vi voglio fra i piedi, ad essere sincero.»
«Concordo appieno» annuì Calum con veemenza. «Ma continuo a non essere sicuro se sia o meno una buona idea tornare lì. La Regina lo verrà a sapere.»
«Non è necessario che succeda» fece, secco, il moro. «Posso anche andare da solo. Sarò rapido.»
«Preferisco la prima opzione a questo punto» sbottò il Seelie, portandosi una mano alla fronte. «Odio tutto questo movimento. Quando sarà tutto finito dormirò per una settimana. Ma che dico! Per un mese, un mese me lo merito appieno.»
Rhys ridacchiò fra sé, avvicinandosi a sufficienza per posare un braccio intorno alle spalle di Haley. Lo sentì irrigidirsi, ma non si ritrasse. «Io ci sto. Se tu sei d'accordo.»
L'Unseelie si espresse in una smorfia di fastidio. Come se Rhys non lo sapesse già. «Ovviamente.»
«Verrò anch'io con voi. Siete nostri alleati e noi dobbiamo essere sicuri che voi non scappiate, lasciandoci da soli con questo caso per le mani. Mio fratello può cavarsela da solo per un po'» protestò Will, inchiodando gli occhi scuri in quelli gelidi di Haley, cercando di convincerlo. «Per favore, Ley, non trovi sia giusto? Fa parte del patto. Tu hai bisogno di me.»
«Fa' come vuoi. Se riusciremo a preparare tutto in tempo partiremo domani. Se vuoi venire fatti trovare in tempo, o ti lasceremo qui» mise fine alla discussione lo stesso Haley, massaggiandosi le tempie doloranti. «Ora vorrei solo dormire. Andiamo a casa.»
Calum annuì, aiutandolo discretamente a reggersi in piedi per il percorso tortuoso attraverso il bosco. Ma tutto ciò a cui il biondo riusciva a pensare era che, presto, sarebbero tornati davvero a casa. A Faerie.
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