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Capitolo 3

La giornata seguente mi sveglio, con il suono nella sveglia che rimbomba nelle mie orecchie. Mi prendo la testa fra le mani e mi tappo le orecchie. Mi sembra come se mi stia per scoppiare da un momento all'altro. Mi giro e vedo il mio cuscino tutto bagnato ma la cosa che mi spaventa sono le bottiglie di alcolici di tutti i tipi che mia madre teneva in dispensa per le occasioni speciali e sono tutte mezze vuote. Scendo dal letto barcollando un po e me ne vado al bagno a sciacquarmi la faccia. Non mi sento affatto bene, ho un senso di vomito che mi sale pian piano. Per non parlare delle scosse che mi pervadono dal sedere e questo mi riporta all'accaduto di ieri. Oggi non me la sento proprio di andare a scuola, non mi va proprio di incontrarlo. Me ne vado in cucina e prendo qualche sorso di acqua fresca. Vado in soggiorno e mi accascio sul divano accendendo la televisione. Cambio molti canali ma nessuno di questi è interessante. Senza accorgermene cado in un sonno profondo. A strapparmi da ciò fu il suono del mio cellulare e corro in camera a rispondere. "Pronto?!" dico grattandomi la testa. "Tesoro sono la mamma, tutto bene? Hai mangiato?" dice mia madre. "Si mamma."Che stupido, mi sono agitato per una chiamata. E impossibile che mi chiami. Appena chiudo la chiamata le lacrime cominciano a invadere il mio volto. Mi accascio a terra, pensando a come ha potuto farmi questo. Il suono del campanello  mi distoglie dai tanti pensieri. Non mi va di andare ad aprire ma, al solo pensiero che potesse essere lui... Sento la porta aprirsi lentamente  e mi alzo velocemente. "Hey, perché non hai aperto?" Cosa? Ma scherziamo? Che vuole adesso? E come ha fatto ad entrare!? "Francesco. Cosa vuoi? Come hai fatto ad entrare?" si avvina a me "C'è la chiave di riserva sotto il vaso dei fiori. Ricordati che abbiamo giocato molto a casa tua tempo fa ma,perché  stai piangendo? Hai tutti gli occhi rossi."                                                                                      "Non sto piangendo!" Mi accarezza la guancia delicatamente. " E' colpa di quel bastardo, vero?" Non riusco a guardarlo in faccia. Mi blocca le mani "Non dirmi che tu e lui...? " perché le parole di Francesco mi facevano sentire in colpa? "Io...non.." fanculo lacrime. Francesco mi spinge sul letto e dice: "Non dovevi andare a letto con quello lì! Ma sei stupido o cosa?" dice mentre sale a cavalcioni su di me. Cerco di spingerlo via ma mi prende le mani bloccandomi i polsi portandoli su." Cazzo! Che cosa ci vedi in quello che non ho io?! Eh...!? Dimmelo così potrò cambiare." aggiunge mentre centinaia di lacrime attraversano il suo viso cadendo ripetutamente sul mio. Lascia andare la presa e mi avvolge dai fianchi abbracciandomi, mettendo il suo viso nell'incastro del mio collo. Questo momento mi fa ricordare un accaduto successo qualche anno fa. Eravamo io e lui in giardino a giocare a pallone; Francesco calciò la palla troppo forte e mi prese in pieno viso. Essendo in giardino, non volevo che le persone che passavono mi vedessero piangere e lui se ne accorse così mi prese il viso e me lo mise sul suo collo. Così strinsi la sua maglietta e cominciai a piangere mentre lui mi accarezzava la testa. Ed ora i ruoli si sono invertiti. Mi viene quasi da ridere, il bulletto che mi rovina la vita scolastica ora è qui a piangere su di me...Dopo una decina di minuti si sposta da quella posizione. Pensandoci, per quale motivo ha cominciato a piangere? Ha detto qualcosa su " Dimmi cosa ha" e "così potrò cambiare". Non sarà che Francesco... "Scusami. Non so cosa mi sia preso." dice interrompendo i miei pensieri. "No, emh... tranquillo. " dico mettendomi con le gambe incrociate. "Mi spieghi almeno il motivo? " Aggiungo. "Non l'hai ancora capito? Allora sei proprio tondo Evans!" dice spingendomi sul cuscino ridendo. "Da quanto in qua mi chiami per cognome?!" dico lanciandogli un cuscino in faccia. "Preferisci che ti chiamo stupido?" Alzo un sopracciglio. "Ah ah ah. Io stupido. Senti chi parla." C'è un attimo di silenzio e penso che è da tre anni che non giochiamo così. Continuiamo a guardarci negli occhi e quasi come due parti di una calamita, ci avviciniamo fin quando le nostre labbra si congiungono.

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