Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

2. Promesse infrante

«Ehi, Nightshade. Hai intenzione di ordinare qualcosa prima o poi?»

Haley rispose con un mugolio. Alzò a malapena lo sguardo dalle proprie dita, incrociate sotto al bancone. Fra di esse giaceva un foglietto accartocciato che il fae non si era ancora deciso a buttare. Non era sicuro di volerlo fare. Non era più sicuro di niente.

Il proprietario della taverna - una mezza fata dai lineamenti duri e con due zanne da cinghiale ai lati della mascella - grugnì seccato, tornando a lucidare boccali e stoviglie con un panno sporco che doveva aver visto tempi migliori. Dalla sua espressione e dallo sfregare deciso contro il vetro era evidente che se fosse stato per lui avrebbe sbattuto Haley e Calum fuori dal locale seduta stante. Si stava trattenendo, ma soltanto perchè era risaputo non fosse una buona idea inimicarsi un Nightshade. Inoltre il biondo tendeva immancabilmente a perdere il controllo delle sue bevute e l'uomo non si sarebbe mai fatto sfuggire la possibilità di un così succoso guadagno.

Calum era un concentrato di parole quando beveva troppo, il che capitava abbastanza spesso. Haley non aveva idea del motivo per cui lo facesse. Glielo aveva chiesto più volte, ottenendo solo scrollate di spalle e sorrisi inebetiti come risposta. Per quanto il Seelie potesse sembrare estroverso, parlare di sé gli riusciva alquanto complesso, almeno per quanto riguardava il vero se stesso. Quando beveva invece, come in quel momento, chiacchierava a ruota libera con qualunque sfortunato di passaggio. Si faceva offrire da bere e lo imbrigliava in conversazioni senza capo né coda sulla sua emozionante - quanto inventata - vita da eroe. Come se non conoscessero tutti chi fosse. I pettegolezzi nel Regno Sotto la Collina viaggiavano a una certa velocità, soprattutto quando riguardavano punizioni e Sidhe caduti in disgrazia. La storia dei Millet era stata diffusa ovunque per anni dopo l'accaduto.

Haley sospirò e scuotendo la testa riaprì per l'ennesima volta il messaggio stropicciato. Si sentiva un vigliacco. Non riusciva a prendere una decisione, pur sapendo bene quale sarebbe stata la scelta giusta da fare. Invece si trovava ancora con un piede in due staffe, troppo spaventato per compiere il passo decisivo. Vigliacco, sciocco ed egoista. Non poteva vedersi diversamente.

Richiuse il pugno per poi gettare uno sguardo annoiato all'ambiente. Buio, squallido, odoroso di alcol. Lunghe e sporche tavolate illuminate a stento da candele di scarsa qualità occupavano gran parte dell'ambiente. Un gruppo di fae dalle forme ripugnanti rideva sguaiato poco lontano da lui e brindava alla morte di un vecchio compagno di bevute. Era una bettola, ma cosa ci si poteva aspettare nella collina dei Solitari? Sicuramente, se non fosse stato costretto, Haley non ci avrebbe mai messo piede.

Perso nei suoi ragionamenti quasi non si accorse della mano delicata che si era posata sulla sua schiena. Sbatté rapidamente le palpebre. Tornò nel mondo reale e si ritrasse di scatto. Qualcuno si era seduto sullo sgabello accanto al suo e ora lo stava fissando con un sorrisino oltremodo irritante. Haley espirò rumorosamente dal naso e cercò di concentrarsi sulle proprie mani, ma la nuova arrivata non sembrava voler cedere tanto in fretta.

«Che fai, non mi guardi nemmeno? Io sono Laurel» si presentò la ragazza, costringendolo con una mano a voltare il viso verso di lei.

«Non ti hanno mai detto di non parlare con gli sconosciuti?» la rimbeccò nella speranza che la sua mancanza di educazione bastasse a levargliela di torno. Non lo fece per cattiveria. Odiava soltanto essere toccato, o che gli parlassero quando non era dell'umore giusto. Non si sarebbe mai comportato male senza averne ragione, dopo gli esempi che aveva ricevuto.

Lei rise come se Haley avesse appena fatto una battuta esilarante. Cosa piuttosto improbabile, dato il black humor del fae. «Dubito che ci sia qualcuno, qui dentro, che non ti conosca almeno di fama. Ma se vuoi potremmo provare a conoscerci meglio» propose la ragazza, ammiccando maliziosa.

Haley la guardò di sbieco, mortalmente serio. Era piuttosto carina per essere una fae di ceto medio. Il popolo, non avendo sangue fae puro al cento per cento, possedeva spesso alcune peculiarità che ne rendevano l'aspetto piuttosto macabro o bizzarro, a seconda dei casi. Anche Haley ne aveva risentito, ritrovandosi con due occhi di colori diversi. Laurel sembrava normale finché non sorrideva. Solo allora si potevano notare i suoi denti aguzzi e neri, scintillanti sotto la luce delle candele. Haley immaginava che la ragazza non vedesse l'ora di affondarglieli nella carne. «Non credo ne valga la pena, ma grazie lo stesso.»

Laurel si imbronciò, mentre l'uomo dietro al bancone li osservava con uno sguardo divertito. «Ragazza, stai puntando un po' troppo in alto per le tue possibilità» commentò. Le posò una mano sulla spalla con finto fare comprensivo, per poi scoppiare a ridere. Laurel lo fissò malevola. Si alzò con fare indignato e se ne andò senza insistere oltre, ma nel farlo si scontrò con un altro avventore. Quello, spinto malamente dalla ragazza, si appoggiò di peso al tavolo del bar, occupando più spazio del necessario.

Haley fece un smorfia. Sentiva il suo alito alticcio troppo vicino al proprio naso. Il tizio dimostrava all'incirca trent'anni, dunque ne doveva avere almeno qualche centinaio. Capelli rossicci, occhi del medesimo colore e un'espressione da ebete in volto. Sembrava essere almeno al suo decimo bicchiere. «Ehi, Basil, hai sentito le novità?» se ne uscì biascicando, con un'aria da cospiratore altamente ridicola nelle sue condizioni.

Il locandiere lo guardò di sfuggita. Scosse la testa. «Mi riguardano?»

«Riguardano l'intero Regno, bello mio. E anche l'altro.»

«L'Altroregno? Cosa vogliono i mortali da noi?»

«Oh, loro nulla. Ma ho sentito dire che qualcuno si sta dando all'omicidio come se fosse uno sport. Le guardie stanno rinvenendo sempre più cadaveri. Seelie, Unseelie e umani. Non è inquietante?»

Haley drizzò le orecchie, mentre un brivido gli scuoteva le ossa. Strinse ancora una volta il foglietto, quel breve messaggio che gli dava il tormento. Aveva sperato con tutto se stesso che fosse falso e ora, alla luce di quelle parole, ogni sua speranza si stava sciogliendo come neve al sole. Si schiarì la voce. «Da chi... da chi l'hai sentito?» domandò all'uomo, titubante.

Il rosso sembrò accorgersi solo in quel momento della sua presenza. Si voltò completamente verso di lui e lo esaminò con attenzione. Poi gli sorrise, troppo sbronzo per riconoscerlo. «Ho amicizie fra le guardie di Corte. Fornisco loro le armi di cui hanno bisogno. Quelle, sai, che non dovrebbero essere in commercio» sussurrò al suo orecchio, riferendosi probabilmente alle armi da fuoco umane che alcuni fae facevano entrare clandestinamente nel Regno. Per un certo periodo della sua vita Haley si era occupato di smascherare i trafficanti e di gettarli dietro alle sbarre per conto della Regina, ma era acqua passata. Quell'uomo poteva dormire ancora nel suo letto, per il momento.

«Ne sei certo, quindi?»

«Più che certo. Ma non preoccuparti, i Solitari sembrano non appartenere alla sua lista.»

Haley annuì senza replicare oltre. Sentiva il messaggio bruciare nella sua mano, desideroso di essere riletto. Il ragazzo era totalmente nel panico. Ora che le sue paure si stavano rivelando reali, come poteva fingere che non esistessero? Come poteva ignorare quelle parole e tornare alla propria vita senza sentirsi tremendamente sporco? Sarebbe stato semplice, all'inizio. Ma con il passare del tempo i sensi di colpa si sarebbero fatti sempre più pesanti.

No, Haley non era quel genere di persona. Non avrebbe mai messo il proprio bene davanti a quello di migliaia di innocenti. Non aveva mai pensato al proprio bene in generale, motivo per cui si era ritrovato in quella situazione. Questo portava a un'unica scelta, l'unica che andava contro ogni sua promessa.

Si prese la testa fra le mani, in preda alla disperazione. Perchè la sua vita doveva essere sempre così difficile? Proprio ora che tutto sembrava andare per il meglio. Lui e Calum avevano faticato tanto per dimenticare il passato, l'odio e il dolore e ora Haley si ritrovava a dover riaprire una ferita che pensava richiusa per sempre.

Strinse la presa sulle proprie tempie, emettendo un flebile gemito frustrato. Maledizione. Era tutto uno schifo.

«Stai male, ragazzino?» si intromise il contrabbandiere, rigirando il dito nella piaga. Haley masticò un paio di insulti a fior di labbra e scrollò le spalle. Stava ancora riflettendo su come mettere ordine a tutti i suoi problemi, quando qualcosa lo fece scattare.

Il rosso gli aveva soltanto sfiorato la schiena, ma il solo sentire delle dita estranee contro le sue cicatrici lo fece reagire d'istinto, come per autodifendersi. Lo spinse via di scatto, ritrovandosi a ringhiare nella sua direzione come un lupo a cui hanno rapito i cuccioli. «Tieni a posto le tue luride mani, sanguemarcio.»

Il locandiere si intromise con una chiassosa risata. Si gettò lo strofinaccio sulle spalle mentre lo inchiodava con occhi di brace. «È divertente sentire una parola simile in bocca a un mezzosangue» sbottò. «Sta attento a come parli, Nightshade. È nel locale di un sanguemarcio che ti trovi in questo momento.»

Haley tornò al suo stato apatico in meno di un secondo, mentre l'uomo dagli occhi rossi sbiancava al solo sentire il suo cognome. «L'avevo notato dalla puzza» replicò poi. Calcò il tono sull'ultima parola. Mezza sala si voltò a guardarlo, ma il fae aveva ora un sorriso provocatorio stampato sulle labbra. Forse so come distrarmi.

~•~

Calum si stava agitando, incapace di restare seduto. Aveva origliato ogni parola da quando Laurel aveva cominciato a importunare l'amico, ma se all'inizio l'aveva fatto per ridere un po' alle spalle di Haley e tenere allo stesso tempo sott'occhio la ragazza, adesso stava faticando a trattenersi dal trascinare di peso il ragazzo fuori dal locale. Era teso e confuso. Non lo vedeva comportarsi in quel modo da anni. C'era qualcosa che non andava nel suo atteggiamento, qualcosa di sbagliato.

Fu quando il locandiere prese Haley per il collo per poi calare un potente destro contro la sua mascella che Calum non riuscì più a restare al suo posto. Balzò di colpo in piedi, scostando a gomitate la gente che si era accalcata intorno a lui, e corse al banco in meno di un secondo. «Ehi, ehi, che state facendo? Una rissa... senza di me?» esclamò, cercando di alleggerire la tensione, ma senza successo. Haley quella volta ci era andato giù pesante e le fate non perdonavano facilmente. «Insomma, ragazzi, state calmi. Noi ora ce ne andiamo, contenti? Facciamo finta che non sia successo niente. È tutta colpa dell'alcol.»

Il locandiere lasciò la presa sul collo di Haley, che barcollò all'indietro con uno sguardo indifferente negli occhi. «Colpa dell'alcol? Ma se non ha bevuto nulla!» protestò con un grugnito. Le zanne scintillavano minacciose alla luce delle candele.

Calum fece un gesto vago con la mano, andando ad acciuffare l'amico prima che combinasse altri disastri. «Ha il sangue alcolico» lo giustificò. Si affrettò a spingerlo fuori dalla porta di legno, ma prima di uscire a sua volta rivolse un'occhiataccia ai presenti, ancora confusi per la sua ultima frase. Sembravano un branco di pecore senza pastore. «Provate ancora una volta a mettergli le mani addosso e darò fuoco a tutta la baracca, con voi dentro. La mia roba non si tocca» ordinò e come se niente fosse uscì dal locale a testa alta.

Solo quando furono abbastanza lontani, nella loro più che umile dimora, Calum lasciò finalmente il braccio di Haley. Il moro si limitò a fissarlo. Si era reso conto di aver reagito in modo esagerato. Di solito rimaneva indifferente alle provocazioni, era introverso di natura. Di solito aspettava quietamente che Calum smettesse di ingozzarsi di idromele. Ma quella volta non era riuscito a controllarsi. Anzi, aveva voluto perdere il controllo. Guardò l'amico che l'aveva appena tirato fuori dai guai e gli sorrise ironico. «La tua roba? Seriamente?»

Calum alzò gli occhi al cielo. «Dato che ti ho salvato la vita almeno una decina di volte sì, è così. Sei il mio migliore amico. E mi dispiacerebbe se ti rovinassero quel bel faccino. Non saresti più molto gradevole da guardare.»

«Grazie?»

«Grazie un cavolo! La prossima volta che ti vedo fare una cosa simile mi unisco alla rissa, ma contro di te!» sbottò mentre gli voltava le spalle per cercare dell'acqua con cui sciacquarsi la bocca impastata. «Si può sapere cosa ti è preso?»

Haley si passò le mani sul viso, indeciso sul da farsi. Doveva parlare a Calum del messaggio, sapendo che il giovane Seelie odiava almeno quanto lui, se non di più, la Corte Unseelie? Forse. Forse no. Ecco, si trovava di nuovo davanti al solito bivio. Non ne poteva più di pensare. «Non ho niente. Mi avevano solo stancato.»

«Pensi davvero che io ci creda?»

«È la verità» mentì di nuovo Haley, stavolta ad occhi bassi.

Calum rise con amarezza. «Conosco tutto di te, Ley. So riconoscere quando sei felice, triste o malato. Lo sento nel mio stesso corpo, capisci? E ora sento distintamente che mi stai mentendo» mormorò. «Però pensavo anche che ti fidassi di me, e invece –»

«Io mi fido di te!» scattò in piedi Haley, punto sul vivo da quelle parole. «Sei l'unica persona di cui mi fido davvero.»

«Allora dimmi la verità.»

Haley sospirò. Era giunto il momento di svuotare il sacco. «C'è una questione che mi tormenta da stamattina. Ho fatto la mia scelta. E probabilmente tu non l'apprezzerai.»

«Di che parli?»

Prese un respiro profondo. «Oggi ho incontrato Ivy. Mi ha dato un messaggio, da parte della Regina. Cal... devo andare a sentire cosa vuole da me. Partirò domani all'alba.»

Calum fece un salto e sputò addosso ad Haley l'acqua che stava bevendo.

Preso alla sprovvista, l'Unseelie non riuscì a spostarsi dalla sua traiettoria, e si ritrovò con i capelli fradici che gli gocciolavano sugli occhi. Strinse le labbra in una linea dura e fulminò il responsabile con uno sguardo seccato. «Davvero? Era davvero necessario?»

L'amico finse di non sentirlo. Aveva un'aria di palese sgomento dipinta in volto. Le parole di Haley l'avevano scioccato più di quanto il fae avesse previsto. «Per favore, dimmi che stai scherzando. Perchè stai scherzando, vero?»

Haley sospirò e si scostò le ciocche bagnate dal viso, portandole all'indietro. «Dovresti cominciare a prendermi sul serio. Lo sai che non sono un tipo da scherzi di questo genere.»

«Oh, lo so. So perfettamente che dentro di te sei un vecchietto barboso. Ma speravo sapessi almeno usare il cervello.» Lo squadrò stranito, per poi aggiungere: «Un cervello completamente andato, a quanto pare.»

Haley strinse i denti. Si spostò nella propria camera con la speranza di trovare, nel mucchio di panni gettati a casaccio nell'armadio, dei vestiti asciutti che non fossero sporchi o bucati. Lo sapeva, sapeva di dover tenere la bocca chiusa. Calum aveva due soli modi per reagire a una notizia: o ne era entusiasta e cercava di coinvolgerti nei festeggiamenti più assurdi, o ne era del tutto sconvolto. Avrebbe dovuto immaginare che una notizia del genere avrebbe inevitabilmente portato alla seconda reazione. Ma non poteva mentirgli. Non a lui.

Calum lo seguì e mentre frugava nei cassetti Haley era ben consapevole del suo sguardo fisso sulla schiena. Bruciava come una terza cicatrice fra le sue scapole. Alla fine, come sempre  non riuscì più a ignorarlo. «Cos'altro dovrei fare, secondo te?» esclamò, voltandosi di scatto per incrociare lo sguardo di Cal, sulla soglia della porta. «Dovrei fingere di non sapere nulla? Sai che non mi importa delle loro vite, ma so anche che non ho bisogno di altri motivi per sentirmi un mostro. Se fosse vero –»

«Appunto!» esclamò Calum allargando le braccia. «Se fosse vero! Chi ti dice che lo sia? Cosa ti fa pensare che non sia semplicemente un modo per riportarti da lei?» Scosse la testa. «Mi dispiace, Ley, non posso lasciartelo fare.»

I lineamenti di Haley si indurirono. Era sempre stato quello, il suo problema: sentiva il bisogno di obbedire e fare la cosa più giusta, gli era stato insegnato fin dall'infanzia, ma allo stesso tempo il suo animo si ribellava ad ogni imposizione. «Non sto obbedendo a un suo ordine, nè tu sei il mio padrone. Non sono una tua proprietà, nonostante tu mi abbia salvato la vita. Te ne sono grato, ma non sono un tuo schiavo. Non sono e non sarò più lo schiavo di nessuno» scandì con freddezza. Sbatté con forza l'anta dell'armadio. Una crepa si allungò attraverso le venature del legno, incidendone la superficie. Haley rimase fermo a guardarla mentre sentiva la rabbia defluire lentamente dal suo corpo. Aveva il respiro pesante, un leggero giramento di testa ed una forte nausea, ma vomitare non sarebbe servito a niente. Non aveva toccato cibo, nè aveva intenzione di farlo. Aveva lo stomaco sottosopra e la mente invasa dal fuoco.

Calum chiuse gli occhi. Respirava a fondo per non dare in escandescenze, come invece avrebbe suggerito la sua natura. Era arrabbiato con se stesso, in realtà. Stavano rovinando anni di amicizia, tutto, ancora una volta, per colpa della maledettissima Corte Unseelie. Ma questa volta non l'avrebbe lasciata vincere.

Sbatté un pugno contro il muro, facendo sussultare Haley. Il ragazzo si era perso ancora una volta nei propri pensieri, ma sollecitato dal rumore si voltò verso di lui, le sopracciglia come un punto di domanda. Gli occhi dorati del Seelie sembravano di fuoco vivo. «Ascoltami, Ley. Non voglio darti ordini. Non è nelle mie intenzioni. Ma, nonostante tu sia un'incredibile testa di legno, ti voglio bene. Ed è per questo che non voglio vederti correre rischi inutili, quando potresti facilmente evitarli.»

Haley scosse il capo. «So che sei preoccupato, ma non devi sempre prenderti la responsabilità delle mie azioni. Non devi proteggermi, non devi vivere per me.»

Calum improvvisò un sorriso stanco e si strofinò una mano sul viso. Fosse così semplice, pensò, ma non lo disse. Fece invece un passo avanti e posò i palmi delle mani sulle guance di Haley. Erano fredde. Tutti gli Unseelie erano freddi come statue, eppure Haley aveva sempre conservato un certo rossore sotto la pelle pallida, una timida traccia della sua umanità. Non era un mostro, non era come loro. Se lo fosse stato Calum era sicuro che non avrebbe provato quell'assurdo bisogno di proteggerlo. Per questo motivo si era ritrovato a salvarlo, anni prima. Aveva deciso di essere libero e indipendente e invece si era subito legato in modo indissolubile a quel fae abbandonato da tutti. Ma non se ne era mai pentito, nemmeno in quel momento. Guardandolo negli occhi sentiva ancora la stessa sensazione di quel giorno. «Non costringermi a dire ciò che non voglio» sussurrò in un ultimo tentativo.

Haley gli sorrise rassicurante. Si liberò con delicatezza dalle mani di Calum, sentendole tremare fra le sue. «Sarebbe semplice fregarmene di tutto, lo so. Pensare a me stesso, per una volta. Ma non posso, Cal. Non sono così. Non sono un egoista. Forse sono troppo ingenuo, lo sono sempre stato e ne ho sperimentate le conseguenze sulla pelle, ma ho imparato dai miei errori. So di chi fidarmi. Non cadrò di nuovo nello stesso tranello.»

Calum storse il naso. «Ho capito, farai di testa tua, come sempre. Spero solo che tu abbia ragione.» Si mordicchiò un labbro, lo sguardo assorto puntato su qualcosa alle spalle di Haley. Poi si riscosse, tornando a fissare gli occhi dell'amico. «Mi faresti leggere questo fantomatico biglietto?»

Haley annuì e recuperò in un attimo il foglietto stropicciato - ora anche umido - dalla tasca dei pantaloni. Lo porse a Calum, che lo esaminò con occhio critico. "In molti, fate e umani, stanno morendo per mano di un folle. Non sappiamo chi sia, ma dobbiamo fermarlo. Solo tu puoi aiutarci."

Il giovane Seelie corrugò la fronte perplesso. Fra tutte le scuse che avrebbero potuto fornire quella non era affatto fra le sue aspettative. C'era qualcosa di strano in quella richiesta. Troppo esagerata per essere una bugia, troppo spaventosa per essere la verità. Ed era questo a preoccuparlo. «Sembra vero ma... Possibile che non ci siamo accorti di nulla?»

Haley si massaggiò la fronte. «Ho notato che nel bosco, stamattina, c'era uno strano odore di sangue. Poi è arrivato quel trafficante di armi alla taverna. Ha raccontato al locandiere la stessa storia. Non può essere una coincidenza.» Chiuse gli occhi e li strizzò con forza, passandoci sopra le dita. «Non so se sia vero, ma so che non potrei sopportare di avere sulla coscienza altre vite. Sono già così tanti i fantasmi che mi perseguitano. Voglio salvare quel che resta del mio onore.»

Calum rise piano. Quel discorso l'aveva turbato più di quanto volesse dare a vedere. «Pensavo l'avessi già perso del tutto al Cerchio dell'equinozio, quando ti ho sfidato a offrire da bere a quel phooka» ironizzò quindi. Era l'unico modo che conoscesse per cacciare i cattivi pensieri.

L'Unseelie sollevò gli occhi al cielo e si buttò a sedere sul letto sfatto. Quando Calum tornava a essere il solito cretino ragionare con lui aveva ben poco senso. «Bene, allora è deciso. Domani andrò a sentire cosa vogliono e, se scoprirò che mi stanno mentendo, tornerò qui. Sano e salvo, promesso» concluse con un mezzo sorriso.

Calum fece una smorfia. «E mettiamo che abbiano detto il vero - cosa difficile a credersi. Cosa farai?»

«Quello che troverò giusto al momento.»

Il biondo si passò entrambe le mani sul viso, poco convinto egli stesso di quanto stava per dire. Poi si lanciò accanto all'amico e si infilò sotto le coperte. «Non guardarmi così» disse ironico, sotto lo sguardo perplesso di Haley. «Se dobbiamo farci chilometri di gallerie a piedi, dobbiamo perlomeno essere riposati, no?»

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro